Part 5
Era un uomo complicato e non facile a comprendersi, il marchese d’Astorre. Lo si conosceva male. Aveva esordito nella vita da tanto tempo ch’era facile perfino ingannarsi sull’età sua, e benchè fosse giovane ancora, già si era sorpresi dalla sua gioventù persistente. Possedeva d’altronde quella bellezza assoluta che sfida gli anni, si capiva che il tempo non potrebbe gran che contro quei lineamenti di regolarità perfetta, contro quel viso dall’aspetto quasi marmoreo, animato però da due grandi occhi bruni dallo sguardo profondo. I suoi capelli neri, un po’ lunghi, e la sua corta barba bruna facevano risaltare il caldo pallore del suo colorito immutabile. Il suo collo possente e quasi femminino ad un tempo, come quello delle statue greche, e il suo corpo dalle proporzioni perfette — tanto raro ai giorni nostri — ricordavano l’epoche pagane. Alto, elegantissimo — d’una eleganza da lui stesso inventata, e di cui non pareva preoccupato — sapeva essere freddo o cordiale, altero o seducente. Era festeggiato, ammirato, detestato. Poichè si doveva amare oppure odiare quest’uomo insolentemente bello, generoso all’eccesso, pieno di coraggio e di audacia, il quale una volta a un ballo a Londra aveva inspirato una tale subita follia a una gran signora, celebre per la sua avvenenza, ch’ella s’era eclissata con lui attraverso il _cotillon_, e s’era lasciata rapire, passando la Manica, ai primi albori, in veste da ballo, con solo il cappuccio della sua pelliccia per coprire la sua testa ingemmata. Era uno di quegli uomini che si cerca invano d’imitare; e, naturalmente, aveva numerosi imitatori. Lo si vedeva a un tal punto superiore a quanti lo circondavano che non era possibile sottrarsi del tutto al suo dominio. Discendeva da una delle più antiche famiglie della Romagna, stabilita da due secoli a Firenze, dove era nato in un vecchio palazzo nero, fieramente stemmato alli angoli. Uscito prestissimo dal collegio ov’era stato posto alla morte dei suoi genitori, si trovò, quasi fanciullo ancora, padrone di sè e possessore di una vasta fortuna. Tutte le strade si aprivano davanti a lui; nulla si opponeva all’esecuzione di qualunque suo capriccio. Le prime follie di quel ragazzetto, la cui straordinaria sicurezza contrastava col viso ancora roseo, ebbero un carattere originale che non dispiacque. Ancora quasi un ragazzo portò bravamente l’uniforme di ufficiale di cavalleria. Poi, detestando già la vita monotona che i suoi pari conducevano a Firenze, viaggiò. Più tardi, benchè sapesse che ciò non gli servirebbe a nulla o a ben poco, era entrato nella carriera diplomatica. Questo giovinetto audace, creduto abile solo agli esercizi del corpo e alle prodezze fisiche, possedeva inoltre — senza che si sapesse troppo come era riuscito ad acquistarla — una svariata e solida istruzione. Fece dei brillanti esami. Già si scorgeva a quell’epoca ch’egli si mostrava superficiale, e non lo era. Fu contento della sua decisione, amando la vita mossa e trovando la diplomazia divertente, fintanto che non si pensava a mandarlo nei posti noiosi, e tanto più che si avevano per lui al ministero tutti i riguardi dovuti alla sua posizione e alla sua indifferenza in quanto all’avanzamento.
Trovava che alla sua età le parole: _segretario di legazione_, stavano bene sopra una carta da visita. Del resto, ammesso di buon’ora a tutti i piaceri, in un ambiente di lusso e di vanità, trovando ogni cosa alla sua portata, e le persone più in basso delle cose, troppo rapidamente maturato dalla vita precoce e dalle affrettate letture, assaporando i godimenti primi del desiderio, mordendo al pomo di tutte le scienze, non accettando nessuna idea senza esame e ragionando troppo, non considerando la sua superiorità che relativamente, in modo che il suo orgoglio davanti agli uomini non trovava la sua giusta compensazione nella umiltà davanti all’assoluto, egli si era trovato a vent’anni tanto vecchio quanto si può esserlo a quell’età, e, poco dopo, all’epoca delle passioni più nobili, non sentiva che quella dei vecchi, l’ambizione. E quella pure non fortemente.
Nel mentre s’immergeva nei piaceri con un fare annoiato, cercava intorno a sè, avidamente, un pascolo alla sua ambiziosa vanità, tentando di scorgere uno scopo qualunque che valesse la pena di uno sforzo. Gli parve impossibile di trovarlo. Si ostinò, provò ancora, calcolò, e si persuase sempre più che non vi era nulla. “Forse„ diceva a sè stesso “sono giunto troppo tardi o troppo presto.„
Allora, parendogli che le cose dette “serie„ non meritassero d’esser prese sul serio, non pensò più che a vivere, e divenne un uomo di piacere. Come accade sempre presso gli oziosi che hanno un po’ d’imaginazione, la passione del giuoco lo afferrò, e, unita ai suoi gusti raffinati di lusso e di eleganza, lo condusse così lontano e così presto, che lo si credette rovinato dopo cinque anni. E aveva infatti dissipato il capitale accumulatosi durante la sua tutela, venduta la quarta parte delle sue terre, e coperto il rimanente d’ipoteche, il che non gl’impediva di continuare il suo solito modo di esistenza e di gettare sempre il danaro a piene mani.
Egli dovette però finalmente conoscere gl’imbarazzi, tutti i piccoli orrori degli espedienti, la mano di ferro della necessità, il quasi insensibile scemare della considerazione intorno a sè, che rallegra gl’invidiosi. Conobbe talvolta perfino quella miseria relativa che pure ha le sue crudeltà. Dovette mescolarsi un po’ a tutte le società, anche quando gli ripugnava, più che non avesse fatto fino allora, e potè studiare la vita sotto i suoi più vari aspetti. Giorni penosi cominciarono, e se il presente era duro, l’avvenire appariva nero. Ma tenne sempre la testa alta ed il sorriso sulle labbra, sfidando il destino, grato alli amici sinceri, e sdegnando di accorgersi delle defezioni che la ingratitudine produceva intorno a lui.
Al momento in cui lo si credeva davvero giunto proprio al fondo, in cui si diceva che avendo finito di raccogliere le briciole della sua fortuna, sarebbe costretto a palesare la sua rovina, fece due eredità grossissime, una dopo l’altra, quasi senza intervallo. Tutti si aspettavano di vederlo in fondo all’abisso; lo si scorse sulla vetta. Dieci volte più ricco di quanto non lo fosse mai stato, ebbe, per servire a’ suoi desideri, per soddisfare i suoi nuovi capricci, il potere che presta una fortuna colossale, quando si ha imparato, a proprio danno, a farne uso. Ne usò generosamente, giacchè, prodigo per sè stesso, era fastoso nel dare, e se ne nascondeva, forse per buon gusto, come amava il lusso non troppo appariscente. Ma in mezzo a codesta vita facile e faticosa ad un tempo, qual’era la sua vita interna? S’occupava solo di cose sensuali, oppure un pensatore celavasi in codesto gentiluomo scettico e negligente, disprezzatore dell’opinione, sfidatore di tutto, che non si ricusava nulla, ed era abbastanza distratto per accettare spesso la compagnia degli imbecilli senza accorgersene?
Alcuni, fra coloro che lo conoscevano meno male, avevano indovinato press’a poco tutto ciò, ma, per comprendere la sua vera natura, sarebbe stato duopo rovistare più profondamente, e quelli stessi sarebber forse rimasti allora assai stupiti. Benchè si desse raramente il disturbo di piacere, aveva avuto dei successi di ogni specie. Se ne curava poco assai, e non badava all’invidia che eccitava. Abbandonò la diplomazia, e non ebbe più che la sua fantasia per legge. L’ultimo posto che occupò fu quello di Pietroburgo, che dovette lasciare, al momento che stava diventando quasi russo, in seguito a una seccante avventura terminata da un duello. Si fissò allora a Parigi.
I suoi parenti ed amici d’Italia parlavano di lui come di un personaggio bizzarro, e lo accusavano d’essere assai strano, pretendendo però allo stesso tempo che vi fosse molta affettazione nella sua originalità. Tentavano di farlo passare per un poco pazzo e un poco “posatore„ insieme, il che non impediva loro d’invidiarlo con tutta la debolezza dell’anima loro, e d’essere pronti a commettere dinanzi a lui tutte le piccole viltà imaginabili, dopo d’averne detto tutto il male che potevano. Lo si ammirava involontariamente, come si ammira coloro che vivono fuori e vengono da lontano. Il suo arrivo consideravasi sempre come un avvenimento; le sue più minute azioni venivano osservate, i suoi modi, i suol vestiti; si ripetevano i suoi motti. Quanto si raccontava di lui veniva commentato ed esagerato.
Tre giorni dopo, la contessa cambiò bruscamente di manovra e divenne quasi fredda con lui; egli non si degnò di accorgersene, il che la mise in uno stato d’ira contenuta che si volse a benefizio momentaneo del cugino. Massimo non trovò per questo il suo soggiorno alla villa meno aggradevole. Lo amavano assai, e lo temevano un poco. Giacomo osservò che talvolta uno si sentiva benissimo in sua compagnia, e che poi subitamente intimidiva. Si diceva sempre un po’ male di lui, ogni volta se ne andava dalla sala, e lo si ascoltava sempre con delizia quando voleva chiacchierare.
Presto stanca di stare imbronciata, la contessa ritornò all’assalto. Massimo, per cattiva abitudine inveterata, si lasciò andare a farle un po’ la corte. Ciò rompeva la monotonia della villeggiatura, poichè amava e cercava il riposo, ma non lo poteva sopportare troppo completo. In quanto a Elisa, la povera fanciulla ch’egli aveva ritrovata così pallida ed infelice, essa gli faceva realmente pietà, quando pensava al sagrificio che si voleva esigere da lei, al brutto avvenire che l’aspettava. Si accusava sempre Massimo di non avere rispetto alcuno per le donne; i suoi modi ironici, il suo cinismo, la sua condotta lo provavano spesso, ma si sarebbe dovuto fare una distinzione, sottile, ma vera, ed era questa: che s’egli disprezzava le donne, stimava però altamente in cuor suo _la donna_. Forse il suo culto motivava il suo disprezzo. Elisa gli sembrava una donna, nel più alto significato della parola, cosa rara.
D’altronde, bisogna confessarlo, se Massimo rispettava la donna, se soprattutto la compiangeva, egli amava la cortigiana. Epicureo per natura e per abitudine, non avendo mai potuto intravedere l’amore che di sfuggita, comprendendo l’arte sotto tutte le sue forme più sensuali, indovinando tutta la scala delle voluttà, dalle più grossolane alle più spirituali, egli avrebbe forse trovato un suo ideale in una etaira greca risuscitata al secolo nostro. Avendo tutto provato egli si curava poco di tutto; ma, da un paio d’anni, aveva conosciuto un’attrice che lo aveva ammaliato. Artista appassionata, donna capricciosa, intelligenza libera e corrotta, la Kanzler era tipica; possedeva la bellezza pagana, sottomessa ed imperiosa ad un tempo. Una bontà inconscia e la scettica indulgenza moderna dei sentimenti s’univa in lei a una depravazione antica. Aveva le linee del marmo, ma non la serenità; le sue forme, i suoi atteggiamenti ricordavano la divinità del Rinascimento, ma l’anima sua conosceva tutte le tristi morbosità del nostro tempo.
Massimo aveva osservato il pallore eccezionale d’Elisa, quando era ridiscesa in sala all’ora del pranzo, il giorno dell’arrivo di sua madre. L’orribile consenso era forse stato strappato? All’indomani Gorletti era partito, richiamato in città da importanti affari. Pochi giorni dopo Valenti era arrivato, con la sua aria distinta e gentile, e affettando un’allegria continua che lo spingeva a dire talvolta delle cose un po’ ardite. Egli pure però sembrava preoccupato, ed ebbe lunghe conversazioni particolari con sua figlia. Annunciò alla marchesa che con grande suo rincrescimento non poteva fermarsi più di due giorni.
Nella sua qualità di _viveur_ messo al verde, Massimo godeva della campagna come un collegiale in vacanza. Avendo potuto vincere, dal terzo giorno, l’abitudine di alzarsi solo per l’ora della colazione, gustò la sana voluttà di passeggiare assai presto la mattina attraverso il parco, nella frescura del risveglio delli alberi. Spiegò così bene alla contessa Lassardi quanto ciò riescisse aggradevole ed igienico, ch’ella si convertì a questa nuova teoria, di maniera che una bella mattina il cugino Giacomo li riconobbe dalla sua finestra, mentre camminavano insieme lentamente in un viale abbastanza lontano, vicino alla casetta del giardiniere, e prese il partito di farsi richiamare d’improvviso in città.
La stessa sera alcune visite vennero da una villa vicina, e si combinò una lunga escursione per il dopo domani. Si doveva partire all’alba e ritornare assai tardi per pranzo. Massimo dichiarò che non si poteva contare su di lui, dovendo egli quel giorno andare a trovare alcuni amici a Como.
— Giacomo è partito ben subitamente. Che cosa gli è successo, marchesa? — domandò Terzi.
— Non ci capisco nulla. Pretende aver ricevuto una lettera di premura. — Disse ciò con la massima sincerità, ed aggiunse: — Ma tornerà presto.
La conversazione divenne generale; ma, vicino al camino, d’Astorre e la contessa erano appartati. Lei, seduta in una poltrona, riscaldava le sue minuscole scarpette al fuoco fiammeggiante, le guancia fatte rosee, ad onta del ventaglio giapponese col quale si riparava e ch’ella sembrava guardar fisso, sorridendo. Lui, in piedi, un po’ chinato, con l’aria seria, le parlava senza troppo abbassare la voce e molto naturalmente.
— Come! — le diceva, — voi che pretendete essere indipendente, non avete nemmeno il coraggio di restare a casa, quando una escursione vi annoia? Scusatemi, contessa, ma dichiaro che, ad onta delle vostre bravate, siete la più timida fra le donne.
— Ma che cosa si dirà?
— Che volete mai che si dica? Ah! contessa, se nella vita vi lasciate sempre arrestare da questa domanda, siete una donna finita. E, sappiatelo bene, si tacerà sempre quando non si saprà nulla, e si dirà regolarmente tutto quanto si vorrà inventare, per quanto abbiate riguardi.
Lei tacque, pensierosa.
— Mi credete dunque molto pericoloso?
Ella alzò li occhi, lo guardò un istante senza rispondere, e mentre il suo sguardo affermava, rispose risolutamente:
— No. Affatto.
— Ebbene, allora? Nessuno lo saprà. Quando ritorneranno si crederà che io sia pure appena tornato. A voi, la vostra emicrania sarà passata, ma consulterete egualmente quel bravo dottore, che vi scriverà subito una ricetta.
— Me ne vado. Ci guardano. Bisogna che faccia un po’ la mia corte alla marchesa.
— Rispondete prima. Sì o no?
— Ebbene, no! È impossibile!
— Siete proprio certa di quel no?
— Quasi.
E si allontanò. Massimo accese una sigaretta e si mise a discorrere con donna Maria e con gli altri.
Al posdomani, a mezzogiorno, Massimo era di ritorno. Giunse a piedi, avendo congedato il vetturino al basso della salita conducente alla villa, dove il suo cameriere era venuto a raggiungerlo per prendere la sua roba, e entrò per la porticina del parco. Nessuno lo vide.
Attraversò le sale, penetrò in un piccolo gabinetto in fondo in fondo all’appartamento, e parve sorpreso di non trovarvi alcuno. Montò per una scaletta alla sua camera.
— Sono tutti partiti stamane? — chiese al suo cameriere.
— Sì, signore, tranne la signora contessa Lassardi, che ha fatto colazione sola qui a casa. Ma, un’ora fa circa, ha ricevuto un telegramma, ed ha dato ordine di attaccare, mentre facevano i suoi bauli. Saranno dieci minuti ch’è partita per arrivare in tempo al treno.
— Davvero? — disse Massimo con tono indifferente. — Vi sono lettere?
— Sì signore. Eccole lì sulla scrivania.
— Va bene; vattene pure.
Massimo prese le lettere. Due portavano i timbri postali; poi c’era un biglietto contenente poche parole scritte a matita:
“Ricevo un dispaccio che mi annuncia l’arrivo di mio marito a Milano, e che vi è subito caduto ammalato. Non v’è nulla di grave, ma io non posso a meno di partire senza frapporre nessun indugio. Lascio una lettera per la marchesa, e questo rigo per voi, in gran fretta. Ero rimasta; non lo posso negare. Il caso dispone altrimenti. Devo dire tanto meglio? Addio, arrivederci forse.„
Massimo provò un disappunto e, un poco stanco, si buttò sopra un canapè e vi dormì un poco. Poi si alzò e s’avvicinò alla finestra; vi restò a lungo, appoggiato al davanzale. Poi scese distrattamente, e si mise a passeggiare di lungo in largo per le sale, riflettendo. Un sorriso errava sul suo labbro. Si annoiava; ora, si trattava d’uccidere il tempo. Vicino al piccolo gabinetto del fondo dov’era già entrato arrivando, si fermò e tese l’orecchio, poichè gli pareva udire un po’ di rumore. Dopo un minuto d’attesa, si decise a entrare con precauzione.
Elisa Valenti, lungo distesa sopra un divano che occupava tutta una parete, con la testa nascosta fra le braccia incrociate, piangeva a calde lagrime, come impazzita di dolore. Pareva che fosse caduta colà, affranta, per non rialzarsi più. Si sarebbe potuto crederla morta se, di minuto in minuto, i singhiozzi non avessero scosso tutta la sua persona. Portava un costume di mattina assai elegante, e i suoi capelli tocchi da un raggio di sole, prendevano dei riflessi dorati. Con le mani si teneva il viso sprofondato nel cuscini.
Rimase Massimo per alcuni istanti, non visto, a contemplarla, e dimenticò la contessa. Si sentì risvegliare in lui l’interesse che la terribile situazione di codesta fanciulla aveva fatto nascere. Essa era lì, giovane, simpaticissima, e già il dolore, capace di rovinare tutta una vita, pareva metterla fra i vinti di questo mondo. Certo, quand’essa passava in carrozza, a fianco della marchesa, le contadine dovevano invidiarla dal fondo dell’anima. Aveva il suo posto fra i felici di convenzione; il lusso la circondava, l’eleganza del suo vestire si aggiungeva all’eleganza della persona, ma quanto avrebbe preferito il lavoro e la povertà alla miseria nascosta e reale della sua esistenza! E, ciò ch’era peggio ancora, la si amava, si simpatizzava con lei, la si compiangeva; ma chi pensava a soccorrerla? Le si prodigavano l’espressioni della più affettuosa devozione, la si accarezzava e adulava, ma l’idea non veniva neppure, ai suoi amici, di cospirare tutti insieme per strapparla all’orribile sorte che l’attendeva. Quanta egoistica impotenza in fondo a quell’amicizia così bella apparentemente, così sincera anche, ma pur così debole! Si accettava il suo sorriso artificiale, la maschera di freddezza che il suo coraggioso orgoglio le imponeva; si fingeva pigramente di credervi. Nessuno cercava di aiutarla. La marchesa, pur tanto buona, non osava adoperare la sua influenza. La si amava fino ad esserle utile, esclusivamente. Certo, era cosa molto difficile, quasi impossibile, bisognava ammetterlo; ma come non c’era proprio nessuno nemmeno per tentarlo?
Ella cessò finalmente di piangere, e, sollevandosi un poco sul gomiti, guardò diritto innanzi a sè, senza veder nulla, col volto impietrito. I suoi occhi ora erano asciutti; ma si scorgeva sulle guancie la traccia delle lagrime arrestate, mentre la bocca pareva contratta dallo spasimo interno. Massimo, celato a lei, la intravedeva di profilo.
Si ritirò adagio e andò in giardino. L’imagine di quella ragazza, piegata sotto il dolore, restava innanzi a lui simile a una visione; la tristezza della vita gli si palesava sotto un aspetto che gli era quasi sconosciuto. Irresistibilmente rientrò e si avvicinò di nuovo al gabinetto. E lui stesso che accusava gli altri, lui abituato a infrangere gli ostacoli, che poteva fare per lei? Nulla, proprio nulla. Ascoltò, e udì ancora il respiro affannoso della fanciulla. Era tentato di entrare, di farsi vedere, di chiederle se poteva esserle utile in qualche modo, di offrirle i suoi servigi, ma a che avrebbe giovato? Nulla dunque poteva sottrarla alla stretta delle mani rapaci di quell’odioso Gorletti? Massimo, sentì che l’antipatia ispiratagli fino dalla prima volta che lo aveva veduto, per quel brutto omiciattolo, ora si mutava in odio. Egli avrebbe voluto poter rendere la resistenza possibile alla signora Valenti, tanto per renderla felice quanto per far del male a Gorletti.
Poi le sue idee cambiarono direzione. “Essa non è del suo secolo la poveretta„ pensava. “Quante fanciulle si troverebbero felici a suo posto! Come darebbero volontieri la loro mano bianca a qualche mostro ancora più brutto di Gorletti, ma ricco quanto lui! Come saprebbero bene, nelle loro testoline dalla espressione ingenua, prepararsi un delizioso e comodo avvenire! Come lo scruterebbero, ne’ suoi più minuti particolari, codesto avvenire, mentre vedendole ad occhi bassi, appoggiate ad una sedia in una posa un poco pensosa, si ammirerebbe la modestia del loro atteggiamento e la loro seducente serietà.„
Sulla punta dei piedi, guardò di nuovo dall’uscio del gabinetto. Elisa stava sempre allo stesso posto. Per caso, voltò il capo, e lo vide. D’un salto si alzò, eccessivamente sorpresa, appoggiandosi allo schienale del canapè, mentre asciugava rapidamente col fazzoletto le traccie delle lagrime recenti.
Massimo le stese la mano, come faceva tutti i giorni, e lei stese la sua, macchinalmente.
Era senza voce. L’idea che d’Astorre, da lei creduto a Como, avesse potuto vederla nello stato di crisi in cui si trovava, la turbava e le faceva male.
— Come? Lei è già di ritorno? — gli disse alfine, con un grande sforzo, per essere calma, appena potè parlare.
— Sì. E non sapeva che lei fosse qui, altrimenti non mi sarei permesso d’entrare. Le chiedo perdono. Mi ritiro subito, se vuole.
— Ma no, non lo mando via, — rispose cercando di sorridere. — Sono io che dovrò andarmene fra un momento; ho tante lettere da scrivere. Mi annoia molto, tanto più che non mi sento bene; ho un mal di capo terribile. È perciò che sono rimasta sola a casa; il sagrificio non è stato grande, d’altronde; le lunghe escursioni non mi divertono troppo.
Parlava con fatica. La crisi non era finita. Massimo taceva e l’osservava. D’un tratto ella chiese:
— Lei era lì da un poco? mi ha veduta!
— Sì; ero qui, l’ho veduta.
— Devo sembrarle ben debole, se non ridicola. Eppure non sono avvezza a tali crisi nervose, e non piango facilmente.
Massimo la guardava con molta attenzione e come per leggerle nell’anima, ma non v’era nulla d’irrispettosamente curioso nel suo modo di osservarla.
— Senta, — le disse alfine; — lei è buona e intelligente insieme. Lo avevo sempre intraveduto, ora ne sono sicuro. Le sue qualità si accompagnano più spesso che non si creda. Ebbene, non devo neppur io farle l’effetto d’uno stupido; è dunque perchè mi crede cattivo, che mi parla in tal maniera? Sì, lei deve avere una pessima idea sul conto mio. Ciò è abbastanza naturale; lei crederà sinceramente alla fama di cui godo, oppure è il mio aspetto, sono i miei modi, le teorie che affetto talvolta, che l’avranno fatto giudicare da sè stessa sfavorevolmente di me. Ebbene, credo che lei sbaglia. Ho forse commesso dei delitti, ma in fondo sono altrettanto scioccamente buono quanto dev’esserlo un uomo di spirito. Mi guardi bene in faccia; forse si accorgerà che non mi ha mai visto. E se le facessi una domanda... Se mi permettessi di parlarle sinceramente, mi crederebbe spinto da una bassa curiosità o da un sincero interessamento?
Era vero; egli non aveva mai ispirato nessuna fiducia a Elisa, che lo giudicava un uomo freddo, cinico, pericoloso; le pareva ch’egli stesse a capo di quella schiera spensierata e dura dei “felici del mondo„ con la quale non poteva lei aver nulla di comune, i suoi difetti le facevano paura quanto le sue qualità. Ammirava talora il suo spirito, ma lo temeva, parendogli lui intelligente e perverso, e non poteva difendersi da una certa diffidenza istintiva.