Un segreto, vol. 2

Part 7

Chapter 73,856 wordsPublic domain

Un uomo entrò nella camera di mio marito; nello stesso tempo un raggio di luce attraversò il buco della toppa e venne a battere sul mio volto. Accostai l'occhio e vidi Giovanni, con un lume in mano, intento ad accendere i candelabri sopra il caminetto. Quando ebbe finito, si rivolse verso il divano dove immaginai che fosse mio marito, si tenne un istante in atto d'aspettazione, poi fece un gesto d'assenso ed uscì.

Il cuore mi batteva concitato.

Poco stante la porta si riaprì, ed entrò Salvani. Un grido, un terribile grido di dolore, di paura, di vergogna, morì soffocato sulle mie labbra. Mi appoggiai all'uscio per non cadere; ricuperato il mio vigore, vinsi il raccapriccio che destava in me quella scena, e origliai per non perdere una sillaba di quel colloquio temuto.»

LXXIV.

« — Vi fa meraviglia il trovarvi con me? domandò mio marito con un lieve accento d'ironia. Infatti ciò è naturale; voi vi attendevate ad un altro convegno.

— Che volete dire?

— È inutile; voi m'intendete.

L'accento tranquillo e risoluto con cui Antonio parlava, allo stesso tempo che mi faceva fremere al pensiero delle conseguenze di quella determinazione temuta, mi destava nell'anima un sentimento di compiacenza e d'orgoglio che m'innalzava ai miei occhi. Oh! perchè non avevo io saputo serbare la stima d'un uomo che stimavo tanto io medesima?

Vi furono alcuni istanti di silenzio; posi l'occhio alla toppa, ed osservai. Mio marito e il cavaliere erano in piedi, l'uno in faccia all'altro, l'uno e l'altro pallidissimi. Il silenzio era così profondo, che se avesse durato ancora un istante la mia respirazione affannosa avrebbe tradito la mia presenza.

— Era dunque un sotterfugio? disse Salvani con accento di dileggio dispettoso.

— Chiamatelo così, se vi piace. Convenite però che era necessario, e che è riuscito. Se vi avessi scritto io, è probabile che voi non sareste venuto.

— La mia casa è sempre aperta.

— È la risposta che ho immaginato, e che mi ha eccitato a farvi scrivere. Le cose che io devo dirvi esperimenteranno la vostra condiscendenza e forse anche il vostro coraggio. Ora poichè io non conosco il vostro coraggio, aveva ragione di temere della vostra condiscendenza. In casa mia....

— In casa vostra?

— In casa mia è tutt'altro.

Antonio pronunziò queste parole con lentezza, rispondendo colla calma all'accento di collera che fremeva sulle labbra di Salvani.

— È una minaccia? domandò il cavaliere con sarcasmo.

— No, è un consiglio. Siate ragionevole. Non è la prima volta che voi venite in casa mia; vi siete venuto senza che io vi abbia chiamato, non vi dolga ora di venirvi per aderire ad un mio invito. Qui voi siete a vostro agio più che io non sarei stato in casa vostra, venendovi per la prima volta e per un affare sgradevole. Le parti non erano pari. Se ho dovuto mancare di riguardi in questa circostanza, appagatevi delle mie scuse; tra gentiluomini devono bastare.

Il cavaliere non rispose.

— Accomodatevi dunque, soggiunse mio marito; sul tavolo vi sono dei sigari; ciancieremo come due buoni amici.

Udii il rumore di un seggiolone trascinato lentamente; poi da capo nuovo silenzio.

Col cuore trepidante riaccostai l'occhio alla serratura per seguire collo sguardo tutti i particolari di quella scena.

— Questo sigaro non ha aria, disse Antonio.

Gettò lo sigaro in mezzo della camera, ne prese un altro e l'accese alla fiamma del candelabro. Poi si lasciò cadere sul seggiolone con abbandono indolente.

Quella calma, o meglio quella simulazione di calma, mi atterrì. Io non aveva mai visto Antonio, il mio buon Antonio, sotto quell'aspetto; non aveva neppure immaginato che egli fosse capace di vestire così un'apparenza menzognera, e che vi potessero essere circostanze da spingerlo a tanto.

— Posso sapere?... prese a dire il cavaliere.

— Senza dubbio, interruppe mio marito. Tutto è detto in due parole: noi dobbiamo batterci.

— Batterci! esclamò Salvani con finta sorpresa; e la ragione?

— La ragione, voi dite? Già, ciò è naturalissimo; due galantuomini non si ammazzano senza una ragione. Ho pensato anche a questo; la ragione ci è.

Salvani guardò mio marito con aria d'uomo che non capisce; io stessa incominciavo a non comprendere più nulla; era come trasognata, istupidita, una nebbia fitta ingombrava la mia mente.

— Leggete, disse Antonio, e porse un giornale a Salvani indicandogli col dito ciò che doveva leggere.

Il cavaliere lesse in silenzio.

— È una calunnia, disse levandosi in piedi.

Mio marito lo costrinse a sedere con cortese violenza.

L'espressione del volto di Salvani era affatto mutata; il sarcasmo aveva ceduto alla franchezza; la trepidanza dispettosa ad una sicurezza serena. Io stessa incominciavo a credere d'essermi ingannata sulla vera ragione che aveva provocato quei colloquio.

Mio marito si dondolava sul seggiolone, lasciando errare sulle labbra un sorriso intraducibile.

— L'articolo è firmato da voi, disse egli sbadatamente.

Salvani fe' un atto di sorpresa, e gettò gli occhi sul giornale.

— Qui non vi è nome.

— Vi sono le iniziali, le vostre. Agli occhi del mondo basta.

— Ma io non ho scritto quest'articolo; fra gentiluomini, voi l'avete detto, bastano le scuse. Se vi rimangono dei sospetti, sono pronto ad asserire in faccia a chicchessia che quelle iniziali non si riferiscono al mio nome.

— Ed è appunto ciò che io non voglio.

— Non v'intendo. Quell'articolo?...

— Non è scritto da voi.

— Lo credete?

— Ne sono certo; e so anche chi lo ha scritto.

— Chi mai?

— Io.

— Voi! ma questa è un'infamia!

— Vi pare?

Gli occhi di Antonio brillarono d'un fuoco così improvviso e così vivo, che Salvani fu costretto ad abbassare lo sguardo.

— Infine qual'è lo scopo di questo tranello? domandò poco dopo con voce che si sforzava invano di render ferma.

— Ve l'ho detto: batterci.

Quell'insistenza fredda ed eguale rivelava una risoluzione incrollabile. Suo malgrado Salvani stesso ne fu atterrito; io tremava come una foglia.

— Io non vi capisco, balbettò il cavaliere.

— Voi mi capite.

— Quand'è così, lasciate che io dica che questo vostro modo d'agire non è leale, nè opportuno. Dovevate cogliere l'occasione allora che vi si porgeva; la vostra condotta inesplicabile allora, lo è tanto più oggi.

— È vero; io vi ho fatto delle scuse...

— Ed io me ne sono appagato, e ne sono pago.

— Vostra bontà. Or bene, ciò che non è avvenuto allora deve avvenire; noi ci batteremo.

— Io non mi batterò.

— Noi ci batteremo. Avete potuto credere che io lasciassi impunito un insulto al mio nome, e vi siete ingannato; non ho fatto che differire. Io ho alimentato il mio odio, l'ho educato come un sentimento caro; oggi è gigante.

Salvani rabbrividì. Mio marito continuò con un accento intraducibile.

— Io vi odio. Voi stesso ignorate tutto il male che avete fatto al mio cuore. Per voi io sono un marito ingannato; e nulla più; ma voi non siete sceso nel mio seno a vedere la rovina che vi ha prodotto il tradimento; voi non sapete che gli affetti che avete inaridito erano la sorgente della mia vita, voi non sapete che le fila che avete reciso erano le fila dorate del mio avvenire. Se voi poteste comprendere tutto ciò, comprendereste il mio odio. Non mi parlate di lealtà; è vana parola quando è il cuore che parla. Se vi ha ancora una via per uscirne meno slealmente è questa di arrendervi al mio desiderio senza costringermi a farvi arrendere. Vi è una cosa che voi non mi avete tolto, ed è quella appunto di cui il mondo vorrebbe credervi reo, quella forse di cui la vostra coscienza vi accusa: l'_onore_. Guardatemi in fronte; vi pare che io possa sollevar gli occhi in faccia al mondo senza arrossire? Or bene, siate generoso anche con essa. Risparmiatele la vergogna. Io che l'amo ho voluto risparmiargliela, voi non sarete da meno; la vera causa del nostro duello deve rimanere segreta fra di noi.

Salvani era vinto. La sua natura superba si era piegata sotto la tranquilla e severa insistenza di quel linguaggio. Tuttavia parve lottare ancora un istante, sollevò lo sguardo vivamente, ma lo riabbassò come preso da subito pentimento.

— Sono agli ordini vostri, disse poco dopo, tentando invano di ricomporre il volto alla primitiva alterezza.

— Vi ringrazio, vi manderò i miei secondi.

Per un istante nessuno dei due fe' motto; Salvani visibilmente impacciato, aveva appuntato le mani sulle ginocchia come per rialzarsi. Mio marito continuava a fumare senza badargli.

— Non avete altro a dirmi? domandò Salvani dispettoso.

— Non altro.

Senza attendere oltre, Salvani si diresse verso l'uscio.

Antonio senza levarsi suonò un campanello; e Giovanni comparve sulla soglia.

— Accompagna il signore.

Quando fu solo tutta la sua energia gli venne meno a un tratto; lasciò la seggiola, gettò il sigaro e si cacciò le mani nei capelli.

A quel gesto così disperato sentii tutte le fibre del mio cuore intenerirsi, e ritrovai la via del pianto. Aprii l'uscio, mi lanciai nella camera, e mi gettai lagrimosa nelle sue braccia, implorando perdono.

Egli si tolse ruvidamente dalle mie stretta, e nascondendo la faccia si buttò sul divano singhiozzando.

Mi trascinai ai suoi piedi, gli afferrai una mano e la portai alle labbra frementi. Sentivo istintivamente che il pentimento e l'umiliazione mi riabilitavano innanzi alla mia coscienza.

— Lasciami, mi disse respingendomi con dolcezza.

— No, non ti lascio; tu vuoi batterti, tu vuoi morire, e sarò io che ti avrò ucciso.

Si drizzò, piegò il capo verso di me, trasse indietro i miei capelli che mi cadevano scomposti sulla faccia, e mi guardò negli occhi con una espressione selvaggia di speranza.

— Non è per lui dunque che tu piangi?

— Per lui! Oh! Antonio, Antonio mio!

V'era tanta disperazione nelle mie parole, tanto e così vivo affanno, che egli ne fu intenerito, e non mi nascose più le sue lagrime.

— Senti, mi disse, la mia natura si è franta, il mio cuore si è inaridito. Io non aveva altro affetto che il tuo, non aveva speranze o sogni che non fossero in te riposti; ed ho perduto tutto in una volta. Questa favilla che tu hai fatto brillare nell'immensa tenebra della mia mente, questo dubbio che hai gettato nel mio seno, è ora tutto ciò che mi rimane. Lo vedi, io piango come un fanciullo, io non sono che un fanciullo. Affrettati a trarrai d'inganno, ridonami la mia fede, o ritoglimi questa affannosa illusione.

— Sì, gridai io con esaltamento, sì, ti dirò tutto; tu leggerai ogni pagina di questo cuore che è rimasto puro. Ti svelerò il mio passato, ti svelerò le mie colpe, le colpe di un passato che non era tuo...

— Sarebbe vero? interruppe con un grido. Oh! dimmi che mi hai amato, dimmi che mi ami!...

Sollevai lo sguardo e lo fissai nel suo sguardo. La gioia, la speranza, l'amore, lo illuminavano d'una luce vivissima.

Gli narrai la mia infanzia, il mio primo fallo, evocai i dolci fantasmi dei primi giorni del nostro amore, le sue proposte e le mie ritrosie, e le segrete battaglie che precedettero il mio inganno.

Egli pendeva dalle mie labbra trepidante; sentivo le sue mani stringere impazienti le mie mani, il suo seno palpitante appoggiarsi al mio seno, e l'ansia del suo respiro confondersi colle mie parole.

— E poi?...

E poi! Lo guardai paurosa, egli insistè collo sguardo.

Mio Dio! Fu un lampo fatale. Donde avrei io tratto la forza per compiere la mia confessione? e facendolo, qual frutto avrei osato sperare? No, io non era soltanto una donna colpevole, era una donna adultera! La coscienza di quest'ultima vergogna, assopita per un istante, risorse più adirata. Adultera! Adultera! E poteva io sperare che il perdono di mio marito si sarebbe spinto fino al tradimento? Avrebbe egli potuto credere al mio amore? Ed avrei osato ingannarlo ancora negando il mio inganno?

— E poi?

Mi gettai sulle sue ginocchia istupidita. Egli chinò il capo verso di me; udii le sue parole rotte dall'affanno. Era un conforto, era una preghiera, uno spasimo atroce.

— Discolpati... discolpati!

Non risposi, non l'osai; piansi e nascosi la faccia fra le mani.

Egli diè un picciolo grido invano represso, si alzò con impeto, mi rovesciò sul pavimento, e ripetè come un eco il rimprovero della mia coscienza:

— Adultera! Adultera!»

LXXV.

«Tacerò le torture del mio spirito nel giorno che succedette a quella notte fatale. Il cuore si rifiuta a rivelare i proprii dolori; ne è geloso e li serba; volendo, non saprebbe rendere un'immagine verisimile, e ne rinnoverebbe a sè stesso lo strazio. Vi basti di conoscere le cause che li hanno provocati.

Al mattino del secondo giorno, Giovanni venne a me, recandomi una lettera. Una lettera di mio marito! L'aprii smaniando, la lessi... Giusto cielo! egli era partito. Avrebbe passato la frontiera della Svizzera e si sarebbe arrestato a Chiasso, all'Albergo Federale. Possibilmente mi avrebbe scritto al domani. Null'altro; non una parola di conforto, non una parola di consiglio; non un cenno sulla cagione della sua assenza. Che dico? E poteva io dubitarne? poteva io esitare un solo istante sul partito da scegliere?

Ordinai le mie valigie, e un'ora dopo partii con Giovanni.

Due ore dopo all'incirca io era a Chiasso all'Albergo Federale. Le indicazioni che io ebbi non mi lasciarono più alcun dubbio, se pure io potevo ancora lusingarmi con qualche speranza.

Mio marito e Salvani erano arrivati due ore prima di me, in compagnia di altri due gentiluomini; erano usciti quasi subito; le mie indagini non valsero a farmi conoscere da qual parte si fossero diretti. Che avrei potuto fare? Corsi all'impazzata nei dintorni, colla speranza di rinvenirli e di giungere ancora in tempo per impedire il duello. Le mie forze si esaurirono in breve, e mi abbandonai sul suolo smarrita. Giovanni mi faceva cuore col gesto, ma egli stesso non poteva parlare per l'emozione.

Uno scoramento profondo s'impadronì di me; girai l'occhio intorno; la natura serena e ridente stendeva le sue fresche e brevi praterie limitate da severe e svelte colline. Il cielo era sereno, il sole del mezzodì dardeggiava sulla mia fronte. Tutto sorrideva fuori di me; dentro di me ruggiva la tempesta.

Mi rappresentai alla mente lo spettacolo orribile di quel duello; vedeva mio marito e Salvani scendere per una vallata e sparire, li rivedevo poco dopo risalire l'opposto pendio, guadagnare la cima più elevata del colle, collocarsi l'uno di fronte all'altro in un breve spianato, impugnare le armi... Mio Dio! Nascosi nelle mani la faccia lagrimosa, e soffocai un grido d'orrore.

Mi levai impetuosamente, e senza dir parola mossi a passi concitati verso Chiasso. Un istinto più forte della mia volontà mi trascinava inconscia e sbigottita. Giovanni stentava a tenermi dietro.

Lo spettacolo che si presentò al mio sguardo, quando varcai la soglia dell'albergo, è così orribile che appena oso rammentarlo.

Mio marito, sorretto da uomini ignoti, saliva a stento le scale; alcune goccie di sangue segnavano sui primi gradini l'impronta del suo passaggio.

Sentii un dolore acuto come se qualche cosa si spezzasse nel mio seno; volli correre in aiuto, e rimasi mio malgrado immobile; non ebbi nè un grido, nè una lagrima.

Antonio udì i miei passi, e giunto sulla cima della scala, rivolse faticosamente il capo verso di me. Mi guardò con l'occhio velato, udii un gemito, e vidi il suo corpo pesare con maggior abbandono sulle braccia di coloro che lo sorreggevano.

— Egli muore! egli muore!

Mi lanciai su per le scale ed entrai nella camera d'Antonio un istante dopo che egli vi era entrato.

Lo avevano adagialo sopra un letto; un medico avea lacerato gli abiti e la camicia, ed esaminava una ferita sotto l'omero destro.

Caddi in ginocchio sulla soglia; il medico mi guardò compassionevole; io guardai lui implorando un conforto.

— È grave? domandò poco dopo mio marito.

— È grave! rispose il medico.

— Mortale?

— Spero di no.

— Potrei dire una sola parola a mia moglie?

Quei due personaggi si trassero senza dir motto daccanto ad una finestra; io mi accostai lagrimando.

Antonio mi guardò, mi sorrise, mi tese la mano; io la strinsi tremando nelle mie e la baciai con trasporto.

— È morto; susurrò egli, facendo uno sforzo per accostare le labbra alle mie orecchia.

— Chi?

— Lui!

_Lui!_ Lo guardai in volto; tutta la sua vita era raccolta negli occhi. Compresi il significato di quello sguardo.

Non risposi, ma le mie lagrime furono più eloquenti delle parole. Vidi errare sul suo volto una dolce soavità, e sentii la sua mano fremere nelle mie.

— Tu mi ami? tu mi hai amato? mi domandò guardandosi attorno pauroso.

— Oh! sì, io t'ho amato!

In quel punto un'altro uomo apparve sulla soglia. Il medico lo vide e gli mosse incontro. Le guancie di Antonio si tinsero d'un lieve rossore.

Il medico si accostò a noi.

— Il cavalier Salvani... prese a dire con dolcezza.

Mio marito cercò d'interromperlo con un gesto; il medico non comprese.

— Il cavalier Salvani manda a chiedere notizie del vostro stato, e vi esprime il suo rammarico.

Antonio voltò la faccia verso la parete; io inchinai il capo sul petto; egli nascose il suo rossore, io le mie lagrime.»

LXXVI.

«Passai tutta la notte successiva al fianco di mio marito.

Il medico mi aveva lasciato poche speranze di salvezza, la palla aveva leso il polmone destro, ed era uscita dalla schiena, la perdita di sangue era stata abbondante; la respirazione si faceva sempre più affannosa, ed usciva dalla bocca come un fischio.

Ciò che io provai in quella notte non è concepibile; ancor oggi pensandoci mi pare un sogno, nè so come il mio cuore abbia potuto reggere a quella prova suprema.

Una disperazione muta, angosciosa, s'era impadronita di me. Ebbi dei momenti di fiducia e di speranza, ma rari e brevi.

Antonio mi sorrideva, mi guardava con amore. Era felice di sapersi amato e me lo diceva con un accento che mi passava il cuore. Vedeva il mio strazio, ne aveva pietà, e si faceva forza per dissimulare i suoi dolori; mi parlava dell'avvenire, spiegava alla mia mente tutta una tela di progetti festosi.

Sarebbe guarito, saremmo andati a Gossau, al suo paese natale, ci saremmo sottratti al mondo in una sua villetta isolata, avremmo vissuto di pace, di sogni e d'amore.

Assentivo colle labbra, e tentavo anch'io il sorriso. Quale sorriso!...

Quella notte di dolore e d'amore corse rapidissima. Tutte le riluttanze, tutti i dubbii che avevano attraversato la nostra pace caddero a un tratto; in quella notte non mi arrestai dinanzi alla vergogna, palesai tutta la mia colpa, svelai tutto il mio cuore.

Egli mi ascoltò in silenzio; quando tacqui, vidi le sue pupille rivolte verso di me con un'espressione intraducibile di dolcezza.

Volli inginocchiarmi a' piedi del letto; egli indovinò la mia intenzione, me ne trattenne con un gesto, e portò la mano agli occhi per nascondere la sua emozione.

Vidi due grosse lagrime scorrere lentamente lungo le sue guancie.... egli, il mio buon Antonio, mi aveva perdonato!»

LXXVII.

«Verso l'alba lo spasimo della sua ferita parve quetato; la stanchezza della veglia mi costrinse al sonno; appoggiai la testa al capezzale e m'addormentai.

Sognai; io non rammento più quel che sognai; sogni incomposti, agitati; v'era nel mio assopimento una specie di oppressione, un'idea paurosa, indefinita, che si mesceva ad ogni fantasma.

Ignoro quanto durasse quello stato; all'improvviso parve che l'orizzonte s'illuminasse ai miei occhi; tutte le cose oscure diventarono chiare, le paure si diradarono, i misteri ebbero delle rivelazioni... non era più sola in quello spazio sconfinato; mio marito era meco, bello, sereno, affettuoso: la sua voce aveva l'incanto dell'usignuolo, i suoi occhi la luce delle stelle. Le stelle erano in alto, più lucenti, più grandi; attraversavamo uno spazio di silenzii e di profumi. I bei fantasmi dorati, le belle chimere, i bei fiori!... Eravamo giunti ad un punto estremo dell'orizzonte; al di là era una luce, una gran luce che abbarbagliava la mia vista. Ci arrestammo. Antonio mi guardò, mi disse addio, mi strinse la destra... Sentii un fremito corrermi per le vene... Egli mi additò l'opposto limite dell'orizzonte... guardai, e vidi la camera dell'albergo dove io mi era addormentata, vidi il letto, il corpo di mio marito, il mio corpo, immobili entrambi.... Rimasi sola, gridai...

Mi risvegliai di soprassalto. Mi guardai intorno paurosa, era giorno chiaro; sentii la mano di Antonio nella mia, ma fredda, rigida... Mi levai d'un balzo, chinai il mio capo sulla sua faccia. Aveva gli occhi aperti, mi guardava con uno sguardo vitreo, immobile; le labbra semiaperte mi sorridevano un sorriso ineffabile.

Un orrendo pensiero mi balenò alla mente. Smaniosa, fuor di me stessa, lo chiamai a nome, lo scossi; egli non mi rispose....»

LXXVIII.

Carlotta tacque, e chinò gli occhi a terra. Una profonda mestizia oscurava la sua fronte. Le immagini ridestate per un istante avevano popolato il suo pensiero, avevano risuscitato nel suo cuore tatto le lotte d'un tempo; il suo labbro aveva taciuto, ma la sua anima parlava ancora di _lui_.

Silvio comprendeva e non osava dire parola a rimuoverla da quell'estasi melanconica.

Un misterioso istinto lo invitava al silenzio e alla meditazione.

Era l'ora del tramonto; il cielo si tingeva d'una tinta di porpora e d'oro; più lungi, fin dove giungeva l'occhio, un fascio di raggi infuocati si frangeva contro le vette dei monti; per l'immensa distesa di pianure, di colline e di valli, non un rumore, non un eco; una calma infinita circondava il campicello della morte.

Le cime delle piante dei cipressi, ombreggiate dalla luce infiacchita, sorgevano dietro il muricciolo di cinta, immobili, severe, a simiglianza di ombre che si affacciassero ad un misterioso convegno.

Silvio guardava le zolle, le croci nere curvate l'una verso dell'altra come se volessero unire le loro braccia in un estremo amplesso; le pareti coperte di lapidi, colle iscrizioni nere mezzo cancellate dal tempo... guardava il cielo che schierava in alto, come una immensa promessa, le prime stelle che si coloravano d'una pallida luce... guardava la mano candida ed affilata di Carlotta, che una intimità improvvisa aveva unito quasi senza avvedersene alla sua...

— Lo sentite? domandò Carlotta, uscendo d'un tratto dalla sua contemplazione.

— Chi?

Carlotta non rispose, parve seguire cogli occhi qualche cosa che le sfuggisse... poi lasciò ricadere il capo sul petto.

Poco dopo lo risollevò con un moto risoluto.

— Il resto del mio racconto, diss'ella, è facile ad immaginare. Gossau era il suo paese natale; vi feci trasportare il suo corpo; egli è ritornato alla sua prima origine. L'anima sua si è lanciata nell'infinito.

Tacque un'altra volta, levò gli occhi al cielo, e ve li tenne fissi gran tempo.

Intanto la notte scendeva colle sue ombre; una leggiera brezza incurvava i cipressi, gl'insetti, melanconici amici della notte, inneggiavano nelle siepi; le stelle si accendevano ad una ad una come piccoli fari collocati nell'ignoto, i focolari delle capanne sparse qua e colà sulle colline circostanti riflettevano la loro luce tremolante.

A poco a poco il viso di Carlotta si scolorì, si confuse; le croci nere si oscurarono affatto, le lapidi biancheggiavano a stento come attraverso una fitta nebbia.

— Voi lo vedete, disse Carlotta con voce commossa; egli mi chiama, egli mi aspetta.

Silvio non rispose.

— Lasciate che io parta; non vogliate contrastarmi questo breve sentiero che mi rimane e che mi riconduce al mio amore.

— Al mio amore! ripetè Silvio come se parlasse a sè medesimo.

— Alla tomba, aggiunse Carlotta sommessamente. Scendete nel vostro cuore: dite voi stesso se io posso esser vostra o d'altri giammai.

Silvio tacque, accostò la mano di Carlotta alle labbra, e si levò in piedi.

— Rimanete, disse con voce spenta, io parto.

— Grazie, mormorò Carlotta, voi non sapete l'importanza di questo beneficio.

Stettero alcuni istanti silenziosi; egli ritto innanzi a lei, colla mano di lei stretta nella sua, ella appoggiata al marmo della tomba, entrambi smarriti e lagrimosi.