Un segreto, vol. 2

Part 5

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Poco dopo il notaio si rivolse verso di noi; il _signor_ Verni mi lasciò sorridendo, lacerò il guanto della mano destra ed appose la sua firma al contratto.

In quel punto Giovanni si affacciò alla portiera; non so qual voce favellasse dentro di me — arcana voce e fatale; mi levai rapidissima e gli mossi incontro.

— La lettera? domandai agitata.

— Ho corso tutta Milano inutilmente.

Ciò che io provai a quella notizia inaspettata non è descrivibile.

Tutte le torture che mi avevano straziata si rinnovarono in un punto. Quella lettera che io credeva nelle mani di _lui_ ritentava ancora una volta la mia debolezza. La fatalità mi trascinava alla colpa. Mi balenò in mente il pensiero di interrompere la cerimonia, di svelare tutto in quel momento. Mi rivolsi; tutti gli sguardi erano fissi sopra di me; il notaio aspettava colla penna in mano; il _signor_ Verni mi sorrideva e mi faceva segno che era venuta la mia volta.

Avrei io sfidato la maligna curiosità di tutti quegli sguardi allora così benevoli? avrei io rinunziato per sempre a quella felicità che mi attendeva?... Io lo dovevo, sì, lo dovevo; la mia coscienza parlava assai chiaro; ma il cuore, questo misero cuore affranto da tante lotte!...

Non fu che un baleno; il pensiero che quella lettera potesse pervenire nelle sue mani troncò la mia irresolutezza.

— Dov'è la lettera?

— Eccola.

Gliela strappai di mano, e la nascosi nel mio seno; respirai più libera e a un tempo più oppressa — io aveva risepellito il mio segreto.

LXII.

«Da quel giorno fui vinta. Non dirò le deboli titubanze e le lotte codarde che vi succedettero — povere scintille d'una virtù semispenta. Una settimana dopo il voto del mio cuore era compito; legata da nodo indissolubile al signor Verni, lo fui del pari al mio rimorso.

Incominciarono giorni d'amore e d'angoscia; l'immenso affetto che io sentiva per mio marito era soverchiato dall'affanno di averlo ingannato; anzi più io l'amavo, più egli mi amava, e più grande parevami la mia colpa.

I primi giorni del mio matrimonio furono funestati da un avvenimento temuto da gran tempo, la morte del mio povero padre.

Morì calmo e sorridente, come aveva vissuto. Nelle ore che precedettero la sua ultima ora parlò della morte senza ribrezzo; il suo voto era esaudito: vedere i _suoi figli_ amantissimi ed uniti.

Benchè io fossi preparata a questa perdita, ne piansi come d'una sventura inattesa. Voi sapete forse che cosa sia perdere un padre, ma non potrete tuttavia immaginare che cosa fosse per il mio cuore. Mi pareva di rimaner sola sulla terra. Tutta la mia vita, tutti i miei affetti, dovevano quindi innanzi essere consacrati a mio marito; allora più che mai sentii quanto egli fosse per me, quanto valesse il suo amore, e quanto io ne fossi indegna.

L'amore, l'isolamento mi riaccostavano potentemente a lui; il mio passato, questo segreto angoscioso che mi divorava, si innalzava innanzi a me come una barriera.

Mio marito non sospettava di nulla; la mia mestizia agli occhi suoi era natura, però che egli mi aveva sempre conosciuta mesta; non se ne doleva, non cercava di condurmi bruscamente ad una falsa allegria, ma pagandomi di molto amore, di molta tenerezza, mi trascinava irresistibilmente ad amarlo. Io avrei voluto mostrargli il mio cuore e dirgli il mio amore, e rispondere alle sue carezze, ma anche l'espressione dei miei sentimenti era contesa al mio petto straziato; un ritegno pauroso, un rossore segreto soffocava gli slanci dell'anima; la voce del rimorso gemeva sordamente dentro di me più potente della mia volontà — più potente della voce dell'amore.

Mi venne più volte in mente il pensiero di gettarmi ai suoi piedi, di chiedergli perdono, di rivelargli tutto... Ma mi avrebbe egli perdonato, lo avrebbe egli potuto? E qual prò da questa tarda confessione? oramai il male era fatto; una confessione fatta quando le conseguenze potevano ricadere a mio danno, tornava a vanto della mia virtù; fatta quando nulla poteva minacciare una unione indissolubile agli occhi del mondo, poteva parere ipocrisia mascherata di pentimento. Io non conosceva allora quanto il suo cuore fosse grande e generoso, quanto fosse grande e generoso il suo amore!

Più tardi lo conobbi, e fu vano. Uno sciagurato destino aveva seminato il rimorso sul sentiero della mia vita.»

LXIII.

«Questa tortura aveva durato un anno, quando voi veniste per la prima volta in mia casa.

Ciò che mi rimane a dirvi è assai affannoso, nè so dove io attinga la forza per osare di esaminare così da vicino la mia vergogna e il mio dolore. Ma è necessario che voi leggiate in tutto il mio passato, che non una pagina di questo libro sciagurato vi sia celata; quando pure questa confessione non mutasse i vostri sentimenti e il vostro desiderio, varrà tuttavia ad apprendervene la vanità. Io pongo questa confessione fra me e voi, come un vincolo e come una barriera; io non sarò giammai vostra perchè non potrei dare giammai ad altro uomo più che io abbia dato a _lui_, e vi avrei dato di più. Se non sdegnerete la mia amicizia, vi appagherete di essa; non domanderete il mio amore che non è più della terra.

Giudicherete dal racconto degli ultimi avvenimenti della mia vita, se la determinazione che ho preso sia frutto d'un sentimento passeggiero, o piuttosto d'un dovere inalterabile».

LXIV.

«Il passato pesava inesorabilmente sopra il mio cuore, le memorie occupavano tutta la mia mente. Io non aveva mai spinto lo sguardo innanzi a me, non aveva mai indagato i misteri del mio avvenire, aveva quasi dimenticato d'averne uno. Parevami che il rimorso avrebbe riempito la mia misera esistenza; nè poteva immaginare che nuovi dolori si sarebbero aggiunti al fardello delle mie pene.

Dov'è il limite che la natura ha stabilito al dolore? dov'è il limite che ha stabilito alla sofferenza? Io ho spesso cercato di dire all'anima mia: «fin qui, fino a quel punto, non oltre». Ma le mie fibre furono più forti della mia volontà e del mio dolore; la mia fragile natura di donna ha resistito all'urto senza spezzarsi. Le anime deboli si piegano e s'infrangono — le forti resistono, ma soffrono più a lungo; il segreto dei grandi dolori è la forza.

Voi rammenterete forse la sera in cui quell'uomo abborrito osò oltrepassare la soglia della mia casa.

Tutto l'odio di cui il mio cuore era capace si ridestò a quella vista; non fu che un istante, compresi che il male che quell'uomo mi aveva fatto era nulla in confronto di quello che poteva farmi. Per la prima volta pensai all'avvenire; all'immensità del mio odio per _lui_ si unì un sentimento angoscioso di paura. Quell'uomo poteva perdermi, voleva perdermi; la sua venuta in mia casa non poteva avere altro scopo. Io tremai come alla vista d'un pericolo imminente; raccolsi le mie forze per resistervi, pregai il cielo che mi salvasse o mi facesse morire... Ma il cielo è sordo alle preghiere della colpa...

Misurai un'altra volta dalla grandezza del mio affanno l'immensità del mio fallo. Ciò che mi rimaneva a temere me ne dava l'immagine più nettamente e più inesorabilmente dello stesso rimorso. Il terribile segreto che aveva straziato fino a quel punto la mia esistenza, si arroventava dentro il mio seno come uno strumento di tortura. Io avrei potuto essere felice del mio amore, orgogliosa della mia virtù; avrei potuto levare la fronte in faccia a quell'uomo che aveva abusato della mia innocenza, vendicare l'ingiuria col disprezzo, riparare nelle braccia del mio amico, del mio sposo, e trionfare colla sicurezza suggerita dal pentimento d'una memoria che richiamava la mia mente ad una vergogna... Al contrario ero costretta a chinare gli occhi sotto il _suo_ sguardo ingiuriosamente sfacciato: dovea subire l'oltraggio ed arrossire e tremare come un colpevole che si vede in balìa del suo complice. La colpa, che lunghi anni d'espiazione mi avevano fatto credere lavata, risorgeva a un tratto col suo più brutale rimprovero; tutti i miei dolori avevano pesato inutilmente sulla bilancia che misura il perdono. Oimè! sì, io l'ho meritato; il mio pentimento non era stato nè forte, nè sincero, poichè s'era arretrato dinanzi ad una confessione.

Non mi dissimulai punto i miei torti; non m'adoperai a scemarne la gravità o a legittimarli con ragionamenti mendicati alla debolezza. Questa crudeltà con cui flagellai il mio cuore mi consentì una forza ed un coraggio che avrei creduto superiore alla mia natura di donna, la forza e il coraggio d'intraprendere la lotta...

Una lotta spietata. Fu allora che io conobbi per la prima volta quanto sieno meschine le armi dell'amor proprio offeso, e quanto fiacca la rivolta della dignità che non si accompagna colla coscienza. Tutti i rimproveri che io poteva fare a quell'uomo si spuntavano contro il suo sorriso glaciale; al contrario le accuse che io stessa muoveva alla mia condotta passata ricadevano sul mio cuore a soffocare gli impeti generosi dell'ira. Nondimeno lottai... Sfidai il suo sguardo insistente ed ingiurioso, e lo costrinsi più volte ad abbassarlo. Io ne andava lieta come di un gran trionfo; sentivo il sangue affluire più rapido e più copioso alla testa ed al cuore, ma poco dopo tremavo tutta, impallidivo e chinavo a terra la fronte umiliata; risollevandola incontravo un'altra volta la pupilla fredda e penetrante di lui... Quelle lotte esaurirono le mie forze; la mia energia rimase fiaccata a poco a poco da quell'urto. Vi fu un momento in cui ebbi paura, in cui un'immensa sfiducia, ed un accasciamento improvviso dominarono tutto il mio spirito. L'avvenire mi parve assai nero; guardai innanzi a me atterrita come un viaggiatore che all'improvviso vede sprofondarsi sul suo sentiero una voragine.

Quell'uomo indovinò dal mio volto, dal mio atteggiamento, ciò che si passava dentro di me. Quando non seppi più simulare la forza e l'indifferenza, fui altresì incapace di dissimulare la debolezza e la paura.

Da quel momento io non mi appartenevo più; ciò che era in me non poteva quindi innanzi bastare a me medesima; la mia pace, la mia salvezza erano al di fuori della mia natura. Mio marito! egli solo avrebbe potuto difendermi, io doveva gettarmi nelle sue braccia e versare nel suo seno pieno d'amore il mio seno traboccante d'angoscia.

Ad altro patto non era più possibile sottrarmi alla vergogna. Il cavaliere Salvani avrebbe indovinato ben tosto, se pure non lo aveva diggià indovinato, l'intervallo che si frapponeva tra me e mio marito; egli possessore del mio segreto, non avrebbe tardato ad abusarne; autore del mio disonore, ne avrebbe fatto pesare le conseguenze sul mio povero capo.

Se io avessi potuto resistere ancora, avrei forse ingannato quell'uomo, fors'anco lo avrei reso pauroso; sperare di trionfarne per altra via era lusinga non solo inutile, ma perniciosa.

E tuttavia non mi bastò l'animo. La franchezza d'una confessione avrebbe sollevato il mio cuore, ma ucciso inesorabilmente la pace di mio marito. Perdonarmi! l'avrebbe egli potuto? qual'uomo lo avrebbe potuto?

«Chi sa, dissi a me stessa, se la mia franchezza non avrebbe invece battesimo di paura, se la mia confessione anzi che spontanea, non parrebbe invece strappata dalla necessità e dall'imminenza del pericolo? Egli saprebbe ben tosto tutto; qual merito avrei io d'anticipare di alcune ore quella scienza sciagurata? E chi può dire che al contrario la mia confessione, distruggendo a un tratto l'immagine della mia debolezza, non celerà a suoi occhi le mie lotte del passato, e non gli farà attribuire a mal animo e a finzione ciò che fu frutto di vergogna? E poichè le conseguenze d'una rivelazione, da qualunque parte venisse fatta, erano oggimai immutabili, per qual fine avrei io attribuito al mio cuore questo penoso fardello, mentre gli avvenimenti stessi avrebbero palesato il segreto dell'anima mia? La vergogna! oggi non era ciò che io temessi di più; era l'amore di lui che io vedeva minacciato, non il mio orgoglio; e poteva io sfidare il momento in cui egli mi avrebbe ritolto il suo amore?»

Attraverso questa confusa vicenda di paure, e di propositi, io smarrii affatto l'imperio del mio spirito.

Da gran tempo mi era abituata a considerare i vincoli che mi legavano a mio marito, il suo amore, e la sua stima, come un tesoro minaccialo dalla mano avara del destino. In mezzo a questo inesorabile ed incessante timore, balenava talvolta qualche raggio di speranza — e qual'è il cuore che non speri? — ma moriva bentosto nelle tenebre profonde della mia anima.

Il mio pensiero, sempre stanco e sempre infaticabile, ritornava alle immagini desolate del mio avvenire.»

LXV.

«L'idea di trovarmi sola col cavaliere aveva attraversato più volte lo scompiglio della mia mente. Quel pensiero a poco a poco aveva occupato tutto il mio spirito. Una paura invincibile s'impadronì di me. Avrei voluto che mio marito non si fosse mai allontanato dal mio fianco, che non mi avesse lasciata sola in casa un istante; volli pregarnelo — ciò avrebbe bastato al suo cuore amantissimo — ma non l'osai; e come avrei io potuto osarlo?

Quando era sola mi chiudeva nelle mie stanze, e ordinavo che non si lasciasse entrare alcuno; uno di quei giorni per l'appunto venne il cavaliere e lasciò il suo biglietto di visita. Mi rallegrai d'averlo potuto sfuggire, tremando al pensiero di quell'incontro. Che mi avrebbe egli detto? come si sarebbe comportato in mia presenza? come mi sarei comportata io?

Quest'ultima idea fu un raggio di luce; fino a quel punto io non ci aveva pensato; oramai diveniva indispensabile. Il cavaliere non era uomo da sbigottirsi al primo tentativo fallito; se egli aveva in animo d'incontrarsi solo con me, sarebbe ritornato; non accolto, sarebbe ritornato ancora; la sua insistenza avrebbe vinto o tardi o tosto il mio proposito. Nè io poteva senza destar sospetti ostinarmi in un contegno così poco naturale e così opposto alle mie abitudini. I miei servi ne avrebbero fatto ben presto l'osservazione; la malizia e la maldicenza avrebbero affrettato lo scandalo che io voleva evitare.

Rinunziai adunque ad un sistema di difesa che non offriva speranze di vittoria. Mi conveniva affrontare quell'uomo, sopportare i suoi sguardi. Egli avrebbe forse mentito un affetto per vincere il mio cuore e trascinarmi un'altra volta alla colpa; in questo caso io mi sentiva forte; sarebbe forse disceso fino alla minaccia, ed io mi lusingava di opporre saldamente il mio disprezzo.

Il cavaliere Salvani venne. Questa volta io mi sentiva preparata a riceverlo.

Le sue prime parole come io lo aveva immaginato furono un prodigio di iniquità e di menzogna, quale io non avrei creduto possibile nell'anima d'un uomo. Mi cadde ai piedi domandandomi perdono, incolpando il destino che lo aveva macchiato dell'_apparenza d'un tradimento_, e gli aveva involato il _suo amore_.

A tanta audacia io sentii mancarmi gran parte delle forze sulle quali aveva confidato; tuttavia risposi con dignità, evitando l'ironia e il rimprovero. La mia freddezza parve sventare i suoi progetti; evidentemente egli aveva calcolato sulla mia collera e sul mio dispetto come sopra una breccia che mi avrebbe data in sue mani. Tuttavia non desistette, e facendo ciò che io non aveva fatto, finse un improvviso sentimento di gelosia e mi colmò di rimproveri, lamentandosi che io non lo avessi compreso, e non avessi saputo aspettare il suo ritorno. Questo secondo tentativo mi trovò inalterabile; un sorriso di disprezzo sfiorò il mio labbro, e riunendo tutte le mie forze per non tradire la mia angoscia, gli dissi freddamente che mio marito sarebbe ritornato fra breve. Quello fu il segnale della lotta più terribile; ma io era pronta a sostenere le minaccie come aveva sostenuto le preghiere ed i rimproveri.

Se non che io non aveva indagato che la natura dell'assalto, non ne aveva misurato la violenza; una minaccia fredda, calma, sarcastica, mi avrebbe trovata fredda, calma e sarcastica del pari; l'impeto con cui il cavaliere irruppe contro di me mi fe' correre un brivido di spavento per le vene; le mie fibre fragili e dilicate si commossero e tremarono tutte; il timore dello scandalo mi rese debole e paurosa; compresi di esser vinta.

Il cavaliere pareva fuor di sè; lo era egli, o fingeva? lo ignoro; ma la sua collera non era meno terribile.

Mi abbandonai sul divano in preda ad un affanno mortale. In quella strana ed angosciosa fantasmagoria di rimorsi e di paure, mi pervennero distintamente all'orecchio queste parole, che furono un dardo avvelenato pel mio cuore.

— Che credete? Siete mia; lo siete stata, lo sarete. La vostra coscienza ha dimenticato troppo presto il vincolo che vi congiunge eternamente a me. _Eternamente_, intendete? Vorreste sottrarvene? Provate. Vi sfido; il vostro passato mi dà diritto su voi; l'ieri mi fa giustizia dell'oggi.»

Ohimè! sì, io era in sue mani; e tuttavia io lo sentiva, non era lui, non era il mio passato che esercitasse tale potere misterioso sopra di me — era questo segreto fatale che mi mordeva il petto come un serpente.»

LXVI.

«In quel momento udimmo un passo avvicinarsi; tremai come al contatto d'una pila, e nascosi la faccia fra le mani. Il cavaliere mi afferrò per un braccio; levai gli occhi istupiditi; la sua faccia era pallida per la paura. Quella vista rianimò il mio coraggio, e mi ridonò un poco di calma.

Entrò un servo e mi fu annunziata la vostra visita.

Il cavaliere aveva ripreso il dominio di sè stesso, ed aveva composto le labbra ad un sogghigno...

Compresi, tuttavia non esitai; ordinai vi si facesse attendere un istante in sala. Gli occhi del cavaliere avvamparono d'ira; io ne sostenni il lampo senza battere palpebra. Ciò che avvenne dopo quello sguardo ha lasciato un solco assai profondo nella mia memoria.

Il cavaliere si accostò furibondo all'uscio che comunicava colla sala; per un'istante credetti che vi muovesse incontro; ma egli afferrò la porta e la rinchiuse sbattendola con tale impeto che fece tremare i vetri delle finestre; poi venne a me, e con voce resa ancora più truce dallo sforzo che egli faceva per abbassarla, volle che io promettessi di recarmi da lui ad un suo cenno. Insistei. Minacciò — una terribile minaccia... Che doveva io fare? Ero sola, paurosa di uno scandalo; voi eravate lì presso, io avea udito i vostri passi — _lui_ era immobile, ritto innanzi a me, col volto contraffatto dall'ira...

— Verrete? Verrete? Un _sì_ soffocato partì dal mio petto.»

LXVII.

«Venni innanzi a voi col sorriso sulle labbra, colla disperazione nell'anima. Avevate voi udito? Sospettavate?... Non ve ne faccio colpa; il vostro contegno mi diceva di _sì_; la vostra cortesia fredda mi accusava e mi feriva.

Quando fui sola mi chiusi nelle mie stanze come per involarmi agli occhi di tutti; avessi io potuto sottrarmi alla mia stessa coscienza!... Parevami che il mondo avesse letto la mia vergogna....»

LXVIII.

«Il domani mattina verso le nove, Giovanni mi consegnò segretamente un biglietto che uno sconosciuto aveva portato poco prima. I caratteri del cavaliere mi erano noti, e li riconobbi; tremai per il pericolo che io aveva corso e nascosi istintivamente quella lettera perchè non pervenisse in mano di mio marito.... Egli era là, nel suo letto, sorridente, tranquillo, felice.... Mi sanguinava il cuore per doverlo ingannare.

L'audacia dei cavaliere Salvani riuscì a quell'effetto cui evidentemente aveva mirato, a debellare il mio spirito colla pompa del suo sangue freddo, a farmi apprezzare vieppiù per mezzo dell'esempio l'importanza del pericolo che mi minacciava qualora avessi voluto sottrarmi alla mia promessa.

Quella lettera non conteneva che alcune indicazioni per il convegno al quale io aveva dato l'assenso. Il laconismo di quelle parole era temperato da una preghiera che non mancassi.

Nondimeno la mia vanità di donna non se ne offese. Io aveva ben altra spina nel cuore. «Fra due ore!» Quella lettera mi fissava il convegno per le undici. Un termine così breve per decidere! Anche questo era un sotterfugio per trionfare più facilmente della mia debolezza. Un tempo lungo avrebbe forse rinvigorita la mia volontà, e fattala uscire vincitrice; un termine breve mi costringeva ad arrendermi senza lottare. La virtù non può trionfare che dopo aver combattuto, ad uno ad uno, corpo a corpo, tutti gli assalitori; non è che la passione che vince al primo assalto.

In quello spazio di tempo che precedette l'ora fatale, mille pensieri, mille progetti, mille propositi morirono un'altra volta nel mio petto.

Vi fu un istante in cui, tratta da un invincibile trasporto di abnegazione e di sagrifizio, venni presso al letto di mio marito. Che voleva io fare?... Rivelare, sì, rivelare tutto; affrontare il disprezzo; il suo abbandono....

Levai il capo verso di lui.

.... Egli era là, sorridente, tranquillo, felice....

Mio Dio! Mio Dio! Avrei io avvelenato di un tratto la sua pace, avrei io sagrificato tutto il suo avvenire d'affetti ad un sentimento poco caritatevole di tarda ed infruttuosa severità? Però che io l'amavo, mio marito; ardentissimamente.... E poi, io non volevo già tradire la sua fede; se mi recava ad un convegno era per assicurare la sua pace, la nostra felicità; chi sa; le mie lagrime, le mie preghiere avrebbero forse ritrovato il sentiero nascosto di quel cuore insensibile.... io avrei saputo piangere e pregar tanto, che egli avrebbe avuto pietà della mia angoscia.,.. L'ora si appressava....

Balbettai non so più quale pretesto per uscire di casa senza insospettire mio marito, e mi recai al convegno.

LXIX.

«Una carrozza mi attendeva; non vi dirò lo spasimo che torturò il mio cuore per via; non vi dirò come io vi arrivassi, istupidita, senza pensiero, senza coscienza.

Mi era parso d'essere stata seguita e spiata, il terrore aveva soffocato il rimorso, e riparai in quella carrozza come in un asilo che avrebbe celato la mia vergogna.

Il cavalier Salvani era seduto in faccia a me; io non lo riconobbi, non lo vidi quasi; il timore d'essere scoperta vinceva la mia anima, l'occupava tutta.

La carrozza partì al galoppo. A poco a poco mi rincorai, l'immagine d'un altro pericolo assai più fatale fu la prima che venne a troncare l'atonia del mio pensiero; un sentimento ben definito di terrore succedette alle vaghe paure che m'avevano sbigottita. Tuttavia non mi smarrii d'animo; di fronte alla minaccia d'una immensa sciagura, serbai la calma per meditare le vie d'assicurare la mia salvezza.

La carrozza camminò gran tempo senza arrestarsi; io teneva gli occhi abbassati; il cavaliere non diceva parola. Nondimeno io indovinavo i suoi pensieri, e, senza guardare, vedevo il suo sguardo penetrante fisso ostinatamente sopra di me.

Ciò che stava per avvenire era una prova terribile, suprema; io non me ne dissimulavo la gravezza; mi era parso che il primo bisogno del mio cuore era di non ingannarsi sulla natura della lotta, per non fallire nella misura delle sue forze. Una speranza troppo audacemente nutrita, un'illusione troppo ingenuamente serbata, mi avrebbero strappata la vittoria dal pugno. Doveva spogliarmi di tutto, guardare in faccia il pericolo, prevederlo, aspettarlo; di tal guisa il fascino dell'ignoto non avrebbe potuto nulla sopra di me.

Che poteva io sperare da quel colloquio? Che sperava, che pretendeva quell'uomo?

Previdi le preghiere, i giuramenti, le menzogne, le minaccie; la mia forza avrebbe bastato a resistere. Riconfortata da questa fede, sollevai lo sguardo in faccia al cavaliere con aria di sì fredda ed irremovibile sicurezza, che le guancie di lui s'imporporarono non so se per vergogna o per dispetto.

Non dissi motto — non disse motto; gli fui grata del suo silenzio.

Finalmente la carrozza si arrestò; un brivido mi corse per le vene... Che facevo io? dove andavo? a qual fine? che sarebbe stato di me? Mio Dio! mio Dio! avessi potuto strapparmi il cuore, strapparlo, salvarlo dai rimorsi questo misero cuore!

Tutto il mio coraggio mi venne meno a un tratto. Sentii la mano del cavaliere posarsi sul mio braccio, e levai lo sguardo pauroso per implorare la sua pietà.