Un segreto, vol. 2

Part 3

Chapter 33,906 wordsPublic domain

Respingete queste paure; interrogate il vostro cuore, se egli può palpitare vicino al mio, siate mia. Io non mi opporrò a questa religione delle memorie che vi fa santa ai miei occhi; vorrò dividerla, vorrò piangere e benedire anch'io; la felicità immensa di sapervi mia, di vivere al vostro fianco, di vedere ogni giorno il vostro sorriso, mi farà buono; mi farà generoso; apprenderò da voi il sentiero della pace, apprenderò a piangere e a benedire.»

L.

_Carlotta a Silvio._

«Voi v'illudete; il vostro cuore v'inganna; il tempo muterebbe l'animo vostro, inesorabilmente. Domani vorreste da me ciò che io non potrei darvi.

E poi... è inutile. Il mio passato vi si oppone; se voi poteste leggere in esso, rifiutereste forse con disdegno ciò che oggi domandate con insistenza; nè io potrei più esser vostra, nè lo vorrei.

Non domandate di più.

Credetemi; voi potete esser felice in altro modo; io non posso aver pace che nella solitudine del cuore. Siate generoso. Lasciate che io parta da questi luoghi, e non cercate di seguirmi.»

LI.

Il cuore di Silvio traboccava di speranza; nonostante le prime ripulse, egli si era lusingato che Carlotta avrebbe aderito al suo desiderio.

Questa lettera sfasciò d'un tratto, come un soffio malvagio d'uragano, il dorato edifizio delle sue illusioni. Oggimai nulla più era a sperare; la fermezza d'una decisione presa traspariva da ogni parola. Un immenso sentimento di amara melanconia si diffuse e serpeggiò per le vene di Silvio, a guisa di tossico mortale.

Pensando al suo passato, alle care parvenze vagheggiate così lungamente, alla vanità dei suoi sforzi per dominare il suo cuore, al destino che lo aveva così stoltamente riavvicinato ad una donna che egli doveva riperdere per sempre, egli si sentì vinto da un'ambascia compassionevole, e più intenerito che attristato dalla sua sciagura, si gettò nel suo letto singhiozzando.

La notte che sopravvenne fu un lungo strazio per lo spirito agitato di Silvio. Le segrete paure della veglia, le fitte d'un pensiero atroce, i vaneggiamenti dell'amore deluso, lo tennero desto gran parte della notte. Quando finalmente, vinto dalla stanchezza, chiuse gli occhi al sonno, i fantasmi dei sogni gli amareggiarono il riposo. Un fantasma lungo e severo passeggiava per la sua camera; gli occhi atterriti di Silvio seguivano i passi uguali, monotoni, di quell'essere misterioso, paurosi e avidi a un tempo di ricercare i lineamenti di quel volto. Un grido morì soffocato nel suo petto; egli aveva ravvisato la larva disseppellita del sig. Verni...

Si destò di soprassalto, e si cacciò d'un balzo fuori del letto; un sudore minuto gli bagnava la fronte, e un brivido agitava le sue membra. La stagione era fredda, e il suo focolare spento; ma il suo cuore era in sussulto. Camminò alcun tempo per la camera, inciampando nelle sedie; quando fu più queto, accese la sua lampada notturna, e si guardò intorno pauroso, e quasi atterrito del suo coraggio. Le ombre dei mobili avevano atteggiamenti strani, il silenzio era profondo.

Che avrebbe egli fatto? Guardò il suo letto con espressione di rammarico, come si guarda un nemico, e indossò frettoloso una veste da camera; poi si trasse accanto al camino, ravvivò i tizzoni spenti, e si lasciò cadere sopra un seggiolone di cuoio. Due ore dopo, col capo fra le mani, cogli occhi immobili, guardava il guizzo crepitante della fiamma.

A un tratto si drizzò come spinto da una molla; un'idea aveva attraversato la tenebrosa solitudine della sua mente senza pensiero...

— Ella parte! Ella parte! disse sordamente scuotendo il capo con un gesto disperato.

— E se questa notte medesima...

In un baleno fu alla finestra, e ne spalancò le imposte. La notte era serena, una di quelle notti così frequenti negli inverni dei climi freddi. Non si udiva un alito di vento, non un susurro, non una voce: dinanzi agli occhi le tenebre, alcune stelle silenziose nel cielo.

Un lumicino brillava ad una delle finestre dell'abitazione di Carlotta. L'immaginazione di Silvio andò più oltre e credette di vedere un'ombra passare e ripassare più volte dietro i vetri.

— Ella parte, ella parte! ripetè con voce fioca; «non la vedrò più!» e afferrò il capo colle mani come a raccogliere le idee.

— Vediamo, proseguì con una calma straziante; ella parte, ella lascia questi luoghi che le sono cari, questa solitudine che ama, i suoi fiori, la sua casa tranquilla... E tutto ciò per fuggirmi, per non vedermi, per sottrarsi alle persecuzioni del mio amore importuno. E che farò io in questa casa, in questo paese, se ella non sarà più vicino a me?... Impossibile che io vi rimanga... fuggirò anch'io, mi trascinerò dietro di lei come un pezzente, e le domanderò l'elemosina di uno sguardo. Che essa mi odii, che essa mi disprezzi, poichè non può amarmi!...

Allora si die' a passeggiare a gran passi, sfogando il suo dolore in gemiti selvaggi. Questo impeto fu breve, e spossando le fibre del suo cuore, rinvigorì quelle della sua mente.

— Essa mi prega di non seguirla; soggiunse con profondo abbattimento, come se ripetesse a sè stesso una sentenza inappellabile.

Allora in uno slancio generoso si proponeva di fuggirla, di lasciarla alla sua pace, di recarsi un'ultima volta innanzi a lei e pregarla di rimanere. L'idea del sagrifizio gli sorrideva dal profondo del cuore; essa gli avrebbe stretto la mano nell'estremo _addio_, ed avrebbe forse versato una lagrima in segreto...

L'alba lo trovò irresoluto.

Si recò più volte innanzi alla casa di Carlotta senza osare di varcarne la soglia; era troppo presto, poteva riuscire importuno...

Rifece i suoi passi e ritornò nelle sue camere dove si tenne appostato alla finestra spiando tutto ciò che avveniva nell'appartamento di Carlotta. Di tal guisa acquistò la certezza che Carlotta si apprestava per partire.

Suonava il mezzogiorno, e Silvio lottava tuttavia col suo demonio senza grande vantaggio; un'ora dopo le condizioni della lotta parevano promettergli la vittoria; alle due la battaglia era vinta, e Silvio saliva le scale dell'abitazione di Carlotta. Era pallido o stravolto, ma fermo.

Carlotta era uscita con Giovanni; solo la cameriera era in casa.

Buona figliuola in tutto, non faceva torto al ceto cui apparteneva, e chiaccherava volontieri. Silvio non ebbe ad ascoltare molto, che ne seppe abbastanza.

Uscì e si diresse verso il cimitero. Uno stretto sentiero dietro la casa vi guidava abbreviandone la distanza. Quel sentiero era poco battuto, e vi spuntava un'erba gialliccia, coperta ancora della brina che l'ombra della casa aveva protetto; fatti pochi passi appena, riconobbe le pedate di due persone: Carlotta e Giovanni senza dubbio. Più in là la brina era stata disciolta dal sole, cosicchè le traccie del piede di Carlotta diventavano quasi impercettibili; il piede di Giovanni aveva stampato orme più profonde... Silvio esaminava tutto ciò con una attenzione che era presso alla puerilità; il suo spirito smarrito aveva perduto la coscienza di sè medesimo.

In breve giunse dinanzi al cancello di ferro del ricinto.

Era un piccolo campo seminato di croci, circondato da quattro mura poco più alte di un uomo, e da un doppio giro di cipressi. Sul cancello era scolpito un teschio con due ossa incrociate, e l'iscrizione: _Hodie mihi, cras tibi_.

Sui pilastri che reggevano i battenti erano due lapidi di marmo bianco; in una di esse si leggeva un versetto dei salmi di Davide, scritto a matita, e più sotto una data ed un nome, un nome di donna....

Silvio lesse e sorrise tristamente.

Spinse il cancello, che girò sui cardini senza rumore, ed entrò nel recinto.

Un grido troncò la sua atonia — quel grido era di Carlotta...

LII.

Tutte le fibre di Silvio risposero a quel grido: la sua mente smarrita ritrovò il sentiero del dolore; pensò allo scopo per cui era venuto, e fissò gli occhi nel suolo con uno sforzo disperato, quasi volesse scavare una fossa per seppellire le sue illusioni.

Carlotta era inginocchiata presso una tomba, e nascondeva la faccia fra le mani; il vecchio Giovanni, ritto accanto ad essa, teneva il capo inchinato sul petto.

Vi furono alcuni istanti d'immobilità e di silenzio.

Finalmente Carlotta sollevò il capo lentamente, e drizzandosi in piedi, aprì gli occhi velati dalle lagrime, fissando Silvio d'uno sguardo lungo e sereno, come raggio di sole dopo una tempesta. Silvio barcollò e fece alcuni passi; intanto Giovanni s'era spinto inosservato fuori del ricinto.

Alcuni istanti dopo, quasi senza avvedersene, Carlotta e Silvio si trovarono seduti l'uno a fianco dell'altro a' piedi della tomba.

— Mi perdonate? domandò Silvio con voce fioca.

Carlotta non rispose, ma il suo sguardo parve dire: «vi perdono.» E poichè Silvio tentava d'afferrarle una mano, essa gliel'abbandonò senza ritrosia — una piccola mano candida, affilata, con vene azzurre, come quella d'un bambino.

Questa arrendevolezza non meravigliò Silvio, il quale in quel momento era incapace di misurarne il valore. Trovarsi seduto accanto a Carlotta, sentire la mano di lei nella sua, udire il suo respiro affannoso, l'ansia del suo petto, e quasi i battiti affrettati del suo core, e dire che tutto ciò non era che un sogno che non si sarebbe rinnovato più mai, era tale tortura che soffocava il piacere.

— Ho voluto vedervi un'ultima volta, prese a dire Silvio balbettando, per dirvi...

E qui si arrestò titubante. Carlotta, sbagliando sul significato di quell'interruzione, si mostrò agitata, e ripiegando indietro il capo guardò la lapide presso la quale erano seduti. Silvio seguì istintivamente quello sguardo, e lesse su quel marmo un nome, il nome di _lui_.... Egli lo aveva immaginato già prima, e tuttavia impallidì; e gli parve che quel muto richiamo, in quel momento, e per parte di Carlotta, palesasse una certa trepidanza mal dissimulata, ed ora invece la sicurezza. Ad ogni modo l'intenzione di troncare la via ad ogni audacia, v'era palese, e gli tornarono in mente quelle parole che erano cadute sul suo cuore come un martello: «v'ha qualche cosa che si frappone fra me e voi, un sepolcro inviolabile.»

Quello sguardo aveva ridestato uno sciame di pensieri importuni, che volteggiarono in giro per alcuni istanti nel capo di Silvio, prima di posarsi un'altra volta.

— Per dirvi... proseguì egli sorridendo mestamente come per dinotare che aveva indovinato il dubbio di Carlotta, per dirvi che io parto.

— Voi partite! esclamò Carlotta colla sorpresa indeterminata di chi non sa se debba corrucciarsi o ringraziare.

— Vi lascio; aggiunse Silvio con voce soffocata.

Carlotta chinò gli occhi a terra per nascondere l'emozione; ma la sua mano incontrò un'altra volta la mano di Silvio e disse con un linguaggio eloquentissimo la riconoscenza.

— Poichè voi lo volete; prese a dir Silvio con vivacità, e siccome la mano di Carlotta minacciava di allontanarsi, soggiunse più vivamente ancora: poichè Dio lo vuole. Non affannerò più oltre la vostra solitudine, non turberò i fantasmi del vostro passato; non mendicherò senza frutto ciò che voi non volete darmi; non tenterò più le vie del vostro cuore che non saprebbe amarmi giammai.

Carlotta non rispose, ma il suo seno agitato palesava apertamente l'affanno.

— Voi l'avete detto. Iddio lo vuole.

Silvio sorrise amaramente, e tentennò il capo con un gesto disperato.

Carlotta impallidì. Evidentemente ella temeva di aver confidato troppo nella fermezza del proposito di Silvio; forse lo stesso Silvio aveva troppo fidato sulla sua forza.

Dite al naufrago che si lasci seppellire dalle onde, che tanto tanto il lottare non gli gioverà a nulla — dite ad un amante che l'insistenza della domanda non potrà vincere mai l'ostinazione del rifiuto d'una bella ritrosa....

Silvio, sentendo il bel corpo di Carlotta vicino al suo, ebbe la debolezza di pensare all'immensa frenesia di piacere che egli avrebbe potuto provare vivendo al suo fianco. Il sangue gli salì al cervello, e vide in una nube di fuoco tutta un'infinita schiera di fantasmi fuggitivi.... Un'eloquenza suggerita dal cuore ispirò irresistibilmente il suo labbro; strinse la mano di Carlotta e parlò nuove profferte e nuove preghiere; i suoi occhi sfavillavano come fiamme, il suo petto si sollevava e s'abbassava come onda di mare tempestoso.

Carlotta turbata all'improvviso assalto, tremava come uno stelo, e guardava Silvio con un'espressione che pendeva tra il rimprovero e la preghiera, ma che diceva più che tutto lo sgomento.

Silvio tacque arrossendo; abbandonò la mano di Carlotta, e chinò il capo al suolo; Carlotta levò gli occhi al cielo.

— Non dirò che una parola, disse ella poco dopo con accento commosso; e voi desisterete, spero, da una vana insistenza....

Si arrestò titubante; Silvio continuava a tenere il capo abbassato, e non vide sul volto di Carlotta le traccie della lotta che si combatteva nel suo petto.

Il silenzio ridestò l'attenzione di Silvio; egli si scosse e guardò Carlotta in viso; quello sguardo era mesto e dolce, e tuttavia la poveretta tremò come sotto una minaccia; indi con un supremo sforzo che vinse la sua natura di donna, pronunziò con voce ferma il nome del cavalier Salvani....

Un grido, un ruggito di belva imprecò sulle labbra di Silvio.

Carlotta nascose il capo fra le mani.

LIII.

Quel nome ridestava in un punto solo tutte le passate torture di Silvio. Egli rivide la faccia trista e il contegno arrogante di quell'uomo odiato. Mille pensieri assalirono la sua mente abbattuta, come orda inviperita che infierisce sul caduto.

Quel Salvani era dunque stato un amante? Carlotta era dunque colpevole? Quale altro significato attribuire a quel nome pronunciato da Carlotta, se non quello d'una confessione? E perchè una confessione? La credeva essa indispensabile? E come mai aveva potuto immaginare che dovesse bastare il solo nome del Salvani a tale effetto? Conosceva essa adunque i sospetti che egli aveva nutrito un tempo?...

A poco a poco la sua mente afferrò il filo di questo labirinto d'idee.

Volse l'occhio verso Carlotta, e la vide immobile, abbattuta, colla faccia sempre nascosta fra le mani; il suo petto era agitato come un piccolo mare, immenso mare di amore e di voluttà.... Una lagrima spuntava fra le sue rosee dita, e scorreva lentamente lungo il braccio.

Silvio sentì nel seno un artiglio spietato che gli stringeva il cuore; i suoi occhi anch'essi versavano delle lagrime; e perchè non le avrebbe egli mescolate, queste dolci lagrime della pietà e dell'amore, con quelle purificatrici del rimorso?

Allora una nuova idea balenò nella sua mente. Se questo appunto, questo solo, fosse stato il motivo dell'ostinato rifiuto di Carlotta? Ciò era naturale; pensandoci meglio, non poteva essere altrimenti. Carlotta aveva dubitato di lui, aveva stimato che l'amore che le veniva offerto era uno di quegli amori volgari che, nati di desiderio, hanno tutta la prepotenza della passione, ma non la forza dell'affetto, e se sanno affrontare lo stesso pericolo della vita, s'impauriscono però al solo pensiero del ridicolo e della maldicenza. Ora, interrogando il suo cuore, Silvio lo sentiva più saldo che non avesse creduto, e disse a sè stesso che i pregiudizi sociali non avrebbero avuto virtù di farlo piegare un solo istante dai suoi propositi.

Chi sa?... Forse Carlotta lo amava in segreto, forse... Buon Dio! come è meravigliosamente intessuta la tela bizzarra delle umane illusioni!

Silvio immaginò la riconoscenza affettuosa di Carlotta, la sua pace domestica, la solitudine. Guardò un'altra volta al suo fianco... un angelo, l'angelo del pentimento!

Oh! sì; Dio è grande e misericordioso!

Se una colpa s'imprime sulla riputazione d'una donna, il pentimento deve lavare ogni macchia; infine essa confessava... l'onore del _marito_ era salvo...

LIV.

Silvio prese dolcemente una mano di Carlotta, e con lieve violenza la allontanò dalla sua faccia. Carlotta cedette come un automa.

— Ascoltatemi, prese a dire Silvio, ascoltatemi, in nome del cielo; voi non sapete quale sterminata distesa di speranze avete fatto riapparire al mio sguardo con una parola. Sarà dunque vero? Potrò io ancora? oh! dite, dite che io non m'illudo stoltamente, che io posso ancora farvi mia...

Colui! Che importa a me di colui, se voi mi amerete? che importa a me del passato, quando mi rimane il presente, quando questo presente è l'amore? Dimenticate, dimenticate tutto, distraete il vostro sguardo da un fantasma che vi offende, che vi impaurisce.

Quali rapporti vi hanno stretta a quell'uomo? Io non lo so, non lo dimando; io so che vi amo, che innanzi a voi io divento fanciullo, che guardo la vostra fronte, e vi leggo il candore dell'anima vostra. Qualunque sia quest'affannosa memoria che vi ha fatto piangere, io non ho che una parola per confortarvi: «ai miei occhi voi siete pura come il bacio della mia povera madre.» Non respingete la mia proposta, non la respingete, siate mia, dividete la mia solitudine, dividete meco il culto che avete sacrato alla morte; lo vedete, ho pianto anch'io; saprò piangere anch'io.

— Vi ringrazio, disse Carlotta commossa, vi ringrazio; sa il cielo se io lo vorrei... non posso.

— Non lo dite, non lo dite; abbiate pietà di me. È nelle leggi della natura che la donna debba amare; compiacetevi pure dei vincoli che vi legano alla morte, ma non dimenticale i vincoli che vi legano alla vita. Amate le vostre memorie, ma amate pure l'amore; rinunziate all'idea di un sagrifizio irragionevole; oppure sagrificatevi doppiamente; fate felice un uomo che vi ama, cercate d'amarmi, siate mia.

Così dicendo Silvio stringeva convulsamente la mano di Carlotta, cercando d'incontrarne lo sguardo che si teneva ostinatamente fisso al suolo.

Quando egli tacque, Carlotta risollevò il capo, e si lasciò sfuggire un lieve sospiro. Silvio la interrogò con un gesto d'insistenza disperata; tutta la sua anima era nei suoi occhi. Carlotta fece atto di parlare, ma mancandogliene la forza, scosse tristamente il capo senza dir motto. Silvio lasciò sfuggire la mano che teneva stretta fra le sue, e si battè la fronte gemendo sordamente.

Per alcuni istanti non si udì altro che il rantolo di Silvio e la respirazione affannosa di Carlotta.

La poveretta non piangeva, non aveva più lagrime, ma l'espressione del suo pallido volto era così profondamente compassionevole, che pareva riflettere lo stesso dolore.

— Siate forte; prese a dire poco dopo con dolcezza; siate uomo; io non merito tanto dolore... E tuttavia, soggiunse con voce cui cercava di dare una fermezza impossibile, e tuttavia io vi ringrazio con tutte le forze della mia anima; questo linguaggio che mi avete parlato ha prodotto in me la sola gioia che io non avrei creduto di riprovare più mai sulla terra, quella di ingrandire, di risollevare me stessa ai miei occhi. Se voi credete alla riconoscenza degli uomini, fidate sulla mia; è un povero tributo infecondo, il solo che io possa darvi, ma mi viene dal cuore e mi fa bene il potervelo pagare. Credete a me: io non posso esser vostra, _non lo posso_; non fatemi dire di più. Se voi sapeste il terribile segreto che mi opprime, se conosceste il rimorso che mi divora... Eppure, sì, io lo debbo, io sono forte e lo posso: una confessione. Voi ne avete il diritto; avete anche il dovere di ascoltarla; forse apprenderete a stimarmi di più, e ad amarmi meno. Io non ho più nessun desiderio nella vita, non vedo innanzi alcuno scopo, fuor uno: espiare; pure il pensiero di sapermi stimata da voi allieterà la mia solitudine. Forse siete il solo cui le apparenze abbiano concesso questo fatale diritto di disprezzarmi; voi non ne avete abusato; mi avete amato. Io credo al vostro amore, e ne piango come di una sciagura; credo pure alla vostra stima, ma il tempo muterebbe le disposizioni dell'animo vostro; e forse un giorno non avreste per me che compianto. Io voglio la vostra stima; voi solo guarderete in questo povero cuore così colpevole e così sciagurato: giudicherete voi, voi solo. Direte voi stesso se un legame diverso dall'amicizia può stringere ad un altro cuore questo cuore straziato di donna.

Carlotta aveva detto queste ultime parole collo sguardo francamente aperto e sereno; la sua voce non tremava più. Silvio affranto e scoraggiato, seguiva colla docilità di un bambino le inflessioni soavi di quella voce argentina.

Carlotta tacque un istante; poi prese a parlare in questi termini.

LV.

«La natura ha posto un limite alle lagrime, ed io posso volgermi indietro, e contemplare le più remote memorie dei miei dolori, senza piangere.

Non è gran tempo. Io era ciò che si suol dire _una fanciulla da marito_, e mi si teneva in conto di tale; ma nel cuore io mi sentivo ancora una bambina. Mio padre, un vecchio negoziante che aveva accumulato un patrimonio coi suoi guadagni, mi aveva fatto dare un'educazione compita, e pretendeva che io ne facessi mostra. Era un buon uomo, e mi amava; io lo compiaceva del mio meglio, ma dentro di me sospiravo quelle dolci ed innocenti puerilità che allietano la facile carriera dei primi anni della vita; in mezzo alle feste, ai suoni, alle danze, a quelle cure che compiacevano la mia nascente vanità di donna, io pensavo a quella festa della vita che si chiama l'infanzia, a quell'età di spensieratezza e di petulanza che folleggia nelle vie, nei fossati, nei giardini, col suo lusso di teste bionde, e coi suoi cori di voci argentine.

Mia madre non era più al mio fianco; la poveretta mi aveva lasciato sola da un pezzo; a me adunque le cure della casa, piccole noie desiderate e care a diciotto anni, ma ingrate a sedici; a me le brighe dei ricevimenti, «madamigella,» «signore,» e poi i soliti complimenti di rigore; e tutto ciò senza sbadigliare, senza _uscire fuor di sè stessa_, come soleva dire mio padre — terribile carico per il mio piccolo dorso. Io che avrei amato tanto correre per la campagna, inseguire le farfalle e cogliere le more selvatiche!... «Non sei più una bambina» diceva mio padre; «madamigella» mi si diceva da ogni canto; ed io povera creatura, sottratta ai miei piccoli amori, mi rassegnava sospirando.

La nostra casa era frequentata da molta gente; uomini e donne, la più parte vecchi, si davano convegno alla sera per prendere il _thè_ con mio padre. Queste radunanze settimanali erano il mio più gran supplizio; era in esse per l'appunto che io udiva ad ogni momento quella terribile parola _madamigella_. Era forse una stoltezza la mia; ma questo titolo, che ad altre fa battere il cuore, mi irritava, mi offendeva.

Ho ritenuto sempre in mente la memoria del giorno in cui udii profferire quel titolo fatale per la prima volta; fu in bocca d'un vecchio sensale di operazioni di banca. Costui era amico della famiglia, e m'avea sempre chiamato per nome; io credo che lo facesse per compiacere il segreto desiderio di mio padre; ma so che n'ebbi stizza, e che da quel giorno all'incirca incominciarono i ricevimenti settimanali, nei quali io doveva far la parte di padrona di casa. Mio padre andava orgoglioso di me, e non faceva nulla per nasconderlo. Egli stesso diceva che io era bella, e tutti gli altri me lo ripetevano in coro. Le prime volte fui turbata, e me ne lagnai con mio padre; più tardi ascoltai senza arrossire; più tardi con compiacenza.

Mi fermo sopra queste inezie, perchè è appunto ad esse che io attribuisco le mie sciagure. Il mio povero padre mi amava certamente; ma la sua cecità fu la prima causa, forse la sola, delle mie colpe. Io non era nata vanitosa; questo sentimento che abbandona l'uomo in balia del più destro, e trascina così fatalmente la donna alla dimenticanza dei suoi doveri, era come assopito nel mio cuore; non si sarebbe forse risvegliato mai, o non si sarebbe risvegliato che assai tardi. Ma l'educazione che mi si aveva dato, le cure precoci che mi si aveva addossato, le amiche, i divertimenti, le adulazioni che avviluppavano da ogni parte il mio spirito, tutto in una parola congiurò contro di me.

Venne un giorno, fatal giorno, in cui un uomo parlò al mio orecchio un linguaggio diverso da quello che io era solita udire.