Part 6
Il suo aspetto impassibile ferì il mio orgoglio; mi divincolai dalle sue mani e lo guardai fisso, colle labbra tremanti, col cuore agitato. Sorrise senza sarcasmo, ma freddo; e chinandosi alquanto, mi disse all'orecchio: «abbassate il velo.»
La dolcezza con cui pronunziò queste parole mi vinse; obbedii senza rispondere, accettai macchinalmente la mano che egli mi porgeva per discendere di carrozza, e lo seguii a capo chino. Su per le scale vi fu un istante in cui credetti di svenire; il sangue mi corse alla fronte, sentii un grande frastuono alle orecchia e mi si piegarono le gambe... Il cavaliere se ne avvide, e mi porse il braccio; mi vi appoggiai con un senso invincibile di ribrezzo.»
LXIX.
«Mi trovai sola con lui in un'ampia sala. Non ho serbato altra memoria di quel luogo se non quella di alcuni ritratti antichi a cornici nere che pendevano dalle pareti.
Mi ero lusingata di poter contrapporre il sarcasmo al sarcasmo, la freddezza all'ingiuria; l'immagine del pericolo mi aveva trovata forte: il pericolo mi trovò debole e paurosa come un bambino. Non seppi che piangere in silenzio.
Il cavalier Salvani si assise al mio fianco, mi afferrò una mano o cercò di ritenerla fra le sue; io la ritrassi con lieve violenza, raccapricciando di me medesima. In quel momento avrei voluto poter sfuggire a quell'uomo e ritornare nella mia casa che non avrei dovuto abbandonare giammai; guardai intorno a me con occhi smarriti; le finestre erano chiuse... Lo sguardo di _lui_ immobilmente fisso sul mio rossore leggeva le mie intenzioni, un lieve tremito delle sue labbra tradiva il dileggio di quell'anima abbietta.
Nondimeno io non rinvenni più il mio vigore; abbassai gli occhi al suolo non osando levarli al cielo che mi aveva abbandonato; se collo sguardo avessi potuto scavare ai miei piedi una tomba, io mi sarei sepolta per sottrarmi allo spasimo della vergogna.
Quel silenzio durò gran tempo. Il cavaliere Salvani lo ruppe uscendo in un scoppio di risa. Lo stento di quel riso mi passava il seno come un pugnale. Arrossii più forte ma non risposi.
Questa volta il silenzio fu meno lungo.
Il cavaliere si levò, misurò a gran passi la camera, s'arrestò innanzi a me improvvisamente, poi come pentito, riprese a passeggiare apparentemente agitato.
Come vide che io mi ostinavo nel silenzio, ritornò presso di me; e poichè io non levava gli occhi a guardarlo, si assise ancora al mio fianco. Lo lasciai fare, ma non mi rivolsi; oramai era questa l'unica forza che mi rimaneva; in cuore tremavo d'avvilimento e di paura.
Egli si curvò verso di me, e ritentò di afferrarmi le mani; volli divincolarmi come prima, ma non riuscii; le dita d'acciaio di quell'uomo mi stringevano come una morsa. Quando vidi vano ogni mio sforzo, mi sollevai col cuore pieno di sdegno, colle narici dilatate, pallida in volto e minacciosa.... Incontrai la sua fronte corrugata, le sue pupille dilatate e sanguigne... Ebbi paura, e, rifuggendo inorridita da quella vista, volsi il capo e ricaddi sulla seggiola.
Egli continuò a stringere le mie mani nelle sue, senza dir motto. Allora mi tornò in mente mio marito; lo rividi bello, sereno e forte, lo rividi nel suo letto dove io lo aveva lasciato ingannandolo infamemente; immaginai che egli mi vedesse, che egli volesse venirmi in aiuto, e mi animasse con un rimprovero mesto.... Ahi! la terribile visione!...
Mi volsi colle lagrime agli occhi.
— Che cosa hai? mi domandò egli con una dolcezza che contrastava coll'espressione del suo volto; perchè piangi?
Quell'accento, quel linguaggio confidenziale, quel contegno mi sferzarono il volto come un'ingiuria atroce. Nondimeno le lagrime frenarono l'impeto della collera.
— Che volete da me? domandai singhiozzando; perchè mi avete voluto costringere a questo convegno abborrito? Che cosa potete rapirmi ancora? Non vi basta lo strazio che avete imposto al mio cuore; che volete aggiungere?
— Ti amo.
— Amarmi! Voi! Forse che voi lo potete, forse che ne avete il diritto?
— Ti amo!
— Ed io vi odio e vi disprezzo; il passato che mi ha congiunta a voi fu troppo crudelmente espiato, perchè possiate farmi ancora paura. No, io non vi temo; vi odio e vi disprezzo.
— Ti amo!
Un lampo attraversò la mia mente. Nella insistenza fredda e monotona di quelle parole vidi scolpita una determinazione inesorabile. Il terrore mi trasse fuor di senno; mi sollevai d'un balzo, e fu tale l'impeto e così impreveduto, che giunsi a liberarmi dalle mani di quell'uomo. Corsi pazzamente per la camera, vidi un uscio, cercai uno scampo da quella parte, ma l'uscio era chiuso e la chiave era stata tolta dalla toppa; mi provai a spingere con tutte le mie forze, a battere coi pugni colla speranza che qualcuno accorresse; tutto fu vano.
Il cavaliere mi guardava tentennando il capo con un sorriso pieno di sarcasmo e di dileggio; le forze mi abbandonarono, e caddi sulla soglia.
Rimasi accasciata, colla testa fra le mani; non so quanto tempo; il cavaliere non si mosse; se egli si fosse accostato a me, credo che in quel momento sarei morta di terrore.
Il coraggio e la forza mi erano falliti in un punto solo, irreparabilmente; la mia volontà non poteva più nulla sopra di me; il mio cuore e la mia mente non videro altre armi, che quelle della debolezza: le lagrime e la preghiera.
Mi trascinai ai suoi piedi, afferrai la sua mano, e la bagnai di lagrime; pregai smaniando mi lasciasse alla mia pace, mi perdonasse le acerbe parole strappatemi dalla collera, correggesse colla generosità tutto il male che mi aveva fatto.
Mi lasciò dire senza interrompermi, guardò le mie lagrime senza commuoversi; quando io tacqui, sorrise. Io non indovinai la terribile espressione di quel sorriso, e i miei occhi continuavano ad implorare ed a piangere. Il cavaliere sorrideva sempre; mi porse le mani e mi sollevò da terra; poi tentò di farmi sedere sulle sue ginocchia. Istupidita dal dolore io mi arrendevo come un automa; ma a quest'ultimo atto resistei con violenza. Inasprito dal rifiuto egli mi afferrò per le braccia, mi strinse ruvidamente e s'adoperò a costringermivi colla forza. La vergogna, l'umiliazione che io sentii a quell'atto brutale, l'orgoglio ferito, e più che tutto un gagliardo sentimento di virtù, mi consentirono un vigore straordinario. Con uno sforzo riuscii a liberare una mano; egli tentò di riafferrarla e intanto riteneva l'altra con tutte le sue forze. Vi fu un istante di lotta, inutile e terribile lotta; la mia energia stava per abbandonarmi; io vedevo la sua faccia presso alla mia, sentivo il suo respiro alitare sulla mia bocca, il suo sguardo minaccioso ricercare il mio sguardo... Ansante, sfinita, disperata, mi drizzai di tutta la persona in faccia al cavaliere, levai il braccio, e lasciandolo ricadere con impeto cieco, lo percossi più volte sulle guancie.
La sorpresa lo rese mutolo ed inerte; le sue mani si allentarono ed io sfuggii senza fatica. L'istinto mi trasse inconscia e delirante dinanzi ad una finestra; volli aprirla e gridare; ma una mano poderosa pesò improvvisamente sul mio omero, e uno sguardo feroce brillò di collera selvaggia vicino al mio volto. Gettai un grido e caddi. Il cavaliere mi sollevò nelle sue braccia, aprì una porta, ne aprì un'altra, poi un'altra ancora; poi non vidi più nulla.
Quando rinvenni io era coricata sopra un divano; il cavaliere mi sorreggeva il capo e mi bagnava la fronte con aceto. Tutti gli oggetti che mi circondavano prendevano uno strano aspetto ai miei occhi; quella specie di ritorno alla vita abbelliva le prime sensazioni che me ne davano la coscienza, perfino il volto del cavaliere mi parve compassionevole o dolce.
Quell'illusione fu breve.
Risensata, tornai col pensiero ai miei timori, alle mie ansie, ai miei rimorsi. Il pericolo che mi minacciava balenò ai miei occhi come una lama tagliente, la mia posizione mi apparì in tutto il suo orrore.
Giunsi le mani in atto di preghiera, e non dissi parola. Il cavaliere mi rassicurò con uno sguardo. Fallace e stolta sicurezza!
Ricordai mio marito che in quell'ora mi aspettava forse con ansietà, e girai lo sguardo intorno alla camera cercando un pendolo di cui sentivo le oscillazioni lente e monotone. In quel punto udii lo scatto d'una molla, poi gli squilli argentini, uguali, delle ore. Erano le tre. Mi sollevai impetuosamente per uscire. Il cavaliere stese un braccio verso di me e mi fe' segno d'aspettare.
— Che volete? domandai tremando.
Non rispose, ma mi prese le mani e mi costrinse a sedere al suo fianco.
— Che volete? insistei con voce spenta dall'ansia e dal terrore.
— E lo so io che voglio? Voglio che non mi lasciate, che rimaniate ancora con me.
— Mio marito... balbettai cercando di dissimulare a me stessa le mie paure.
— Vostro marito è un uomo ragionevole e non troverà strano che sua moglie si trattenga un'ora di più fuori di casa.
— Un'ora, diss'io sforzandomi di sorridere.
— Un'ora, sì, un'ora di dolcezze, di abbandoni, un'ora di amore... Per lui gli anni, la vicinanza continua, la proprietà assoluta, per me il momento, il breve ma ardente possesso; uno per mille, uno solo. Vedete che io sono generoso.
Queste parole mi fecero sentire il peso della mia vergogna; radunai tutta la mia energia e tentai uno sforzo supremo per liberarmi dalle mani di quell'uomo. Terribile sforzo, superiore alla mia natura di donna, ma impotente. Ricaddi sul divano vinta, spossata, senz'anima. _Egli_ continuò:
— Volete fuggirmi? perchè? vi faccio paura? potrebbe ciò che vi ha ispirato l'amore ispirare oggi il ribrezzo? O non vi pare che il passato legittimi le mie pretese, i miei desiderii? Non siete voi stata mia? non mi avete detto d'amarmi?
— Mi sono ingannata: non vi ho mai amato.
— E perchè non dite: vi ho ingannato? Avete mentito un affetto che non nutrivate in cuore? ebbene, siate oggi più franca d'allora: siate mia senza ingannarmi, senza mentire. Ciò sarà più onesto e più leale.
Celai la faccia fra le mani e domandai al cielo che mi facesse morire. Quel linguaggio, quel cinismo, io sentiva d'averlo meritato!
Non udii più nulla; il mio spirito cadde in una specie di vaneggiamento straziante; nuovi rimorsi, nuove paure, nuove sfiducie; e ciò in un modo confuso, vago, agitato, diverso da tutte le sensazioni che appartengono alla veglia, serbando solo la coscienza e la volontà a far fede che non era un sogno. Frammezzo a quella confusa alternativa di idee che stancavano la mia mente, continuava a giungere fino a me il suono della voce del cavaliere, ma indistinto e fioco come venisse da lontano.
Questo stato durò alcuni minuti che mi parvero eterni. Mi riscossi improvvisamente sentendo la bocca audace di quell'uomo sfiorare le mie guancie; m'arretrai con un grido; egli mi strinse fra le sue braccia, mi sollevò come un bambino, e mi portò per la stanza ripetendo con voce rotta dall'ansia: «sei mia, sei mia.»
Vi era tanta energia selvaggia in quell'atto, in quelle parole, che la mia anima ne fu soprafatta. Nondimeno resistetti a lungo; lottai come può lottare una donna; adoperando le mie deboli braccia, e piangendo in silenzio. Egli era forte, fui vinta.
Allora mi si gettò in ginocchio, mi chiese perdono, implorò colla dolcezza e colla preghiera ciò che ormai avrebbe potuto ottenere colla forza. «Sarebbe stato l'ultimo mio sagrifizio, egli avrebbe lasciato Milano, non avrebbe amareggiato più oltre la mia pace, mi sarei abbandonata quindi innanzi con sicurezza all'amore di mio marito.»
Tutto ciò era ben dolce, e il suo accento pareva tanto sincero.... Che avrei fatto io? Avrei io dovuto con un rifiuto impotente contrastare al desiderio di quell'uomo che aveva nelle mani il segreto della mia pace?
— Giuratemi... gridai nascondendo la faccia per la vergogna.
— Giuro.
— Sul vostro onore.
— Sul mio onore.
— Per la memoria di vostra madre.
— Per la memoria di mia madre.
Il patto della vergogna era sancito; la colpa doveva assicurare l'impunità della colpa.»
LXX.
«Ritornando a casa aveva tremato al pensiero d'incontrarmi con mio marito. Egli era uscito. Atroce ironia della fortuna! senza di ciò io non sarei riuscita a mascherare il mio rossore, non avrei saputo aggiungere al tradimento l'inganno.
Rividi le mie stanze, e m'aggirai per esse smaniando; voleva fuggirmi, sottrarmi alla mia coscienza, liberarmi dalla vergogna che mi camminava a fianco come un compagno di catena.
Mio marito rientrò; mi guardò, mi sorrise, mi baciò in volto. Io guardai la sua faccia serena, gli sorrisi e gli restituii il bacio.... Il rimorso mi cercava il cuore come una mano spietata.»
LXXI.
«Mi ammalai. Se ciò non fosse avvenuto, non avrei potuto nascondere il mio fallo. Nei primi giorni della mia malattia, sperai che ne sarei morta. Una febbre ardente mi distruggeva ogni dì più; smarrii ben presto la ragione, e i miei sensi perdettero mano mano il loro vigore. Non ho che una memoria confusa di quei giorni; so che udiva bisbigliare al mio capezzale delle voci sommesse, che mi ponevano sulla fronte delle pezzuole rinfrescate al ghiaccio; so che io aveva coscienza del pericolo in cui versavo, e che, senza sapermi dire perchè, lo amavo e me ne rallegravo. Questa dimenticanza cagionatami dalla febbre fu, io credo, la mia salvezza; di tal guisa la causa fu vinta coll'effetto. La memoria della mia colpa che allora mi avrebbe uccisa, trovò nella debolezza eccessiva dei miei sensi una barriera; più tardi le mie nuove forze dovevano trovare quella memoria impotente ad uccidermi.
Quei giorni di febbre furono accompagnati da delirio. Che ha proferito il mio labbro in quei giorni? mi sono io accusata senza volerlo? Lo ignoro — certamente però mio marito non ne concepì alcun sospetto. Egli fu sempre al mio fianco, la notte e il giorno; non voleva abbandonarmi un solo istante; quando il sonno lo vinceva, si gettava sopra un seggiolone che trascinava daccanto al letto. Aveva però cura di osservare prima se io dormissi.
Me ne accorgevo, e simulavo spesso il sonno per trarlo in inganno; quando udivo il suo respiro farsi regolare, riaprivo gli occhi e lo guardavo con sicurezza, con quella dolce sicurezza che io non doveva provare mai più sotto il suo sguardo sereno. Allora mi veniva in mente la mia colpa, e rinasceva più straziante il rimorso.
Guardavo la sua fronte ampia ed aperta, le sue labbra che si aprivano a mormorare nel sonno il mio nome. Aimè! egli non sapeva quanto il suo affetto e le sue cure mi torturassero il cuore!
Ben presto mi abituai a quel supplizio; non ne sarei morta; ben presto guarii.
L'egoismo mi fu largo di promesse a compensarmi dei dolori patiti; pensai con un sentimento di compiacenza che la mia colpa mi aveva almeno assicurato l'amore di mio marito....
Un giorno, sciagurato giorno, il cavaliere venne improvvisamente in casa mia. Voi eravate meco, non vedeste o non voleste vedere il mio affanno, e mi lasciaste sola con lui.
Che voleva da me quell'uomo? con quali intenzioni egli veniva?
La mente, meschino e stolto fabbro di chimere e d'inganni, mi suggerì in un istante cento pazze fantasie per alimentare le mie speranze, ma il cuore no, non mentiva i suoi palpiti.
L'audacia del cavaliere mi era nota; ma io non avrei mai creduto che lo avesse potuto spingere a tanto. Sapeva egli che mio marito era assente? E se non lo sapeva, quali progetti aveva potuto concepire la sua perfidia? Fino a qual punto sarebbe egli andato senza arretrarsi?
Mi feci cuore, e senza attendere le sue parole, ruppi prima il silenzio.
— Avete mentito? interrogai severa.
— Ho mentito, rispose freddamente.
Mi guardava; lo guardai minacciosa, ma egli non piegò. Sorrise sdegnosamente, e tacque.
Poco dopo si accostò, mi additò l'uscio donde eravate uscito, e gettandosi sbadatamente sul divano incrociò le gambe l'una sull'altra. Rimasi in piedi, immobile, atterrita da quel cinismo.
— Chi era? domandò egli ammiccando degli occhi.
Non risposi. Quelle interrogazioni, quel contegno, mi pungevano come il più sanguinoso insulto.
Il mio silenzio non mutò i suoi modi; si sollevò un momento, appoggiando le mani al divano e portando innanzi il corpo, mi guardò fisso, e si lasciò ricadere con abbandono.
— Il vostro ganzo? interrogò pronunziando quest'ingiuria atroce con lentezza, quasi a farmela parere più amara e più lunga.
La vergogna mi trasse fuor di me.
— Uscite, gridai con impeto, avventandomi sopra di lui come una tigre, uscite!
— Vi pare? ribattè con ironia; _egli_ è uscito al mio arrivo, io uscirò all'arrivo di _lui_, di vostro marito.
— Uscite, gridai, fatta cieca dalla collera, uscite, o vi farò cacciare dai miei servi.
— Provatevi, disse egli calmo.
Feci atto di accostarmi al campanello; ma egli mi prevenne. D'un balzo fu in piedi, mi arrestò per un braccio, mi respinse, e afferrato il cordone del campanello diede una strappata vigorosa.
A quell'atto improvviso, inaspettato, terribile per la forza di volontà e di audacia che mi rivelava, rimasi come colpita dalla folgore. Tutte le mie forze, tutto il mio coraggio, mi vennero meno. Sentii di non poter lottare con quella natura troppo più grande nella forza e nella perversità della mia; sentii che la mia individualità era domata, che la morte sola avrebbe potuto sottrarmi all'imperio fatale di quell'uomo.
L'ignoranza delle sue intenzioni, la paura dello scandalo mi trascinarono ai suoi piedi supplichevole. Lo scongiurai mi risparmiasse la vergogna in faccia ai miei servi... Egli mi guardò, si drizzò orgogliosamente come a farmi sentire il peso del suo potere, e non fece atto per rialzarmi... Intanto alcuni passi si accostarono frettolosi all'uscio; ebbi appena il tempo di sollevarmi e di volgere il capo per nascondere il volto bagnato di lagrime, che la porta s'aprì con una spinta così vigorosa che i battenti percossero con impeto contro le pareti. A quel rumore mi rivolsi e vidi sulla soglia, immobile, pallido, severo come uno spettro, mio marito!
Il grido che partì dal mio petto fu un grido di gioia; senza pensiero, senza timori, tranne quello del nuovo pericolo che io aveva corso, mi lanciai incontro a lui a braccia aperte, mi gettai nel suo seno, e nascondendo la faccia, gli gridai con voce soffocata:
— Salvami, salvami, in nome del nostro amore!
Mio marito mi allontanò con un braccio, mi guardò negli occhi, vide le mie lagrime, guardò il cavaliere che teneva il capo ostinatamente abbassato al suolo, indi con un gesto di raccapriccio che non so rammentare senza sentire spezzarmisi il cuore, mi respinse da sè inorridito.
Quell'abbandono, quel rifiuto, illuminarono la mia mente come un baleno. Compresi per la prima volta che vi ha qualche cosa assai più crudele del rimorso, ed è il disprezzo di colui che ci ha amato.
Caddi al suolo sbigottita e tremante, colle mani giunte in atto di preghiera.
Accasciala sulle ginocchia io vidi Antonio accostarsi al cavaliere con passo lento e sicuro; sollevai lo sguardo pauroso e tesi l'orecchio per ascoltare. Salvani fece atto di trarre un biglietto di visita da un portafogli; mio marito lo rifiutò e disse con accento calmo:
— Il mio nome è il nome d'un uomo onesto... Poi additò l'uscio al cavaliere, che uscì senza dir motto.
Rimanemmo soli. Egli immobile innanzi a me, io colle pupille smarrite, ricercando uno sguardo di pietà. Vidi brillare una lagrima, mi trascinai carponi, implorai con un gesto il suo perdono; fu vano; egli così buono verso di me fu vinto dal dolore e dalla vergogna. Per la prima volta io fui respinta dalle sue braccia.»
LXXII.
«I giorni si succedettero uguali, angosciosi, tetramente monotoni. La mia coscienza si era ripiegata inorridita all'aspetto dell'immensa sciagura che il mio fallo aveva provocato. La solitudine, il silenzio, il rimorso si assieparono come una nube sul mio intelletto.
Ciò che avvenne dopo quel giorno fatale è ancor oggi un mistero per me. Quando seppi del duello, tremai per mio marito; volli scongiurarlo di desistere; ma, sapendolo vano, soffocai nelle lagrime il mio proposito. Quando seppi che il duello non avrebbe avuto luogo, il timore vinse in me la meraviglia. Da quel punto un enigma tormentoso si propose alla mia mente scombuiata: — che sarebbe avvenuto più tardi?
Io era troppo abituata a leggere nel cuore di Antonio, per potermi lasciar trarre in inganno dall'apparente impassibilità del suo volto. Quella calma era ai miei occhi più eloquente d'ogni altro linguaggio.
Il suo contegno verso di me, meno l'abbandono affettuoso, fu qual era stato sempre, dolce e cortese. Avesse egli adoperato meco la collera, il rimprovero, il disprezzo, non ne avrei avuto tanto dolore quanto me ne proveniva da quella dolcezza. Io taceva e piangeva in segreto — piangeva la mia pace seppellita per sempre col mio amore.
Non andò molto che i miei timori si avverarono. Era passato un mese. Mio marito venne nelle mie camere, era la prima volta dopo quel giorno... Tremai al vederlo, e non osai tener la fronte sollevata innanzi a lui, lui mio accusatore, mio giudice... Mi salutò, trasse una sedia accanto a me, e si assise. La sua voce mi scese al cuore come un'amara ironia. Egli era calmo, nondimeno i suoi sguardi tradivano a quando a quando una segreta inquietudine; compresi che una terribile sciagura minacciava le rovine del mio cuore.
Mi pregò scrivessi una lettera, una lettera a _lui_, a Salvani. Questo colpo inaspettato superava le mie forze e il mio coraggio. Uno sgomento indefinibile s'impadronì del mio spirito; per la prima volta in vita guardai con occhio di terrore la faccia di mio marito. Vi lessi la fermezza e la pietà. Tentai rimuoverlo con uno sguardo supplichevole, ma egli insistè con tale espressione di dolcezza che valeva per me assai più che il comando.
Obbedii come un automa; egli mi fu grato e me ne rimeritò con un sorriso. Quel sorriso ha impresso un solco profondo nel mio cuore.
Egli dettò ed io scrissi; poche parole che non mi fecero arrossire; un convegno necessario, una preghiera dignitosa, il mio nome, nulla più.
Quando ebbi finito, lasciai cadere la penna e mi abbandonai esausta di forze sullo schienale della seggiola. Antonio mi guardò, lottò un istante colla pietà e col rancore; volli risparmiargli una penosa testimonianza d'affetto di cui mi sentiva indegna, e raccolsi tutta la mia energia per dissimulare ciò che io soffriva. Egli prese il foglio, lo piegò, e me lo pose innanzi, presentandomi la penna con un gesto urbano, ma freddo ed insistente.
Compresi, e vergai la soprascritta con mano tremante; gli consegnai la lettera e nascosi il volto fra le mani. Mio marito si tenne alcuni istanti ritto innanzi a me, ma non disse parola. Udii il suo respiro affrettato; poi alcuni passi leggieri, poi più nulla... Rialzai il capo smaniando... egli era uscito.»
LXXIII.
«Tutto quel giorno stetti accasciata sotto il peso d'uno sgomento indicibile; ad ogni istante parevami di dover udire la voce di quell'uomo abborrito, di Salvani. Che voleva mio marito da lui? Quali ragioni così possenti avevano consigliato lui, così franco e leale, ad adoperare uno stratagemma per attirarlo con maggior sicurezza a quel convegno? Aimè! poteva io ingannarmi su quelle ragioni, poteva io dubitarne un solo istante?
L'ora stabilita trascorse, e il cavaliere non compariva ancora; io mi era spinta inosservata nella biblioteca che comunicava colla camera di mio marito; colà avrei potuto vedere ed udir tutto, intervenire, difenderlo forse, pagare colla mia vita il dolore e la vergogna che io gli aveva cagionato.
Passò un'ora, ne passò un'altra; il cavaliere non venne. Le tenebre incominciavano a farsi fitte intorno a me. Io udiva il passo agitato di Antonio e le oscillazioni calme e regolari d'un pendolo che numerava le mie angoscie.
Vi fu un'istante in cui ebbi quasi paura e mi guardai intorno sbigottita e tremante; ma questo sentimento, che era frutto della cessazione d'un timore assai più grande, fu di breve durata.