Part 4
«Tornai dall'esilio con l'aureola del martirio, del patriottismo e della scienza, e fui Governatore di questa provincia[41], e fui ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa, e non fui deputato di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorchè eletto in altro collegio, e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo quattordici anni di cotesto secondo esilio, l'esule viene a chiedervi la patria, date la patria all'esule».
La mia voce era tremula; la commozione aveva invaso me, e invase tutto l'uditorio. Una salva di applausi mi mostrò che avevo trovata la via dei loro cuori.
«Io voglio la patria mia, ma non voglio un pezzo di patria voglio la patria intera. Se debbo essere qui l'amico degli uni contro gli altri, meglio l'esilio, confermate il mio esilio. Tutti dite di amarmi, di stimarmi; bella stima in verità! posto in uno dei luoghi più elevati presso la pubblica opinione, i miei concittadini hanno voluto darmi una promozione, e fanno di me un alfiere, il porta bandiera di questo e quel partito».
I più intelligenti sentirono l'ironia. Don Pietro sorrise finalmente.
«Io qui non porto la guerra, non voglio essere il flagello della mia patria; se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere il padre e il benefattore di tutt'i miei concittadini. Io non porto bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama concordia».
Questo appello alla concordia era prematuro; le passioni erano ancora vive; stavano sospesi, come chi attenda che si dica altro.
«Non dico già che le lotte non ci abbiano ad essere. Senza lotta non ci è vita. Lottate pure. Ma ricordatevi che se uomini civili siete, qualche cosa nelle vostre lotte vi dee pure unire. Che cosa è questa casa comunale, se non un primo legame tra voi? Comune vuol dire unione. Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se taluno dicesse male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola persona? Guardate la Chiesa. Non è la Chiesa il legame comune in nome di Dio, al quale credono tutti quelli che credono alle virtù e operano virtuosamente? E se l'Italia vi chiama alle armi, non vi sentireste voi tutti italiani, non correreste tutti alle armi? Ebbene: aggiungete a questi legami anche il mio nome, e non lo profanate, mescolandolo alle vostre lotte. Imitate Sansevero, dove pure lotte ci sono, ma dove si dice: i panni sporchi si lavano in famiglia, non dobbiamo lasciarli sventolare innanzi a De Sanctis. Vi pare domanda indiscreta questa, di fare per me, voi, miei concittadini, quello che fa quel nobile collegio al quale appartengo? E se questo fate, udite la mia dichiarazione, e pensate che io non ho mai mentito in vita mia. Io sono vincolato, io ho data la mia parola d'onore a Sansevero, deggio essere deputato di Sansevero. Ma io andrò là e dirò: la mia patria mi chiama, la patria tutta intera, e voi siete troppo nobili, troppo generosi, e sapete apprezzare questi sentimenti.--Restituitemi la parola data, non mi togliete la patria».
I visi che si erano oscurati, raggiarono. Vidi raggiare anche quel viso incerto di Carlo, anche il classico don Vincenzo si mosse sulla sedia. Prolungati applausi accolsero una dichiarazione così ricisa.
Io mi sedetti, come chi non aveva più nulla a dire. Ma stavano lì, immobili, attenti, quasi volessero dire: è finito troppo presto. Ed io così seduto, continuai con voce familiare, facendo un po' di storia e del collegio e delle proteste e del ballottaggio, ed ecco, mi sovvenni del _Roma_ e del famoso passaggio a Sinistra. E mi levai con impeto e dissi: quello che dice il _Roma_, avete letto. Il mio competitore è divenuto Sinistra. E sono Sinistra anche io, una sinistra autentica, che non ha bisogno di bollo. Il mio competitore è sacro per me. Non una parola uscirà dal mio labbro, che non sia gentile. Del resto, non è affar mio; riguarda i suoi elettori. La quistione così è divenuta molto semplice. Non fo questione io di Destra e di Sinistra, fo quistione di patria. L'esule vi domanda la patria, date la patria all'esule.
Scesi tra vivi applausi, circondato dalla folla, vidi alcuni che si asciugavano le lacrime, strinsi molte mani incallite dal lavoro, e augurai bene di quel paese. Nell'uscire incontro il teologo. La sua faccia rideva, era tutto consolato il brav'omo, e mi disse abbracciandomi: Ah Ciccillo! non senza un perchè lo zio ti chiamava penna d'oro. Che bella predica hai fatta!
E' finita la predica, finita la messa, diss'io tutto sbalordito.
E lui mi guardò stupefatto. Dovette dire: a forza d'ingegno costui uscirà di cervello.
Andai a casa subito. I piedi mi bruciavano. Avrei voluto essere già a Bisaccia. Mangiai distratto. Lodavano l'orazione. Quei complimenti d'uso mi facevano male. Sul partire dissi a Carlo, che mi parve commosso: dubiti più? Ah no--Sii dunque un omo serio.
Il teologo mi condusse a casa sua. Vidi la Maria, ch'io chiamava la generalessa, indicatami come capo ed anima delle lotte elettorali. La mia parente mi trasse in disparte, e mi disse in tutta segretezza: io ti ho fatto molti voti! Ah! bricconcella, dissi tra me, tu me la dai a intendere. Gradii un bicchierino, scesi subito, mi posi in carrozza tra molta folla plaudente, e via.
Non mi facevo illusioni. Mi lasciavo dietro un lavoro seriamente ordito e rimasto intatto. Molte passioni, molti interessi erano abilmente mescolati in quel lavoro. Nè io avevo modo di disfarlo. Il sindaco mi disse con la sua sincerità brusca: avrai gli stessi voti. Ma pensai che qualche eco delle mie parole sarebbe pur giunta a' miei invisibili, e che a ogni modo qualche buona impressione sarebbe rimasta nel paese.
Seppi poi che la sera, conosciuto l'effetto del mio discorso, giunse a incoraggiamento degl'invisibili questo telegramma epigrafico:
«L'entusiasmo passa, gl'interessi restano».
Come disse il teologo, pensai io. E vuol dire che l'uomo passa, l'animale resta.
NOTE:
[37] Ettore Ripandelli di Candela, amico e già collega del De Sanctis alla Camera.
[38] Giov. Ant. Cipriani di Guardia dei Lombardi, giovinetto fece parte della _Giovine Italia_ e più tardi si rese benemerito della causa dell'unità italiana nella prov. di Avellino. Morì nel 1906.--Cfr. Antonio D'Amato: _Un dimenticato patriota irpino_.--Napoli, Morano 1913.
[39] Comune molto fedele al De Sanctis.
[40] Pietro Capaldo, attualmente Procuratore Generale alla Corte di Cassazione di Napoli e Senatore del Regno, nato in Bisaccia il 27 aprile 1845.
[41] Il Governatore De Sanctis fu nominato il 19 settembre 1860 e prese possesso della carica dinanzi al Consigliere d'intendenza D. Lorenzo Filidei di Avellino il 12 settembre 1860. Il 16 ottobre rivolse al popolo irpino un magnifico proclama, che pubblichiamo _in appendice_. Proprio durante il suo Governo, avvennero le reazioni sanguinose di Ariano di Puglia, Montefalcione e Carbonara (oggi Aquilonia). Il 27 settembre fu nominato Ministro.
VI.
Bisaccia la gentile[42]
Napoli, 2 marzo.
Don Pietro[43], che aveva avuto il delicato pensiero di venirmi incontro sino in Lacedonia, era un' eccellente compagnia. Veggendomi taciturno, indovinò la mia preoccupazione, e vi tirò su il discorso. Non vi dee spiacer troppo, disse, che qui incontriate tanta resistenza. Un lavoro preparato da tanto tempo non si può disfare in un'ora; le passioni sono accese, c'è molta tensione negli spiriti. Ci vuole il tempo, e voi solo potete riuscire a conciliare gli animi se, accettando la deputazione, volete fare questo bene al collegio.
Don Pietro parlava con quel tono naturale e sincero che ti guadagna subito. Mi apersi tutto con lui.
«Non ricuserò, dissi, se mi persuado di poterlo fare questo bene. Ciò che mi spiace, non è la resistenza, ma la rozzezza. La resistenza la capisco, e me l'aspettavo; la rozzezza m'è cosa nuova».
«Pure vi dee piacere non dico la gentilezza, ma tante prove di devozione e di affetto che vi dànno i vostri amici».
Io lo guardai commosso. Egli voleva dirmi che un sol tratto d'amicizia basta a far dimenticare molti atti di villania. Mi dava così una lezione con infinito garbo.
Del resto, aggiunse, a Bisaccia avrete un'accoglienza meno lontana dalla vostra aspettazione.
E in verità, quando vidi venirmi incontro molti signori a cavallo, e mi dissero che lì erano tutti, amici e avversarii, e quando trovai in casa di don Pietro raccolto quanto in Bisaccia era di più eletto, senza distinzione di parte, pensai a Rocchetta, e tornai sereno.
Non ricordo più, cosa mi dissero, e cosa diss'io. Morivo di sonno, e domandai di lasciarmi dormire per un par d'ore.
Era la prima volta, dopo il mio viaggio, che dormii un sonno pieno e riparatore. E debbo questo beneficio a don Pietro, che aveva con tanta intelligenza curata la mia piaga. Quell'accoglienza lieta e schietta, che mi fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e atteso, m'ispirava una fiducia piena. Sentivo come fossi in mezzo alla mia famiglia.
Mi lasciarono dormire. Quando mi svegliai, era già sera. Avevo ricuperata la mia bonaria spensieratezza. Uscii nel salotto. Porsi la mano al Sindaco[44], a' signori Rago, amici noti e fidi, ai fratelli di don Pietro, bravi giovani[45], di cui uno passava per mio avversario, a parecchi altri. Vidi con piacere tutto il Clero. Allato mi sedeva l'arciprete[46], con cui mi scopersi parente, un uomo alla buona e gentilissimo. Mi dissero tante cose amabili, e nessuno parlò a me di elezioni, nè io loro. Tutti promisero di venirmi a sentire.
E Fabio Rollo? mi uscì a un tratto.
Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno de' capi più risoluti di parte contraria. E avevo inteso a dire che era un giovane distintissimo. Mi aveva fatta molta pena a vedere il suo nome tra quelli dei membri dell'ufficio centrale, che nel primo ballottaggio avevano proclamato eletto il mio competitore che era in grande minoranza, e le ragioni addotte mi parevano cavilli di avvocatuzzo, a' quali non vedevo come dovesse associarsi lui. Sola scusa era la passione. E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e così appassionato quell'uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io?
Ed ecco don Pietro presentarmi Fabio Rollo. Mi porse la mano con una sicurezza che mi piacque. Non era nella faccia niente di quel sorriso abituale e cerimonioso che hanno le facce sospette. Stava lì, semplice e naturale, come chi non ha niente a nascondere, niente a mostrare. Me lo dicevano un telegrafista[47]. Ma c'era lì dentro ben altra stoffa.
Venne l'ora del desinare, e la conversazione si prolungò molto tempo dopo il pranzo. Mi sentivo così bene in quel cerchio allegro di amici. Fabio prese subito il suo posto, divenne il protagonista. Spronato da me, raccontò qualche episodio della sua vita. Era stato un bravo soldato dell'esercito, aveva girato, veduto molto mondo. Faccia bruna e asciutta, aria decisa, parola vibrata e incisiva come una spada. Raccontò fra l'altro un episodio della Battaglia di Custoza, dove s'era trovato lui. Nessun sogno di vanteria, nessun giro di frase, niente di oltrepassato. Mi parve uno degli uomini più serii che avessi conosciuto. Notai una tranquilla moderazione di giudizii e di parole, che è il segno della virilità. Avevo innanzi un carattere.
Mi si parlò del castello di Bisaccia, dove si diceva era stato il Tasso, e mi promisero di mostrarmi la stanza dove aveva dimorato. Cadde il discorso sul _Diritto_[48], dov'era una corrispondenza in mio favore, assai ben fatta, supposi opera pietosa di qualche amico, scandalizzato della oramai famosa deliberazione di quei tre o quattro del Comitato di Napoli, che si battezzarono maggioranza.
--Volete che la mandiamo attorno pel collegio?
--Oh: non importa. Io credo di avere più autorità che un giornale. Sono io qui il giornale vivente.
--Se non foste venuto voi, che torre di Babele! Quella tale dichiarazione...
--O piuttosto confusione, notò argutamente un altro. Perchè lì dentro ci è un _ir_ e _or_, un entrare e uscire, e non sai se è divenuto o rimasto.
--Rimasto, disse un altro. Perchè l'uomo non muta per mutar di nome, e chi muta casacca, non muta anima.
--Bravo! diss'io; l'uomo è quello che lo fa la sua vita...
--Ma non innanzi al volgo, osservò don Pietro. Perchè il volgo si fa imporre dai nomi, e non capisce che le apparenze. E come volgo sono i più, questo mutar nome ti rinnova, massime se è un mutare a proposito e secondo il vento.
In questo entra un uffiziale e va diritto alla stanza assegnatagli, con un modesto riserbo che mi piacque molto. E cosa son venuti qui a fare i soldati? domandai a don Pietro.
--Ora tutto è finito. Erano i contadini che volevano dividersi le terre del Formicoso. C'è una quistione grossa qui sotto. Quistioni così fatte vanno risolute subito. Se indugi, inveleniscono.
Ammirai il buon senso e il patriottismo di don Pietro, come avevo ammirato il vigore e la serietà di Fabio. La conversazione cominciò a languire, come avviene, quando tutti sono di accordo, e l'uno non vuol dir cosa che spiaccia all'altro. Io poi di natura sono poco comunicativo e poco atto a mantener viva una conversazione.
Il dì appresso, trovai tutto presto. Mi presi la solita mezz'oretta di raccoglimento, e diritto alla casa comunale.
Sala piena. C'era lì, mi dissero, tutta Bisaccia. Girai un poco. Vidi facce ridenti, benevole. Ricuperai il mio buon umore, e cominciai subito:
«Debbo innanzi tutto ringraziarvi di vedervi tutti qui. E' un atto di cortesia, che fa onore a questo paese, il quale d'ora innanzi chiamerò Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa, a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. Qui, in mezzo a voi, io mi sento come di casa, e vi parlo alla buona e in modo affatto famigliare. E vi dico subito l'impressione che in me fece la prima votazione, dove ebbi pure sessantasette voti di maggioranza. Permettetemi che io mi spieghi con un aneddoto. Nel 48, sorta la reazione, mi rifugii a Cosenza[49]. Allora avevo molto orgoglio, mi tenevo uomo superiore. Quando andavo in un _omnibus_, guardavo intorno e mi dicevo: eppure, io valgo più di tutti costoro. Vivevo solo, non cercavo relazione e mi dicevo: verrà un giorno che gli altri cercheranno la mia relazione. Mi paragonava ai primi, e non me ne sentivo molto lontano. Capito in Cosenza, e lì era primo un bravo canonico, che aveva fatto le sue lettere nel seminario e biascicava latino. Ed ecco disputarsi, quale de' due andava innanzi, se io o lui. E per misericordia mi accordavano alcuni punti di più. E io riflettei che l'uomo andando in piccoli centri impicciolisce, poniamo pure che vi sia tenuto il primo. Così è avvenuto ora: anche voi avevate il vostro canonico, e mi avete accordato alcuni punti di più. Io non domando a voi i voti, ma domando a tutti la loro stima e la loro amicizia. Venite qui, Fabio Rollo; venite qui e stringete la mia mano, mai mano più pura avrete stretta in vostra vita».
Fabio, che era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò, non ebbe il menomo imbarazzo. Venne diretto a me, e mi strinse la mano, e io sentii che acquistavo un amico, di quelli amici che non ti dimenticano mai.
La commozione era generale; gli applausi si prolungavano: cosa non avrei fatto io allora per i miei elettori? Promisi che sarei il loro deputato. L'esempio di Bisaccia, conchiusi, m'inspira fiducia che mi acquisterò col tempo l'amicizia anche di quelli che rimangono tra' miei avversarii.
La gioia era dipinta su tutti i volti. E anche sul mio. Mi sentivo soddisfatto, ricompensato abbastanza dal mio viaggio.
La scena finì con un pensiero gentile. Don Pietro inviò al deputato Mancini[50] questo telegramma:
«Bisaccia, facendo festa a Francesco de Sanctis, rammenta un'altra illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria, onore della provincia».
Sono i nostri capi naturali, riflettè don Pietro.
Mancini rispose, e non so cosa, partito già. Pure da uomo così gentile argomento risposta gentilissima.
Poi mi condussero al castello, e mi mostrarono la stanza del Tasso[51]. Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo grigio. Povero Tasso! pensai, anche nella tua anima il cielo era fatto grigio. Che vale la bella vista, quando entro è scuro? Stetti un po' affacciato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti, che parevano nuvole, e mi davano l'impressione di quell'interminabile, di quel lontano lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non indovinavo l'uscita.
Volli partire subito. Temevo il tempo non si guastasse. Ed ecco giungermi questo telegramma: «non partite; debbo comunicarvi cose importanti». Che sarà? che non sarà? mormoravano. Sorrisi, e dissi: tal cosa è importante per uno, che è frivola per l'altro. L'importanza è secondo i cervelli.
Non c'è tempo a perdere, il tempo si metteva a pioggia. Partii. Si accomiatò da me il giovane Castelli[52], da Rocchetta, un piccolo atleta, dalle spalle quadrate, formidabilmente piantato, che m'aveva fatto compagnia fin lì. Poche parole, aria, severa e schietta, amico a ogni prova, mi sembrava un granatiere della vecchia guardia.
Mi accompagnarono molti a cavallo un buon tratto. E poi, addio.
Addio, Bisaccia, dove vidi qualche strada netta, e dove non vidi nessun cencioso, che dimandasse limosina. Avevi anche tu i tuoi cenci, le tue miserie e le tue discordie. Ma le occultasti come ne' dì di festa, e mi accogliesti lieta e cortese. Molti gentili pensieri io colsi in te. Quel garbo nella conversazione, quell'accordo de' visi, se non de' cuori, quella semplicità e naturalezza di accoglienza, quella nessuna giustificazione e nessuna vanteria, anzi quel non parlarmi punto della elezione, e quel fare gli onori di casa all'ospite tutti; quasi Bisaccia fosse stata una casa sola, oh! nessun pensiero gentile trovò freddo il mio cuore.
Addio, Bisaccia la gentile.
NOTE:
[42] Comune di 7568 ab. _Cluverio_ ed altri antichi storici vogliono Bisaccia edificata sulle rovine di Romulea, potente città degl'Irpini.
[43] V. nota precedente (Capaldo).
[44] Antonio Tenore fu Filippo.
[45] I fratelli di Pietro Capaldo: on. avv. Luigi, farmacista Vincenzo e dottor Pasquale erano tutti pel De Sanctis, tranne l'ultimo che parteggiava per l'avv. Soldi.
[46] Il canonico Michele Santoro.
[47] Fabio Rollo, figlio del notar Raffaele, era nato il 26 maggio 1842, e morì, cavaliere della Corona d'Italia ed ufficiale telegrafico, il 4 gennaio 1900.
[48] Giornale napoletano, che, con _l'Italia_, ospitò molti articoli politici del De Sanctis, raccolti poi in volume da _Giuseppe Ferrarelli_, editore Morano Napoli, 1890.
[49] Fu ospite del barone Cozzolino, ma più tardi, imprigionato, stette due anni nelle carceri di Castel dell'Ovo, e il 1851, lasciato libero a Malta, andò a Genova, ove fu ben accolto dai mazziniani, e di là a Torino.
[50] Pasquale Stanislao Mancini, altra gloria purissima dell'Irpinia, nacque il 17 marzo 1817 in Castelbaronia dal celebre avvocato Francesco Saverio e da Grazia Maria Riola. Morì il 26 dicembre 1888 nella villa reale di Capodimonte in Napoli, messa a sua disposizione dal Re Umberto, che aveva per lui affetto di discepolo. Nel 1875, il Mancini era deputato di Ariano di Puglia e Consigliere provinciale di Castelbaronia.
[51] Si vuole che il Tasso vi abbia dimorato nel 1588, come ne attesta MANSO nella _Vita del Tasso_. Cfr. più largamente GIROLAMO ORLANDO-CAFAZZO, _Due Bisaccesi del secolo XVI_, Napoli 1910.
GIUSEPPE PORTIGLIOTTI, ne _La Lettura_ dell'11 novembre (A. XII), circa il quadro di Bernardo Celentano «Il Tasso a Bisaccia», che si ammira nella Galleria Nazionale d'arte moderna di Roma, narra quanto segue; «Nel 1588 il Tasso accetta l'ospitalità larga e generosa di un ricchissimo giovane napoletano, G. B. Manso, che più tardi ne scriverà la _Vita_ seminandovi però a piene mani avvenimenti romanzeschi. Pur nella pace del delizioso soggiorno campestre di Bisaccia, ove si alternano liete partite a caccia e bei cori di musica popolare, le allucinazioni non lasciano Torquato. Una sera, egli è seduto col Manso accanto al fuoco e discorre con lui della propria «frenesia», quando, a un tratto, con le pupille fisse in un angolo della sala:--Ecco--esclama--l'amico spirito che cortesemente è venuto e favellarmi: miratelo» E il Manso così prosegue nel racconto: «... mentre io andavo pur con gli occhi attorno riguardando e non scorgendo, ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi che sia; perocchè, quantunque io non vedessi nè udissi altri che lui, non di meno che le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano quali si veggono essere fra coloro che d'alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento».
Il Tasso del Celentano è appunto in preda ad una di queste crisi allucinatorie. Intorno, paggi e dame, le ombre, i silenzi, il verde di una grande villa, le tremule iridescenze dei cieli autunnali. Da presso e da lungi, a quando a quando, vengono melodie soavi e canti dolci. Una bellissima giovane si appoggia al braccio del poeta, orgogliosa della compagnia di lui. Ma ecco che egli si ferma, scorda la dama che ha al fianco, la folla festevole che gli è attorno, l'incanto di Bisaccia in quella mite giornata d'autunno. Con gli occhi spalancati, le linee del viso atteggiate a terrore, egli fissa innanzi a sè, non più certo l'«amico spirito», ma qualche larva paurosa. E la _facies_ dell'allucinato è resa magnificamente. La mano destra è portata agli occhi e alla fronte come per scacciare la tormentosa visione.
Su quest'argomento v'è una larga bibliografia: Cfr. ANGELO BORZELLI, _G. B. Manso_, marchese di Villa, Napoli Federico & Ardia 1916; B. CROCE, _Critica_, del 20 settembre, '16, Bari Laterza; B. CELENTANO, _Conferenza di P. Lubrano Celentano_, Napoli Pierro 1893. Il prof. ANTONIO D'AMATO in un articolo su «La leggenda della dimora di T. Tasso nel castello di Bisaccia» sostiene che l'infelice cantore della _Gerusalemme Liberata_ non sia mai stato a Bisaccia. V. il n. 13-14 della «_Gazzetta Popolare_» di Avellino (a. XIV) del 23 luglio 1917.
[52] Il cav. Giuseppe Castelli, figlio della Luisa, già fidanzata del De Sanctis, innanzi ricordata.
VII.
Calitri la nebbiosa[53]
Napoli, 14 Marzo.
Il tempo si faceva cattivo. La nebbia si levava. Il cielo era fosco. Volammo più che andammo. E giungemmo che era ancor giorno.
Quella era la città nemica. Ivi erano i grandi elettori, i principali avversarii. Mutare la posizione, non era possibile. Lì non c'era equivoco, c'era partito preso. Ma, poichè ci si poteva andare in carrozza, la mia andata colà era un segno di rispetto a quel paese. E poi volevo salutare Giuseppe Tozzoli, mio collega, amico e compare, il deputato uscente, ritiratosi dalla lotta con una nobilissima lettera a me indirizzata. Affido a voi la mia bandiera, scriveva, e confido che non ve la lascerete cadere di mano. Ed io avevo obbligo d'onore di tenerla alta quella bandiera.
Avevo scritto al sindaco che andavo alla casa comunale. Ma il sindaco non si fece vivo. Sapevo bene che era uno dei più saldi avversarii[54]. Pure il brav'uomo dovea comprendere, che io non m'era diretto alla sua persona, ma al rappresentante del paese, al quale chiedevo ospitalità, e che era della più elementare cortesia farmi gli onori di casa. E non mi meravigliai che avesse dimenticato di restituirmi il biglietto di visita di capo d'anno, mandato non a lui, ma al sindaco. Forse doveva avere per me qualche antipatia. E confuse la sua antipatia col suo ufficio di sindaco.
Ma se non vidi il sindaco, vidi il Tozzoli, con faccia allegra come chi ti dà il benvenuto. Facevano ala, gentile pensiero del Tozzoli, i fanciulli delle scuole, e uno mi si avvicinò, e mi recitò una poesia, di cui m'è rimasto che invocavano me come angiolo tutelare del paese. Ringraziai, e pensai: se i padri qui rassomigliassero un po' più a' figli, la cosa sarebbe bella e fatta.