Part 7
La casa tutta intera era piena di quei sordi rumori, di quel viavai, rapido e silenzioso, che annunciano la morte vicina. Vi si sentiva, dalla vigilia, un lieve odore d’incenso. I servitori, in un’attitudine di circostanza, con la faccia lunga, stavano immobili, oppure passavano come ombre attraverso le sale, guardando tutto con occhio curioso. Soffocati singhiozzi venivano da un angolo buio. Sembrava che la luce, entrante dalle vaste finestre attraverso le ricche cortine, fosse diversa dalli altri giorni, e si era ingenuamente sorpresi nel vedere li oggetti al loro posto solito, inanimati come sempre, in mezzo al fremito che sembrava turbasse l’aria.
Lina spirava. Massimo si precipitò nella camera, pallido come la morente, tutto il sangue essendogli rifluito al cuore. Ella lo guardò in faccia coi suoi grandi occhi aperti, senza vederlo. La vecchia Sofia, che aveva avuto cura della loro infanzia ad entrambi, in ginocchio sui talloni e accasciata per terra, piangeva in modo straziante. Il medico — attempato e severo — stava in piedi dall’altra parte del letto. Un uomo seduto in una poltrona si teneva la testa fra le mani, in modo che non lo si poteva vedere. I lineamenti di Lina, pur conservando la loro dolcezza, avevano già preso una rigidità terribile. Il dottore la toccò, e fece un cenno del capo alli assistenti. Alcuni istanti passarono. Erano tutti immobili come la morte. Di tanto in tanto un singulto turbava il silenzio solenne.
Un momento dopo si udì un rumore di passi e di voci alte nella stanza vicina. Istintivamente tutti si voltarono, e Massimo andò verso l’uscio. Mentre varcava la soglia sentì, dietro a sè, a prendergli le mani. Era il giovane di cui non aveva veduto il viso. Non lo conosceva. Durante un secondo guardò, sorpreso, codesto sconosciuto che lo guardava a sua volta dolorosamente. Ma scorgendo la profonda simpatia dipinta sulla sua faccia tutta bagnata di lagrime, Massimo non chiese nulla e strinse forte le mani che avevano stretto le sue. Le voci s’incrociavano nella stanza vicina. Era Ricaldi, che, tutto tremante, interrogava i servitori. Si era assentato, da due giorni, credendo a un falso miglioramento nello stato dell’ammalata, ed era giunto in quel momento. Massimo si avvicinò a lui, ma non potè parlare.
Il giovane era scomparso.
Perchè in quella notte insonne il ricordo della sua povera Lina gli ritornava in mente in un modo così straziante? Tutto si ripresentava alli occhi suoi in una chiara e dolorosa visione, e si rammentava dei particolari quasi dimenticati. Si ricordò del suo soggiorno in campagna in un’antica villa abbandonata, subito dopo i funerali, e di tutto ciò che la vecchia Sofia gli aveva narrato. A sentirla lei, la povera marchesa era sempre stata infelicissima; suo marito era cattivo con lei e la maltrattava, e lei non respirava che quando era via. Il dottore, nel quale Massimo aveva piena fiducia, non era del tutto del parere della buona donna, e non ammetteva come lei che i dispiaceri della marchesa avessero precipitato la sua fine.
“È morta disgraziatamente e semplicemente di etisia galoppante; aveva una lieve tendenza alla consunzione e non si è curata in tempo; quando mi hanno chiamato, era già troppo tardi. Non si muore tanto spesso come si crede di malattie morali.„
Massimo si sforzò di credere alle parole del vecchio medico, eppure la sua coscienza gli rimproverava molte cose. E perchè Lina, che, certo, non aveva avuto un’esistenza calma, si era ostinata nelli ultimi tempi a fargli credere l’opposto? E perchè l’aveva creduta, e perchè era restato tanto tempo senza venire? Intravedeva una grande abnegazione, una lotta interna, dei sentimenti nascosti e delle sofferenze segrete. La sua perspicacità aiutava a farlo soffrire. — Indovinava un romanzo. — Diceva bene a sè stesso che forse esagerava, e che, sopratutto, non avrebbe forse potuto far nulla; ma tuttavia, al rimpianto straziante di quel dolore del quale sentiva che non si sarebbe giammai consolato completamente, si aggiunse un vago rimorso.
Finalmente Massimo si coricò e dormì d’un sonno non tranquillo come al solito. Ma, nei suoi sogni, rivide ancora sua sorella, tanto amata e tanto soave; gli sembrava udirla mormorare indistinte parole, volgendo verso di lui il suo sguardo di donna e il suo sorriso infantile.
IV.
Di giorno in giorno la condotta di Massimo stupiva più vivamente tutti. Non celava punto l’interesse ch’Elisa Valenti destava in lui; troppo spesso le si metteva vicino, o la osservava da lontano. Essa sembrava imbarazzata dalla persistenza di lui ad avvicinarla, e non perciò diminuiva la sua tristezza. Però non era con lui esattamente come nei primi giorni. Massimo non sembrava farle la corte affatto, e meno ancora lei accettarla; ma v’era tra di loro qualcosa di nascosto. Più ancora delli altri, la padrona di casa era sorpresa di ciò che chiamava, fra sè, la mancanza di tatto di suo nipote.
D’Astorre non si dava più la pena di celare la sua profonda antipatia per Gorletti. E questi gliela restituiva cordialmente, benchè non lo mostrasse nei suoi modi.
La signora Valenti, sola, pareva non si accorgesse di nulla. Dal momento della partenza di suo marito (che aveva promesso di ritornare) era diventata più severa con sua figlia, sebbene, a modo suo, capricciosamente, avesse certi slanci di tenerezza improvvisa, esagerati, al punto di abbracciarla con passione in pubblico. Con d’Astorre _posava_ sempre; a momenti fredda e cerimoniosa, poi di una eccessiva gentilezza, non esente da civetteria. Ella sapeva, del resto, ringiovanirsi a meraviglia e faceva sfoggio di acconciature, dalla marchesa dichiarate assurde.
Elisa stessa non comprendeva troppo l’attitudine di Massimo a suo riguardo. Sempre lo pregava di non tentar nulla in suo favore, di lasciare che il suo destino si compisse; egli rispondeva ridendo e continuava come prima. Volle esser tenuto al corrente di quanto succedeva tra lei e sua madre. Seppe da lei, una sera, che fra due giorni il matrimonio verrebbe ufficialmente annunziato. Subito dopo, Gorletti doveva partire; sua madre e lei rimarrebbero ancora una settimana alla villa, mentre colui aggiusterebbe i suoi affari, poi si ritroverebbero tutti a Milano, dove il matrimonio avrebbe luogo.
All’indomani, subito dopo la colazione, si partì per una lunga gita in carrozza. Come per caso Massimo prese posto a fianco della signora Valenti e fu assai assiduo presso di lei. Con un’abile manovra, aveva quasi costretto Gorletti a salire a cassetto vicino a Terzi che guidava, mentre Elisa aveva potuto mettersi in un’altra carrozza con la marchesa, il medico ed il pittore.
Una grotta naturale, profonda e buia, dove mormorava una sorgente il di cui sottile zampillo rigava perennemente la penombra, e di cui si andava a bere l’acqua freddissima e di una incomparabile purezza, era lo scopo della escursione. Vi si giunge per una stretta valle verdeggiante, che, d’improvviso a uno svolgere di strada, prende un carattere selvaggio ed alpestre. Sotto un’altra roccia a picco tutta umida, muscosa e nerastra, sta l’angusta apertura, buco nero spalancato nel quale è d’uopo avventurarsi. Il bello consiste in ciò: che uscendo da un’altra apertura dal lato opposto della montagna, si trova un paesaggio tutto diverso, ridente e appena mosso. Una terza uscita è praticata a mezza strada, nel fianco della roccia.
Massimo entrò per il primo. La signora Valenti prese il braccio di Gorletti. La marchesa ed Elisa penetrarono timidamente, scortate dalli altri. Non si parlava più. Di tanto in tanto, un grido, uno scoppio di riso soffocato, una rapida domanda, ed ecco tutto. Ognuno guardava ai propri piedi, benchè non ci si vedesse affatto, e pensava a sè. — Di qua, signore, — gridava l’artista, — non abbiano paura; sono solo i primi dieci passi che costano. Dopo la strada è facile. — Il medico cadde due volte. Elisa, preoccupala, camminava a stento senza troppo curare dove andasse. D’un tratto si trovò smarrita, cercò di orizzontarsi, e non vi riuscì. Tutti erano lontani già; non li vedeva più. Non volle domandare. Dopo un istante d’incertezza, udì un rumore di passi che ritornavano verso di lei.
— Di qui! — disse una voce.
— Da che parte?
— Mi dia la mano e non tema di nulla.
Riconobbe le voce di Massimo.
— Così, così.... Si lasci guidare, si lasci sempre guidare da me.
— Preferirei esser fuori.
— Ci saremo fra due minuti, ecco. Vede la luce?
Un momento dopo erano all’apertura laterale.
— E gli altri? — domandò lei.
— Hanno attraversato la grotta, come si vede, in tutta la sua lunghezza. Noi faremo il giro esternamente e li raggiungeremo in tre minuti. Ma si riposi, prima, un momento; dev’essere stanca.
E continuò dopo una breve pausa:
— Non si perda di coraggio. Io sono allegrissimo, invece. Tutto va bene; si rassicuri. A proposito, bisogna che approfitti di questo momento, per farvi una dichiarazione. Signora Elisa, io non vi amo; non vi amo affatto. Non lo dimenticate; e non abbiate dunque paura di nulla. Ma vi salverò.
Il loro arrivo all’altro ingresso della grotta fu accolto da una quantità di domande; ma la marchesa aveva l’aria un poco imbronciata, e Gorletti stava in disparte.
Massimo pareva divertirsi assai. Al ritorno, riprese il suo posto a lato della signora Valenti e la fece ridere pazzamente per tutta la strada. Talora interpellava Gorletti, sempre a cassetto, obbligandolo a voltarsi e volendo che ridesse lui pure.
Nell’altra carrozza, quasi non si parlava. Elisa contemplava il paesaggio oscurantesi nella porpora del tramonto. Cominciava a far freddo e una tinta grigia si stendeva sulla via, sulli alberi, come un mantello di malinconia invitante al sonno, mentre che nelle lontananze le tinte dell’orizzonte facevano sognare. Involontariamente ammirava, lasciando che i suoi pensieri indistinti e dolorosi si modificassero secondo i diversi aspetti del cielo.
Che voleva d’Astorre? pensava. Come s’imaginava di poterla salvare? Nessuna speranza era possibile. Il suo sagrificio poteva forse venir ritardato, ma non vi si poteva sottrarre. Eppure, più che mai ciò le sembrava impossibile e l’idea sorgeva in lei che qualcosa succederebbe forse. Ma che cosa? Le tenebre si facevano più fitte intorno a lei, gradatamente e sicuramente, come si vedevano a poco a poco distendersi sulle campagne. Quale scampo poteva esistere?
Dopo pranzo, la signora Valenti si avvicinò alla marchesa e le disse ch’era un poco inquieta sul conto d’Elisa, la quale non le sembrava stesse bene. E rivolgendosi a lei:
— Ragazza mia, sei pallida e non hai quasi mangiato, oggi. Sii savia e va a dormire. Prendendo delle precauzioni quando si è ancora in tempo, si evita talvolta una malattia. Va, mia cara, verrò a raggiungerti fra poco, chè sono stanca assai io pure.
Elisa non fu malcontenta d’ubbidire. Sua madre la seguì presto infatti, e si assise a’ piedi del letto. Là le tenne un discorso che la sorprese. Le disse che Gorletti era impaziente ed aveva vivo desiderio che si annunciasse il loro matrimonio prima di lasciare la villa della marchesa; poichè in ogni modo, certi affari urgenti lo chiamavano in città al posdomani.
— Ma, mia cara, giacchè si è aspettato così a lungo, e che la cosa è decisa, non è vero? tra di noi, non vedo perchè non si aspetterebbe ancora qualche giorno. Tu saresti meglio ristabilita in salute, e più forte per sopportare tutte le noie dei complimenti, delle visite, dei preparativi, ecc. (chè, veramente, la tua salute m’inquieta un poco e hai bene cattiva cera anche oggi); lui, dal canto suo, avrebbe terminato i suoi affari e si andrebbe in città tutti assieme, ciò che sarebbe pure forse meglio. Intanto, curati bene e cerca di riprendere i tuoi bei colori. Sai anzi cosa faresti, se volessi seguire del tutto i miei consigli? Staresti in camera tua per un giorno o due. Egli comprenderebbe allora che ho ragione, che tu hai davvero ancora bisogno di un po’ di riposo e che deve moderare la sua impazienza. E ti ritroverebbe migliorata in salute e più calma....
— Farò quanto vorrai, — rispose Elisa con una rassegnazione che le riusciva facile. E una vaga speranza penetrò nel suo cuore, suo malgrado.
La signora Valenti ebbe all’indomani una conversazione con il suo futuro genero, e al posdomani egli partì. Valenti giungendo secondo la sua promessa, fu un poco stupito di tale partenza. Elisa discese solo al terzo giorno, per la colazione. Il medico, ch’era salito per vederla e le aveva ordinato dei rimedi ch’ella non aveva preso, l’aveva anzi fatta rimanere a letto per ventiquattr’ore. Aveva anche veduto la marchesa più volte, ed il resto del tempo era rimasta abbandonata alle sue riflessioni.
Il non veder più lo sguardo di Gorletti fissato sopra di lei, attraverso la tavola, le fu di tanto sollievo, ch’ella sentì grave il peso terribile del sagrificio chiestole. Tutto il sangue le si gelava nelle vene all’idea di diventare la moglie di quell’uomo.
Un inesplicabile sorriso passò sulle labbra di Massimo quando seppe ciò ch’era successo tra lei e sua madre.
— Va bene, — disse, — ciò non mi riesce inaspettato.
E mentre si discorreva un po’ rumorosamente intorno a loro, egli aggiunse:
— Il medico non vi permette ancora di uscire di casa, non è vero?
— Già; non ne ho nessuna voglia, d’altronde.
— Tanto meglio. Vi devo parlare a lungo.
Quando, più tardi, si ritrovarono soli, nello stesso gabinetto dove per la prima volta Massimo l’aveva sorpresa in un accesso di disperazione, Elisa non potè impedirsi dal dirgli che, ad onta di quel nuovo ritardo, ella non aveva speranza alcuna.
— Avete torto. Vi rammentate che a questo stesso posto dove siamo, quando vi ho dichiarato che impedirei codesto matrimonio, mi avete assicurato ch’era impossibile nemmeno ottenere un ritardo? Vi faccio rispettosamente osservare che adesso sono venuti, invece, per così dire, a domandarvelo, un tale ritardo, e che il signor Gorletti non è più qui. Aveva anzi una strana figura nell’andarsene.
— Ritornerà. È invano che lei prova sempre di darmi una speranza. Pur troppo il matrimonio è ben deciso.
— No, un tale matrimonio non si farà. È rotto. Non ho che una parola da dire per ciò. Quell’uomo è partito per non più ritornare. La sua partenza, e tutto quanto è accaduto, avreste forse dovuto indovinarlo, è opera mia. Anderò fino in fondo. Lungamente ho cercato un mezzo per salvarvi, e, lo confesso, senz’alcun risultato. Ma, adesso, ho finalmente scoperto. È un mezzo assai semplice, benchè un po’ violento.
— E qual’è questo mezzo?
— Lo saprete subito. Ma prima lasciatemi ancora dirvi poche parole. Perdonatemi d’esser costretto a parlarvi di me stesso. Ma è necessario per spiegare le cose. Poi mi conoscete tuttora assai male, e, lo temo, vi faccio ancora paura, sebbene sentiate che vi sono amico. Ma siete intelligente, siete un vivente esempio di codesta verità troppo ignorata, che si può avere un’anima elevata, e, ad onta di ciò, indovinare tutto; di più, per la vostra età, avete visto molte cose; potrete dunque non offendervi di quanto vi voglio proporre.
— Nulla è possibile, vi dico.
— Non m’interrompete, e ascoltate, ve ne prego. Io sono solo al mondo, non ho più parenti vicini, e nessuno è più libero di me. Mi si conosce ovunque, conosco moltissima gente; vi sono molti che si dicono miei amici, e ne ho assai pochi. Pare anche che abbia dei nemici; ignoro assolutamente a cosa debbo un tale onore. Pieno di difetti, ho però osservato che quando ho ubbidito al mio primo impulso, ho sempre agito bene; il che prova che in me l’istinto è forse superiore al ragionamento. Conduco una vita molto irregolare, e che mi sarebbe difficile lo spiegarvi. Resisto difficilmente a’ miei capricci. Talvolta rimango a lungo nello stesso posto, senza che si sappia perchè; poi parto bruscamente; vado dove la sorte mi sospinge. Del resto, manco assolutamente di principii e credo a ben poche cose; vedete che non mi mostro migliore di quel che sono. Ora sapete a che sono ben deciso? da un pezzo? È, per mio conto, a non ammogliarmi mai. Ho per ciò le mie profonde ragioni. Poi detesto il matrimonio. Molte cose mi sono indifferenti, e rinuncierei volontieri a molti vantaggi; ma, a nessun prezzo, non abdicherò mai la mia indipendenza. E la stimo così altamente che mai, sotto alcun pretesto, assalirei la libertà d’un altro. Sarei dunque un pessimo marito, e stupido. Dunque, escludo, per me il matrimonio. Me ne infischio del mio nome che finirà forse con me, e della mia fortuna che passerà in mani straniere, se ne resterà. Le cose sociali mi toccano assai poco, e non mi commuovo molto per ciò che mi riguarda personalmente. Cerco di annoiarmi il meno possibile, anche se per giungere a questo scopo, devo interessarmi a delle assurdità; e in quanto a ciò che succede nel mondo, guardo tutto ciò come in teatro, dalla mia poltrona, che certo è una delle migliori. Se posso essere utile a qualcuno lo faccio con piacere. Do ben di rado la mia amicizia, sul serio, ma la do senza riserve. In quanto alla mia fortuna è assai considerevole; la fortuna di un lord inglese agiato, ricchezza grande in Italia. Non mi è stato possibile di rovinarmi, benchè vi abbia messo tutta la buona volontà; ora non mi ci provo più. Da questo lato mi sono posto in quiete. Diedi una smentita a quelli che pretendevano, all’epoca in cui spendevo sempre tre volte la mia rendita, che nessuna fortuna mi avrebbe mai bastato, mostrando loro che con solamente una ventina di milioni, o poco più, non faccio più debiti. Sono lieto di farvi sorridere....
— Sì, ma tutto ciò non mi dice....
— Aspettate. Ecco press’a poco chi sono io. Credete ancora che chi dice tanto male di me abbia ragione del tutto? Diffidate ancora di me?
— No, credo anzi che siete migliore di quello che sembrate....
— Non è così; sono esattamente come sembro a quelli che mi conoscono un poco. Ma veniamo al fatto. Forse a quest’ora può darsi che non rimaniate oltremodo stupita nel sentire il mezzo che ho trovato per salvarvi. D’altronde bisogna accettarlo per questa eccellente ragione che non ve ne sono altri.
— Ebbene! ditemelo finalmente....
— Io vi sposo.
Elisa lo guardò fisso, arrossì, si provò a sorridere e disse:
— Mi sembra che il momento sia scelto male per celiare. Del resto non sono scorsi tre minuti dacchè avete affermato la vostra risoluzione di non ammogliarvi mai.
— Ed è perciò appunto che vi posso offrire la mia mano.
Massimo non scherzava. Spiegò la sua idea a Elisa che lo ascoltava muta per lo stupore. Lui impegnava la sua parola di gentiluomo di non essere mai per lei che un amico; lei sarebbe del tutto libera e avrebbe sempre tutta la sua stima. Tutto si ridurrebbe a ciò, che avendo invano cercato un altro mezzo conveniente per impedire il matrimonio con Gorletti, aveva pensato che il meglio era d’offrire ad Elisa una posizione indipendente e tutta quella somma di benessere che può rendere nella vita l’assenza di felicità meno dura. Ma non poteva far ciò, secondo le leggi del mondo, senza aggiungervi il suo nome, e lo dava, non compiendo il minimo sacrificio; poichè in tal modo faceva uso eccellente di una cosa di cui era ben certo che non avrebbe mai sognato di servirsi altrimenti per sè. Si salveranno le apparenze per quanto possibile, senza però inquietarsene fuor di misura, e, appena che Elisa sarebbe stabilita nella sua nuova esistenza, lui riprenderebbe la sua vita solita. Un tale progetto lo seduceva; riconoscente se lei gli facesse l’onore di accettare, sarebbe felice di compiere un atto semplicissimo, del quale forse nessuno ancora aveva avuto l’idea prima di lui.
— Mi avete ripetuto più volte, senza dirmi precisamente il perchè, che non aspettate più nulla dalla vita, che cercate la pace soltanto; ebbene, vi offro un palazzo a Firenze, che sarà vostro, e dove starete meglio che in un convento; trovandovi la tranquillità assoluta e le distrazioni che vorrete scegliere, infine un matrimonio che non è un matrimonio, e la mia semplice amicizia. Se avete bisogno di un consiglio, saprò darvelo non più cattivo di quello che farebbe un altro. In un certo senso, e per questo scopo, è impossibile essere maggiormente adatto l’un all’altro di quanto siamo noi. Giacchè non vogliamo maritarci nè l’uno nè l’altro, ciascuno per i nostri motivi particolari, sposiamoci noi per il pubblico. Dal lato mio ci troverò pure dei vantaggi, non foss’altro che quello di por termine alfine a ciò che si venga a farmi delle proposte di matrimonio.
Elisa sorrise di nuovo. Poi, seriamente, rispose che ad onta della sua stranezza, l’offerta era nobilmente generosa, ma che lei non poteva acconsentire. Codesta proposta straordinaria non la scandalizzò, ma la trovò ineseguibile. Tuttavia si sentì profondamente commossa, sebbene non lo seppe esprimere.
Sorridendo, Massimo insisteva, talora in modo energico, talora giocoso.
— No, è impossibile. È impossibile in tutti i modi, — ripetè Elisa. — Finirete pure col comprenderlo. È mio dovere il rifiutare, dovessi anche parere scioccamente ingrata. Vi è ancora un motivo più serio di tutti gli altri, che dovrò avere il coraggio di confessare....
Furono interrotti dal brusco ingresso della signora Valenti.
— Ah! eccoli, — disse a sua figlia. — Ti ho cercato dappertutto. È donna Maria che mi ha detto ora ch’eri qui col marchese. Non sei dunque andata in carrozza con gli altri? Ebbene, hai ragione. Quelle trottate, alla lunga, stancano, e comincia a fare un freddo al ritorno!... trovo ch’è peggio che d’inverno.
Quella notte Elisa non potè chiuder occhio. La proposta stranissima ed inattesa d’Astorre, l’orizzonte affatto nuovo che si apriva innanzi a lei, le riempivano la testa di pensieri confusi. Non poteva dubitarne: Massimo parlava sul serio. Aveva trovato modo di mantenere la sua parola; le offriva di salvarla davvero! Gorletti, l’orribile incubo delli ultimi mesi, poteva essere allontanato per sempre! Poichè, n’era ben sicura, sua madre in un tal caso, non esiterebbe un momento a mancare di parola. Elisa aveva un sol cenno da fare per evitare il precipizio, che da tanto tempo s’apriva davanti a lei, inevitabile. Le si offriva onorevolmente una vita calma, tranquilla, indipendente, circondata da tutti i conforti del lusso, e, accettandola, avrebbe la felicità negativa alla quale poteva ancora aspirare, e ciò rendendo i suoi genitori pazzi di gioia! La tentazione era forte. Una soluzione bizzarra, magnifica, che l’imaginazione non avrebbe saputo inventare e di cui la speranza sarebbe stata assurda, si mostrava d’improvviso per risolvere il problema finora insolubile del suo destino.
Ma come poteva accettare una proposta tanto bizzarra, insolita e troppo generosa, tanto più lei, di cui il cuore non viveva solo di un ricordo indimenticabile, lei, la cui esistenza monotona era tutta riempita da un segreto amato e doloroso. Adesso Massimo non le ispirava più la più piccola diffidenza. Le pareva di aver compreso d’un tratto i lati più nobili di quell’uomo, la cui cattiva riputazione era l’opera di gente che probabilmente non lo valevano. Ma, essendo lei quello che era, poteva forse accettare, in condizioni così eccezionali, e non fosse pure che alli occhi del mondo, la mano di un uomo che ignorava il passato di lei? Il racconto della sua vita, la sua confessione completa, non basterebbero a fargli comprendere la necessità di un rifiuto? Essa lo credeva fermamente; sentì che lo doveva fare, poichè lui meritava la sua fiducia intera, codesto uomo elegante, stanco, cinico, che solo aveva saputo aiutarla, lui ch’era considerato come il più freddo tra gl’indifferenti.
Intanto, tutti si occupavano di Massimo e del suo modo di condursi con la signora Valenti. Non si parlava d’altro alla villa. La marchesa cominciava ad inquietarsene. Con minore malignità delli altri, ella pure si posava però la domanda: — Quale può essere il suo scopo? — In quanto a donna Maria non poteva contenersi. Si disseccava ne’ suoi sforzi per non parlare, poi parlava di colpo.