Part 1
UN SEGRETO
ROMANZO
DI SALVATORE FARINA
VOLUME SECONDO
MILANO E. TREVES & C. EDITORI 1869
Proprietà Letteraria
Tipografia Letteraria — Via Marino, 3
XXXI.
_(Seguito.)_
Un pensiero, frammezzo alla turba sconvolta nelle sue idee, aveva brillato un istante nella mente di Silvio; e da quel punto era diventato il più importuno di tutti: «scrivere a Carlotta.» E come mai egli non vi avea pensato prima?
«Le scriverò domani» disse a sè stesso, pensando acquetare di tal guisa la sua smania; e a prevenire l'effetto di questo partito così efficace, andò fantasticando gran pezzo intorno al difficilissimo edifizio che si toglieva carico di costruire al domani. A capo di due ore qualche cosa che assomigliava, secondo Silvio, ad un capolavoro epistolare, incominciò a giganteggiare nel suo cervello, come la famosa piramide di Cheope. Da qualunque lato egli guardasse questo tipo, gli pareva perfettissimo, e che una sillaba di più o di meno avrebbe tradito l'intimo senso del suo cuore. Chi sa come il sonno arruffi le matasse delle idee, e come di tal guisa mille capolavori letterarii siano stati soffocati in embrione, troverà ragionevole l'imprudenza di Silvio, che gettate da una parte le lenzuola, e balzato di letto e indossata alla meglio una veste da camera, si accinse a vergare la famosa lettera a Carlotta.
Quella lettera diceva press'a poco così:
«_Signora_,
«Un uomo che ha avuto la fortuna dì slogarsi una spalla e d'essere raccolto nel vostro tetto, ha qualche cosa più che il semplice dovere di esservi riconoscente. Le disgrazie pagate d'uno sguardo pietoso di colei che si ama ci diventano care come lo stesso amore; io benedico adunque la mia caduta che mi ha fatto ospite vostro.
Non vi spaventate del mio linguaggio; non attribuite a questo mio ardimento alcun disegno oltraggioso verso di voi; se la mia franchezza potesse servire di migliore riparazione al ridicolo, vi direi che appunto la paura del ridicolo mi ha suggerito questa impudenza che forse vi ha offeso.
Voi non mi avete amato mai, ed io non mi sono stancato mai d'amarvi e di domandarvi in silenzio il vostro amore; il mio silenzio era assai più palese della perorazione d'uno sciancato che mendica sul canto della via. Ne siete stata impietosita un istante solo? questo io non so, ma so d'essere stato importuno molto. Abbiate dunque pietà del mio affetto disperato; la rivelazione che io vi faccio mi dà tutto in vostre mani: potrete ridere molto di me, fatelo pure senza riguardi. La riconoscenza ci chiama assai più verso coloro che ci fanno ridere, che verso coloro che si ostinano a volere le nostre lagrime; e voi adunque siatemi alla volta vostra riconoscente; questo sentimento di reciproca generosità sarà un alimento alla sete insaziabile che io ho di partecipare in qualche modo della vostra vita, come partecipo della vostra casa.
Sapete voi perchè io vi scrivo? Vorrei pur dirlo a me stesso, ma è inutile; meglio è tacerne.
Ad ogni modo, poi che non mi è dato di sapere notizie della mia gentile castellana, non troverete biasimevole che io vi rammenti l'antica amicizia che mi lega alla vostra casa, per testimoniarvi con questo pretesto la mia gratitudine e la mia stima. Aggiungerei il mio amore.... ma non so in qual modo vorreste accogliere questa mia dichiarazione. Nella peggiore delle ipotesi, fate conto che io vi scriva durante il delirio della febbre, e perdonatemi; nulla al mondo mi dorrebbe tanto, quanto il vedere le mie intenzioni interpretate sinistramente. Io sarei assai disgraziato se volendo ispirarvi un po'.... di compassione, non riuscissi che a suscitare il vostro sdegno.
Quell'ottimo signor W** che voi avete inviato al mio letto, e che si è occupato religiosamente della mia spalla e della mia ferita al capo, assicura che fra due o tre giorni sarò completamente ristabilito. Quando egli mi ha dato questa notizia consolante, ho pensato che sarei sempre stato in tempo di buttarmi un'altra volta sotto il vostro pergolato. Più tardi ho rinsavito.
Vi prometto che non spezzerò più le aste del vostro pergolato, e non esporrò la vostra pietà ad un rifiuto.»
Silvio volle scrivere di più, ma il freddo era così intenso, ed egli così poco riparato, che una sensazione penosa lo interruppe sul più bello. Volle provare a farsi forza, ma la mano agitata da strani brividi si ribellò a quell'uffizio. Allora abbandonò la sedia e si accostò tremante di freddo al suo letto....
Al mattino successivo ebbe la febbre; questa volta, se si vuol credere al signor W** medico e chirurgo di Gossau, non era più la febbre dell'amore.
XXXII.
Giovanni venne a dire a Silvio che la pozione ordinatagli dal medico era pronta; e siccome Silvio insisteva dello sguardo, soggiunse che «il messaggio era compiuto», ciò che voleva dire che il capolavoro epistolare di Silvio era pervenuto nelle mani di Carlotta. Silvio continuava ad insistere nello stesso linguaggio, ma Giovanni questa volta si strinse nelle spalle e non rispose per la buona ragione che non comprendeva la dimanda.
— Che cosa ha detto? s'arrischiò a balbettare l'ammalato.
Carlotta non aveva detto nulla.
— Che cosa ha fatto? volle soggiungere Silvio, ma venutogliene meno l'ardire, soffocò la frase in un sospiro.
Del resto era naturale che Carlotta non avesse fatto nulla di straordinario, nè il buon Giovanni avrebbe saputo rispondere altrimenti.
Tutto quel giorno febbre, aspettazione, e null'altro.
Siccome Silvio aveva rifiutato il cibo, Giovanni, da infermiere poco pratico, ebbe subito gravi apprensioni e si tenne presso al letto dell'ammalato, silenzioso ed immobile come una statua — una statua uscita da una galleria di uomini illustri del nostro secolo, coll'inevitabile panneggiamento della moda parigina del secolo scorso.
Verso il tramonto parve a Giovanni d'udire un tocco ben noto di campanello; si assicurò che Silvio era assopito, e uscì frettoloso dalla camera. Ma non così piano, che Silvio non si destasse, e non indovinasse a un secondo tocco di campanello di che si trattava. Forse... ahi! tutte le speranze e i timori risorsero in un baleno nel suo cuore — un cuore assai grande che si diede a battere disperatamente, tanto da raggiungere e lasciarsi indietro di molto le cento e venti pulsazioni al minuto che il signor W..., medico e chirurgo, aveva accertato scrupolosamente col suo cronometro di Ginevra.
Giovanni rientrò poco dopo; recava in mano un involto che consegnò a Silvio. Questi si fe' pallido in viso, e colle mani tremanti afferrò l'involto e ne ruppe il nastro verde che lo legava; l'impazienza e la speranza erano nei suoi occhi e nel suo cuore... Quell'involto conteneva due lettere: ahi! le due lettere che egli aveva spedito a Carlotta....
Il volto di Silvio si accese di vivo rossore; ma il suo dispetto fu breve, e il dolore ne diradò ogni traccia. Le sue braccia caddero abbandonate lungo i banchi; le sue mani si rallentarono involontariamente lasciando sfuggire sulle lenzuola le lettere fatali. Giovanni in un angolo della camera, ritto ed immobile, colla testa inclinata sul petto alla guisa d'un fantasma dolente, guardava sott'occhio lo sciagurato effetto del suo messaggio.
Ciò che si passò nell'anima agitata di Silvio non è difficile cosa immaginare per chi, almeno una volta in vita, si sia trovato involto nelle tele insidiose dell'amore.
XXXIII.
_Silvio a Carlotta._
«Non crediate che io vi scriva per farvi rimprovero. In compenso dell'ospitalità e delle cure che m'avete fatto prodigare nella vostra casa, io vi perdono il male che avete cagionato al mio cuore. Il vostro silenzio mi aveva detto l'indifferenza; oggi vi avete aggiunto il disprezzo. Nè io me ne dolgo; una speranza gagliardamente alimentata mi ha suggerito l'audacia che vi ha offeso; però se il mio contegno mi ha meritato la vostra collera, il mio cuore non domandava che la vostra pietà.
Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete, spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»
XXXIV.
Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio, che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo, alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza — quivi egli aveva sofferto, amato e sperato molto — quella camera era stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva popolato d'immagini lusinghiere.
Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo, altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.
Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.
Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale; più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa a Carlotta, e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto grave.
— Domani stesso partirò dalla vostra casa!...
Queste parole, indarno dissimulate, si ripetevano come un lungo eco nel suo seno. Qual demone gliele aveva dettate? e perchè mai s'egli non aveva saputo resistere alle tentazioni dell'orgoglio, non era, almeno in quel momento, fatto insensibile alle lusinghe infruttuose dell'amore?
In quel punto venne picchiato all'uscio. Il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, entrò sulla punta dei piedi. Il cuore di Silvio martellò disperatamente, vedendo l'eterno sorriso e l'eterna marsina nera dell'Esculapio.
— Come state voi?
— Benissimo, balbettò Silvio.
Il sorriso del signor W..., medico e chirurgo di Gossau, parve voler dire: «Adagio, mio signore; prima di sentenziare con tanta sicurezza ci ho da entrare anch'io.»
— Vediamo la lingua, disse dopo aver tastato il polso con molta gravità.
Silvio mise fuori la lingua colla maggior grazia possibile.
L'esame parve non andare a genio al signor W..., il quale fe' sentire un debole grugnito assai espressivo.
— Abusi, abusi!... ripetè egli scotendo il capo; eccoci di nuovo colla febbre...
E s'arrestò atteggiandosi come un punto, interrogativo. Questa volta il suo sorriso fu molto eloquente, e fu come la sintesi d'un discorso la cui perorazione dimostrava assai chiaro: come sarebbe stato sconveniente che il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, non avesse indovinato la causa di questa ricaduta.
Ma sia che Silvio non avesse inteso l'oratorio significato di quel sorriso, o non vi avesse posto mente, prese a dire con voce titubante «come avesse in animo di partire....»
— Diamine! sclamò il medico.... e quando?
La lingua di Silvio incespicò più d'una volta prima di rispondere, e ne venne fuor un «presto» così ingarbugliato, da essere quasi irriconoscibile.
Ma, il signor W** non se ne appagò e insistè con un «per esempio?» così netto ed aperto, che era impossibile potersene schermire.
— Fra quanto tempo credete che io possa lasciare il letto? domandò Silvio, invece di rispondere.
— Secondo i casi.
— Nella migliore ipotesi?
— Supponendo una crisi favorevole, prestissimo.
— Prestissimo! Per esempio?
Il _per esempio?_ di Silvio fu più fortunato.
— Anche domani.
Silvio impallidì, ed aggiunse con un tremito pauroso:
— E se si trattasse d'un bisogno urgente?...
Il medico parve non comprendere. Silvio tacque un istante.
— Se io dovessi partire.... oggi?
— Oggi! Diamine!
E un nuovo grugnito dell'ottimo signor W**, medico e chirurgo di Gossau, avvertì Silvio della difficoltà della cosa.
— Impossibile, voi dite?... interruppe questi con un impeto di rammarico, che poteva parere un impeto di gioia.
— Non ho detto ciò....
A questo punto il rammarico di Silvio parve meglio definito.
— Ma lo dirò certamente.... È impossibile; fate conto d'avere le catene delle Alpi alle sponde del vostro letto....
E tratto dal paragone il signor W**, medico e chirurgo di Gossau, s'agitò come invaso da un brivido di freddo, e volse istintivamente gli occhi al caminetto, su cui tremolavano ancora alcune scintille avanzate dalla notte precedente.
— Dunque? insistè Silvio con uno sguardo pieno di speranza.
Il medico si strinse nelle spalle.
Silvio non disse più nulla, e parve riflettere. Il suo volto era come irraggiato da un dolce e pago languore; ma un istante dopo la sua fronte si oscurò, e i suoi occhi si chiusero penosamente, mentre l'affanno usciva dal suo petto in un sospiro.
— È inutile, disse, è necessario che io parta oggi.
E senza punto badare al signor W** che se ne stava immobile per lo stupore, fece atto di levarsi. Il medicò lo arrestò con uno sguardo di preghiera, ed a crescervi forza aggiunse un gesto in cui era scolpito tutto l'entusiasmo d'una perorazione. Ma quella eloquenza muta non fu molto fortunata.
— È necessario che io parta oggi, ripetè mestamente Silvio; e poichè il signor W** accennava di voler insistere, lo interruppe con un «è necessario» così riciso, che a volerci trovar da ridire era qualche cosa più che una montagna da valicare.
Infatti, il signor W** non ci trovò a ridire, e pensando che la sua presenza non potesse riuscire che importuna, salutò ed usci dalla camera.
Rimasto solo Silvio, che s'era drizzato a gran stento, ed aveva messo una gamba fuori del letto, sentì a un tratto venir meno ogni energia. Col capo inchinato sul petto, cogli occhi fissi, egli ripensava melanconicamente per l'ultima volta le accarezzate parvenze del suo sogno....
Il buon Giovanni lo sorprese in quell'atteggiamento.
Silvio, tratto bruscamente al suo estatico fantasiare, levò gli occhi smarriti in volto al nuovo arrivato.
Giovanni recava una lettera; Silvio la prese senza emozione, ne ruppe il sigillo, spiegò distratto il foglio innanzi agli occhi, e lesse una sola parola:
«Restate.»
Una gioia suprema imporporò le sue pallide guancie; il suo cuore batteva così violento, che quasi gli veniva meno il respiro.
— Dessa! non è vero?... balbettò tremante, fissando gli occhi spalancati in quelli di Giovanni; e senza attendere la risposta, si lasciò cadere con delirante abbandono sul suo guanciale.
XXXV.
_Silvio a Carlotta._
«Rimango. Non vi dirò quanto io sia felice di questa determinazione; ma solo che io non l'avrei presa giammai se non per ubbidire ad un vostro comando. La mia volontà non ha potuto ribellarsi alla vostra, ma avrebbe resistito al mio amore.
Ho domandato a me stesso la ragione di ciò che avviene, e la mia stolta vanità si è lusingata per un istante del vostro affetto. Non sorridete della debolezza della mia natura; io mi sono ricreduto ben tosto. Sia benedetta la pietà che vi ha fatto superiore al vostro risentimento.
Il vostro risentimento! So d'averlo meritato, ma so pure che se voi aveste potuto leggermi in cuore, m'avreste perdonato. Oh! ditemi, in nome di Dio, posso io credere che, almeno in parte, la vostra pietà sia suggerita dal perdono?
Alcuni giorni tuttavia, ed io sarò ristabilito pienamente; nè vi vedrò una sola volta ancora nella vita? Deh! fate che la memoria dei vostro volto sereno s'imprima nel mio cuore prima di abbandonarvi per sempre. Partirò felice se mi avrete assolto dal vostro corruccio».
XXXVI.
Come Silvio ebbe scritto a gran fatica questa lettera, si lasciò ricadere con molta soddisfazione sul suo letto, pensando per la prima volta che se egli fosse stato a quell'ora sulle panche d'una _diligenza_, non si sarebbe per avventura trovato così bene.
Suonò il campanello, ed entrò Giovanni cui accennò senza parlare la lettera; poi, siccome la notte antecedente non era stata troppo propizia al suo sonno, chiuse gli occhi ripetendo dentro di sè il nome di Carlotta. A poco a poco si addormentò, ed è probabile che la visione invocata gli apparisse nei sogni.
Quando si destò, vide la camera illuminata da una pallida luce porporina, e una bruna figura seduta accanto al suo letto... Si stropicciò gli occhi, ma la visione non sparì... Un grido morì soffocato sulle sue labbra... Carlotta!...
Era pur dessa!... pallida e sorridente come fantastica creatura di sogno. Aveva un libro in una mano; dell'altra faceva cenno a Silvio di tacere. Vi fu un istante di silenzio. Carlotta guardava Silvio con fronte serena; Silvio guardava Carlotta coll'anima negli occhi, seguendone ogni più lieve movimento, quasi timoroso che l'adorata larva dovesse svanire s'egli ne avesse distratto lo sguardo.
«Lo vedete... sono venuta;» disse Carlotta con dolcezza.
Gli occhi di Silvio non dissero che la riconoscenza, ma una riconoscenza così ardente, che Carlotta sorrise suo malgrado.
— Non sono offesa con voi; aggiunse come a modificare l'interpretazione che Silvio aveva forse dato alla sua venuta.
Silvio comprese il senso intimo di quelle parole, e sospirò mestamente.
— Vi ringrazio, disse; non avrei osato sperarlo.
E da capo nuovo silenzio.
La posizione di Silvio non era veramente priva d'imbarazzo; egli era così poco preparato ad una visita di Carlotta, era stato così lungi dal pensare ad un incontro di quella natura, che le frasi galanti, di cui di solito non era sprovvisto, gli fallirono miseramente. Fors'anche la prepotenza d'un sentimento vero aveva debellato il suo coraggio.
Egli guardava Carlotta, rimuginando una frase, che, a calcoli fatti, doveva essere come una specie di bomba infallibile, e pareva misurare la distanza per non fallire il suo tiro; ma la frase si contorceva nella sua testa in mille modi, senza comporsi mai a quel tipo vagheggiato. Ogni momento che passava cresceva il suo imbarazzo, e un vivo rossore accendeva sempre più il suo volto. Carlotta gli venne in aiuto.
— Come state? domandò con un lieve sorriso.
Silvio stava benissimo, e non sapendo fare di meglio, lo disse sospirando. Quel sospiro non fu fortunato; Carlotta si fece seria in volto.
Ma Silvio non si die' per vinto, ed aggiunse melanconicamente: «il medico assicura che _presto_ potrò partire....»
Avrebbe voluto dire _domani_, ma gli parve d'arrischiare troppo, e disse _presto_; e lo disse pauroso ed indeciso come chi getta un dado da cui dipenda la sua fortuna.
— Lascerete Gossau? domandò freddamente Carlotta.
Un po' più di calore e la parola Gossau pronunziata con maggior indifferenza, ed era per l'appunto la dimanda a cui Silvio s'attendeva. Quelle lievi modificazioni sconcertarono i suoi disegni; tuttavia s'avventurò a rispondere:
— Non devo abusare della vostra cortesia... e si tenne in aspettazione spiando sott'occhi l'effetto delle sue parole.
Carlotta sfogliò sbadatamente il libro che aveva fra le mani, e non rispose. Un gemito partì dal petto straziato di Silvio.
— Che cosa avrete pensato di me! balbettò poco dopo con voce fioca.
— Nulla: rispose Carlotta, temperando la durezza della risposta con una inflessione dolcissima di voce.
— Nulla! ripetè Silvio amaramente; nulla!
Carlotta fu visibilmente commossa da quell'accento di rimprovero e di dolore.
— La vostra ferita fu assai grave, disse sbadatamente, volendo volgere ad altro il discorso.
— Non quanto avrebbe potuto essere, rispose Silvio.
— È vero.
Non le venne detta questa parola, che Carlotta levò gli occhi in volto a Silvio.
Quelle brevi parole avevano ridestato una memoria assai delicata; entrambi compresero che il loro pensiero raffigurava in quel punto la stessa immagine ed arrossirono entrambi.
In quel punto la rosea luce che illuminava la camera impallidì a un tratto.
Carlotta si drizzò.
— Vorreste?... domandò Silvio giungendo le mani.
— È tardi, fra dieci minuti sarà notte.
— Non partite, ve ne scongiuro.
— È necessario.
— Non sono che pochi momenti che io vi vedo.
— È un'ora che io sono in questa camera.
— Un'ora! tristo me! ed io dormiva.... sognava; sognava di voi, di che potrei sognare?
L'accento con cui Silvio parlava era così languidamente mesto, che Carlotta non potè trattenersi dal pagare d'un sorriso quella passione così sincera.
— Sorridetemi così; proseguiva Silvio, cui il pensiero di rimaner solo, di perdere un'altra volta quella donna adorata, restituiva in un punto tutta l'audacia smarrita; sorridetemi così; voi ignorate il bene che mi fate in questo momento.
— È necessario che io vi lasci, disse Carlotta con dolcezza.
— Ancora un istante; ho tante cose a dirvi.
— È inutile.
— Inutile!
E Silvio chinò il capo con abbandono.
— Promettetemi almeno di ritornare.... insistè coll'ansietà di chi vede un ultimo barlume di speranza.
Carlotta tentennò il capo.
— Un rifiuto!
— No, non è un rifiuto....
— Promettete adunque?
— Non prometto mai nulla.
Silvio ricadde sul guanciale senza dir motto.
Carlotta s'appressò all'uscio, ma all'atto di afferrare la maniglia, si arrestò e si rivolse.
— Buona notte, disse.
— Buona notte, ripetè Silvio con un filo di voce.
— Forse.....
— Forse?....
— Aspettatemi....
— Quando?
— Aspettatemi.
— Domani?
Ma l'uscio s'era aperto, e la vezzosa creatura s'era involata come un fantasma....
Nella camera solitaria di Silvio, errò lungamente un profumo di donna amata, parte di sè medesima abbandonata da Carlotta ai cupidi sensi dell'ardente amatore.
XXXVII.
_Silvio a Carlotta._
«Vi ho aspettato; dite voi stessa se io v'ho aspettato!