Part 3
Per finirla mi avvolsi sotto le coltri, e buona notte. Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell'Uovo[34], e molte altre volte. Anzi talora in veglia, in certi momenti di ozio, mi fo io i fantasmi, che sono come un altro me dirimpetto a me, col quale discuto, e so che è un inganno, e mi compiaccio dell'inganno.
Cervello, cervello, stai quieto, dicevo io. Ho bisogno di dormire. Dimani ho a fare un discorso, di quei discorsi che si ricordano per un pezzo. Pensa che debbo convertire mezza Lacedonia, che se ne sta rintanata e non si vuol far vedere.
--Aaaah!
Uno scroscio di risa fu la risposta.
Guardo, e vedo lì in fondo il corpo lungo come un palo del mio Teologo[35].
Aaaah!
--Tu mi beffi, mio caro.
--Una bella predica, una bella predica.
--Già per te, che sei un teologo, la è una predica.
--E finita la predica, finita la messa.
--Questa poi non la intendo.
--Vuoi sentire me, nipote mio. Non curarla questa gente, che, finita la messa, chi pensa più alla chiesa?
--Teologo, teologo, tu mi hai oggi faccia di eretico.
E lui rideva.
Poi mi si avvicina e s'inchina a me, e mi dice: Ciccillo (così mi chiamava fanciullo), tu sei rimasto ancora Ciccillo!
--Eh, questa è bona.
--Hai visto mo. Hai viaggiato tanto, e io ne so più di te.
--Imparerò, imparerò.
--Hai letta la lettera _ad Quintum fratrem_?
--Credo.
--E anche ne' libri avresti potuto imparare la lotta elettorale. Ne parla Cicerone. E tu credi poter fare le elezioni coi discorsi.
--E co' discorsi le hanno fatte i ministri.
--Cioè, la scena era quella. Ma il dietroscena lo facevano prefetti, pretori, sindaci e che so io.
--Anche questo sai tu! Comincio a crederti.
--Tu mi puoi insegnare molte cose. Ma dell'arte di fare le elezioni io posso stampare un libro. Tu vuoi fare una scena con un dietroscena immaginario. Sai tu solamente cosa sono gli elettori, che con un colpo di bacchetta magica della tua eloquenza pretendi di convertire?
--E perchè no? Già il miracolo è succeduto a Rocchetta.
--Uhm! Sai che dietro il miracolo c'è sempre il prete.
--Teologo, tu stai ereticando.
--E anche lì, il prete c'è, il prete c'è, non dico un prete col collare, ma qualcuno che la sa lunga più di un prete.
--Teologo, tu distruggi tutte le mie illusioni. In verità, la conquista mi è parsa troppo facile.
--Hai visto mo. Tu vuoi fare un romanzo, ed il mondo è storia. E il mondo lo conosco io.
--Spiegami dunque questo dietroscena di Lacedonia.
--Di Lacedonia non so niente io. Fo i fatti miei e sto a casa mia. Ma tutto il mondo è paese. E se in luogo di stare sui libri avessi corso i paesi durante le lotte elettorali, non saresti ora qui a fare un romanzo.
--Io lo farò e lo pubblicherò.
--E se tu fai il romanzo, io fo la storia. La farò e la pubblicherò. E la mia storia farà le fiche al tuo romanzo. Una mezza storia vale più che cento discorsi. Finita la predica, finita la messa. Aaaaah!
Rideva, veggendo la mia faccia farsi oscura. Stavo interdetto, spaventato sotto a quel riso.
Allora, come avesse compassione, raddolcì la voce.
--Via, la maggioranza l'avrai.
--E cosa importa a me la maggioranza? Voglio tutti io.
--E dàlli col romanzo.
--E dàlli con la storia. Dimmi almeno cosa è questa tua storia, o piuttosto questa storia di Lacedonia, che dici di sapere.
--Io? Ma sei rimasto Ciccillo! Vai dunque a parlare a fanciulli. Di Lacedonia non so niente io. Sto a casa mia e fo i fatti miei.
--Che razza dunque di storia è la tua?
--Non è storia di Francia o d'Inghilterra. È storia generale come la filosofia.
--Dì ugualmente.
--E mi maraviglio come tu, che sei un filosofo, consulti un teologo.
--Dì ugualmente, mio caro.
--Farò io il filosofo. Guardiamo ai piccoli centri elettorali. Credi tu che là ci sieno tutte le idee e tutti i sentimenti del romanzo che ti frulla pel capo? Piglia paesi su per i monti, dove si va talora a dorso di mulo, senza circolazione di merci e d'idee, e miracolo se ci arriva un giornale o un mercante che vi rinnovi un po' l'aria. Gruppi di paesi intorno a qualche paese più grandetto, dove appena è se sopra a quel bassofondo si elevi uno strato meno superficiale di mezza coltura e di mezza fortuna. Vai innanzi, in centri più popolosi, meglio accarezzati da natura o arte, e troverai nuovi gradini di quella scala sociale, alla cui sommità è il tuo romanzo. Capisci ora?
--Non capisco niente affatto. Vuoi farmi il ritratto del collegio.
--E da capo. Fo storia generale io. E poichè hai il cervello duro, puta caso che siamo in America. Tutto il mondo è paese. O credi tu che anche in America non ci sieno questi bassi gradini della scala sociale? E se tu capiti là, che cosa è De Sanctis? È uno scrivano, dirà qualcuno che ha saputo che tu scrivi. No, è un letterato; correggerà il saputo del paese. E cosa è un letterato di rimpetto a un avvocato? ripiglierà tutto impettito qualche azzeccagarbugli. E per poco non ti farà una lezione di grammatica qualche sugainchiostro...
--Oh, oh, oh, questo poi...
--Questo non sarà in Italia, ma siamo in America. Non ti piace la storia? fai il romanzo.
--Prosegui la tua storia che la trovo gustosa.
--Vammi dunque a fare i tuoi discorsi colà, e diranno che sei un piagnoloso, che fai per accattar voti, che la è una predica...
--E finita la predica, finita la messa.
--Ma non finito il ridicolo della bella figura che vai a fare.
--Mi pare che il torto sia loro e non mio.
--Tuo il torto e il ridicolo. E in verità, non è da ridere vedere un omo della tua età così nuovo degli uomini e delle cose, e metterti ad abbaiare alla luna?
--Come dunque ho a fare per essere un omo serio?
--Capire con chi tratti e a chi parli, e se vuoi il fine, volere i mezzi.
--Intendo. E' quella tale arte, su cui puoi stampare un libro.
--Sicuro. E _in primis_ hai a sapere che ogni elettore è sovrano, e se ne tiene, e vuol essere trattato col lustrissimo, e più è giù in quei tali gradini, e più gli hai a fare la corte e te gli hai a professare umilissimo servitore. Tu non hai scritto, metto pegno, nessuna letterina così inzuccherata. E vuoi essere un omo serio. E poi ci vuole il poscritto, qualche cosa che più lo solletichi e gli vada ai versi. T'hai da fare un modello, un segretario ad uso degli elettori, secondo tendenze, caratteri, bisogni. Senza questa statistica non hai base. Che dolce cosa vedersi un sarto o un barbiere capitare a casa un bel dì un bel biglietto di visita, o una letterina profumata, sì che l'incenso gli monti al cervello, e se ci fosse un timbro poi, oh che cosa! farà gli occhioni, e dirà: dee essere un pezzo grosso costui! E più le sballi grosse, e più ne hai credito. Essere il barbiere di una eccellenza! ma il barbiere si mirerà allo specchio, e si liscerà i baffi, e dirà: quanto son bello! Sul collegio pioverà oro da tutte le parti, false monete che parranno di zecca a quei grulli. E che bei sogni vorranno fare!... Che bel tocco di sottoprefetto sarò io!--Agente delle tasse! Scorticato, scorticherò io a mia volta! Sostituto procuratore del Re! meglio non ci pensi, che il capo mi gira.--Cavaliere! mi chiameranno cavaliere! gli è come dire conte o barone, e sarò barone anch'io.
--Le son tutte baronate coteste, mio caro.
--Lasciami dire. Poi, in questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami i pettegolezzi municipali è tanta passione, quanta è, poniamo, tra Francia e Germania. Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. L'epopea del fanciullo è il suo castello di carta. E l'epopea loro è l'assalto al municipio. E tu chiami tutto questo pettegolezzi. E vuoi essere deputato di tutti, che è a dire di nessuno. E vuoi essere un omo serio. Ma un omo serio dee usare ogni industria per tener vive quelle gare, e vellicare le passioni, e incensare le vanità, e suscitare le rivalità tra un paese e l'altro, tra una famiglia e l'altra. Così ti farai il partito. L'entusiasmo è fuoco fatuo. Passioni e interessi, questa è la pasta umana, lì è la base di operazione.
--Basta, basta.
--Ma noi siamo appena all'abbicì. Bada alle chiavi.
--Che chiavi?
--Alle chiavi delle posizioni. Tutti questi sovrani hanno poi chi è sopra a loro, e li fa ballare, ed essi credono di ballare loro, e ballano il ballo suo. Ciascuno di questi centri ha qualche ricco sfondolato, qualche leguleio cavilloso, qualche camorrista, che anche in America ci sono i camorristi, un sopracciò che comanda a bacchetta e lì è la chiave. E il punto sta ad indovinare la chiave. Il tuo romanzo ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e sconclusionata. E se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti, leoni o volpi che sieno, e meno hanno scrupoli, e più sono efficaci, gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila...
--Ah cinico di un Teologo, proruppi io.
E mi passai la mano sulla fronte, come per cacciarne quei fantasmi, e mi gittai di letto, e apersi la finestra, e presi una boccata di aria fresca. Era già l'alba, quel po' di luce dissipò le nebbie del cervello e mi parve di aver fatto un cattivo sogno.
Povero Teologo, pensai, la brutta figura che io ti ho fatto fare! Tu te la dormi saporitamente, e immagineresti mai più che se' stato la mia comparsa, la comparsa del mio cervello. Ma onde mi vengono tante ubbie? e che pazzie son queste?
E passeggiavo. E di cosa in cosa, non so come, mi tornò innanzi quel: niente muore e tutto si trasforma. L'immaginazione mi ha ingrandito gli oggetti, pensai, e per disfare un romanzo ne ho fatto un altro. Tutta questa roba notturna non è che un cattivo romanzo, messomi nel cervello dal malumore, dal sentirmi contrariato nella mia aspettazione. E volere sfogare il mio malumore pigliandomela con questi miei concittadini, i quali non hanno in fondo altro torto, che di esser nati qui! Tutto si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia e in piccol numero d'anni si farà il lavoro di secoli[36]. La industria, il commercio, l'agricoltura saranno i motori di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono vivi e le tempre sono forti. Questa stessa resistenza che incontro, questa durezza che talora chiamerei rozzezza, questa fedeltà a impegni presi, a parola data, non mi prova che qui carattere c'è? E dove è carattere, c'è la stoffa dell'avvenire. E io non debbo pure fare qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? Non so, ma questa stessa loro resistenza più mi attira, più mi lega a loro. Essi credono indispettirmi, e dicono forse: ci faremo così brutti, così rozzi, che De Sanctis si sdegnerà, e non vorrà saperne di noi, e daremo la vittoria al nostro amico. E non mi indovinano, e non sanno che più accendono in me il desiderio di farli miei, di essere il loro amico. Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro cuori.
E con questi propositi mi posi a meditare cosa avevo loro a dire.
NOTE:
[32] Il vecchio giornale democratico napoletano fondato dal prof. Diodato Lioy, con programma unitario, nel 1861.
[33] Il _Comitato Elettorale della Sinistra_ sostenne sempre, con tutte le sue forze, l'avv. Soldi.
[34] Sono le carceri, ove passò oltre due anni, in seguito alla feroce reazione del '48.
[35] Padre Antonio Pescatore, già ricordato.
[36] La ferrovia invocata e caldeggiata dal De Sanctis venne di lì a poco, e prese il nome di _Avellino-Rocchetta S. Antonio_.
V.
Il Discorso.
Napoli, 24 febbraio.
Io soglio meditare passeggiando. Se mi seggo, le idee mi si abbuiano e mi viene il sonno. Ho bisogno di stare in piedi, di avere ritta tutta la persona. E quando medito, fossi anche fra cento persone, sto sempre lì, non mi distraggo mai. Mi chiamano distratto. La verità è che siccome per me l'importante è spesso quello che medito e non quello che dicono, tutto quel vento di parole che mi soffia all'orecchio non giunge alla mente, non può distrarmi. Pure s'ingannano quelli che veggendomi così raccolto in me, credono che io mediti sempre cose gravi e importanti. La concentrazione diviene abitudine malaticcia, e spesso dietro a quel raccoglimento non c'è che un inutile fantasticare. Nella mia vita ho meditato più che letto. E a forza di lavoro il cervello ha presa la pessima abitudine di lavorare anche dove non è materia, lavoro a vuoto e malsano, e talora quello che appare meditazione, non è che castelli in aria continuati a lungo, e ci sto dentro e mi ci diverto. Sicchè, trattando anche argomenti gravi, che richiedono tutta l'attenzione, mi avviene che sul più bello mi si rompe il filo, e mi distraggo, e rifò qualche castello, e mi si mettono a traverso le impressioni della giornata, camminando sempre, e il moto più mi eccita, insino a che stanco mi seggo e chiudo gli occhi, e addormento quelle onde e torno in porto. Il pensiero mi dice che bisogna stare stretto all'argomento, tirar dritto, pure m'interrompo, e dico a me stesso: bravo! oppure: No, non va così: e armeggio e gestisco, e mi distraggo dietro a' miei castelli. Scrivere mi riesce difficile, perchè non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti e son costretto a cassare, quel foglio mi pare brutto, e lo straccio, e da capo. Parlare mi è più facile, perchè mi scrivo su d'un pezzetto di carta l'ordine delle idee, o come si dice, lo scheletro, e il resto lo abbandono al caso, salvo qualche punto che m'interessa e mi attira, e dove studio a trovare la forma più adatta. Però siccome non sono nato attore, anzi sono sincerissimo, quando giungo lì, ci giungo freddo, e come volessi acchiappare per aria qualche cosa che non ha a fare col resto, e tutti se ne accorgono, e la tanto studiata frase, non fa effetto.
Così mi avvenne anche in Lacedonia. Ordii nella mente la tela del discorso, e mi fu assai facile. Parlando a un pubblico mescolato di amici e di avversarî tenaci, che non si erano degnati di venire a farmi visita, pensai che dovevo mirare più a questi che a quelli, e mi promettevo di dire loro tante cose gentili. Io mostrerò loro quanto antichi e quanto saldi sono i legami di affetto, che mi stringono a Lacedonia. Mostrerò il vivo desiderio che ho di riacquistare la mia patria, se essi me ne porgono il modo. Trarrò da loro ogni sospetto che io venga qui ad appoggiare un partito ad essi contrario. Io voglio essere, conchiuderò, il deputato di tutti...
E perciò di nessuno!
Questa voce sonò nel mio cervello e mi ruppe la meditazione. Il cervello cominciò a sottilizzare, come un vero teologo. E non ci fu verso di cacciar via il teologo.
Ah! maledetto il riso del mio teologo! E lo vedevo lì, dirimpetto a me, che mi faceva le fiche e rideva. Tu vorresti ch'io mi chiamassi gli elettori ad uno ad uno e dicessi loro qualche parolina all'orecchio. E se è così, vanne in malora tu e la tua storia, amo meglio la mia poesia. A tuo dispetto io qui rifarò Rocchetta la poetica, e chiamerò Lacedonia l'arcipoetica. E non ci sarà più dietroscena, e ti farò assistere a questa scena io, che vedrai tutti, come a Rocchetta, stringersi le mani, e tutti uniti a fraterno banchetto e Michelangiolo farà la spesa.
Poi risi io stesso di questa mia esaltazione, e dissi: Non credo al banchetto per oggi; ma chi sa! sarà un augurio.
Con miglior animo mi rimisi a quella tela, e mi feci a pescare nella memoria qualche cosa che avesse tratto a Lacedonia. Riandai gli anni giovanili, andai più indietro, cercai le prime impressioni, dove trovavo Lacedonia, e mi balzò innanzi un pensiero delicatissimo, il quale mi pareva dovesse produrre un effetto straordinario sugli animi più duri e quasi bastare esso solo ad amicarmeli. Avevo negli orecchi già gli applausi. Inanimato tirai innanzi, e poichè pare, diss'io, che qui pochi mi conoscano, voglio fare a rapidi tocchi la mia storia; ma lanciato appena tra' flutti del passato, vi errai come un naufrago, e dimenticai il discorso. Quella concitazione nervosa mi disponeva alla tenerezza, e talora m'asciugavo gli occhi. Diavolo! che sono donna? dicevo. Ma la via alle lacrime era fatta, e le mie rimembranze presero un aspetto irrimediabile di malinconia. La mia storia mi apparve come una processione di morti. Quanti mi si offersero innanzi pieni di vita e di allegria, compagni de' miei trastulli e dei miei sogni! E sono morti. E non torneranno più. Iti via come il fumo del sigaro. E io stesso, quanto di me è ito via! Dove sono i miei amori, i miei ideali? chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire madre e padre, e maestri, e amici, e compagni. Qui stesso in Lacedonia, dov'è più Isidoro? dov'è Angelantonio? Di eternità nel mare...
E qui cercai alcuni bei versi di Schiller, e non me ne ricordavo, e in quello sforzo risensai. O che! dissi io, comincio a sentire di vecchio. E mi fo la nenia a me stesso. E mai non ho avuto tanto bisogno di essere vivo. Mi restano tante cose a fare. E io penso a' morti. Pensiamo al discorso.
E volevo ripigliare il filo, quando si annunziarono visite. Nessuna faccia nuova. Sempre i soliti. Mancava l'arciprete e il teologo. Carlo sogghignando mi disse: la si è capita! lei viene per il signor Ripandelli![37]. Questa è la riflessione che ha fatto Lacedonia stanotte? diss'io; già s'intende; mi avete veduto venire nella sua carrozza! Ma un altro mi si avvicina lentamente, e ammiccando dell'occhio mi mormora: no, no, lei è venuto qui per un altro, per un altro! Ed ecco entrare Cipriani[38], arrivato di lontano, piombato in quel punto in Lacedonia.
Ah! ah! la si è capita!--Cosa viene a fare qui costui? E fosse del collegio!--cosa ci cova qui sotto.--
E guardavano lui e me, che gli stringevo la mano e gli davo il ben venuto.
E mi si fa innanzi l'inevitabile Carlo--Volete essere il deputato di tutti. Sapete bene che tutti gli elettori non potete averli. Ponete una condizione che sapete impossibile.
Questo dicevano le parole; ma gli occhi sospettosi volevano dire: foste venuto qui a mistificarci, eh?
Sorrisi; poi dissi: le parole non vanno prese alla lettera; _tutti_, vuol dire la maggior parte. Del resto, venite a sentirmi tutti, ecco quello che domando io; giudicherete poi, e farete a vostro piacere.
Le disposizioni sono prese, disse il sindaco; la sala comunale già si riempie, e vi attendono.
Ma qui verranno tutti gli elettori di Bisaccia; aggiunse in fretta Cipriani.
E se si fossero dati gli avvisi in tempo, potevano venire anche quelli di Monteverde[39], notò un altro.
Altri poi attendevano mezzo Avellino. Nella loro immaginazione ci era carrozze, trofei, viva! e il famoso sparo de' cannoni, e De Sanctis saltato in aria.
Ma non venne Bisaccia, e non venne Monteverde, e non venne Avellino. E mio fu il dispiacere. Perchè quel giorno, avrei compiuto il mio viaggio elettorale, o con un trionfo, o un fiasco tale, che me ne sarei partito con l'_ingrata patria_! sul labbro.
Venne solo da Bisaccia don Pietro[40] a dirmi che colà tutti mi attendevano. Modi semplici, faccia intelligente, aria modesta, ma risoluta. Lo trattai come un vecchio amico; pure allora lo vedevo per la prima volta.
Andiamo, disse il sindaco.
Datemi una mezz'oretta, ch'io mi raccolga.
Chiusomi, riepilogai bene in mente l'ordine delle idee, come fo sempre, ben determinato a parlare con estrema sincerità e col core in mano. Per parte mia debbo fare il mio dovere, togliere ogni pretesto, ogni equivoco. E mi pareva quasi impossibile che i cuori anche più rozzi potessero resistere alla mia sincerità e al mio affetto. Mi venne in mente una parola francese che rispondeva così bene al mio concetto. E dissi: io debbo con la potenza della parola _enlever_ tutto il collegio.
Pregai Michelangiolo, se mi voleva accompagnare. Ma Michelangiolo se ne sta attaccato al foco, e non c'è cristi che lo smova.
Trovai la sala piena, tutte le sedie occupate molto popolo agglomerato in fondo. Vidi a destra tra' primi Don Vincenzo, il classico e il cosmopolita, e me ne compiacqui. A sinistra vidi don Pietro di Bisaccia, e gli strinsi la mano. Pregai il sindaco volesse farmi conoscere i principali elettori. Girai un poco, scambiai qualche motto, strinsi la mano a parecchi che rammentavo, ma finito il giro, dissi un po' turbato: e il Canonico Balestrieri? e Saponieri? e il Salzarulo? e l'arciprete? e il teologo?
Il teologo entrò, e si pose fra gli ultimi, quasi volesse farsi vedere e non vedere. L'arciprete mi disse all'orecchio ch'era ito ad assistere un moribondo, e mi faceva le scuse. Gli altri saranno avvisati.
Attesi un poco chiacchierando, girando, e non vennero, e vidi che era partito preso, e mi turbai. Questo poi non m'era venuto in capo, non me l'aspettavo. Non venirmi a visitare, era già poca cortesia; ma ricusare di sentirmi a me parve un fatto senza nome. E dev'essere deliberazione fresca, pensai, perchè appena venuto, Carlo disse: ci giustificheremo. Qualche motto d'ordine, ricevuto. Non andate a sentirlo, hanno detto; il fatto di Rocchetta li ha impensieriti. E forse hanno detto: glie ne faremo tante, che gli scapperà la pazienza, e se ne tornerà.
In verità non avevano ragionato troppo male, perchè, trattato a quel modo, dissi: che fo più io qui? Gli avversarii rimangono invisibili: a chi discorro io? deggio convertire i già convertiti? Il mio discorso è senza scopo. Ma levai gli occhi, e vidi tanta brava gente venuta lì per sentirmi, e lessi nelle loro fisonomie una espressione così sincera di benevola aspettazione, e vidi soprattutto quel popolo lì ammonticchiato in aria così semplice e così avido della mia parola che ne fui preso, e salii in fretta gli scalini di una specie di piedistallo; e respinto da me il seggiolone, così in piedi cominciai a dire:
«Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell'inverno vale tutto un discorso; quest'atto vi prova il mio affetto per voi e il vivo desiderio di esser vostro. Io vengo senza corteggio di giornali, di comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che il mio nome».
L'allusione fu colta a volo; sentii dir: bene! da' più vicini. Inanimato, continuai: «Io voglio spiegarvi cosa è per me Lacedonia. Ne' miei primi anni sentivo spesso parlarmi dei nostri parenti di Lacedonia, e voi sapete che in quella età la patria non è ancora che la famiglia, la patria è la parentela, sicchè nella mia immaginazione infantile univo insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola».
Questo pensiero nuovo e delicato in una forma così semplice era troppo sottile, e non fece effetto. Tirai innanzi.
«Poi andai via. A vent'anni, col core caldo, con l'immaginazione dorata, in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi tornò innanzi Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa, e conobbi qui l'arciprete e il teologo, e molti altri, e se non vi acquistai la sposa, credei di avermi acquistate amicizie incancellabili. E chi avrebbe pensato allora, accolto con tanta festa, pure ignoto al mondo, che in così tarda età, tornando fra voi, avrei trovato qui avversarii, e alcuni, che è peggio, in sembianza di amici?».
Questa punta troppo smussata non punse alcuno. Sentii che dovevo parlare tondo e forte.
«Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con l'insegnamento, e cacciato in esilio, la illustrai con gli scritti, che forse non morranno; e forse un giorno i vostri posteri alzeranno statue a colui, al quale voi contendete i voti».
Botta dritta questa. Il teologo si scosse un po' il petto, come avesse sentito lo strale dentro la carne. Non se l'aspettavano. Io mi facevo lo stesso il mio piedistallo, e li guardavo dall'alto e la voce era concitata.