Part 1
FRANCESCO DE SANCTIS
UN VIAGGIO ELETTORALE
CON NOTE ED APPENDICE A CURA DI GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO
La vita è azione; ma solo la dignità è la chiave della vita, e l'onestà la prima qualità dell'uomo politico.
DE SANCTIS
NAPOLI ALBERTO MORANO EDITORE Via Domenico Capitelli, 26-27 1920
PROPRIETÀ LETTERARIA
Napoli - Stab. Tip. SILVIO MORANO, S. Sebastiano, 48 p. p. (Telef. 8-54)
_Napoli, 1 gennaio 1876_
_Ai miei nuovi e vecchi elettori_
_Queste pagine pubblicate a Torino, lungi dagli occhi vostri, ora io riproduco qui, desideroso che le leggiate con attenzione e con affetto come cosa che appartiene a voi. Perchè qui troverete una storia comune, dove molta parte vive delle nostre impressioni e dei nostri sentimenti. Mi sono mostrato a voi con perfetta sincerità, in uno dei momenti più appassionati della mia vita, come si fa con amici provati a' quali non si ha nulla a nascondere. Mi vedeste, mi udiste; voi sapete ora quello che io pensai, quello che io sentii, i più intimi segreti della mia natura. E perchè siete tutti amici degni di essere stimati, non importa se miei fautori o miei avversarii, ho fatto come fo con quelli che stimo, dicendo la mia opinione sinceramente quando anche possa dispiacere. La quale opinione, massime intorno al carattere delle persone, voglio sia ricevuta così com'è nella sua sincerità, ch'è a dire come un concetto momentaneo, derivato da impressioni fuggevoli e appassionate, e alquanto idealizzato a modo di artista._
_Così questa storia, uscendo dall'angustia d'interessi e di caratteri personali, acquista un valore più alto e più umano, che certo sapranno apprezzare i vecchi e i nuovi amici, così benevoli, così indulgenti verso di me._
_Vogliano essi leggermi con lo stesso animo col quale scrissi, disposti a' puri godimenti dell'arte, che purgano i cuori e li rasserenano. E possa il nuovo anno, questo è l'augurio ch'io fo a loro e a me, purificare ancora i nostri animi e renderci tutti più degni di amarci e di stimarci._
_=Francesco De Sanctis=_
_Parecchi anni fa, discorrendo con Benedetto Croce della necessità di pubblicare, in veste più degna, tutte le opere--anche le minori--di Francesco De Sanctis, l'acuto filosofo e letterato napoletano mi esortò vivamente a curare l'edizione del _Viaggio Elettorale_,--poichè--diceva nella sua bontà--solo un esperto conoscitore delle cose irpine avrebbe potuto ripresentare al pubblico il libro, quale, invano, da lunghi anni si attende._
_La parola del Croce mi convinse maggiormente della necessità di una migliore ristampa del _Viaggio Elettorale_, con opportune note illustrative su uomini e cose dell'Irpinia, per fare gustare pienamente i pregi di quel libretto, che Pasquale Villari definì «la più fedele dipintura dei nostri ambienti e dei nostri costumi politici»._
_Fin dal 1910, se non erro, avevo divisato di recare in atto il desiderio del Croce, ma tante diverse circostanze della mia vita travagliata mi fecero venir meno alla promessa fatta al Croce, e caldeggiata vivamente da un grande irpino--così affezionato al De Sanctis: ho detto, Enrico Cocchia._
_Stavano così le cose, quando nell'autunno del 1915, mi vidi giungere in Monteverde, con la nomina a componente il Comitato Provinciale per le onoranze a Francesco De Sanctis, una viva esortazione dell'amico dott. cav. uff. Camillo D'Alessandro di intraprendere il lavoro promesso. Mi misi all'opera; e, dopo un non breve periodo di ricerche, riuscii a completare le note ed a mettere insieme un'appendice, che è onorata da un bel discorso del Cocchia._
_Credo sia superfluo aggiungere qui altre parole sull'importanza del _Viaggio Elettorale_, dopo quello che ne ha detto il Villari, poichè a me pare che possa stare utilmente in mano a studenti e ad uomini politici, i quali avrebbero molto da imparare per correggere i nostri costumi politici, come desiderava il grande Critico._
_Ma più di tutti avranno da apprendere gl'irpini--giovani ed adulti--, perchè ancora oggi l'ambiente della vita pubblica, specialmente provinciale, risente di quelle grettezze, di quelle piccole lotte campanilistiche e di quelle coalizioni personali, che il De Sanctis analizzò e condannò così recisamente. Molto hanno da apprendere e mettere in pratica i giovani, che sono destinati a rompere le dighe che si frappongono ad ogni progresso, facendo penetrare nel nostro ambiente un'aria più pura, un maggiore rispetto di noi stessi e la necessità di una vita politica, che prescinda dalle gare personali sempre meschine e deplorevoli._
_Io ho voluto, perciò, pagare il mio debito di gratitudine al Sommo Irpino ed alla mia terra nativa, dando il mio contributo alla diffusione di questo libro, che ancora oggi conserva la sua freschezza, come nel 1876! Imparino da esso i giovani studenti, (poichè alle scuole è destinato pure questo libro), a servire il proprio paese con quella fede e con quella rettitudine, che informarono costantemente, nella vita pubblica e privata, Francesco De Sanctis!_
_L'Italia, che, con sì mirabile energia, si è battuta e si batte per l'affermazione dei suoi diritti e per il trionfo della civiltà europea, sappia trarre da queste ultime vicende l'incentivo ad essere unita e concorde nel raggiungimento di quella meta, che dovrà essere la forza e la ragion di essere della Terza Italia._
Sigmundsberberg (Austria), 21 febbraio 1917.
GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO
N. B. Nulla ho da mutare a quanto scrivevo nel mio forzato e doloroso esilio, quale ufficiale prigioniero di guerra. I miei voti di allora sono ancora quelli di oggi: che l'elevazione delle coscienze irpine si compia presto!
Da Monteverde (Avellino), 15 Febbraio 1920
G. L. CAPOBIANCO
I.
Un viaggio elettorale
Napoli 25 gennaio
_Cara Virginia_[1],
Sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo posticino nel tuo cuore per me e per la mia Marietta[2], e in ogni capo d'anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato un letterone, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i tuoi giudizi sulla nostra prosa, e mi parli delle lettere critiche di Bonghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro, che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere. Caspita! dissi tre me: Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la pretende a letterata, e giudica perfino del Bonghi, e fa un ritratto del suo ingegno e del suo carattere con la sicurezza e la chiarezza della spontaneità femminile. Vedi un po' come va il mondo; Bonghi giudicato da Virginia? E domani toccherà a me, e a tanti altri. Giudizi formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l'istinto, a primo getto, a impressione, e spesso più sicuri che i sillogismi fabbricati da' dotti.
Volevo risponderti subito; ma era tempo di elezioni, e posi la tua lettera da parte, e dissi: risponderò dopo. E questo _dopo_ è venuto molto tardi per me; le elezioni erano finite; ma la mia elezione continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo: gittai un occhio fuggitivo su' verbali, e fiutai molte brutture; avevo caro che la Camera annullasse l'elezione, perchè mi spiaceva dire al mio collegio naturale: rimango deputato di Sansevero. Mi si parlò di un'inchiesta, ed io dissi: No. Questo povero Collegio ha già subite parecchie vergogne: ha subito perfino un'inchiesta giudiziaria[3]; risparmiamogli questa nuova vergogna. La Giunta decretò la rinnovazione del ballottaggio; ed io fui lieto, e dissi: ora vado io là. Parecchi di quei paesi non avevo visto da quaranta anni: altri non avevo visti mai; in alcuni ero passato come corriere; non vi avevo lasciato alcun vestigio di me. Gli elettori dicevano: perchè De Sanctis non viene? perchè non scrive? Egli ci disprezza: e permette che il suo nome diventi coperchio di altri nomi e di altri interessi. Ed io dissi: andrò io là, voglio vedere da presso cosa sono questi elettori, e che specie di lavoro vi si è fatto, e se equivoco c'è, voglio togliere io l'equivoco. E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale.
Tornai ieri ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni interessanti; avevo, imparato più in quei paeselli che in molti libri. E dissi: questo non è più storia mia; è storia di tutti, ci s'impara tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno, che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso morale e potente la virtù dell'indignazione. Ecco materia viva di una commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli, che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura studiata dalla fantasia e lasci ai mediocri le idee e le tesi. Che bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? Si è filosofato e sì politicato in versi, ed ecco la volta degli antiquarii e degli eruditi.
E si discute se Cavallotti ha studiato la storia greca, e se Cossa s'intende di storia romana, e non mancheranno di quelli che vorranno sapere se hanno avuto la loro brava licenza liceale. Abbiamo tanto mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar l'arte ne' cimiteri, e profanare i morti per rifar loro una vita posticcia, mescolanza ibrida del loro e del nostro cervello. Brutto segno, quando si vede l'arte vivere di memorie come i vecchi, e non gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire.
E pensavo pure: qui non c'è politica, o piuttosto politica c'è, ma è nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni. E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo, pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la sua patria.
Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l'esule raccontava le sue pene, ricordava la sua patria lontana, e tu commossa mi diceva: Poverino!
Ero da poco in Torino; mi fu offerto il solito sussidio[4]; ed io dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. E cercai lavoro.
Domenico Berti[5] mi procurò un posticino in un Istituto[6], lo ricordo con riconoscenza.
Cercai teatro più vasto, feci le mie conferenze sopra Dante, nè posso mai dimenticare i gentili torinesi, che m'incoraggiarono co' loro applausi, e mi rivelarono a me stesso.
E fra le ombre del passato mi sta presente quella stanza di Cavour, dove mi vedevo attorno piuttosto amici che discepoli, voi nobili piemontesi, Einardo Cavour, Luigi Larissè, e Balbo e Maffei.
Anche la tua casa si aperse all'esule, come o quando, non ricordo più. Ma ricordo bene che mi piaceva di leggere a te i miei scritti, che poi presero nome di _Saggi Critici_, e ricordo che una volta mi chiamasti crudele per il mio giudizio su quella povera Sassernò[7].
Ora che il Direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità, tutte queste memorie mi si affollano, ed io mi ripresento a Torino con l'animo di chi risaluta la sua seconda patria.
NOTE:
[1] Virginia Basco, già scolara del De Sanctis a Torino, andò poi sposa al conte Enrico Riccardi di Lantosca, che divenne colonnello di cavalleria e si distinse nella guerra del '59. La «Virginia» cessò di vivere in Torino il 10 giugno 1916. Per maggiori notizie: Cfr. l'articolo di FILIPPO CRISPOLTI «_La contessa Virginia Riccardi di Lantosca Basco_» sul «MOMENTO» di Torino del 12 giugno 1916, e inoltre F. DE SANCTIS: _Lettere da Zurigo a Diomede Marvasi_, edite da BENEDETTO CROCE, Napoli, Ricciardi, 1914; F. DE SANCTIS: _Lettere a Virginia_, edite da B. CROCE, Bari, Laterza, 1917.
[2] Maria Testa dei baroni Arenaprimo era figlia di un generale borbonico, già comandante il Distretto Militare di Avellino, devotissimo alla Casa Borbone, mentre la consorte Caterina dei baroni Arenaprimo era donna di alti sentimenti liberali ed amica di Carlo Poerio. Il De Sanctis conobbe la Maria in casa di Pisanelli, e poco dopo si strinsero in un legame indissolubile di affetto. La vedova De Sanctis morì in Napoli il 26 agosto 1906.
[3] Eletto deputato di Lacedonia, nel 1861, il canonico arciprete Antonio Miele, condannato politico e patriota provato, vi fu un'inchiesta giudiziaria, ed una seconda inchiesta vi fu nel 1870, allorchè venne eletto il signor Giuseppe Tozzoli di Calitri contro Saverio Corona di Teora.
[4] Il governo Piemontese dava L. 60 mensili ad ogni esule colà ricoverato.
[5] BERTI DOMENICO, filosofo letterario e statista piemontese, nato a Cumiana nel 1820, morto nel 1897. Fu Ministro della P. I. nel 66-67, di A. I. e C. dall'81 all'84. Sue opere principali: _Vita di Giordano Bruno_. _Vita ed opere di Tommaso Campanella_ e molte monografie politiche e letterarie.
[6] Era l'Istituto femminile della signora Elliot. Oltre all'Istituto privato Elliot, il De Sanctis insegnò privatamente alla Virginia, a Teresa De Amicis, che sposò poi il conte Barbarossa, a Grazia Mancini, che sposò il senatore Augusto Pierantoni, Lia Belisario ed altre. Successivamente il De Sanctis levò molto rumore con le conferenze su Dante e per i suoi acuti scritti sul giornale «Il Piemonte» diretto da Farini e sulla rivista il «Cimento». Il 1855 fu l'anno della maggiore attività letteraria del De Sanctis. Chi ne proclamò per primo il valore fu un altro illustre napoletano Ruggero Bonghi. Ma non per questo dobbiamo credere che il De Sanctis si disinteressasse delle cose politiche; e, lasciando stare la sua fiera protesta contro i _Murattisti_, ricorderemo che, quando gli si offriva il destro parlava di politica con molto calore, come fece, per esempio, discorrendo delle _Memorie_ del Montanelli.
[7] Nei _Saggi Critici_ v'è lo studio pubblicato allora sulle poesie di Sofia Sassernò, nizzarda.
II.
Rocchetta la poetica[8]
Decretata la rinnovazione del ballottaggio, dissi: ora vado io là. E andai. Venivano meco due miei concittadini, Achille Molinari e Salvatore De Rogatis[9].
Giunsi a Foggia domenica sera, il 10 gennaio. L'altra domenica era il dì posto per il ballottaggio. Avevo sei giorni innanzi a me.
Capitai improvviso in casa di Giovanni De Sanctis, dov'era pure un albergo. Colui me lo aveva fatto conoscere uno di quegli amici che la mente porta seco sino alla morte, Giorgio Maurea[10].
-È qui Giorgio? domandai.
-No, è partito ieri. Ma ci sono tutti i vostri amici di Foggia, che sarebbero tanto lieti di stringervi la mano.
-Sarà per un'altra volta. Ora acqua in bocca. Ho bisogno che Sansevero[11] ignori il mio arrivo qui. Non voglio ch'essi dicano: «De Sanctis è stato a Foggia, e non è venuto a vederci».
Rimasi solo. I miei pensieri andavano veloci, come i miei passi... Se io andassi a Sansevero! Tre quarti d'ora, e sarei a Sansevero. Cosa è l'uomo! Io ho là un nido riposato e sicuro, là stimato da tutti, amato da molti, e debbo correre appresso alle ombre, cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, e dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni. Tu non sei più un giovinotto, mi dice Marietta mia; pensa che t'incammini verso la vecchiaia. E ora, nel cuore dell'inverno, con tanti anni addosso...
Ma respinsi questi pensieri come una tentazione. Questa è, dissi tra me, quella tale seconda voce, che è sempre una traditora. Ubbidiamo, alle prime ispirazioni che vengono dal cuore. Maggiore è il sacrifizio e più grande sarà la soddisfazione della coscienza.
Alto là! rispose un'altra voce. Tu posi, come un Iddio. Guarda bene in queste tue ispirazioni del core, e ci troverai un po' di passioncella, un po' d'impegno, un dispettuzzo, e forse anche una piccola vanità. Tu non vuoi apparire uno sconfitto.
Mi esaminai, e sentii che questa voce non avea tutto il torto. E rimasi perplesso. Camillo de Meis[12] aveva un po' di ragione, quando mi chiamava un Amleto vagabondo tra le voci del pensiero.
Io non sono un Amleto, ma sono un pigro, e non mi movo se non ho una buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa io faccia. Piccola o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco. Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.
La mattina giunsi a Candela, e trovai per avventura alla stazione un agente di casa Ripandelli. Antichi legami avevo con quella casa, fortificati da nuova amicizia col mio Ettore, già mio collega, perfetto gentiluomo e perfetto amico. Non trovai nessuno, ma quel bravo agente, saputo il mio nome e la mia intenzione, mi fece gli onori di casa, e mi si offerse compagno al viaggio.
Fu spedito un corriere a Rocchetta di Sant'Antonio, la porta del mio collegio da quel lato. Doveva annunziare il mio arrivo, e consegnare una mia lettera al Sindaco.
Chi fosse il Sindaco, non sapevo[13]. Ma, conoscendo le piccole gelosie de' paesi, è stato sempre mio costume di indirizzarmi ai sindaci, come quello che rappresentano tutta la cittadinanza.
Scriveva al Sindaco:
«Vengo costà, diretto alla casa comunale, la casa di tutti, e voglio parlare a tutti gli elettori, senza distinzione. Ne dia avviso specialmente all'arciprete Piccolo[14], mia vecchia conoscenza».
Alcuni non credettero vera la lettera. Nelle lotte elettorali tra gli altri bei costumi ci è falsar telegrammi e lettere. È proprio sua questa lettera? E mentre disputavano fu annunziata la mia carrozza. Allora si posero a cavallo tutti, e mi vennero incontro.
Alla voltata mi fu mostrato quello spettacolo. Gridavano: Viva! Mi salutavano con le mani, impazienti di stringer la mia. E la faccia mi raggiò, come se l'anima fosse scesa lì.
Fra molta folla giunsi alla casa comunale, e mi feci presentare gli elettori ad uno ad uno. Strinsi la mano a parecchi, e tra gli altri Ippolito[15] e Piccoli[16], che passavano per miei avversarii.
Poi dissi così:
«Saluto con viva commozione Rocchetta, la porta del mio collegio nativo. Il luogo dove son nato è Morra Irpino; ma la mia patria politica si stende da Rocchetta insino ad Aquilonia. Io vengo a rivendicare la patria mia. Dopo un oblìo di quattordici anni, voi miei concittadini, travagliati da lungo ed ostinato lavoro di parecchi candidati, avete all'ultima ora improvvisata la mia candidatura, ed avete intorno al mio nome inalberata la bandiera della moralità. Siate benedetti! E possa questa bandiera esser principio di vita nuova! Voi mi avete data una maggioranza notevole. Eppure quell'elezione gittò il lutto nell'anima mia. Io vi avevo telegrafato: Bravi gli elettori che intorno candidatura improvvisata inalberarono bandiera moralità! Auguro a quella bandiera strepitosa vittoria domenica». La domenica venne, la vittoria ci fu, e mi parve una sconfitta. Non mi sapevo dar ragione di tanto accanimento nella lotta, e del gran numero di voti contrarii, e di certe proteste vergognose, che gittavano il disonore su questo sfortunato collegio. E in verità vi dico, che se quell'elezione fosse stata convalidata, con core sanguinante, ma deciso, vi avrei abbandonato. Ma benedissi quelle proteste che indussero Giunta e Camera a decretare la rinnovazione del ballottaggio. Era in questione l'onor mio, l'onore dei miei elettori. Ed io dissi: fin'ora sono stato in Napoli spettatore quasi indifferente di quella lotta. Non debbo io fare qualche cosa per questi elettori? Non mi conoscono, sono involti in una rete di menzogne e di equivoci. Io ho pure il debito d'illuminarli, di dire la verità, di togliere ogni scusa agli uomini di mala fede. Ed eccomi qui in mezzo a voi, miei cari concittadini. Ed ecco la verità. Il Collegio è diviso in due partiti che lottano accanitamente, comuni contro comuni, cittadini contro cittadini ed io non sono qui che il prestanome delle vostre collere e delle vostre divisioni. È così che volete rendere la patria a Francesco De Sanctis? No, io non potrei essere mai deputato di un partito per schiacciare un altro partito; non posso essere lo scudo degli uni e il flagello degli altri; io voglio essere il deputato di tutti, voglio lasciare nella mia patria una memoria benedetta da tutti. Mi volete davvero? Volete che io passi gli ultimi miei anni in mezzo a voi? Stringete le destre, sia il mio nome simbolo della vostra unione[17]. Ed io sarò vostro per tutta la vita».
La commozione fu grande. Vidi alcuni piangere; altri, avversarii ieri, amici oggi, stringersi le mani. Tutti applaudivano.
Ed io soggiunsi:
«Signor Sindaco, ho pranzato a Candela, voi ci farete una cenetta, e voglio fare io il padrone di casa, voglio invitare i signori Ippolito e Piccoli. Mangeremo lo stesso pane, berremo lo stesso vino, faremo un brindisi a Rocchetta unita e prospera».
Benissimo! benissimo! Tutti batterono le mani. Rocchetta non dimenticherà più quel giorno.
Prese allora la parola l'arciprete Piccoli. Giovine e asciutto di viso, occhi vivi, avea nella fisonomia una cert'aria di finezza che non ti affida interamente. Rotto agli affari, uso a destreggiarsi mescolato in lotte locali, rimpiccolito in quel paesello, mi parve che in teatro più vasto sarebbe riuscito un buon diplomatico. Mi disse molte gentilezze, con certi giri di frasi, che volevano dire: vedi, anch'io ho fatto i miei studii.
Parlò poi Ippolito. Faccia austera, aria risoluta, parola semplice e diretta. Disse che, dissipato ogni equivoco, Rocchetta sarebbe stata unanime e desiderava che questo giorno fosse stato il preludio di unione sincera e durevole. Erano sentimenti di buon cittadino. Gli strinsi la mano con effusione.
Notai un prete, molto attento al mio dire, ma sentii che non avevo fatto presa su di lui. Era in quel viso non so che oscuro e compresso. Più tardi troverò io la via di quel cuore.