Part 2
Perchè dunque?... perchè?... È avvenuta forse alcuna cosa che vi abbia impedito di attendere la vostra promessa?... O dovrò io rammentarvi che mi avete fatto una promessa?»
XXXVIII.
_Carlotta a Silvio._
«Non nego che io v'abbia fatto una promessa, ma non ho detto nè il giorno, nè le condizioni che io ponevo all'adempimento. Poichè pare che la vostra solitudine vi sia incresciosa, e desideriate d'averne sollievo, dipende da voi che io venga a far quattro chiacchiere nella vostra camera. Promettete di non parlare mai di cose del cuore, e di non usare certe frasi vaghe che vi si riferiscono.»
XXXIX.
_Silvio a Carlotta._
«Per quanto avete di caro al mondo, vi scongiuro: non ostinatevi in questa pretesa. Deh! che i miei sentimenti, i sentimenti di un cuore devoto, non vi trovino inesorabile!»
XL.
_Silvio a Carlotta._
«Ditemi almeno che cosa intendete per _frasi vaghe che si riferiscono a cose del cuore_.»
XLI.
_Carlotta a Silvio._
«Voi sapete troppo bene dove incominci e dove finisca il vocabolario dei _sentimenti dei cuori devoti_. Risparmiatemi un'enumerazione lunga e spinosa.»
XLII.
_Silvio a Carlotta._
«Accetto. Non vi dirò quanto mi costi, benchè non potreste impedirmelo. So di non vincolarmi che a non _parlarvi_ di _cose del cuore_, nè voi sarete così ingenerosa da voler estendere più oltre la mia promessa. Accetto adunque.
Lasciate però che alla mia volta io faccia, non già una condizione, ma una preghiera: _venite oggi stesso_.»
XLIII.
Carlotta venne; aspettata come un'alba di tripudio, bella e raggiante più d'un'alba.
Cogli occhi ardenti di passione, col cuore palpitante, Silvio seguiva i passi della leggiadra creatura che pallida e serena come una visione, attraversò la stanza lentamente, e venne a sedersi a qualche passo dal letto.
— Più vicino... balbettò Silvio.
Carlotta trasse la seggiola presso al capezzale.
Immerso nell'egoismo della sua felicità, Silvio non pensò neppure a ringraziarla; non volle o non seppe sorriderle, non le disse parola — che cosa le avrebbe egli detto, poichè gli era contesa la favella del cuore?... Il solo suo sguardo si animò, e fisso sulla fronte della donna amata, parve ricercare le vie tortuose del suo pensiero, per rapirle un segreto. Carlotta sostenne quello sguardo senza abbassare gli occhi; Silvio sospirò.
I sospiri non erano stati compresi nel patto; però Carlotta, che fino a quel punto si era tenuta in silenzio, s'affrettò a domandare a Silvio della sua salute.
Sventuratamente Silvio stava benissimo, e lo disse con un altro sospiro assai più lungo e più profondo del primo.
Quest'esordio parve spaventare Carlotta, la quale, non osando muoverne lamento direttamente, guardò Silvio con una cert'aria, come di chi volesse mettere in dubbio la legittimità di quei sospiri. Silvio le rispose di rimando nello stesso linguaggio «essere dolentissimo che si volesse mettere in dubbio la legittimità dei suoi sospiri.»
Dopo questo primo armeggio, la conversazione si animò vivamente. Silvio parlò con entusiasmo della stagione che minacciava di essere fredda, c Carlotta convenne pienamente con lui, aggiungendo che l'inverno era stato precoce. Silvio si affrettò a dividere questa opinione, e incoraggiato dal primo successo, disse qualche parola della giornata che era stata bellissima. Anche questa sentenza non trovò seria opposizione.
— Ma fredda, osservò Carlotta con qualche titubanza.
— Freddissima, confermò Silvio sbadatamente; poichè lo dite, aggiunse sorridendo; io già non ho potuto accorgermene.... sebbene.... sì, ne sono sicuro, il gelo aveva disegnato assai bizzarri fiori sui vetri della finestra. Il sole me li ha tolti ben tosto...
— E il gelo i miei... figuratevi; avevo un'aiola di cappuccine gialle che non s'erano potute raccogliere nella serra — sono morte tutte...
— Poverette!
Silvio pensò di dover unire un sospiro per significare meglio il suo compianto; questa volta Carlotta non ne parve spaventata e rispose con un sorriso.
— Amate i fiori? domandò poco dopo.
— E chi non li amerebbe?
E qui Silvio con uno slancio inspirato parlò del loro profumo, dei loro colori, e stava per parlare del loro linguaggio, se una occhiata assai espressiva di Carlotta non l'avesse interrotto in buon punto. Silvio pose la mano destra sul cuore coll'atto con cui l'avrebbe posta sulla bocca d'un ciarliero, e domandò scusa sorridendo.
Se Carlotta rispondeva a quel sorriso, addio patti! ma Carlotta non parve avvedersi del gesto, nè del senso burlesco che gli era stato dato. Quell'indifferenza sconcertò forse i segreti disegni di Silvio, il quale da quel punto si fece serio in volto, e divenne più parco di parole.
Carlotta, sia che fosse rassicurata da quel contegno, sia che sentisse in cuore alcuna pietà mista di riconoscenza, o forse per l'una cosa e l'altra insieme, acquistò per l'appunto quanto Silvio aveva perduto, e lo interrogò sui suoi viaggi.
Silvio si tolse d'impaccio assai male; nè mai racconto di viaggi fu fatto con tanta inettitudine e con così poca compiacenza.
Convien sapere che fin dal primo dialogo avuto con Carlotta, egli era stato torturato dal desiderio di fare una domanda; ma il timore di ridestare memorie spiacevoli, lo aveva consigliato a non farla, sebbene il silenzio gli paresse incontrastabilmente una mancanza di riguardo, e potesse essere creduto ispirato da un sospetto ingiurioso.
— Tutto sta nel modo di farla, aveva detto a sè stesso, e da un quarto d'ora torturava il suo cervello, domandandogli una frase restia che gli sfuggiva.
Appena gli parve d'avere il fatto suo, compose il volto a mestizia, ed aprì bocca per parlare; ma in quel punto il sole che tramontava dietro i monti, involò seco i raggi d'oro che si frangevano contro le vetrate della finestra. A quella vista Silvio si turbò, e il nome del signor Verni morì soffocato sulle sue labbra. Allo stesso tempo Carlotta si levò in piedi.
— A domani? disse Silvio con voce agitata.
— Forse.
— Forse!... E un ultimo sospiro chiuse questo secondo colloquio amoroso.
XLIV.
_Silvio a Carlotta._
«È inutile. Una forza superiore alla mia volontà mi trascina ciecamente ai vostri piedi. Lasciate che io mi illuda ancora una volta, e non veda la vostra indifferenza e il vostro disprezzo, e possa dirvi l'amor mio. Lasciate che il mio cuore possa conoscere ancora per poco i battiti della speranza.
Sarò vostro schiavo, se voi lo vorrete; bacierò festante le mie catene, ma non contendete al mio cuore la facoltà d'amarvi, la sola virtù che lo purifica e lo fa grande. Se la franchezza è virtù, e lo è sempre quando non nuoce ad altrui, io voglio avere anche questa.
A che giova il dissimularlo, a che giova il tacerlo? Io vi amo. Voi avete creduto che si possa spegnere un affetto, come si può spegnere un'incendio, isolandolo. Vi siete ingannata; condannando il mio cuore a tacere, a serbare gelosamente il suo amore solitario, voi non fate che ritemprarlo e rinvigorirlo in esso. Ciò che la favella non può esprimere si scolpisce incancellabilmente nel petto; il mio amore durerà quanto la mia vita.
Se pure vi ha ancora una speranza di guarigione, solo una confessione completa può compiere il miracolo. Ponete che io voglia guarire, e lasciatemi dire che io vi amo, che io vi amo, che io vi amo. Rispondetemi che io vi sono odioso, che la mia passione è ridicola, che la mia insistenza vi annoia. Tutto ciò mi farà assai male, ma potrà guarirmi.
Datemi il vostro disprezzo, tutto ed apertamente, o il vostro amore, tutto ed apertamente. Questo travaglio in cui ora vivo è peggiore della morte; voi potete liberarmene; fatelo ed affrettate. Non mi parlate d'amicizia; questa povera larva sarebbe un amaro scherno per chi domanda il vostro amore. Soprattutto siate franca; non vi trattenga un falso sentimento di pietà; la pietà, come io la intendo, è l'amore che risuscita, o il fuoco che purifica e risana; non vi ha via di mezzo: datemi il sorriso della Dea, o l'opera rude del chirurgo; benefica nell'uno e nell'altro modo io saprò benedirvi.... Qualunque altro partito sarebbe menzogna.
Voi siete stata testimone di ciò che possa in me una promessa; il ridicolo non mi ha impaurito, e rimasi vicino a voi come un fanciullo; non vogliate condannarmi ancora ad una parte così ingrata; io saprò abbandonarvi se voi me lo comanderete.
Quali sentimenti voi nutrite per me? quali sentimenti desterà nel vostro cuore questa mia ruvida franchezza? Lo ignoro. Non mi trattengo neppure ad immaginarlo. L'ho detto; una forza fatale mi trascina ciecamente ai vostri piedi. Io non so nulla di voi, se non che siete bella e che vi amo, che siete buona e che vi amo. Tutto il resto per me è un mistero; vi vedo mesta e dolente; di che? Non importa; io vi amo. Avete dei dolori? Non importa: io so che vorrei poterli dividere. Lo volete voi? volete voi esser mia?... Pazza audacia del mio povero cuore! Posso io ingannarmi più a lungo sulla sentenza che uscirà dalle vostre labbra?... E tuttavia io ve lo ripeto orgogliosamente; volete voi esser mia? Io non voglio pensare alla probabilità d'un vostro rifiuto; io così altero e sdegnoso, sentirei frangersi quest'anima da fanciullo. Mi pare che ne piangerei molto, come d'una rovina irreparabile; ma fuggirei da voi perchè le mie lagrime non suscitassero la vostra pietà, quella vana pietà che non sa dare che affanni a chi la prova e a chi la riceve.
Volete voi esser mia? Mi pare un sogno che io possa farvi questa domanda senza arrossire, o farvi arrossire.
Io penso talvolta che la sorte abbia voluto collegare in qualche modo la vostra vita alla mia, e mi inebbrio di questo pensiero.
Talora invece discendo nelle vie più segrete del mio cuore, e v'interrogo la mia passione; allora provo delle torture inesprimibili, e m'infliggo delle angoscie crudeli; anatomizzo ogni fibra e mi domando se io saprei amarvi come voi meritate. Ebbene, io ne ho acquistata la certezza; non è un amore volgare, non è l'amore dell'uomo alla donna, quel sentimento inebbriante in cui ha parte più la fantasia e il desiderio, che la stima; non è questo l'amore che io vi offro. È un amore sereno, l'amore di un'anima ad un'anima.
Voi siete bella, estremamente bella; lo so; ciò ha potuto altra volta inebbriare i miei sensi; ma non appena io vidi la vostra anima, indietreggiai per serbare il vostro profumo di virtù; l'acre voluttà della colpa mi ha sedotto, ma non mi ha vinto. Fuggii lontano da voi, recando meco la memoria della vostra bellezza, il mio vagheggiato ideale di artista.
Oggi è ben altro; voi siete libera; per qual filo misterioso io sia stato guidato innanzi a voi, non so; ma so che è la Provvidenza che lo vuole. Oggi è ben altro; altra volta io ho amato la vostra bellezza e il vostro spirito, oggi io amo l'anima vostra; vi ho visto appena, e pure mi sento trascinato a voi da una forza magnetica; e una stima immensa si è ingenerata in me al solo vostro sguardo.
So bene che attribuirete le mie parole ad esaltazione, e forse a menzogna; pure io non fui mai così calmo e così sincero come in questo momento. Crediatelo; non è più il vostro corpo che io amo; io posso dimenticare per un istante la vostra bellezza, posso anche pensare per un istante che un'altra donna può vincervi in avvenenza, ma non posso cessare un solo momento di amarvi, o credere un solo momento che io potrei amare un'altra donna, come amo voi.»
XLV.
Ponete — e non sarete lontani dal vero — che Silvio dopo questa lettera si sia lusingato per un quarto d'ora, e abbia numerato nell'inquietudine le lunghe ore della giornata; ponete che due ore prima del tramonto abbia udito una prima volta il fruscio delle vesti di Carlotta, e poi ancora cento altre volte, e che cento volte abbia teso l'orecchio col cuore agitato, e cento troncato le sue speranze con un sospiro; ponete che alla centesima un passo, un vero passo, si sia arrestato alla porta, e una mano abbia fatto girare la maniglia, e poi dite se il signor W**, medico chirurgo di Gossau, potesse giungere opportuno.
Opportuno o no, era proprio lui.
Silvio si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa. Non so che vi possa essere di gradevole nella visita di un medico; ad ogni modo fosse gradevole o sgradevole la sorpresa — e pare che dovesse essere l'una o l'altra, non avendo mai udito dire che vi siano sorprese d'altra natura — il signor W** non se ne avvide, o mostrò non avvedersene.
Egli entrò col solito passo saltellante, colla faccia agro-dolce, si accostò al capezzale col solito sorriso, e interrogò l'ammalato col solito accento melato.
— Il signor Silvio si sentiva bene?
«Il signor Silvio si sentiva bene.»
— Non aveva avuto più febbre?
«Il signor Silvio credeva di non averne più avuto.»
Erano le solite domande, e le solito risposte svogliate.
Poi il signor W** volle vedere la lingua del signor Silvio, e la lingua del signor Silvio si compiacque d'arrendersi all'invito.
— Benissimo.
Si passò all'esame del polso, che era regolato come un cronometro di Ginevra, e il cronometro di Ginevra del signor W**, medico e chirurgo di Gossau, era lì a farne fede.
— Benissimo.
Questa seconda approvazione tolse Silvio alla sua svogliatezza; una vaga paura s'impossessò di lui, e i suoi occhi si spalancarono ad un tratto.
— Appetito? domandò il medico.
Silvio, che aveva mangiato due ore prima, in quel punto non si sentiva gran fatto disposto a ricominciare, e credette bene di non mentire rispondendo negativamente.
— Avete provato a levarvi di letto?
— Non ho voluto arrischiarmi, balbettò Silvio.
— Non avreste corso pericolo... Voi dovete essere forte... Non vi pare di sentirvi forte?...
— Infatti... sarà come voi dite.
— Bisognerà provare.
— Senza dubbio... pure... nel sollevarmi sui guanciali, sento dei dolori...
— L'inerzia, appunto l'inerzia. Una lunga passeggiata vi guarirà affatto.
— Lunga voi dite?
— Volevate partire, se non erro; e ve l'ho impedito; oggi ve lo consiglio; il moto vi farà bene.
Silvio volle sottrarsi con qualche pretesto a questa sentenza, ma senti il rossore salirgli alle guancie, e tacque.
Pochi minuti dopo egli era un'altra volta solo; un'ora dopo le ombre bigie del tramonto incominciavano ad affollarsi intorno al suo letto, ed egli era ancora solo.
Carlotta non era venuta.
XLVI.
_Silvio a Eugenio._
. . . . . . .
Ed ecco perchè non ti ho scritto. Potrai tu farmene una colpa? Non lo credo; mi piace crederti generoso, e il pensiero della mia debolezza fisica, e, deggio pur dirlo, della mia passione, legittimerà agli occhi tuoi la debolezza morale che, facendomi temere il tuo scherno, ha contribuito non poco a prolungare il mio silenzio. Aggiungi che soltanto oggi io ho incontrato le tue lettere; però dalla premura con cui mi accingo a risponderti, potrai avere nuovo argomento delle mie buone intenzioni.
Promettimi che non ti farai beffa di me; che il tuo sorriso cinico si spunterà contro il mio cuore innamorato. Se tu sapessi quanto è bella, se tu sapessi la immensa folla di promesse che si slancia da' suoi occhi; se tu potessi numerare tutte le ansie che hanno combattuto il mio petto, tutti gli spasimi della sfiducia, e le dolci frenesie della speranza!... Oh! tutto ciò è ben dolce e ben crudele, ma è la vita.
Dì pure che io vaneggio, che sono un fanciullo incorreggibile, ma lasciami dire alla mia volta che tu non sai vivere. Illusioni, follie!... Sia pure, mio buon Eugenio, ma stolto ed illuso colui che rifiuta il calice della vita, perchè non vi vede brillare in fondo l'eternità! Non è egli forse filosofia più sana e più utile, quella che benedice l'oggi, se ne appaga e ne vive, di quella che anticipando il domani con boriosa audacia, s'accascia nell'inerzia, sopportando il peso d'un'esistenza neghittosa?
Domani sia che si voglia; oggi amo, e basta. Ma io ho anche ragioni per lusingarmi del domani, e se volessi mostrarmi audace nell'asserire, quanto voi altri cinici lo siete nel negare, potrei dire una parola che farebbe palpitare i cuori innamorati; e mille voci s'unirebbero alla mia, e benedirebbero questo benefico ideale dell'amore: l'eternità dell'amore.
Infatti tu lo sai al pari di me; non è da oggi che io amo questa creatura; il mio affetto è passato attraverso il tempo, mascherato di cinismo come il tuo cuore, ma non si è spento. Così i semi delle piante passano attraverso i secoli serbando tutta la loro potenza di vita, sospirosi dell'amplesso fecondo della terra che li farà germogliare. Anche l'amore ha i suoi germogli.
E poi, oggi è ben altro: io posso pensare senza arrossire agli enormi desideri che torturano dolcemente il cuore di chi ama, posso pensare a farla mia, a' suoi baci di fuoco, al suo seno palpitante sul mio. Nulla più s'oppone alla mia felicità. Il signor Verni è morto; il tuo silenzio su ciò mi lascia credere che tu lo ignori. Io stesso non so dirtene di più. Pare che il destino si compiaccia di circondare di mistero tutto ciò che riguarda questa donna: il suo stesso sorriso è un enigma; vicino a lei io smarrisco le mie audacie, e il suo sguardo dolce mi affascina e m'impietosisce ad un tempo. No; non posso ingannarmi; su quel volto sereno è scolpita una grande sventura. Questo fantastico sentimento di pietà che si aggiunge alla mia passione ne raddoppia l'energia. Vorrei comperare le sue lagrime col mio sangue, vorrei travolgere il suo affanno nel mio amore, e confonderlo in esso — il mio amore è immenso.
Non sono che poche ore che ho lasciato la sua casa, e pochi passi soltanto mi separano da lei, e tuttavia mi pare che un abisso sterminato di spazio e di tempo si distenda innanzi a me per isolare il mio amore.
Un'angoscia segreta mi opprime; e mi muovo cento domande — cento torture — a cui non posso rispondere. Perchè mai ella mi ha sorriso più dolcemente dell'usato, nel separarci? Voleva darmi una speranza? se così era, perchè tenersi a fianco quel benedettissimo signor W**? Temeva ella di restar sola con me? Mio Dio! Mio Dio! La mia testa si perde in questo labirinto...
Queste mie camere solitarie che ho già amato tanto, mi sembrano fredde, mute come sepolcri. Ho aperto le finestre che guardano sul suo giardino, ho riveduto il pergolato, il viale dei pini, il sedile di sasso; tutto ciò è assai triste, assai desolato; la brina inargenta i rami e le zolle; quella nudità della natura mi ha agghiacciato il cuore. Una sola cosa non ha mutato; le sue finestre; esse sono sempre là, chiuse gelosamente, colle cortine calate... E tuttavia il mio occhio non erra smarrito sulle pareti come una volta, ma si spinge oltre audacemente, e vede una pallida figura di donna... Il mio cuore palpita più vivamente... Carlotta! Carlotta!
Ho avuto per un istante la pazza speranza che una finestra si aprisse a un tratto, e che ella vi si affacciasse per rispondere all'appello del mio cuore. Poi ho cercato la finestra della camera che ho abitato tanto tempo; ho riveduto il mio letto, le seggiole, gli specchi, i fiorami delle pareti... E dire che poc'anzi io era là, che vedevo la luce attraverso quella finestra!... È finita, è finita!... la mia ragione è minacciata da due forze opposte; impazzirò di gioia o di affanno......
XLVII.
_Silvio a Carlotta._
«Che cosa devo pensare di voi? È la terza volta che vengo in casa vostra per rivedervi, ed è la terza volta che mi si dice che voi non siete in casa. Io non ho dubitato un istante che ciò fosso vero; non ne ho dubitato, e non ne dubito, ve lo giuro; ma un vago timore si è impossessato di me, e non so aver pace in nissun modo. Che cosa è dunque avvenuto? che cosa sta per avvenire, mio Dio?
Lo so, è una strana audacia la mia; pure vi scongiuro, toglietemi da quest'affanno; ditemi che la vostra assenza è affatto casuale, che non si rannoda con alcun dolore, con alcuna circostanza penosa; soprattutto che io non vi ho parte alcuna.
Ho pensato di scrivervi, perchè non oserei presentarmi alla vostra casa con questo dubbio; perchè un nuovo tentativo di rivedervi fallito getterebbe forse nel mio cuore dei fallaci sospetti sulla vostra lealtà; perchè forse, se una dura verità deve partire dal vostro labbro, voi stessa troverete più facile mezzo affidandola ad una lettera. Rispondetemi adunque, ve ne prego. Qualunque sia la sentenza con cui risponderete al voto del mio cuore, io saprò obbedirvi, io saprò forse rassegnarmi ad una sciagura su cui il mio pensiero osa appena arrestarsi: «riperdervi per sempre.»
Soprattutto siate franca, e procurate di rispondere liberamente a questa domanda che io vi faccio per l'ultima volta col cuore affranto dalla lunga speranza: «Volete voi esser mia?»
XLVIII.
_Carlotta a Silvio._
«Sarò franca con voi, perchè lo volete. E vi dirò che la vostra proposta mi ha fatto versare delle lagrime di riconoscenza. Voi non saprete mai tutto il bene che le vostre parole mi hanno fatto, non saprete mai quanto acerbamente io soffra dovendovi rispondere con un rifiuto. Non insistete, ve ne prego; voi non fareste che crescere la mia angoscia, senza mutare il mio proposito. V'ha qualche cosa d'insormontabile che si frappone fra me e voi, fra me e il mondo, un sepolcro inviolabile. Quell'uomo che oggi non è più, quell'uomo che mi ha amato e che io ho amato con tutte le mie forze, stende le sue braccia per circondarmi ancora del suo amore.... No, il suo amore non è sepolto con lui; io lo sento; è solo per questa fiamma misteriosa che ha sopravvissuto al suo corpo che io accetto ancora la vita. Senza di essa io non sarei forse più, o non sarei più che una pallida larva del mio passato, un'anima mutilata. Potrei io accettare il vostro amore? Che cosa potrei darvi in contraccambio? potrei io amarvi come voi meritereste d'essere amato? che dico? potrei io darvi la minima parte del mio amore senza involarlo a lui? e dovrei io ritogliere alla morte per donare alla vita? Impossibile! impossibile! Quando anche il culto del passato potesse isterilire nel mio cuore senza incenerirlo, un imperioso dovere mi vieterebbe di farlo. Io sono sua, non potrei essere d'altri mai, senza turbare la pace della sua tomba. E d'altra parte, forse che voi potreste accettare un amore diviso con un altro essere che, sebbene non sia più nella vita, mi è tuttavia compagno nel pensiero, nel sonno, sempre e dappertutto? Forse che se fossi vostra e mi amaste, non sareste ugualmente infelice sapendo che io ho amato un altro più di quello che potrei amar voi?
Lo vedete, è impossibile. Voi siete generoso, e vi ho creduto sincero; perciò volli essere sincera e generosa con voi. Sarei stata assai più ingrata se avessi alimentato un istante di più le vostre speranze. Ho fede nella vostra energia d'uomo; tuttavia non abbiate a male se io oso farvi appello e muovervi una preghiera: «non insistete.»
XLIX.
_Silvio a Carlotta._
«Non posso, non posso! La mia energia d'uomo si è spezzata, io non sono che un fanciullo, uno sciagurato fanciullo che non ha altro che lagrime.
Non potreste amarmi come avete amato _lui_? che importa se voi potrete amarmi? vi ho domandato il vostro amore, e voi potete darmelo; non pretendo di più: una parte del vostro amore è sempre il vostro amore.
«Impossibile!» Non ditelo in nome del cielo; non immaginate che le ombre dei defunti possano turbare col loro egoismo la felicità dei superstiti. La loro pace è assai profonda, assai più dolce delle burrasche della vita; esse sanno quel che hanno perduto e quel che hanno guadagnato morendo, confrontano e compiangono. Noi soli siamo i ciechi, e barcolliamo inseguendo l'amore.
I defunti non hanno invidia di noi; vorrebbero essi contenderci l'amore, e spingere le loro mani scheletrite per staccare questo solo frutto benefico dell'albero della vita?