Un matrimonio eccentrico

Part 8

Chapter 83,743 wordsPublic domain

— Hai veduto? — diceva a suo marito. — Erano ancora insieme ieri nel gabinetto là in fondo. È una cosa che non ha nome. Chi l’avrebbe creduto di un uomo così _blasé_? Poichè infine, Elisa è una buonissima ragazza, ne convengo, e anche bellina, se si vuole, ma, dopo tutto, cosa può avere di tanto interessante! e sopratutto....

— Ah! donna Maria, — interrompeva il dottore, — l’amore non ragiona.

— Ma, insomma, è o non è innamorato, quel misterioso d’Astorre?

— Sapete cosa penso io? Tutto ciò finirà male assai; credete forse che vi sia nulla di sacro per quelli uomini lì?

— E ad onta di tutto. Elisa è sempre triste e taciturna, — osservò Terzi.

— Oh! in quanto a questo, capisci bene, quando si hanno avute le storie che ha avuto lei, si ha di che rifletterci e rimanere pensierosa per un bel pezzo.

All’indomani, Elisa ripetè a Massimo che gli sarebbe profondamente grata per sempre, ma che non poteva acconsentire.

— Se volessi, — disse Massimo, — potrei benissimo far senza della vostra accettazione. Basterebbe che parlassi con vostra madre. E allora per davvero non vi sarebbe più possibile rifiutare! Ma, se vi salvo, non voglio che ciò avvenga a vostro malgrado.

Infatti, la signora Valenti era in uno stato straordinario di tensione nervosa. Aveva la febbre addosso, non sapendo se poteva sperare, a momenti piena di paura, poi abbandonantesi a sogni inauditi che le sembravano vicino a farsi veri, e dai quali si risvegliava per dirsi che sognava. Eppure continuava, come aveva incominciato, a recitare la sua doppia parte con una estrema prudenza; ma se la si vedeva tranquilla e sorridente, non n’era meno agitata internamente. Cercava di sapere che si dicesse intorno a lei e d’indovinare dal contegno delli altri cosa pensassero sulla questione che l’appassionava; n’era turbata, dicendo a sè stessa con terrore che se un tale stato d’incertezza, tra gioie impreviste e difficoltà gravi si dovesse prolungare, ne impazzirebbe.

Massimo aveva dunque ben ragione di parlare in tal modo ad Elisa.

Ma questa s’armò alfine di tutto il suo coraggio, e gli disse:

— Bisogna che vi faccia la mia confessione. Giudicherete poi voi stesso. Vi devo raccontare tutta la mia vita.

E allora, lealmente e degnamente, in un modo semplice e breve, senza nulla omettere e senza nulla esagerare, senza volere nè accusarsi nè scusarsi, ella gli disse tutto quanto si è raccontato più sopra, la triste storia del suo passato; e gli confessò che quell’amore indimenticabile non uscirebbe mai dal suo cuore; che non amerebbe mai nessuno e nulla al mondo, e che resterebbe interamente fedele per sempre all’assente che non doveva più rivedere. _Lui_ aveva mancato alla sua parola per necessità, ed ella trovava ciò così tristamente naturale, che non aveva bisogno di perdonargli; ma lei lo amerebbe sempre e rimarrebbe sempre la stessa. Lei lo amerebbe eternamente, pur avendo la certezza assoluta che nessuna speranza era possibile. L’ultima notizia di lui era la notizia del suo matrimonio e che si era definitivamente stabilito a Bombay. Ritornerebbe d’altronde, che lei non lo vorrebbe rivedere. Non sarebbe mai sua, ma il suo cuore gli apparterrebbe sempre.

Quando ebbe finito, Massimo le prese ambo le mani, le baciò e le disse:

— Elisa, quanto m’avete raccontato tanto francamente e nobilmente, aumenta la stima profonda ed il rispettoso affetto che sento per voi. Sono un peccatore indurito, e il mio cinismo nella vita vi spaventerebbe: il mondo mi ha reso scettico assai e credo facilmente al male e di rado al bene; ma le eccezioni provano la regola, e in questo mondo basso, volgare e malvagio, voi siete una splendida eccezione. Lo vedo, ed io non sbaglio. Il vostro racconto mi prova più che mai quanto ho ragione di compiere ciò che ho deciso di fare; lo desidero adesso cento volte più di prima. Lo farei quasi anche a vostro malgrado. Ma voi acconsentite, non è vero? Giacchè gli ostacoli che credevate insormontabili, riaffermano, al contrario, la mia risoluzione? Fra poco mi divertirò assai dello stupore generale, quando si sappia che vedranno una marchesa d’Astorre. Rideremo.

— Eppure, sentite....

— Cara ragazza, non una parola di più. È deciso.

Sarebbe troppo difficile il dipingere la gioia della signora Valenti quando seppe che le sue più folli e assurde speranze si sarebbero realizzate, e che sua figlia stava per acquistare una delle più alte posizioni cui fosse possibile ambire in Italia, sposando un uomo, che ad onta della sua condotta, era il sogno dorato e inaccessibile di tutte le donne. Durò grandissima fatica a non parlarne, giacchè si era deciso di tenere la cosa segreta per qualche tempo, prima dietro preghiera di Massimo e per evitare pettegolezzi, e poi per riguardo a Gorletti, sebbene la signora Valenti gli scrivesse per dargli congedo abbastanza brutalmente, protestando che non era stato possibile vincere l’ostinazione di sua figlia, e che lei non la voleva forzare! E come benediceva ora Elisa di aver tanto resistito! Come le sembrava superiore e intelligente! Quale fortuna che avesse sempre rifiutato tutti i partiti! Non poteva cessare dall’abbracciarla e l’accarezzava in un modo materno e servile, facendosi umile dinanzi a lei in anticipazione, mentre, piena del suo grande segreto, non poteva a meno di mostrarsi gaia ed orgogliosa con gli altri.

La marchesa fu eccessivamente stupita quando suo nipote le confidò la sua risoluzione, senza beninteso dirle l’esatta verità. Le confessò tuttavia che il suo scopo principale era quello di salvare Elisa, senza troppo negare (in risposta alle domande contorte della vecchia signora), ch’egli non contava abdicare alla propria indipendenza, e che su questo, lui ed Elisa erano perfettamente d’accordo. La marchesa intravide un poco la verità, ma non del tutto; e l’idea di questo matrimonio le sembrò, in fondo, una follia di Massimo, e le parve un poco scandalosa, diversa dalle altre; sebbene non ne fosse malcontenta da certi lati.

La curiosità di donna Maria e delli altri rimase insoddisfatta. Non seppero nulla di quanto succedeva, e certo, ad onta di tutte le loro congetture, non indovinarono affatto.

Ciò che li stupì più di tutto, fu la partenza di Massimo, più strana ancora del suo arrivo. Una bella mattina, dopo una serata delle solite, durante la quale si era soltanto osservato che pareva sempre più intimo con Elisa e con la signora Valenti, mentre pure si notava che non si parlava più del ritorno di Gorletti, la marchesa, a colazione, annunciò che suo nipote aveva dovuto partire, prestissimo, senza ch’ella stessa sapesse il perchè. La signora Valenti raggiava.

V.

Il matrimonio si fece due mesi dopo, senza alcun apparato e quasi segretamente, alla villa. Massimo era stato assente durante l’intervallo ed era solo arrivato alla vigilia. La marchesa, sempre stupita, e che aveva quasi rinunciato a comprendere, non pensò più che a mostrarsi amabile, e lo fu squisitamente. Seppe resistere alla tentazione fortissima di fare un po’ di predica al nipote, che non la intimidiva; e fu meglio. Ma, per davvero, non vi rimetteva della sua stupefazione.

La cerimonia ebbe luogo nella piccola cappella privata. Gli sposi partirono subito dopo.

Quando furono soli in un vagone-salone dell’espresso tra Milano e Firenze, Elisa sentì più intensamente ancora che nei giorni precedenti tutta la stranezza della sua situazione. Le sembrava essere ella stessa l’eroina di un romanzo che venisse raccontato, e recitare una parte, non sopra un teatro, ma per davvero, in una commedia che fosse la vita medesima. Stupita si guardava a giro, come ne accade nei sogni, attrice e spettatrice in uno. Massimo, di una cortesia fina e discreta, meno famigliare forse di prima, ma amichevole, taceva o discorreva con naturalezza, senza maggiore imbarazzo che se fosse stato nel _tête-à-tête_ il più solito. Giacchè egli possedeva quella scienza tanto difficile dei modi, per la quale dovunque e sempre si trova la nota giusta. Ma Elisa lo ascoltava e rispondeva macchinalmente, distratta. Ella si trovava in una di quelle ore in cui il cervello lavora da sè e per suo conto e in cui le idee si agitano talmente che quasi si neutralizzano. È sopratutto in simili momenti che alla domanda: — A che pensate? — rispondiamo: — A nulla.

Le pareva aver perduto il senso della realtà delle cose, e la certezza della propria individualità. Mentre molti dubbi le attraversavano rapidi la mente, provava una tema indefinita di agir male e anche di risvegliarsi da quel sogno reale quale procurava già l’immenso sollievo di sentirsi in salvo, liberata dall’incubo del quale aveva tanto sofferto. Alfine poteva respirare liberamente, e ciò la stupiva. Qualcosa le mancava, e che? chiedeva a sè stessa, e si accorgeva ch’era il peso che le aveva oppresso il petto fino allora. Mentre tante imagini si svolgevano davanti alla sua mente, tutto il corpo suo si assopiva in un grande e nuovo benessere materiale. Si sentiva quasi in casa sua nel vagone ben chiuso cui la lampada rischiarava appena. Avvolta caldamente nel suo mantello, lontana dalle paure e dalle noie, immobile, sebbene trascinata a tutto vapore verso un posto sconosciuto, le sembrava d’essere sollevata e rapita a forza da una possanza irresistibile e buona, e nel letargo graduale di tutto l’essere suo un sentimento quasi involontario di cieca fiducia la riempiva, più forte de’ suoi pensieri. Abbandonandosi alle sue sensazioni, le sembrava fare ciò che doveva.

Massimo chiacchierava senz’ordine, ma in un modo interessante. Poi tacevano, come lo possono due amici che non sono imbarazzati dal silenzio. Ma, attraverso i suoi sogni svariati ed i discorsi del suo compagno di viaggio, Elisa ascoltava attenta il rumore regolare e cadenzato del treno, e in quel fragore monotono, l’orecchio suo scopriva ogni specie di musiche imaginarie che parevano una traduzione de’ suoi pensieri troppo vaghi in una ritmica favella ignota. La notte era fredda. Dai vetri ben chiusi non si vedeva che le tenebre, solcate talvolta da un improvviso luccicore all’avvicinarsi di una stazione. In quell’angusto spazio, la sua vita intera le sembrava rinserrata; che poteva ancora esserci al di fuori? e in quella specie di scatola comoda e calda, circondata da gelido buio e corrente attraverso lo spazio sopra una traccia di ferro dove nulla poteva sorgere, ella intravedeva un simbolo del suo nuovo destino.

— Mi permettete di fumare?

— Ma certo.

Egli accese un sigaro. I più insignificanti particolari: una portiera mal chiusa, l’impiegato venuto a rettificare un errore, un _buffet_ inaccessibile, un altro treno che s’incrociava col loro, tutto gli porgeva il destro per raccontare qualche incidente di viaggio, divertente o strano, il comico della sua situazione, un giorno che per aver seguito un capriccio o per distrazione, si era trovato sopra una linea, mentre i suoi bagagli se ne andavano a gran velocità per un’altra. Elisa, quasi a suo malgrado, s’interessava a quanto egli diceva, per il modo che lo diceva, e fu sorpresa ella stessa di sentirsi discorrere, famigliarizzata, e narrò a sua volta alcune impressioni della sua vita un poco nomade e dei suoi ricordi di fanciullezza.

Poi Massimo le schizzò qualcuno de’ suoi progetti per lei. La villa, presso Firenze, dove come sapeva andrebbero ora, era stata completamente rifabbricata e ristaurata, ed era pronta. — (Ciò era stato fatto l’ultima volta ch’egli vi aveva dimorato, dopo la morte di sua sorella). — Questa villa, d’ora innanzi, le apparteneva. Egli aveva ora l’intenzione di passarvi alcune settimane. Di là, farebbe delle gite frequenti in città, e ne’ suoi altri possedimenti, per affari e per rivedere gli amici. Lei potrebbe visitare il vecchio palazzo di Firenze, ch’era pure a sua disposizione, e comandarvi le migliorie che crederebbe utili, benchè la consigliasse a cambiar poco, anche all’interno gli appartamenti avendo molto carattere. Aggiunse che l’aiuterebbe in tutto ciò, e che l’idea di occuparsi in tal modo lo divertiva infinitamente. Lei potrebbe, nella società fiorentina, scegliere le sue conoscenze, a meno che non preferisse veder nessuno. Se, volendo condurre una vita affatto di casa, temesse allo stesso tempo la solitudine, sarebbe facile — con un po’ di ricerca — il trovarle una dama di compagnia. Non avrebbe per caso un’amica che potesse invitare a venire per qualche mese con lei, o con la quale potesse viaggiare se una tale idea le sorridesse? Appena avrebbe, in un modo o nell’altro, stabilita la sua vita, lui contava ripartire, per Parigi probabilmente. Del resto, vicino o lontano, lei potrebbe sempre far calcolo sopra di lui.

Elisa si sentì assai confusa ascoltando codesti discorsi, e cercò di esprimergli la sua profonda riconoscenza, e assicurandolo che in pace e tranquilla non desidererebbe altro.

— Sono sicuro che non vi pentirete d’aver avuto fiducia in me. Ma è tardi per voi; ora aggiusterò ogni cosa perchè possiate provarvi a dormire. In quanto a me non sarà difficile, dormo in ferrovia e ovunque come nel mio letto.

Preparò tutto, tirò la tendina della lampada, poi le diede la buona notte e la lasciò perchè si coricasse, poi fumò una sigaretta e si stese a sua volta, per addormentarsi quasi subito.

Ma Elisa non potè pigliar sonno. Guardava talvolta Massimo disteso dall’altra parte, talvolta i vari oggetti sparsi. I suoi occhi si fissavano sulla serratura d’argento d’un sacco da viaggio dove la luce si rifletteva, o sul disegno complicato di una coperta, e contemplava queste cose lungamente. Dopo tutto, la presenza di quell’uomo sdraiato non lontano da lei, la stupiva. Coricato, egli pareva grandissimo, e quasi le faceva paura. Il suo pensiero errava, correva assai più rapido del treno, e non in una direzione sola; ma in ogni senso, ora non vedendo che l’attimo presente, poi perdendosi nell’avvenire; poscia, e più sovente, risospingendosi nel passato. Più che mai, in quella notte, l’imagine di colui ch’ella aveva per sempre perduto, sorgeva innanzi a lei per sedurla mestamente, e opprimerla senza posa. Quel nome “Giulio„ pareva si disegnasse continuamente davanti ai suoi occhi, invano chiusi.

Tutti i ricordi, i più soavi e i più dolorosi, ritornavano per morderle il cuore; ma pensava a quanto il cammino della sua vita aveva ora di meraviglioso. Rivedeva delle amiche da lungo tempo scomparse, delle compagne d’infanzia, conosciute nei suoi viaggi, e diceva a sè stessa che per certo la loro sorte non poteva rassomigliare alla sua. Pensava anche a sua madre, folle di gioia e d’orgoglio, a suo padre, vanitosamente felice lui pure — a Gorletti, furibondo e in collera con la sua famiglia, e che lei avrebbe probabilmente il piacere di non rivedere mai più — e una quantità di particolari le riempivano la memoria e si mescolavano ai ricordi imperituri del suo perduto amore.

A poco a poco, le sue idee si fecero confuse, udì sempre più indistintamente il rumore regolare del treno, che parve dolcemente cullarla, e si addormentò d’un sonno grave e ripieno d’imagini. Tra i suoi sogni incoerenti, vide più volte una donna di sorprendente bellezza, altissima, colossale, che la guardava con due grandi occhi neri e risplendenti, e che la riempiva di spavento, solo con l’allungare verso di lei la sua mano bianca coperta di anelli. La riconosceva senza averla mai vista; era la moglie di Giulio. Giunse a fuggire e si trovò in un salotto di eccezionale ricchezza, dove la marchesa Arombelli la teneva abbracciata, come proteggendola. Dalla finestra aperta scorgeva un paesaggio tropicale stendentesi a una distanza favolosa; si vedeva all’orizzonte il grandioso profilo vago d’una città con tempii dorati, mentre una schiera di elefanti bianchi s’avanzava sopra una strada polverosa. Allo stesso tempo le braccia che s’allacciavano la strinsero fino a farle male, e una paura istintiva s’impadronì di lei, che si mutò in terrore, quando s’accorse che al posto della marchesa era Gorletti che la teneva strettamente abbracciata, gridandole: “Ah! credevi di potermi sfuggire! No, m’appartieni, e piuttosto che lasciarti partire, ti schiaccierò!„ E sentiva che davvero la stritolava; le mancava il respiro. Un grido solo, lo sapeva, sarebbe bastato a liberarla, ma l’era impossibile di emetterlo, e si sentiva morire nella impotenza dei suoi sforzi.

L’angoscia stessa dell’incubo la svegliò. Albeggiava. Una pioggia furibonda batteva contro i vetri. Vide Massimo addormentato, e un senso di delizioso sollievo la riempì tutta; l’orrenda visione che l’era sembrata tanto reale non era che un sogno; mentre questo sogno di trovarsi sola col marchese d’Astorre, alle sei del mattino, in un vagone, e d’essersi sposata a lui, questo sogno che, anche desta, le pareva così bizzarro, era la semplice e vera realtà.

Si era oltrepassato gli Appennini ed il paese pigliava un carattere più decisamente italiano. La campagna si stendeva, d’una tinta calda e svariata, con pochi alberi; si vedevano del casini di villeggiatura dipinti a colori chiari, con i tetti piatti e un terrazzo. La pioggia fina, violenta, spinta obliquamente dal vento mattutino, rigava il cielo grigio. Le terre arate, i campi, le ville, i contadini conducenti le loro bestie, tutto era lavato da quella impetuosa pioggia autunnale. Nella fredda luce del mattino, quello scenario sempre moventesi, ma uniforme, assumeva una malinconia senza espressione, che, alla lunga, serrava il cuore e turbava il pensiero. Elisa, stanca, guardava inconsciamente le fini linee incessanti.

— Buongiorno, — fece una voce dietro a lei.

Fu con un sorriso un poco imbarazzato che ella stese la mano a Massimo.

— Ebbene, signora marchesa, come ha dormito?

— Abbastanza bene, grazie, — rispose arrossendo un poco.

Ricaddero nel silenzio e tacquero a lungo.

Entrambi sognavano diversamente. Quelle ultime ore parvero loro assai lunghe. Si arrivò alfine. Lasciarono i domestici alla stazione per occuparsi dei bagagli, e salirono in un _landau_ che li aspettava.

I cavalli presero un buon trotto e dopo un po’ più di un’ora si fermarono alla _Villa del Giglio_, davanti al grande cancello di ferro ornato che s’aprì da sè. La carrozza girò sulla fina sabbia dei viali, e s’arrestò all’ingresso principale, dove scesero.

Quelli di casa guardavano Elisa con una intensa curiosità che si sforzavano di rendere rispettosa. Si servì la colazione in un salottino tappezzato di stoffe chinesi dove fiammeggiava un gran fuoco.

Più tardi, cessata la pioggia, Massimo guidò Elisa a visitare la villa e il giardino. Tutto le piacque. La casa, vecchia di tre secoli, vastissima, rettangolare con due ali proeminenti, massiccia e di buon stile, stava sopra una lieve altura, alla quale si giungeva per l’ampissimo giardino, salendo insensibilmente, e donde si godeva d’una incantevole veduta. La spianata stendentesi davanti alla facciata aveva un particolare carattere di gaiezza calma. Si scorgevano lontane le molli ondulazioni delle montagne; a destra, il simpatico profilo delle colline di Fiesole e la cupola di San Miniato. Il giardino non era nè abbandonato, nè molto ben tenuto; ma sui grandi terrazzi vicini alla casa, ci si sentiva dolcemente riscaldati dai raggi del sole di novembre, ch’era riapparso, mentre s’indovinava quanto doveva essere aggradevole, d’estate, la profonda frescura dei viali angusti, serpeggianti tra gli alti alberi frondosi.

Nell’interno, gli appartamenti erano stati abilmente ristaurati. Erano grandi sale chiare dalle volte ornate di affreschi d’un gusto violento e raffinato, nei quali si erano introdotte per quanto possibili le comodità moderne, conservando il carattere fiorentino delli stucchi, delle stoffe e del mobilio. Le stanze del primo piano, alle quali si accedeva per una larga scala di marmo, erano assai grandi ed i gabinetti per vestirsi avevano press’a poco le dimensioni di un salone francese.

Pranzarono a un tavolino, già tutto pronto, accanto al fuoco. Da molto tempo Elisa non aveva mangiato di così buon appetito. Massimo, allegro come un ragazzo, giunse a farla ridere. Stanca dal viaggio, si ritirò presto, non potè addormentarsi che assai tardi, ma si svegliò poi tardissimo. Dalle finestre i raggi di un sole smorto venivano a posarsi sulle tende rosa a grandi fiorami del suo letto.

Varie settimane passarono così. Di giorno in giorno le indistinte paure di Elisa si dissipavano, ed entrava con maggior confidenza in quella nuova e strana vita, che aveva l’apparenza della felicità e dove lei trovava una gran pace.

Nessuno sospettò la verità completa. Naturalmente in società il matrimonio del marchese d’Astorre preoccupò tutti assai. Lo stupore era enorme, e da un pezzo se ne parlava in tutte le case di Firenze. Nel vecchio nucleo toscano, riservato e un po’ pesante, nelle riunioni più brillanti e più varie della colonia forestiera, dalle duchesse e dalle cantanti, alle Cascine e al club, nei palchetti e nei salotti, non si discorreva d’altro. Le ipotesi le più assurde venivano formulate con un sangue freddo ammirabile, i giudizi più diversi s’incrociavano; si approvava, si biasimava, si sorrideva con malignità, si alzavano le spalle e si facevano perfino delle scommesse. I bene informati (ve ne sono sempre) raccontavano come le cose erano successe. Da un pezzo, senza dirne nulla e negandolo anzi, Massimo voleva prender moglie. La signorina Valenti, civetta di prima forza, aveva manovrato tanto bene che lui, l’uomo freddo e scettico, si era innamorato di lei come un ragazzo. Ma non si decideva. Allora i Valenti si erano serviti d’un vecchio ebreo arricchito, un certo Gosnelli, il quale aveva finto di domandare la ragazza in matrimonio, per “far saltare„ il marchese. Questi, pur comprendendo che commetteva una stoltezza, era caduto nel tranello come uno sciocco. E si conchiudeva che coloro i quali si credono più forti delli altri, finiscono sempre così. I Valenti poi, intriganti, — si sapeva — avevano giuocato la partita con una finezza!...

— Secondo le sue abitudini, quel pazzo di d’Astorre agirà, mi si è detto, come nessuno lo farebbe. Figuratevi che mi si assicura che ha deciso di non presentare la sposa a nessuno! Vedrete che ora ch’è ammogliato, vivrà come un orso.

Queste parole furono pronunciate una sera, verso la mezzanotte, da lady Thompson, nella sua sala piena di gente, una delle sale più eleganti e più frequentate della città.

— Ora stanno in campagna, in una solitudine completa. Cos’è l’amore! Ecco un uomo che cambierà di vita e di carattere da un giorno all’altro. E credete dunque, lady Thompson, che codesta luna di miele va a prolungarsi indefinitamente?....

— È ciò che si pretende. Ma badate bene ch’io non ne credo nulla. E più esagereranno le cose sul principio, più presto finirà.

— Che volete dire con quell’“esagerare le cose?„

— _Pas de bêtises_, barone, ve ne prego. Il fatto è che non credo che codesta bella marchesina, giacchè si dice ch’è bella, adesso, quella Valenti; quando la vidi altre volte l’ho trovata orrenda, uno scheletro, uno spettro, mia cara; ebbene, non credo che quella potrà mai essere un buon acquisto per Firenze.

— Per me, — disse uno dei signori, — Massimo è un uomo che si affoga, perduto per sempre. Quando il diavolo, invece di farsi eremita, prende moglie, e in quelle condizioni, è assai peggio, credete a me.

— Ma staranno qui o a Parigi?

— Chi lo sa? Si dice però ch’egli abbia comperato i cavalli di quel Russo ch’è scomparso d’improvviso.

— Quando si pensa al matrimonio che d’Astorre avrebbe potuto fare! — disse una signora.