Part 2
Dopo cena, mi coricai subito. Sentivo sonno. Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo che l'arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel suo cappello _a tre pizzi_, che mi parea sventolassero. Ferma, ferma. E tutta la cavalcata dietro. Come galoppava bene quel prete! Il povero Alfonso[18], ch'è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva. Un altro prete mi stava accanto, rubizzo e mezzo scolaresco, con aria sicura, su di un cavallo che andava passo passo in grave atteggiamento come uno di quei cavalli educati da Guillaume. Rocchetta si avvicinava, e quel gruppo di case in quel chiaroscuro mi parevano uomini che m'attendessero e gridassero: Viva! Le immagini si confusero: ero stanco e sentivo freddo. E mi accoccolavo, e mi strofinavo le gambe. Mi volsi dell'altro lato, non c'era verso di dormire. Ed ecco un suono di chitarra giungermi all'orecchio, con un canto a cadenze e a ritornello, tra gran folla di contadini, che battevano le mani e mi gridavano: Viva! Bravo Rocchetta, diss'io. Mi accoglie a suon di poesia. E tesi l'orecchio, ma non potei raccapezzar verbo di quella canzone. Lungo tempo cantarono e gridarono; forse quella brava gente avrebbe voluto vedermi, sentirmi. Poi a poco a poco si fe' silenzio, ma quel suono mi errava deliziosamente nell'orecchio. Io mi applaudiva di quell'accoglienza. E se tutti gli altri comuni rassomigliano a Rocchetta, chi potrà più separarsi da questo collegio? Che potenza ha la parola, pensavo, la parola sincera e calda che viene dal cuore! Io conquisterò con la mia parola tutto il collegio, e la mia conquista sarà un beneficio, lenirà i costumi, unirà gli animi. Ma la voce del buon senso rispondeva: credi tu di poter fare miracoli? Sei ben certo che tu, proprio tu, hai procurata questa riconciliazione? Qui la materia era già ben disposta. Sarà il medesimo a Lacedonia? E un qualcuno m'aveva già detto: a Lacedonia non sarà così. Fantasticando, sofistificando, mi addormentai.
La mattina girai un po' il paese. Faccie allegre e sincere, bella e forte gioventù. A destra, a sinistra, gruppi che mi salutavano. Volli vedere cantanti e sonatori, e dissi loro che volevo battezzare quel paese così allegro, e lo chiamai _Rocchetta la poetica_.
E vennero le visite. Rividi la Luisa[19], a cui ero stato fidanzato giovanissimo, ora madre felice di robusta e allegra prole. E, buon per te, le dissi, che si fecero le nozze. Che vita avresti avuta appresso a me! Prigioni, esili e miseria. Tu hai avuto più giudizio di me, e ora sei ancora una rosa. Fui in casa Piccoli. E mi venne incontro un altro prete, faccia chiara e aperta che faceva contrasto con l'aria aperta arguta dei fratello arciprete. Vidi casa antica, illustrata dalle immagini degli antenati, guardata con sospetto da case nuove di gente laboriosa e industriosa. Feci altre visite. Attento! dicevo tra me. Un tal prete Marchigiani non visitato mi divenne in Sessa[20] nemico inespugnabile. Eppure dimenticai uno, quel prete dal viso oscuro. E credo che me ne volle. Credo.
Giunse il sindaco di Lacedonia con parecchi altri. Si fece una sola cavalcata, e via a Lacedonia. Io mi sentivo purificato. Venuto con un disegno non ben chiaro, e con molta passione, alla vista dei miei concittadini non ci fu in me altro sentimento, che di riacquistar la mia patria. Essi m'avevano già conquistato; dovevo io conquistar loro, guadagnarmi i loro cuori. E la cosa mi pareva facile. Rocchetta la poetica aveva trovato il motto dell'elezione. Nel partire, serrandosi intorno a me, gridavano:
--Tutti con tutti.
Ed io, rapito, risposi:
--E uno con tutti.
Era realtà? Era poesia? In quel momento era realtà. Le mani si levarono. Pareva un giuramento. Tutti ci sentivamo migliori.
NOTE:
[8] Ab. 3494.
[9] Il primo è il comm. Achille Molinari, sindaco di Morra Irpino dal 1870 al 1886, e dal 1906 fino ad oggi. Morto De Sanctis, ebbe l'onore di succedergli nel Consiglio Provinciale, quale rappresentante del mandamento di Andretta. Il secondo era medico-chirurgo, e morì ancor giovane, nel 1881.
[10] Era un gentiluomo di Sansevero legato al De Sanctis da grande amicizia.
[11] Sansevero era il capoluogo del Collegio, rappresentato allora dal De Sanctis.
[12] Angelo Camillo de Meis, con Luigi La Vista, Pasquale Villari e Diomede Marvasi, appartenne alla prima scuola privata del De Sanctis, e fu il suo più caro discepolo ed amico.
[13] Il giovane Giuseppe Castelli era sindaco del tempo.
[14] Francesco Maria Piccolo, che fu pure consigliere provinciale.
[15] L'avv. Michele Ippolito.
[16] Vincenzo Piccolo.
[17] Il Collegio era diviso da profondi rancori campanilistici, e fu non poco merito di De Sanctis l'aver portato la concordia, resa più salda nelle elezioni successive, come vedremo.
[18] Alfonso Bartimmo, notaio, fu chiamato per scherzo il _letterato_, avendo affermato di essere un _purista_ (!) nella succolenta cena, che dette in onore di De Sanctis, la famiglia Castelli, come ricorda l'avv. sac. Alfonso Pasciuti. Il Bartimmo morì nel terremoto di Casamicciola.
[19] La Luisa era della famiglia Bizzarri di Lacedonia. Andò sposa al dottor Michele Castelli di Rocchetta da S. Antonio.
[20] Il De Sanctis fu rappresentante del Collegio di Sessa Aurunca all'VIII Legislatura.
III.
Lacedonia[21]
Napoli, 4 febbraio
Bel paese mi parea, questo, che mi ridea dalla sua altura. Là erano molte memorie della mia fanciullezza, e là avevo lasciati molti sogni de' miei anni. Mentre si saliva tra sparo di mortaletti e grida confuse e scalpitare di cavalli, io ero in cerca de' trascorsi anni, e poco mi accorgevo di quel chiasso, quando un'eccellenza! mi sonò all'orecchio e mi svegliò. Era un pover'uomo che mi porse una supplica, e lessi subito!
«Eccellenza!
Vi prego di volermi accordare un sussidio giornaliero....».
Ohimè, diss'io, si comincia male. Questo disgraziato mi crede un'eccellenza, e per di più un milionario.
Tirai un po' turbato e scontento, non sapevo io stesso di che, al municipio. Credevo trovarvi tutti gli elettori, come a Rocchetta. Mancavano molti, mancavano anche i Franciosi, in casa di cui dovevo andare. E nel mio disappunto guardai un po' di traverso il sindaco, che mi parve più sollecito di venirmi incontro, che di fare gli avvisi e prendere disposizioni opportune. Il mio disappunto mi comparve sulla faccia, e oscurò i volti di tanti bravi amici che m'erano intorno. Si fece uno di quei silenzi, che parlano più della parola, ci capivamo tutti. Ma fu un momento. Domandai scrivere. Scrissi:
_«Caro Franciosi_,
Sono il vostro ospite, e non mi venite incontro, e non vi trovo qui....»
E non so cos'altro mi sarebbe venuto sotto la penna, ma mi padroneggiai subito e dissi: qui ci dee essere un malinteso, e stracciai la carta. Vidi che quella gente stava lì per sentirmi, e dissi poche parole col cuore, e mi batterono le mani e le facce si rischiararono. Ora sono stanco, conchiusi, domani voglio vedere tutti gli elettori qui. E andai a casa Franciosi. Il bravo sindaco[22], che mi avrebbe voluto in casa sua, storse un po' gli occhi, ma comprese il mio pensiero e mi accompagnò.
Mi venne incontro per le scale Michelangiolo, vecchio amico di casa, mio collega al Consiglio provinciale, e che già un'altra volta mi aveva offerta ospitalità. Mi si diceva che quella casa era divenuta il covo dei miei avversarii, e non credevo possibile ciò e mi pareva cosa contro natura. Abbracciai lo zio don Vincenzo, un vecchio giovanile, faccia arguta, mente fresca, gravida di motti e di fatterelli, che scoppiettano fuori ad ogni tratto. Voi avete lasciato male amministrare il vostro nome, disse lui. E dunque, eccomi qua, diss'io, ora sono io che lo amministro. E pensai: don Vincenzo è già conquistato. Ma che! Mi scappa di sotto al discorso, e mi parla del sonetto. Che sonetto? diss'io.
--Come che sonetto? Quel tale sonetto che era così bello, e voi trovaste brutto! E la bella ragione! Brutto perchè lì dentro ci è Cupido con le ali.
--Tientelo dunque caro questo sonetto, amico mio, e anche Cupido, se ti piace.
--Ma io l'ho capita! Si vede che siete un romantico.
--Questo ti hanno detto? E ti hanno detto pure che io sono un ateo.
--Questo poi, te la vedrai con l'arciprete. Ma sei un romantico ed io, io sono un classico.
Don Vincenzo era tutto contento. Quel sonetto era come qualcosa che gli era restato sullo stomaco, e che ora aveva ruttato fuori. Si sentiva come sgravato.
--Ora, fate il vostro comodo, disse. La vostra stanza è la. Sapete che è casa vostra.
Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevosa, fiammeggiante un giorno, e con le spalle selvose, onde si stende quel bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio[23]. Qui è tanta poesia, dicevo, e costoro pensano a Cupido con le ali. E ricordai questo bel sonetto sul Vulture, che ispirato da quei luoghi improvvisò Regaldi[24].
«Ah! dimmi, o sepolcral muta fornace, O monte carco di vetusta lava, Da quale età nel grembo tuo si tace L'incendio che terribile tonava? Sin dall'alba de' tempi il capo audace Coronato di fiamme al ciel s'alzava, E all'uomo tratto sul cammin fallace Dello sdegno del Nume ognor parlava. Ma forse allora che un immenso flutto Travolse l'erbe, in te si estinse l'ira Per la pietà dell'universo lutto; Ed ora l'erbe e i fior manto ti sono, E l'aer dolce che d'intorno spira Parla all'uomo di pace e di perdono».
Se togli via quella sottigliezza del monte impietosito innanzi al lutto dell'universo, qui tutto è caldo e incosciente, come la natura, tutto venuto fuori di un getto, con un po' di negligenza che ti rende più viva l'immagine di una produzione spontanea, su di cui non è passata la lima. O buon Regaldi, voluto tanto bene da noi meridionali, accolto sempre con festa come di casa nostra, faccia aperta, fronte ispirata, allegria di tutt'i cuori!
E andavo e riandavo per le stanze, accompagnando co' passi e co' gesti i miei pensieri, quando sentii gente nel salotto e uscii.
C'era il sindaco e parecchi altri, che con delicato pensiero venivano a visitarmi in una casa non loro amica. E c'era l'arciprete[25], e il teologo[26] mio parente, e Carlo, figlio di don Vincenzo, e giovane sposo. E chi più? Nessun altro, credo. Ah! dimenticavo prete Pio[27]. Qui siamo tutti amici, pensavo. Dove stanno rintanati i miei avversari? Sono in casa loro amica, e non vengono a farmi visita. Un po' di gentilezza non è poi gran male, mi pare.
Ed ecco sopraggiungere quei di Rocchetta, che venivano a congedarsi da me con un muso asciutto, come volessero dire: ve l'avevamo pur detto, Lacedonia è tutt'altro. Ero così preoccupato, che appena strinsi loro la mano, e non pensai a ringraziarli del molto affetto che mi avevano mostrato.
Ridotti soli, scherzai con Carlo, augurandogli belli figli maschi, e soprattutto gentili. Rotto il ghiaccio, confessò ch'egli m'aveva votato contro.--Tu, proprio tu? Mi pare ancora vederti con quel tuo turbante, che ti chiamai un turco, e mi dicesti tante cose amabili. O dove è ita la tua amicizia?--Mi giustificherò, dirò le mie ragioni e quelle di molti altri.--Ma, caro, nessuno ha bisogno di giustificarsi. Non venni qui ad accattar voti, a sentire giustificazioni. Non mi tengo offeso da chicchessia. Tutti dite che ci è stata una votazione per equivoco. Vengo a toglier l'equivoco.
Qui prese la parola l'Arciprete, una mia conoscenza di quaranta anni indietro, molto stimato per il suo carattere e la sua dottrina.
Disse in conclusione che tutti mi avrebbero dato il voto, se avessi manifestate le mie intenzioni a tempo. Foste l'anno passato qui: perchè non vi apriste? Il vostro nome fu lanciato all'ultima ora, e parve una manovra di partito, e non fu preso sul serio. I vostri fautori sembra che avessero meno affetto per voi che odio verso il vostro competitore[28], il quale è poi--una persona rispettabile.
Qui saltò a dire l'impaziente sindaco: E chi vi ha detto che gli abbiamo mancato di rispetto?
Sì--No--Le voci s'ingrossarono. Ne venne un battibecco.
E il teologo, mio parente, rideva. Gli altri chiacchieravano, egli rideva di un riso falso che mi dava a pensare più di un suo discorso. Quel riso pareva una cosa e ne voleva dire un'altra. Pareva una spensieratezza, ed era un sarcasmo. E voleva dire a me che attento ascoltava: povero semplicione, tu stai così attento alla scena, che non dice nulla e ignori il dietroscena che dice tutto.
In effetti, da quel vivo scambio di parole veniva fuori come un lampo di una storia secreta d'interessi e di passioni ordita da intelligenti artefici per un par d'anni e che io con molta semplicità credevo di poter disfare in mezz'ora a furia di parole. E il teologo rideva.
Carlo pretendeva ch'io era ineleggibile: questa voce era stata insinuata in tutto il collegio. Ed io a rispondergli e a mostrargli ch'era un cavillo. Ed ecco l'arguto don Vincenzo sostenere che nessun collegio si può dire nativo, perchè il deputato rappresenta tutta l'Italia. Ed io a dirgli, o gran bontà! che di questo passo si andava a quel cosmopolitismo, che aveva perduta l'Italia. E il sacerdote Pio, con quel suo mezzo riso, che annunzia una ironia intelligente, ribattè: «voi volete un partito De Sanctis, e un partito così fatto non c'è. Qui c'è due partiti provinciali e comunali e voi portate la bandiera dell'uno contro dell'altro». Ed io volevo rispondergli tante cose, ma il teologo rideva, rimasi muto.
Ecco rientrare il sindaco con un telegramma in mano. Una grossa notizia, signori. Don Serafino è passato a sinistra.
Ooooh!
E il Comitato di Sinistra appoggia Don Serafino contro De Sanctis![29].
Ooooh!
Il sindaco andò via. Bugia, bugia, gridarono. E il teologo non rideva più, anzi con faccia sdegnosa mi si avvicinò, malmenando il sindaco, e che non doveva leggere quella _cartoffia_, e che l'era una impostura, e che queste cose non si fanno. Pareva una calunnia al buon Serafino. Non concepivano, come nella stessa elezione e agli stessi elettori lo stesso candidato potesse recitare due programmi diversi. Le menti erano scombussolate. Fino il padrone di casa, il bravo Michelangiolo, che se ne sta sempre vicino al foco, e temendo di raffreddarsi sta sempre raffreddato, lui che dice sempre sì, con quel certo movimento da sinistra a dritta della faccia che significa: è naturale, la cosa è così; questa volta, attirato nel salotto dalla grossa notizia, fece pure il suo oooh! allungando il naso, che in quel viso macilento parea già lungo.
Io me la godevo, io di tutti il meno sorpreso, perchè se ignoravo il dietroscena di Lacedonia, conoscevo perfettamente il dietroscena di Napoli. Sapevo di quella giravolta a sinistra, _sub conditione_, proposta e accettata, e la condizione era un «_faremo ritirare De Sanctis_» e ridevo, perchè quei signori, proponenti e accettanti, facevano il conto senza l'oste, e l'oste ero io, principale interessato. Sentivo dunque quelle esclamazioni con un certo piacere, perchè in quelle impressioni immediate vedevo rivelarsi quel buon sentimento naturale, che anche i più prevenuti conservano in qualche piega dimenticata del cuore, e che scatta fuori improvviso in certi momenti.
È impossibile! è impossibile!
Ma ecco entra di nuovo il terribile sindaco, e questa volta col giornale _Roma_ in mano. E lesse. Tutti gli occhi erano sopra di lui. E lesse la famosa sentenza co' debiti _considerando_ di alcuni miei colleghi del Comitato, e la famosa dichiarazione del mio rispettabile competitore. Il telegramma era confermato.
Ed ora, buona sera, disse il sindaco, come volesse dire: Ne avete abbastanza? Tutti si guardavano.
--Dunque è vero, proprio vero? disse il teologo.
--Ed ora che è a Sinistra, che bene ci può fare più? notò un ingenuo.
--E il sottoprefetto, come può appoggiarlo? Costui si è rotto le gambe.
--Adagio, interruppe Carlo. Forse questa dichiarazione è falsa, e sarà una nuova gherminella de' suoi avversarii.
Ma non fu di questo parere il degno arciprete, fatto grave e pensoso. E conchiuse: questo prova sempre più la verità di quel detto, che l'ambizione acceca.
Signori, è pronto in tavola, disse tutto teso un cameriere. E questa fu la conchiusione migliore. Alcuni andarono a pranzo dal sindaco; altri rimasero con noi.
La sera scrissi lettere ai sindaci, annunziando il mio arrivo a Bisaccia per il dì appresso, e a Calitri per l'altro dì.
Intanto si popolava il salotto. Erano i soliti. I miei avversarii rimanevano invisibili. Mi si riferivano certi loro motti graziosi, questo tra gli altri: Loro hanno sparato i mortaretti, e noi spareremo i cannoni.
--Per celebrare che? diss'io.
--Non sapete? Attendono l'arrivo di un personaggio illustre, con corteggio di molte carrozze. Qui ci sarà mezza Avellino.
--E chi è questo illustre?
--Ma voi non sapete nulla! Il prossimo ministro dell'interno[30], come si è fatto qui correr voce.
Il fatto è che io sapevo tutto, informato a Napoli di queste velleità e di queste voci. E dissi ridendo al sindaco di Morra[31], che mi era accanto, mio compagno di viaggio: «Signor sindaco, io tiro innanzi, voi rimarrete qui. E se viene, non fate come gli avversarii: andate tutti a fargli visita, e ditegli: De Sanctis è stato qui e ci ha incaricato di farvi gli onori di casa sua e di dirvi che nessuno ha il diritto di togliergli la patria».
Ma non verranno, disse il sindaco, immagino che muso quando sapranno che in Lacedonia ci siete voi.
Verranno e non verranno. I sangui si scaldavano.
--Ma che? Credono gli elettori sieno pecore?
--E cosa è questo Comitato, che vuole imporre a noi?
--E chi vuol togliere la patria a Francesco De Sanctis?
--E se vengono, e voglion parlare nella casa comunale senza mio permesso, vi dico che li farò cacciar via da' carabinieri, conchiuse il rigido sindaco di Lacedonia.
Io abbassavo lentamente tutt'e due le mani, come per calmarli. A poco a poco andaron via, e ultimo il sacerdote Pio con quel suo mezzo riso mormorava: qui ci sarà mezza Avellino.
Rimasto solo, passeggiavo per lungo e per largo nel salotto. Che andare a letto! Il cervello fumava come il mio eterno sigaro. Non avevo dormito che poche ore a Rocchetta. Ma il sonno se n'era ito. E lo spirito sostentava il corpo.
Fumavo e fantasticavo.
NOTE:
[21] Lacedonia, capoluogo del Collegio omonimo, conta 5966 abitanti. L'imperatore Giustiniano, fin dal 517 la dava in feudo ai Benedettini. Nell'antica cattedrale ebbe luogo la celebre congiura dei baroni contro gli Aragonesi, descritta da Camillo Porzio.
Lacedonia è una fiorente piccola città, ed ha una Regia Scuola Normale mista, che s'intitola al nome di colui che, ministro, l'istituì, Francesco De Sanctis. Nella piazza principale c'è un busto di marmo in onore del De Sanctis.
[22] Il dott. Vincenzo Saponieri.
[23] Presentemente il bosco è del tutto dissodato: sono celebri le acque minerali.
[24] Giuseppe Regaldi, celebre improvvisatore di poesie patriottiche, n. a Novara nel 1809 e m. a Bologna nel 1883. Lasciò un carme di sapore classico: _L'Acqua_ e liriche ispirate da caldo amor di patria, quali _L'Armeria di Torino_ e _L'Ode a Roma_.
[25] Giuseppe Vigorita.
[26] Padre Antonio Pescatore.
[27] Domenico can. Pio.
[28] Competitore del De Sanctis era il compianto on. avv. Serafino Soldi di Avellino.
[29] Il Comitato elettorale della Sinistra, del quale faceva parte De Sanctis, inviò a tutti gli amici del Collegio l'esortazione di sostenere l'avv. Soldi, come risulta dal seguente telegramma:
Uff. telegr. Bisaccia--Ricev. Rollo. Prov. Napoli--Borsa. N. 224-16-1-1875.
_Francesco Maria Miele-Bisaccia_ (per Andretta)--«De Sanctis ingiustificabile--Leggete _Pungolo Roma_ vedrete Comitato opposizione sostiene Soldi. Farete opera patriottica sostenendo Soldi. Partito pregavene». _Nicotera._
[30] Si accenna qui al candidato avv. Soldi.
[31] L'attuale sindaco di Morra comm. Molinari, che accompagnava il De Sanctis nel giro elettorale.
IV.
Fantasmi notturni
Sansevero, 18 febbraio.
Qui ci sarà mezza Avellino! aveva detto quel prete col suo sorrisetto. Qualche avviso ha dovuto avere quel prete.
Ricordai che in Napoli, alla stazione, stando in sul partire, avevo incontrato un amico. «Se voi partite, verremo tutti.» No, risposi io, dov'è De Sanctis, non voglio vedere nessuno. Venga mezza Avellino, non voglio io con me l'altra metà. Voglio essere io solo.
E che gusto ci avrei, dicevo ora, se venissero proprio domani. Già un discorso debbo fare a questa gente. Avrò un uditorio pieno. Volevo io andare a loro, ed ora sono loro che vengono a me. Essi portano seco i loro rancori e le loro ire di Avellino, ed io offrirò loro il ramo di ulivo. Usciranno dal loro covo anche i miei invisibili. E si farà una pace generale. E avrò raggiunto d'un colpo lo scopo del mio viaggio. E mi benediranno in Lacedonia e mi benediranno in Avellino.
La mia faccia rideva, tanto ero contento, tanto mi lusingava quella fantasia.
Ma non verranno, oh non verranno. A quest'ora sarà giunta la notizia del mio arrivo qui. Figurarsi che musi! come ha detto il sindaco. E diranno: la partita è perduta, non ne faremo niente.
E quei miei cari amici! È proprio il caso: dagli amici mi guardi Dio. E presi il _Roma_[32]. E rilessi la sentenza incredibile. Considerando e considerando. Caspita! come la trinciano da giudici costoro! Assegnano collegi, e questo a te, e questo a me, come se gli elettori ci fossero per niente. Fossi l'ultimo gregario, pure non dovevano sentenziare senza consultarmi. Ed io che sapevo i loro impegni, e credevo tirarli d'impaccio, venendo qui e addossando tutto sopra di me. Nossignore. Bisognava andare avanti, e passare addirittura il mio corpo... Ora vi darò io una lezione.
E venutami la bizza, vinto dal dispetto, scrissi in fretta questo telegramma al bravo Avezzana presidente del Comitato:
«Protesto contro deliberazione presa, me assente. Non riconosco a nessun Comitato, e a nessun partito, e neppure all'Italia intera dritto decidere quistioni riguardante mio onore, mia posizione morale nel mio collegio nativo».
Ridevo pensando l'effetto di questo telegramma, giunto da Lacedonia. Ma pensai che se uno scandalo avevano fatto loro, non era ragione perchè un altro scandalo facess'io. E uso a giudicare gli uomini con indulgenza, pensai pure che quella sentenza del _Roma_ sarebbe rimasta lì _pro forma_ e per dare una soddisfazione al mio competitore, e che una volta saputomi qui, avrebbero detto: cosa volete? De Sanctis è lì: potete pretendere che noi combattiamo De Sanctis?
Così m'acquetai e stracciai il telegramma[33].
Apersi la finestra per dar luogo a quella nebbia di fumo. Era notte alta, con uno di quei silenzii della natura, che ti tengono il capo basso. Osservavo quel fumo aggiunto a fumo che con leggi sue faceva la colonna e lentamente si scioglieva via. Ecco qui, dicevo, il mistero delle cose. Il sigaro fumato non esiste più, ciò che esiste è il fumo che non formerà nuove combinazioni, nuove esistenze. Ed io che sarò? Un sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma. Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola. E la pillola è che l'individuo muore e non torna più. Dite a quel fumo che si rifaccia sigaro, si rifaccia il mio sigaro, o piuttosto del padrone di casa. Caro Michelangiolo, tu russi, e io fumo i tuoi sigari, e i sigari non torneranno più. Me ne darai dei nuovi domani; ma questi non torneranno più. Mentre tu russi e io fantastico, già quest'istanti non sono più, morti per sempre, e i morti non torneranno più. E mi si ficcò nella mente questo «non torneranno più» come il ritornello della mesta canzone. E più continuavo la canzone, e più il ritornello si ostinava a non volerne uscire.