Un segreto, vol. 2

Part 4

Chapter 43,937 wordsPublic domain

Quell'uomo era giovane; mi aveva detto che io era bella, e mi ero stretta nelle spalle; tutti mi avevano detto altrettanto; mi aveva detto che io gli piaceva, ed io l'aveva guardato in volto, ed aveva visto che non era brutto e che non mi dispiaceva; finalmente mi disse che mi amava.

Io non risposi nulla, ma arrossii e sentii dentro di me qualche cosa che mi lusingava e m'impauriva ad un tempo.

La notte non chiusi occhio; una sensazione nuova mi costringeva a vegliare. Io volgeva e rivolgeva in mente quelle misteriose parole che avevano tanto potuto sul mio cuore; dove era il segreto che me le faceva così care? L'immagine dell'uomo che le aveva profferite si mesceva talvolta alle mie fantasie, ma così vaporosa ed incerta, che io stentava a riunirne coll'occhio i profili. Io non posso dubitarne: il labbro che le aveva profferite aveva ben piccola parte nell'influenza meravigliosa di quelle parole. L'amante era l'accessorio — un nonnulla; l'amore era tutto. Essere amata! sapere che si ha inspirato dell'amore! è forse questa segreta compiacenza che abbellisce il primo palpito del cuore della donna. Ieri le feste, le etichette, le mode; ma nonostante tutto ciò la coscienza, e, più che la coscienza, il desiderio d'essere bambina; oggi invece la donna colle sue ardenze, coi suoi desiderii, coi suoi affetti. L'amore è una rivelazione; la farfalla dalle ali di raso si abbandona al fuoco che la seduce — la fanciulla muore e nasce la donna.

Quell'uomo era bello, era simpatico? che so io? Mi amava, ecco tutto. Io non l'amavo, ma pensavo talvolta a lui, e mi compiaceva di questo pensiero. Io sentiva qualche cosa per lui; forse più riconoscenza che simpatia, amore no certamente; ad ogni modo io sentiva qualche cosa. Era stato lui il primo! Aveva sopra di me come un diritto di conquista; avessi anche sentito simpatia per un altro, mi sarebbe sembrato di rendermi infedele, di mancare ad un dovere. A quella età si sente l'istinto del sagrifizio, e se ne ha la forza.

Il giorno successivo fui pensierosa; erano i primi pensieri, i primi affanni.

Lo rividi; volli sfuggirlo quasi per istinto, ed _egli_ mi si fece vicino addolorato. Quel dolore mi ferì vivamente; fui gentile con lui; risi delle sue parole, ma dentro di me mi lusingai. Le abitudini sociali mi apprestavano le prime armi dell'amore, la dissimulazione.

Un'altra volta fu più ardente, ed io risi meno; finalmente mi domandò se io l'amassi, ed io gli dissi ingenuamente di _sì_. Ero io certa di non ingannarmi? non credo; ero però certa di non mentire.

Di quel tempo mio padre ammalò; per la prima volta in mia vita pensai che sarebbe venuto un giorno in cui anch'egli mi avrebbe lasciato. Pur troppo i miei timori non tardarono ad avverarsi!

Durante la sua infermità io fui sempre al suo fianco; ma il mio pensiero era sempre con _lui_.

Ci rivedemmo più volte presso il capezzale di mio padre; gli parlai dell'avvenire; mi parlò dell'avvenire. In fondo al mio cuore era un pensiero che si rivelava dai miei sguardi; mi parlò di nozze. Battei palma a palma le mani; non ne era troppo certa, ma doveva esser questo. Il matrimonio per me era l'amore.

A poco a poco mi assuefai a vederlo, a pensare a lui, ai _nostri_ progetti. Allora fui assalita da una specie di rimorso; incapace di apprezzare giustamente la natura dei miei sentimenti, volli analizzare l'affetto che io sentiva per _lui_, e convincermi che io l'amavo. Frugai nel mio cuore con severità, disposta ad accusarmi di non avergli dato tutto ciò che il mio cuore poteva dargli. Il risultato di queste indagini mi afflisse; io non era certa d'aver la coscienza netta; quando avevo domandato a me stessa che cosa amassi in _lui_, era rimasta attonita. Il suo naso, la sua fronte, la sua bocca? No certamente; un altro naso, un'altra fronte, un'altra bocca, mi avrebbero trovata arrendevole allo stesso modo: amavo _lui_. Questo _lui_ concretizzava le mie aspirazioni, il mio ideale: ma questa vaga indeterminazione mi era incresciosa, e me ne faceva un carico.

Come per vendicare questa colpa, presi a dimostrargli maggior tenerezza. Ridivenni bambina per _lui_, perchè egli potesse comandarmi, perchè io ricercassi avidamente le sue carezze; la mia innocenza non mi impediva il rossore; la natura stessa ci avverte dell'errore in un linguaggio pieno di mistero e di eloquenza.

Quell'uomo approfittò della mia debolezza, dell'impero fatale che esercitava sopra di me; un giorno.... e come oserò io ripeterlo? egli pregava, mi stringeva le mani, si gettava ai miei piedi; io pallida, sbigottita, tremante, senza coscienza. La vergogna mi teneva immobile, l'amore, la pietà mi facevano deboli; la sua audacia, le sue promesse, mi soggiogavano; fui colpevole.»

LVI.

Carlotta nascose la faccia fra le mani.

Silvio colle labbra tremanti, con una espressione indescrivibile d'ansietà o di paura, girava uno sguardo torvo intorno a sè.

— E quell'uomo? domandò egli con voce fioca, facendo forza a sè stesso.

— Il cavalier Salvani; rispose Carlotta rialzando la fronte pallidissima.

Silvio soffocò un gemito; e fece segno a Carlotta di continuare la sua narrazione.

LVII.

«Conobbi ben tosto l'enormità del mio fallo; benchè io cercassi di stordirmi nel pensiero dell'amore, la coscienza mi accasciava ogni giorno sotto il peso del rimorso. Una segreta ed invincibile paura s'aggiungeva al mio strazio.

La prima colpa mi aveva abbandonata inerme in balia di lui; io sentiva di appartenergli, parevami che forza umana non avrebbe potuto strapparmi dal suo seno, che i nostri destini fossero stati congiunti lassù. Questa assoluta dipendenza dai suoi voleri mi atterriva; il peso dei doveri che mi stringevano a lui non era alleviato da alcun diritto; io sapeva troppo bene di non averne alcuno.

Per la prima volta pensai al matrimonio come ad una riparazione; glielo dissi fra le lagrime, ed egli mi rassicurò, ridendo della mia debolezza.

Io non lo amavo più come prima, nè certamente lo amavo più di prima; pareva che la mia anima avesse mutato natura. La colpa aveva concretizzato a un tratto le astrazioni del mio culto; prima era l'amore; oggi era l'uomo a cui mi era abbandonata. Era tuttavia un modo assai strano d'amarlo; v'era dell'ammirazione, e quasi del timore per il suo corpo maschio, così vigoroso al confronto del mio; v'era del rispetto, ma poca tenerezza. Io sentiva che avrei potuto amare altrimenti, che in fondo al mio cuore v'era qualche cosa che invano anelava di prorompere. Che cosa me ne tratteneva? Non lo sapeva dire.

Tuttavia io era felice; mi compiacevo dei miei sentimenti, e cercando d'ingannare me stessa, mi compiaceva perfino della mia colpa. Le sue carezze, le sue promesse, mi pagavano di tutto; quando mi vedeva mesta sapeva mostrarsi tenero per rasserenarmi.

Passarono di tal guisa alcune settimane. La malattia di mio padre s'era aggravata; pensando che io deludevo la fiducia del povero infermo, e che v'erano stati dei momenti in cui m'era quasi rallegrata della sua infermità, io mi sentiva riavvicinata a lui, più ancora che dall'affetto e dal sentimento di pietà dal bisogno di meritare il suo perdono.

La sua malattia si prolungò alcuni mesi.

In quell'intervallo di tempo Salvani era venuto assiduamente a vedermi; i suoi modi erano però mutati; alla dolcezza delle sue parole era succeduta una specie di rozzezza dissimulata a stento; alla spontaneità ardente un'indifferenza che mi agghiacciava.

Io gliene faceva rimprovero palesemente; egli si schermiva con una parola: «affari», ed io, che non amavo di meglio che di credergli, mi acquetavo.

I miei timori non erano che troppo fondati; in breve n'ebbi la certezza.

Non dirò per qual via mi giungesse la forza per sopportare quel colpo crudele; io lo sopportai. Il suo abbandono mi trovò preparata; da qualche tempo l'affetto s'era spuntato nel mio cuore contro la vergogna; la virtù oltraggiata mi consenti una forza che non avrei osato sperare; egli spezzò i suoi giuramenti, ed io non ne morii. La vergogna non uccide.

La mia debole natura di donna si fortificò nell'odio; odiai quell'uomo assai più che non lo avessi amato».

LVIII.

«Risparmierò al mio cuore una narrazione penosa ed inutile; la narrazione dei dolori che accompagnarono il mio disinganno.

Mio padre riacquistò a poco a poco la salute; a poco a poco invece io andai perdendo la mia. Il cielo mi è testimonio se il pensiero d'ammalarmi e di morire mi ha fatto battere il cuore! Ma la mia speranza fu vana. Un pallore estremo aveva cancellato sulle mie guancie le rose della fanciullezza e dell'innocenza, ma non fui costretta a letto. Assai più fatale era il mutamento avvenuto nel mio spirito; quella mia natura facile, scherzosa, puerile, aveva preso il sussiego della meditazione, e un'indolenza assai prossima all'apatia.

Mio padre cercò invano di distrarmi, interrogò invano i medici, invano interrogò il mio cuore.

Le sale della nostra casa si ripopolarono un'altra volta di convitati; un'altra volta toccarono a me le brighe dei ricevimenti; ed io mi vi assoggettai senza riluttanza, senza troppo gran noia, come ad una necessità indifferente.

Un ricco negoziante, ancor giovane, aspirò alla mia mano. Mio padre me ne parlò con quella leggiera insistenza che nei cuori benevoli e delicati tiene luogo dell'autorità. Rifiutai, e non se ne parlò più. Ma il mio cuore n'ebbe per un pezzo, e tutti i fantasmi del rimorso ritornarono in folla a torturarmi dopo quel rifiuto. Il mio partito era preso; per la donna che ha dimenticato i suoi doveri, non ve ne ha più che uno: soffrire in silenzio, soffrire sola; associare un uomo alla mia vita sarebbe stato associarlo alla mia vergogna. Il pentimento mi rendeva crudele contro me stessa; conobbi più tardi che un altro rimedio era possibile, ma non ebbi il coraggio d'accettarlo.»

LIX.

«Passarono di tal guisa diciotto mesi; io ora presso al ventesimo anno. Mio padre mi colmava di carezze senza riuscire a darsi ragione della mia tristezza. Di Salvani non avevo saputo più nulla; tremavo al pensiero di rivederlo, sebbene sapessi troppo bene che egli mi avrebbe sfuggito.

L'aspetto di mio padre era una continua minaccia per me; benchè egli si adoperasse a non lasciarlo parere, io indovinavo dal suo volto l'affanno che lo torturava; comprendevo che il mio stato di zitella lo poneva in gravi timori pel mio avvenire. I suoi discorsi miravano tutti istintivamente ad uno stesso fine: ispirarmi l'amore della famiglia e il pensiero d'uno sposo; io fingevo di non comprendere l'allusione, e mi schermivo con qualche domanda d'altra natura, a cui egli rispondeva sospirando.

Una sera, io l'ho in mente come fosse ieri, ci fu presentato il figlio d'un ricco negoziante svizzero, che era in rapporti di commercio con mio padre.

Era un giovane sui ventotto anni, alto della persona, di lineamenti severi e belli. Non so perchè, vedendolo la prima volta, mi sentii così potentemente attratta verso di lui; v'ha certamente al di fuori di noi una forza misteriosa che ci trascina inesorabilmente sul sentiero che ci è stato segnato; noi non siamo che strumenti.

Quell'uomo voi lo avete conosciuto, si chiamava Antonio Verni.»

LX.

«Io aveva lottato disperatamente col mio cuore, e mi era lusingata d'avergli strappato per sempre ogni altra facoltà, tranne quella del dolore. Quel giorno compresi d'aver fidato a torto sulle mie forze; io sentivo nel mio seno la facoltà, e più ancora, il bisogno d'amare. Anzi, ora appunto che mi sapevo indegna di questo nobile sentimento, m'accorgevo di comprenderne per la prima volta la vera natura. Salvani non aveva avuto che la mia innocenza, oggi io potevo dare il mio vero, il mio primo amore.

Tuttavia non mi arresi al prepotente desiderio del mio cuore, e combattei questa passione che divampava ogni giorno più violenta.

Il signor Verni — allora io lo chiamavo arrossendo «signore» — pareva non vedere l'imbarazzo che mi cagionava la sua presenza, nè dal canto suo aveva fatto nulla per suscitarlo. Rare parole ed indifferenti, qualche sguardo smarrito che s'era incontrato alla sfuggita nel mio, e null'altro. La mia vanità di donna non sarebbe stata certamente lusingata dal suo contegno; ma io non era più vanitosa. La vanità è una debolezza che esige una coscienza, non dirò pura, ma tranquilla; essa vive e s'alimenta di cento inezie che solo la virtù senza macchia o il vizio spudorato possono procacciarle; un'anima tormentata dal rimorso non lo potrebbe giammai.

Dal sapere che il mio affetto era solitario e non corrisposto, ritrassi nuovo vigore per combatterlo. Invano. Il mio cuore era più forte della mia volontà. A poco a poco rinunziai a resistere; mi ripetei che la sua indifferenza allontanava il pericolo della passione; che io sarei stata libera d'amare senza temere le conseguenze cui un amore corrisposto avrebbe potuto trascinarmi; io non sarei stata mai la sposa di quell'uomo, ma ne sarei stata l'amante sempre. Avrei vissuto di questo affetto; nissuno avrebbe potuto rapirlo dal mio cuore, però che nessuno avrebbe letto nel mio cuore.

Io non mi faccio colpa di questa segreta determinazione, sebbene per essa io mi sia trovata più debole nel momento in cui più avrei avuto bisogno di forza — così era stabilito lassù.

Se rivolgo lo sguardo al mio passato, io non vedo che una cieca fatalità in lotta colla mia debolezza. Le mie colpe sono, ahimè, grandi e vere, ma i cimenti a cui fui provata furono troppo lunghi e troppo crudeli, perchè potesse essere incerto l'esito della lotta.

Una sera io mi trovai senza avvedermene seduta vicino al _signor_ Verni. Levando gli occhi, incontrai il suo sguardo fisso sopra di me.

Non era la prima volta che io sorprendeva il suo sguardo che aveva virtù di farmi arrossire. Quella sera però, forse perchè lontana dall'aspettarmelo o forse perchè più debole nel sostenerlo, la mia emozione fu così palese che egli se ne avvide. Io chinai gli occhi al suolo, egli li tenne fissi nel mio volto; risollevandoli, toccò a lui ad abbassarli e ad arrossire. Fu il primo segno di un'intelligenza misteriosa fra le nostre anime; ma fu eloquentissimo. Provai un piacere vivo, ma crudele come fitta di dolore.

La mia mente non ebbe altra immagine che quel rossore, nè altro pensiero che a quella muta rivelazione.

Un'altra volta egli mi si fece incontro per salutarmi; indovinai dal suo sguardo che era commosso, e la mia mano tremò nella sua; — egli la trattenne con insensibile violenza — un solo istante, eterno per il mio cuore. Quel giorno lo sfuggii: il suo amore era a un tempo un conforto ineffabile ed uno spasimo atroce; quel che io sentivo al pensiero di essere amata da lui era un sentimento indefinito di desiderio e di paura — ma più assai di paura.

Finalmente egli mi svelò il suo affetto; fu una prova suprema, terribile; io non so più quale linguaggio egli adoperasse, ma mi parve un linguaggio non mai udito; l'impressione che io ne provai era certamente affatto nuova per me. Mi tornò in mente il passato, questo inesorabile passato che pesava sulla mia coscienza; impallidii, tremai, non risposi; che cosa avrei potuto rispondere?

Il _signor_ Verni non si diè per vinto; insistè con cortesia squisita ed ottenne da me delle parole smarrite, senza senso, che pure lo colmarono di gioia. Era una gioia schietta, serena, che illuminava il suo volto di una luce straordinaria.

Alcuni giorni dopo mi chiese il permesso di parlare di me a mio padre. Che voleva egli dire? Poteva la mia povera mente agitata comprendere ancora alcuna cosa di ciò che avveniva intorno a me? Mio padre mi parlò di nozze, di nozze col _signor_ Verni. Rifiutai con voce spenta, e poichè mio padre si meravigliava, e per la prima volta in sua vita insisteva, dissimulando a stento la sua collera, mi gettai piangendo nelle sue braccia.

Il _signor_ Verni non parve aversene a male; si mostrò sempre cortese verso di me, e studiò con ogni cura tutte le vie del mio cuore. Egli non sapeva quanto io l'amassi, quanto sarei stata felice d'essere sua!

L'amore mi guadagnò; a poco a poco tutte le mie armi di difesa diventarono uno schermo impotente. Una cosa sola rimaneva incrollabile in me: il proposito di non ingannare quell'uomo così generoso. Un giorno egli era venuto a farci visita, e mio padre era assente; trovandomi sola con lui tremai come uno stelo di giunco. Mi parlò del suo amore. Che avrei potuto fare io, io che l'amava ardentissimamente?

Ascoltai senza interromperlo; mi chiese se io l'amassi; mi schermii male, titubai, arrossii, un _sì_ fuggi dal mio petto. Da quel punto fui vinta. Confessato il mio amore, io non poteva più ostinarmi nel rifiuto della sua mano senza darne le ragioni; ed avrei io osato?...

Risposi alle nuove profferte di nozze con dei pretesti per indugiare; accettò giubilante, sarebbe stato ai miei voleri. Mio padre era fuor di sè dalla gioia.

Tutto ciò era avvenuto senza che quasi io ne avessi coscienza, come opera di malia. Passarono alcune settimane, rapide come pagine d'un libro sfogliate da una mano impaziente. Il mio supplizio divenne ogni giorno più atroce; io comprendeva che oramai non mi rimaneva che un partito: confessare tutto, purificarmi per questo mezzo.

Nessun'altra via erami aperta per divenire sposa di quell'uomo; portare nel mio nuovo stato di moglie il segreto del mio passato, sarebbe stato aggiungere un nuovo rimorso alle mie torture. Ingannare la buona fede d'un uomo che mi amava, era ai miei occhi tale bassezza di cui non avrei creduto giammai di potermi macchiare.

Mio padre era ricaduto improvvisamente ammalato; mi pregava colla voce e colle lagrime: «affrettassi, non lo lasciassi morire senza dargli il conforto di vedermi unita ad un uomo onesto.» Mi feci forza e diedi convegno al _signor_ Verni. In quel momento era disposta ad affrontare la vergogna; s'egli si fosse trovato innanzi a me non avrei esitato un solo istante.

Quella fu per me una giornata d'angoscia. La ragione mi rappresentò agli occhi le conseguenze di ciò che io stavo per fare; un basso istinto d'egoismo e di paura ne alterò stranamente le sembianze. Ciò che da prima era dovere prese aspetto d'eroismo; la bassezza e l'inganno ebbero battesimo di prudenza.

Che cosa avrebbe fatto il _signor_ Verni dopo la mia confessione? Mi avrebbe stimata per la franchezza, e il suo amore avrebbe saputo perdonare ad un passato che infine non gli apparteneva... Ciò era probabile. Ma se invece egli avesse sdegnato di dare la sua mano ad una donna colpevole? Ciò era pure possibile; nella più parte dei casi sarebbe stato anzi il partito più verisimile. E in tal caso che cosa mi sarebbe rimasto? La vergogna della confessione, la vergogna di sapere che un altro uomo aveva penetrato questo secreto fatale della mia vita sciagurata. Al contrario il silenzio salvava ogni cosa; se il passato non apparteneva che a me sola, nessuno aveva diritto di indagarne il mistero; nè io falliva ad un dovere tacendo una colpa che la mia nuova vita avrebbe dovuto far dimenticare a me stessa. Che se pure il signor Verni avesse accolto la mia confessione ed accettato senza arrossire il carico di farmi dimenticare coll'amore il tormento delle memorie, chi poteva dire quanto tempo avrebbe durato il suo coraggio? chi poteva dire che un giorno egli non si sarebbe pentito della sua debolezza ed avrebbe pagato col disprezzo da prima, coll'indifferenza più tardi, la memoria incancellabile d'una colpa?

Venne il domani; venne l'ora del convegno; venne il signor Verni.

Il mio proposito aveva resistito alla lotta; io era pallida in viso, ma pronta a sfidare l'abbandono e il disprezzo di quell'uomo che amavo.

Egli era bello, dolce, amorevole; si rinnovarono ancora una volta nella mia mente le indecisioni che mi avevano travagliato fino a quel punto. Avvelenare la sua pace, uccidere forse il nostro amore, perderlo forse per sempre! Affannoso pensiero!.... E tuttavia io mi sentiva in petto una forza prodigiosa....

Lo feci sedere vicino a me, radunai le mie idee, cercai la frase che poc'anzi avevo ripetuto cento volte dentro di me; la cercai spasimando, istupidita, atterrita del mio coraggio....

Lo guardai in volto; era così sereno! ed avrei? Orribile! Orribile! ed avrei io osato palesare a lui? e in quali termini, mio Dio?

La vergogna mi vinse; mi abbandonai piangendo sopra il divano.

— Che avete? mi domandò egli commosso.

— Che ho?

Mi rialzai con un nuovo impeto, aprii le labbra per parlare, ma la voce mi mancò, e il fatale segreto morì soffocalo nel mio seno.»

LXI.

«La fermezza della volontà mi aveva ingrandita ai miei occhi; giudicate voi dell'accasciamento che vi succedette. Una sfiducia, tanto più profonda quanto più saldo era stato il mio proposito, dominò il mio spirito. Incapace dell'eroismo che purifica, (allora la confessione mi apparì come _eroismo_) mi sentii mancare a un tratto anche la forza di resistere ad un nuovo fallo.

Codesto è spesso il sentiero fatale della colpa; si rifiuta per debolezza il solo rimedio che risana, si sdegna un pentimento inutile, e si cerca la dimenticanza in quella sorgente dove si ha attinto il rimorso. Sciagurata miseria del cuore! — non di rado il rimorso lava il rimorso.

Desistei dalla lotta; mi assoggettai come una bambina, subii senza riscuotermi il peso della mia apatia. Il mio amore cresceva gigante; il cuore soffocava la coscienza.

Ebbi dei rari intervalli di vigore, degli slanci improvvisi di virtù e di sagrifizio. Tentai molte lettere per lui, tutte incominciavano a un modo «non posso essere vostra.» Poche andavano più oltre; le lagrime me l'avevano sempre impedito.

Avrei voluto darmi la morte per uscire onestamente da questo supplizio. Rinunziare al suo amore! Io l'avrei potuto. Non fu l'egoismo che me ne trattenne, ma la vergogna, mi era impossibile di rinunziare alla sua stima. Non v'era scampo; egli avrebbe voluto sapere le ragioni d'un rifiuto, ne aveva diritto; e poi, mio padre, il mio povero padre infermo, di cui avrei avvelenato le ultime ore, che avrebbe recato nella tomba il disprezzo per la sua unica figlia...

Fu stabilito il giorno del contratto; non mi opposi. Se non che alla vigilia di quel giorno la virtù rinnovò per l'ultima volta i suoi assalti. Fu una notte di delirio e d'insonnia; alla mattina io aveva preso una determinazione; col cuore gonfio dal dolore scrissi una lettera che bagnai delle mie lagrime. Giovanni, il vecchio servitore, il vecchio amico della famiglia, ebbe l'incarico di portarla al signor Verni. Intanto dalla mia camera io udiva il rumore dei servi affacendati per la cerimonia che doveva aver luogo prima del mezzodì.

Alle dieci mio padre mi chiamò a sè; si meravigliò del mio aspetto stravolto, io non cercai di dissimularlo e piansi abbracciando la sua fronte serena.

Alle undici venne il _signor_ Verni; riconobbi i suoi passi e dovetti appoggiarmi al letto per non cadere. Egli entrò, era mesto, ma calmo; il cuore mi palpitava... Mi si avvicinò, mi sorrise, mi porse la destra. Non osai levare lo sguardo sul suo volto, tanto la vergogna imporporava il mio. Ma il mio stupore era ancora più grande della mia vergogna. Che cosa era adunque avvenuto? La sua calma era indizio di perdono? Le mie idee si confondevano; tutto ciò che succedeva intorno a me pareva non mi toccasse da vicino. Venne il notaio, vennero molte altre persone amiche della famiglia che erano state invitate ad assistere alla segnatura del contratto.

_Egli_ sedette vicino a me, mi disse poche parole; quali? io non le udii; tremavo tutta.

«Oggi è il più bel giorno della mia vita,» soggiunse accostando le labbra alle mie orecchia. Non udii altro. «Sarete mia!» Il mio cuore non era capace abbastanza per contenere la gioia di quelle parole. Egli dunque mi perdonava, egli mi amava ancora, egli aveva compreso il mio strazio, e voleva farmelo dimenticare coll'amore!

Risollevai il capo come una regina; sentivo in quel momento un orgoglio che mi veniva dalla coscienza, orgoglio nobile e grande, l'orgoglio della virtù caduta che si risolleva pentita.