Part 6
Ora, forse a motivo dello stato dell’animo suo, egli le apparve subitamente tutt’altro. Vi era nella sua voce, nel suo accento, nel suo sguardo, in tutta la sua persona, qualcosa di sincero, di severo, di profondo ch’ella scopriva per la prima volta. Ella non lo avrebbe creduto capace di pronunciare le parole ch’egli ora le aveva rivolte, e che, nella sua sorpresa, ella intendeva appena. Lui, ch’era detto così leggiero ed orgoglioso, così scettico e freddo, era proprio lui che le aveva detto quelle parole con tanta bontà e quasi umilmente?
— Ci conosciamo da un gran pezzo, — seguitò, — benchè assai poco. Si ricorda di un giorno — alcuni anni fa — che l’ho incontrata sul battello del lago? Io era con i Stanley, mi sembra. Mi sono rammentato di quel giorno. Lei era silenziosa assai, e malinconica già della malinconia delle fanciulle. Io la osservavo. Lei sognava certo d’avvenire, guardava la vita e, apparentemente, non le pareva gaia. Allora la sua mestizia era piena di grazia. Io pensava: Che buona cosa poter esser triste in quel modo! Io, quel giorno, ero allegro assai, e l’invidiavo. Ho constatato un grande cambiamento, ritrovandola qui. Ora non la invidio più. Mi permette di parlarle così?
Elisa non poteva rispondere, poichè le lagrime ritornavano, ad onta dei suoi sforzi per trattenerle. Cedette di nuovo ad un tratto e nascose il viso tra le mani per un istante. Quando rialzò la testa, d’Astorre riprese:
— Non le faccio paura, spero? Pensi che ho novantanove anni.
Un lieve sorriso involontario passò sulle labbra della fanciulla.
— No, — disse finalmente, — non mi fa paura. Mi perdoni; certo mi deve trovare ben strana. Sento che lei è buono, la ringrazio; ma mi lasci. È inutile che finga, o che le racconti ciò ch’ella non ignora. La marchesa m’ha detto — me ne rammento ora — ch’ella aveva tutto indovinato da sè fin dal primo giorno. Lei sa perchè sono disperata, sebbene non lo possa comprendere completamente. Tutti lo sanno, d’altronde, oramai. E lei, che potrebbe dirmi?
— Non vorrei dir nulla, ma sarei felice di poter esserle utile in qualche maniera.
— È impossibile, — rispose lei sorridendo amaramente, e con tale un accento che Massimo rimase qualche minuto senza aggiungere una parola. Durante questo silenzio, la osservava. La perdita d’ogni speranza si leggeva tanto chiaramente in quello sguardo quasi vitreo, in quei lineamenti rigidi; il suo pallore contrastava talmente con la seduzione giovanile delle forme, mostrando in piena fioritura la giovinezza del corpo e già finita quella dell’anima, le traccie crudeli della vita erano già tanto visibili su quel viso dimagrato, ch’egli ne ebbe paura e che una specie di rispetto quasi religioso s’impadronì di lui davanti a una tale disperanza. E quella forza nel dolore, quell’abitudine di dissimulazione erano più penose da osservarsi in quella fanciulla che una esplosione di sofferenza. Per un effetto d’abitudine, si era irrigidita, aveva ripreso possesso di sè stessa, e si era rialzata diritta nella sua posa corretta e solita.
— Grazie per l’interesse che prende per me, — continuò rinfrancata. — Ne sono commossa, ma, lo ripeto, lei non può far nulla per me; nessuno lo può. Vede, sono calma. Credo stimarlo come merita, poichè non rimpiango più che lei abbia visto la mia vera fisonomia. Sarei desolata che chiunque altro fosse stato al suo posto. È forse una esagerazione di fierezza che mi dà questo eccessivo pudore dei sentimenti, ma che vuole? Sono così. Grazie ancora. Ora devo salire, è già troppo tardi....
Si era alzata, ma lui la trattenne.
— Resti ancora un poco, la prego. Senta: lei non può dunque farmi l’onore di accordarmi la sua amicizia?
Lo guardò stupita, e fece un cenno d’assentimento.
— Ebbene, lei ha la mia, l’ha completamente, come la do io quando l’offro, il che non mi succede spesso. Ed ora mi permetta dunque di dirle ciò che penso, di parlarle francamente: lei non deve sposare quell’uomo.
Elisa scosse tristamente il capo, con quel gesto che significa: a che vale parlare? Poi, d’un tratto, tornando a sedere:
— Sa che cosa m’ha detto mia madre? M’ha detto.... oh no! non le posso ripetere le sue parole. E mio padre.... il mio povero padre s’è messo in ginocchio davanti a me.... Capisce?-... Gorletti ha fatto tutto per noi. Due volte già ha salvato la mia famiglia con un’abilità straordinaria. Adesso la rovina ne minaccia ancora, la rovina completa, e che cosa si può sperare? Non può più far nulla, siamo alla fine di ogni espediente, non v’è più nulla da tentare. Egli ha chiesto la mia mano; un tale matrimonio accomoda tutto....
— E lei ha accettato!
— Sì, quasi. Ma ho detto che sono ammalata — il che è vero — e che mi si lasci ancora in riposo per qualche giorno. Il caso ha fatto che egli ha dovuto partire. È una breve tregua.... Ma ritornerà, e allora bisognerà.... Oh! senta, vorrei tanto morire!
Queste ultime parole furono pronunciate con un accento così raro di sincerità, che Massimo restò alcuni momenti senza potere articolare una sillaba.
— Non parli così, — disse infine.
— Sarei rassegnata se mi si lasciasse in pace. Non posso spiegarle il perchè, ma la mia vita è finita, ne sono certa. Non aspettando più nulla al mondo, potrei essere calma e buona se mi si accordasse il riposo. I miei avrebbero tutto il mio affetto; nasconderei loro le mie tristezze, troverei sempre un sorriso per mio padre. Ma preferirei entrare domani in un convento, piuttosto che piegarmi a ciò che si vuole.
— Ma in tal caso, resisti a oltranza. Che diavolo! È passato il tempo dei matrimoni per forza.
— Ed infatti nessuno impiega la forza. Non si esercita alcuna violenza. Ci si accontenta di dirmi, che, se rifiuto, sono un mostro di malvagità stupida, e che, per un inconcepibile capriccio, getto la mia famiglia nella miseria, nello strazio, nel disonore. Tutti mi danno torto. Sua zia stessa, la marchesa, così buona e intelligente, mi consigliò il sagrificio.
— E lei è ben certa che mia zia non abbia ragione? Ha riflettuto bene? Io, individualmente, sento ciò che sente lei, e non le dico questo adesso che a scarico di coscienza. Ma insomma, non potrebbe darsi che forse troverebbe almeno la calma in codesta vita nuova che le si propone? Tante altre sarebbero quasi felici a suo posto!
— No, io non troverei che l’orrore di tutti i minuti. Ma farò quanto si vuole che io faccia. Lei stesso, ora, non pare più che mi comprenda. Sì, rinuncierò a tutto, alle mie idee, ai miei sentimenti, alla mia dignità e alla mia libertà, e soffrirò quanto mi si vorrà far soffrire. Mai sagrificio sarà stato più completo, e nessuno potrà sapere quanto mi sarà costato. Dacchè mi si dice che lo devo, farò il mio dovere fino in fondo; ma non mi si può impedire di soffrire, e di pensare che il mio dovere è più arduo di quello degli altri, e ben pesante per le mie forze.
— Ebbene, se è così, lo ripeto, resista.
— Lei non ha dunque capito ch’è impossibile, che mio padre ne diventerebbe pazzo? Moralmente, ho ragione; ma dal punto di vista mondano, praticamente, ho torto. Il signor Gorletti non è soltanto un uomo ricco, onorato; è anche il migliore amico della mia famiglia. Non è forse cosa assurda da parte mia il risentire per lui un’antipatia irresistibile, di non poterlo nemmeno stimare? Ero piccina, che già veniva a casa, e già non lo potevo soffrire. Mi si raccomandava d’essere cortese con lui, e mi si sgridava perchè scappavo via appena lo vedevo. E poi.... e poi sarebbe lo stesso se si trattasse d’un altro. Vi sono anche altri motivi. Non mi voglio maritare. Perchè si vuole assolutamente che tutte le fanciulle si maritino?
— So, infatti, che lei ha già rifiutato vari matrimoni.
— Sì, e ad ogni volta mia madre s’è messa in furia. Quando il signor Gorletti, che non pareva pensasse punto a me, ha cominciato un bel giorno a farmi dei complimenti, sono rimasta talmente stupita da non credere a ciò che udivo. Allora mia madre m’ha gettato in viso tutti i miei rifiuti precedenti, dicendomi che questa volta bisognava vincere il mio “partito preso„ e che non potevo dir di no. Poi mio padre, che mi ama a modo suo, ha cercato di persuadermi. Mi ha parlato per delle ore, chiedendomi scusa d’insistere, dimostrandomi che era necessario, supplicandomi, facendo brillare a’ miei occhi i vantaggi che avrei accettando, e l’immenso servigio che gli avrei reso. La mia antipatia per Gorletti non ha fatto che aumentare. Tuttavia farò il mio dovere secondo il mondo, e se ne dovrò morire, tanto meglio. Mi perdoni di parlare così; sento bene che non lo dovrei, ma lei ha voluto conoscermi. Talvolta, vede, sono quasi rassegnata; sento solo un dolore stanco e un profondo disgusto. Poi, d’improvviso, mi rivolto di nuovo, e piango e mi contorco in un’altra crisi disperata. Nessuno mi vede, e ritrovo in pubblico la mia calma apparente. Lei mi ha sorpreso oggi in uno dei miei momenti di debolezza. Era venuta qui, credendomi sola in tutta la casa, poichè detesto la mia camera, quella camera dove l’altro giorno ho acconsentito alla mia rovina. Ma ora vi ritorno per scrivere. Adesso sono calma. È finito. Dimentichi, la prego, ciò che ha visto e ciò che le ho detto, e a questa sera. Vedrà che pranzerò come gli altri.
Si alzò di nuovo. Massimo la guardava attentamente. Il suo viso aveva preso un’espressione risoluta.
— Ebbene, no! — esclamò alzandosi lui pure e picchiando del pugno sul tavolo, — no, lo giuro, non sposerete quell’uomo! Piuttosto lo ammazzo.
Ella lo guardava.
— Non mi parli così. Pensi che mio padre gli deve tutto.
— No, non lo ammazzerò, benchè ciò avrebbe semplificato la questione. Ma lei non lo sposerà. La stupisco; non mi crede capace di avere un poco più di volontà delli altri? Mi domanderà con qual diritto vengo così ad offrirle il mio appoggio, quasi a suo malgrado? Col diritto che ha un uomo qualunque d’impedire, se lo può, che un’infamia si compia; di salvare uno che si perde, dovesse farlo anche contro la sua volontà. Sarebbe sul punto d’annegare, che potrei, suppongo, tirarla fuori dall’acqua, anche senza il suo permesso? Metterò dunque un ostacolo a questo matrimonio, non so ancora in qual modo, ma disfarò tutto. Nella mia vita ho posto sufficiente energia nel compiere delle cose che non ne valevano la spesa, perchè mi sia concesso di usarne una volta per impedire il male, quando non posso vederlo di sangue freddo. Sentite: io non vi amo; non sono nemmeno vostro amico che da un’ora; quando vi lascierò, non vi rivedrò forse mai più; ma dacchè mi trovo qui, farò tutto ciò ch’è in mio potere per togliervi dalla orribile situazione in cui vi trovate.
Elisa salì, e Massimo uscì per la porta-finestra del gabinetto. Un giardino all’italiana, a disegni regolari, a forme simmetriche, si stendeva davanti alla facciata della villa. Dietro, il terreno saliva in molli ondulazioni a un parco a bosco, assai vasto, dove regnava d’estate una frescura deliziosa. Massimo accese uno zigaro e fece rapidamente il giro del giardino, poi voltando intorno alla casa, s’internò nel bosco. Camminava assai presto, come per far moto, calpestando le foglie morte che già coprivano il suolo, mentre i rossi bagliori del tramonto si riflettevano nei viali, passando fra i rami alti già per metà spogliati. A poco a poco rallentò il passo. Rifletteva profondamente; certo chi l’avesse veduto in quell’istante avrebbe indovinato ch’egli era assorto in un lungo monologo. Talvolta, mordendo il suo zigaro, lasciava perfino sfuggire dalla sua bocca qualche parola scucita. Ritornò alle macchie di fiori già scolorate del giardino, e vi passeggiò ancora a lungo. La villa bianca e gaia, con le sue verande ornate di arrampicanti, occupava tutto il fondo del giardino, e sembrava bassa ad onta dei suoi due piani. Egli guardava, meditando, i vetri cui i raggi del sole cadente facevano risplendere. Dall’altra parte la vista dominava la pianura, che, tutta a colori, s’allargava fino all’orizzonte imporporato. Passeggiò a lungo. Non ci si vedeva più affatto ch’egli errava tuttora per i viali oscuri.
Quando rientrò, tutti erano tornati e stavano per mettersi a tavola. Si erano divertiti ed erano allegri assai. La marchesa dichiarò che non si sentiva punto stanca, e ch’era pronta, se volevano, a ricominciare all’indomani. In quanto alla subita partenza della contessa Lassardi, produsse un poco di stupore, ma non soverchio, sebbene il pittore tentasse di far notare la coincidenza della partenza di lei con quella di Giacomo. Tuttavia un telegramma che giunse dopo pranzo, annunziante che Lassardi stava un poco meglio, ma che la sua malattia era però d’una certa gravità, pose termine alle congetture.
Elisa sembrava esattamente la stessa delli altri giorni, ma non parlava. Gorletti aveva trovato modo di sederle vicino. La presenza dei suoi genitori sembrava pure renderla diversa. Il marchese sorprese anche varie volte il signor Valenti che guardava sua figlia di nascosto, assorto nel contemplarla con affetto. L’interesse possente che Massimo prendeva sempre più al dramma celato che si passava sotto a’ suoi occhi, non gl’impediva di conversare. Ma il suo spirito diventava mordente, incisivo; fece pompa, con espressioni seducenti e raffinate, di teorie eccessivamente ciniche, e si mostrò amaro, pessimista, quasi brutale. La marchesa ne fu scontenta, ma non lo lasciò vedere, sapendo per esperienza che, in codesti casi, le osservazioni non facevano che incoraggiare il suo elegante nipote a far peggio. Elisa, dopo l’inatteso dialogo successo tra di loro, lo guardava, stupefatta, e chiedeva a sè stessa quali fossero i veri sentimenti di quell’uomo. Finì col decidere che forse era stato sincerissimo in ciò che le aveva detto qualche ora prima, e che lo era ancora adesso. Un tale giudizio certo si avvicinava molto alla verità, poichè la natura di Massimo era multiforme.
La serata non fu allegra. L’assenza della contessa Lassardi si faceva sentire. Poi, un vago imbarazzo regnava nella sala. L’attitudine di Gorletti rivelava sempre più le sue attitudini matrimoniali. Il pittore, mancante spesso di tatto, si permise anzi una mezza allusione. Elisa era così pallida che dovette pretestare una indisposizione, il che porse il destro al dottore di far divergere le assiduità di Gorletti. La madre d’Elisa stancava tutti col suo cicaleggio incoerente e il suo buon umore fuori di posto, mentre il padre pareva ingolfato nella lettura dei giornali. Sola la padrona di casa non usciva dalla sua calma abituale, ma ella pure piegava talvolta la testa, in atto pensieroso, sul suo eterno ricamo. Gorletti essendosi alzato per un momento, Massimo attraversò bruscamente la sala e venne, senza complimenti, a prendere il posto di lui a lato di Elisa. Non le rivolse che di rado la parola, ma non si mosse più fino al momento in cui tutti si alzarono. Si trovò ciò un poco strano, e Gorletti guardò Massimo a più riprese; ma questi non ebbe l’aria di accorgersene.
Quando fu solo nella sua camera, Massimo fece i suoi piccoli preparativi, come qualcuno che non ha voglia di andare a letto. Accese tutte le candele dei candelabri, mise un costume da camera di stoffa orientale, e coi piedi nelle pantofole, si stese in una gran poltrona. Rimase un gran pezzo immobile; si sarebbe potuto scorgere, dall’espressione seria, preoccupata della sua fisionomia, che dei pensieri assai definiti gli si agitavano per il capo. Evidentemente riprendeva e continuava il soliloquio del giardino.
Prese una scatola di sigari, ne scelse uno con molta cura, e lo accese. Lesse alcune pagine d’un romanzo, scrisse due lettere, mise in ordine alcuni oggetti, alcune carte sparse, poi si avvicinò allo specchio e vi si guardò minuziosamente. Si ravviò la barba e i capelli con la spazzola, a lungo, con molta cura secondo la sua abitudine, ma allo stesso tempo in un modo così distratto e macchinale che non sembrava avesse piena coscienza di ciò che faceva. Cadde in un’apparente contemplazione interminabile di sè medesimo, ma di nuovo il pensiero si agitava attivamente sotto la sua fronte.
Sopra un mobiletto c’era un ritratto che non lo lasciava mai. La cornice era d’oro, d’un finissimo lavoro, sormontata da una corona marchionale, ed il ritratto rimaneva di solito nascosto da due piccole imposte chiudenti a chiave. Massimo lo apri e lo mirò lungamente. Era l’imagine di una donna nella prima gioventù, seducente piuttosto che bella, dall’aspetto dolce e un po’ malato, in grande toeletta, con il collo circondato da sette fila di grosse perle; il suo sguardo infantile e mesto allo stesso tempo, i suoi capelli bruni semplicemente acconciati, avevano qualcosa d’indefinibile e di commovente. Vedendo quella pittura di una straordinaria finitezza di tocco, e senza dubbio opera di un abilissimo artista, contemplando l’espressione serena e quasi inconsciente nella sua malinconia di quel giovane e pallido viso, si sarebbe facilmente indovinato ch’era l’imagine di una persona morta. Si spieghi come si può o si neghi un tale mistero, è però successo a tutti, vedendo un ritratto sconosciuto di dire a sè stessi: Questa persona non è più sulla terra. E si sentiva bene, guardando quella dolce figura, quella testa di donna e di bambina ad un tempo, che adesso quelle labbra dovevano essere scolorate, e quei grandi occhi chiusi per sempre.
Quel ritratto, come una reliquia, seguiva Massimo dappertutto nel cammino disordinato della sua vita. Contemplandolo, il suo volto prendeva una espressione di tristezza e di amore che non gli si vedeva mai. Chi era dunque quella donna?
Era una donna per la quale Massimo aveva risentito una profonda affezione, e la di cui perdita era stata il solo dolore sacro della sua vita; solo quando pensava a lei, quell’uomo forte e sdegnoso sentiva il suo cuore farsi debole, e nel suo petto oppresso rinascere un rimpianto eterno, quasi un rimorso. — Era sua sorella.
Mai non poteva egli dimenticare il gran dispiacere della sua infanzia, la sua prima separazione dalla sua piccola sorella adorata, la costante e gaia compagna di tutti i suoi giuochi, quando il tutore ebbe deciso di metterla in collegio. Rivedendola, durante le vacanze, ogni anno la trovava più alta, un po’ mutata, più gentile per tutti, e sempre gli si attaccava al collo nello stesso modo. Aveva sei anni più di lui, e mentr’egli non era ancora che un ragazzetto, lei diventò subitamente una donna.
Un giorno il tutore era giunto al collegio, e gli aveva dato una grande notizia: sua sorella stava per maritarsi. Sposava il marchese Ricaldi, un bel giovane, ricco assai, capitano di cavalleria e ufficiale d’ordinanza del re. Era un magnifico matrimonio. Massimo ne fu molto stupito; gli pareva impossibile che la sua piccola Lina potesse diventare una gran signora da un giorno all’altro; ma non se ne sentì rallegrato.
Non assistette al matrimonio ch’ebbe luogo a Firenze, e non rivide sua sorella che sei mesi dopo. Ella si appese al suo collo e lo abbracciò con l’antico abbandono, ma con un affetto ancora più tenero, e fu assai contenta di rivederlo. Fatta più alta e un poco smagrita, la trovò più seducente che mai. Alle domande se fosse felice, rispose: “Sì, e più ancora adesso che ti rivedo.„ In quanto a suo cognato, Massimo vide in lui un bell’ufficiale e un perfetto gentiluomo, ma non seppe difendersi da un certo sentimento di lieve ripulsione, che tentò invano di combattere, davanti al viso un po’ duro, alle maniere cortesi e compassate, alla conversazione precisa e pedante di lui.
Tre anni dopo, Massimo, nella gioia di aver lasciato il collegio per sempre, rivide sua sorella; la trovò pensierosa e più seria. Rispose alle sue domande dicendo, fra le altre cose, che disgraziatamente non si è sempre fanciulli.
Massimo cominciò la sua vita di piaceri e di avventure. Ma in mezzo a tutte le sue follie, precocemente maturo, il giovine freddo, noncurante, non dimenticò mai la sua diletta sorella che gli era sembrata meno felice di quanto ella diceva. Restò però assai lungamente assente.
Quando, ritornato in congedo, prima di andare a Pietroburgo, salì le scale del palazzo Ricaldi, si sentì commosso. Guardandola, mentre la teneva abbracciata, trovò Lina assai cambiata; poi, discorrendo, si accorse ch’era inquieta, nervosissima, preoccupata. Non rassomigliava più affatto alla sua capricciosa compagna d’altre volte. Le prese le mani, lo guardò a lungo nelli occhi e le rimproverò di non avere maggiore confidenza in lui. Rispose che non aveva nulla e scoppiò a piangere.
Il fatto è ch’era infelice assai, avendo sposato suo marito senza conoscerlo, senza sapere cosa faceva. Nei primi tempi, egli la spaventava e provava per lui una specie di allontanamento. Invano si era sforzata di vincersi. Lui, d’altronde, non l’aveva certo aiutata a ciò. Severo, minuzioso, altero e tirannico, la trattava come si tratta un bambino, talvolta come una nemica, ed esigeva da lei una sottomissione passiva, senza nulla far mai per ottenere il suo affetto, mentre viveva, dal lato proprio, perfettamente a suo capriccio. Lei non aveva un’amica; non andava in società, che ai grandi ricevimenti, dove si annoiava molto.
Massimo fece allora delle rimostranze a suo cognato, e questo le accettò quasi umilmente. “Ebbi torto in varie cose; me ne accorgo, e ti ringrazio di parlarmi franco. Tutto anderà meglio, vedrai.„ Così gli disse. In quanto a Lina, era tanto contenta di rivedere suo fratello, che la sua tristezza si dissipò fino al giorno in cui dovette ripartire.
Massimo se ne andò in Russia, più tranquillo. Oh! se avesse potuto prevedere come rivedrebbe la sua sorella adorata!
Fu solo due anni dopo. Massimo, del tutto libero, e continuando a camminare noncurante attraverso i suoi successi, era a Parigi. Spesso, in mezzo alla sua vita troppo riempita, pensava alla sorella. Nei suoi rari momenti di solitudine, rivedeva il gabinetto giallo dove le aveva detto addio; talvolta, nell’allegria rumorosa di una cena, la cara imagine di lei sorgeva improvvisa dinanzi a’ suoi occhi. Tuttavia era rassicurato sul suo conto. Mentre nel primi tempi dopo la loro ultima separazione, Lina scriveva solo raramente poche righe sempre improntate di mestizia, adesso invece riceveva da lei delle lunghe e buone lettere affettuose, nelle quali diceva sempre che tutto andava meglio, che suo marito era migliore per lei, e non la tormentava più. Soltanto, di tempo in tempo, ella si lagnava un poco della salute. Alla fine dell’estate, scrisse ch’era stata veramente ammalata; che ora si sentiva di nuovo bene, e più forte — i bagni di mare, a Livorno, avendole giovato assai.
Dopo queste lettere, Lina rimase a lungo senza scrivere. Finalmente Massimo seppe dal cognato ch’essa era stata di nuovo male, ma che ora si sentiva molto meglio. Ella stessa aggiungeva una parola, assicurandolo che non si doveva inquietare.
Decise però di andarla a trovare. Ma non gli fu possibile di partire tanto presto come avrebbe voluto. Sottili legami di ogni specie lo trattenevano. La sua partenza fu ritardata di settimana in settimana, di giorno in giorno. Una notte, rincasando, trovò un telegramma: “Lina gravemente ammalata.„ Partì subito.
In ferrovia, sentì bene, nella sua angoscia, che passava delle ore indimenticabili, ma le ore che trascorsero dal momento in cui entrò nel palazzo Ricaldi, finchè ne uscì di nuovo per non rimettervi mai più i piedi, gli restarono nella memoria come un orribile sogno fatto vero, dal quale non gli fu più possibile di svegliarsi completamente.