Un matrimonio eccentrico

Part 17

Chapter 173,852 wordsPublic domain

— Non parlatemi di cose impossibili. Potete rimproverarmi d’aver disubbidito e d’essere qui. Ma non potete comandare ai miei sentimenti. Il mio amore per voi è eterno, perchè è al di sopra della vita umana e della nostra sorte passaggera. È mio diritto d’essere infelice per voi. Voi, avete potuto esser felice; vi approvo sinceramente, ma non sapreste esigere lo stesso da me. Vi giuro, Elisa, che in queste mie parole non v’è nemmeno l’ombra di un rimprovero. I nostri destini sono stati diversi; abbiamo fatto ciascuno il nostro dovere. Ingannata da me, ed una tale menzogna era necessaria, sciolta da tutte le nostre promesse, credendomi debole, dimentico, colpevole forse, mentre fui solo imprudente, d’una imprudenza che scontai con la disgrazia di tutta la mia vita, voi mi avete ancora atteso, voi avete lottato, oh! lo so ed indovino! vi siete ostinata a lungo, poi infine, il tempo ha fatto l’opera sua, la vita ha avuto la sua influenza, un sentimento nuovo ha trovato posto nel vostro cuore, ed avete accettato la felicità. Avete fatto bene. Ma io, che non avevo nulla da rimproverare fuorchè a me stesso, io, che sapevo tutta la forza del vostro carattere e tutta la infinita bontà dell’anima vostra, io, ch’ero sicuro che se non avessi mentito per dovere, sarei stato da voi aspettato sempre, io, che dovevo desiderare la vostra felicità per mezzo di un altro, poichè io stesso vi ci avevo spinto, e la profonda approvazione della mia coscienza ha appena compensato l’immensità del sacrificio! potevo io esser felice avendovi perduta, potevo io vivere d’altro che di memorie? L’avvenire, possibile e necessario per voi, non esisteva per me. Ed intanto ho tutto rinchiuso dentro di me. Credete voi che si sappia veramente come ho vissuto? Ho obbedito, per quanto lo potevo, alle leggi sociali; ho potuto trovare la rassegnazione apparente per quelli cui volevo bene; ho lavorato e mi sono reso utile alli altri ed a me, ma che non mi si chieda di più! Nessuno ne ha il diritto.

— Se sapeste quanto mi fate soffrire! Vedete bene la mia emozione, non mi provo a celarla. Un brivido mi ha presa dal momento che apriste quell’uscio, e tremo ancora.... Risparmiatemi!...

Egli la guardò con una espressione nuova sul viso; poi ripigliò con un tono amaro:

— Ah! capisco!... Nella vostra esistenza calma, il mio ricordo è rimasto come un’eco lontana della vostra prima giovinezza.... ma vivete in piena vita reale, come una signora della società che siete; avete cercato e trovato la pace; le vostre giornate, tutte uguali nella loro amabile varietà, si seguono senza scosse; voi vi adagiate, fiorite nella vita tranquilla e opulenta dei felici di quaggiù, e la vostra malinconia, seducente alli occhi altrui, si è raddolcita anche per voi, e bruscamente io sorgo qui simile allo spettro brutale del passato, e vengo, io che il mondo non seppe mai deridere, tanto seppi sempre tacere! vengo a far pompa dinnanzi a voi dei miei dolori che non potete nemmeno più comprendere!

Si alzò e camminò fino in fondo alla camera, lentamente, a testa bassa. Quando rialzò li occhi, vide Elisa che lo guardava fissamente, con la faccia contratta, e quando i loro occhi s’incontrarono, egli scorse delle grosse lagrime, ch’ella non potè trattenere che le colavano per le guancie; e dopo un istante di lotta vana, ella nascose il viso sul braccio appoggiato al tavolino, e scoppiò a piangere.

Giulio rimase un minuto immobile, come pietrificato, a contemplarla. Poi cadde a’ suoi piedi, e prendendole la testa nelle sue due mani, la costrinse a volgere verso di lui il viso bagnato di pianto. Guardò quelli occhi rossi, quelle labbra convulse dai singulti, sentì presso di sè il soffio ansante del seno di lei, ed il fiato di lei sulla sua bocca, e si rigettò all’indietro, poi si piegò sopra quelle mani bianche diventate inerti che coperse di baci.... Vi fu un silenzio. Restò immobile, con la faccia quasi sui ginocchi d’Elisa.

Lei rivide quella testa, quel collo, che aveva altre volte veduti tanto spesso così, e durante un áttimo, dieci anni della sua vita sparirono.

Il passato risorgeva davanti a lei, nella sua antica e imperitura bellezza. Rivedeva la casa del lago di Como, i sentieri dove i piedi s’imbarazzavano nei cespugli e dove lo sguardo si riempiva delli azzurri dell’acqua e del cielo, l’albero sotto al quale essi avevano pianto alla loro prima separazione, e la piccola sala dei ritrovi notturni all’epoca del ritorno inatteso di Giulio, quei rapidi giorni di febbrile felicità ch’erano rimasti come la nota la più acuta e sonora della sua vita. I ricordi dalle care tinte impallidite ridiventavano dei ricordi d’ieri; essa rivedeva ogni pietra, ogni cespuglio della strada di Torno, di quella strada che aveva tante volte percorso andando alla posta, col cuore pieno di speranza, per ritornarsene in preda a una tristezza mortale; rivedeva il piccolo cannotto nel quale si erano talvolta arrischiati sul lago, lo svolto della strada dove penavano tanto a lasciarsi dopo le loro lunghe passeggiate, la sua camera dove sempre i suoi pensieri si rivolgevano a lui, attraverso l’oceano, dopo ch’era partito. Poi la notte profonda dell’anima sua, quando aveva finalmente perduta ogni speranza, le angoscio della lotta dalla quale era uscita rassegnata, i desideri insopportabili e pazzi di vederlo una volta ancora e morire.

Ed ora egli era lì, chino sopra di lei, a’ suoi piedi; ella sentiva le mani di lui che toccavano le sue, vedeva quella testa appoggiata sulle sue ginocchia. Ed ella contemplava, assorta in un’estasi inconsciente, in un completo oblìo del presente.

D’un tratto, ella osservò che quei capelli tanto noti, quei capelli da ragazzo morbidi ed ondulati, erano brizzolati di fili bianchi. E con la sensazione di una orribile stretta al cuore, essa si svincolò finalmente.

Ma svegliandosi, si ritrovò tuttora in un sogno. Perchè trovavasi, con lui, in codesta camera banale, con le sue pareti dipinte a quadretti gialli e rossi, i suoi mobili volgari e scompagnati, la sua alcova a tende scolorate?

Allora, mentre ascoltava come in sogno ciò che Giulio continuava a dirle, il suo pensiero ritornò ai giorni più recenti, al nuovo cambiamento nella sua vita, al tempo ch’era già trascorso, rapido e penoso, dopo la visita di Orlandi, dal momento in cui era venuto a turbarla annunciandole l’arrivo di suo nipote a Firenze fino all’ultimo giorno di sofferenze segrete a Viareggio, dove notava con paura l’attitudine incomprensibile di Massimo. Mutato per lei, senza ch’ella sapesse indovinare perchè, era diventato aspro, freddo e distratto all’istante in cui avrebbe avuto il maggior bisogno d’essere sostenuta e incoraggiata. Avrebbe voluto abbrancarsi a lui, e Massimo sembrava allontanarsi. Doveva avere del sospetti ch’ella indovinava; ma quali precisamente? Paurosa, non ardiva interrogarlo, nè scandagliarlo in nessun modo. Che sapeva? Che pensava? Lei aveva creduto che Giulio fosse ritornato a Londra, e sulle prime ne aveva provato una specie di sollievo. Ma, a poco a poco, nella tristezza della solitudine, davanti a suo marito che non riconosceva più, un rimpianto sorse nel suo cuore. Durante le sue lunghe giornate solitarie, nel salotto soffocante del suo quartiere ammobiliato, illanguidita del caldo opprimente, l’occhio fisso sul vasto mare che pareva assopito sotto i raggi di un sole torrido, una idea s’impadroniva di lei che tentava invano di scacciare. Avendo riveduto Giulio per un minuto, una brama la riempiva di rivederlo ancora. La parola _giammai_ si disegnava davanti a’ suoi occhi in lettere di fuoco. Avendolo riveduto, — e come dimenticare la scossa di quel minuto secondo? — le sembrava impossibile di dover dire a sè stessa: morrò senza aver sentito una volta ancora il suono della sua voce, senza potergli dire una parola.

Ed ora egli era lì, davanti a lei.

Le parlava con una voce dolce, che pareva venisse da lontano, e che infatti s’innalzava per lei in un mormorio, come dal fondo delli anni spariti. Le domandava sempre perdono d’essere venuto e l’assicurava, con un così triste sguardo! che non cercherebbe mai più di rivederla. Non voleva che un ultimo sorriso e che una mano indulgente nella sua. E, senz’ordine, interrompendosi, le raccontava la propria vita, gli avvenimenti di tutto quel tempo che li aveva separati, le proprie disperazioni, ed in quel racconto le parole non erano nulla. Lei lo ascoltava macchinalmente, leggendo nelle pupille di lui tutti i segreti dei suoi dolori, tutte le lotte della sua coscienza, e la terribile vittoria sopra sè stesso. Le parlò della sua lunga assenza, della sua sventura, della menzogna alla quale aveva dovuto acconsentire, poi del suo ritorno, e di quello che aveva sentito alla notizia ch’ella era maritata col marchese d’Astorre.

Parlando, Giulio era stato sincero. Davvero, venendo, ad onta di tutti i rischi, fino in quell’albergo per rivederla, nessun pensiero era nato nella sua mente ch’egli avesse a rimproverarsi. Per nulla al mondo, egli avrebbe voluto turbare la pace, la felicità di colei che adorava d’un amore santificato da tanto soffrire. Era entrato la sera in quella camera, dove nessuno poteva sospettare la sua presenza, perfettamente sicuro di sè. E non aveva dubitato di uscirne, forse un po’ consolato, forse più affranto di prima, ma senza che la sua coscienza avesse nulla da rinfacciargli. Una carrozza stava pronta, che doveva condurlo a una stazione, donde ripartirebbe per non più ritornare. Sapeva bene che rivedendo Elisa, parlandole, proverebbe la più forte emozione della sua vita, e che forse, attraverso il suo amore purificato, tutte le violenze della passione si ridesterebbero in lui, ma sapeva pure che adesso Elisa apparteneva volontariamente ad un altro, ch’ella lo amava, che gli doveva la felicità, e sentiva ch’egli non mancherebbe al proprio dovere, e che si mostrerebbe a lei come gl’incombeva di essere.

Ma non si era aspettato a trovarla quale essa gli appariva allora. “Certo sarà commossa assai rivedendomi„ erasi detto, ma non avrebbe mai creduto di vedere quelle lagrime ardenti smentire le fredde parole ch’ella aveva tentato di rivolgergli, nè di sentire la mano di lei febbrile quanto la sua propria, nè di leggere in quelli occhi la rivelazione involontaria di tutto l’antico amore risorto. Un sospetto gli attraversò la mente, che lo rese come pazzo e gli fece tutto dimenticare: ella forse aveva mentito ad Orlandi, si provava a mentire ancora, ma tutto quanto diceva era falso, ed ella lo amava come prima!

Allora sentì tutte le sue risoluzioni squagliarsi e gli sembrò che un abisso si aprisse sotto ai suoi piedi, pieno di disperazione e di gioia. Tacque d’improvviso, e fissò negli occhi di Elisa uno sguardo che voleva penetrare fino all’anima.

— Continuate, — disse. — Giacchè siete qui, parlate. E parlate presto, perchè il tempo incalza.

— No, nulla ne incalza, — rispose con voce cupa.

Poi serrandosi le tempie nella mano destra, esclamò con tono mutato:

— Dio mio! pensare che se fossi ritornato qualche mese prima, allora, non apparterreste ad un altro! Ironia insultante della sorte! Voi, Elisa, la mia Elisa, vi guardo e non ne ho il diritto, prendo le vostre mani nelle mie, e per questo sono costretto a nascondermi! Non siete più la mia Elisa, siete la marchesa d’Astorre. Ma pensate dunque, dopo tutto, mi avete lungamente e pazientemente aspettato, povera fanciulla mia, mio angelo adorato.... e più che non avreste dovuto; ma perchè Dio ha permesso che, ad onta del vostro coraggio, io arrivassi troppo tardi? E come lo avevo altre volte predetto, ritorno ricco, considerato.... ed avrei potuto avervi! No, è troppo! Perchè non sono morto in mare, ritornando!...

— In nome del cielo, calmatevi! Perchè vi esaltate così, perchè questo mutamento!

— Perchè? Perchè leggo nei vostri occhi; perchè le vostre parole hanno mentito ed i vostri sguardi sono sinceri.... perchè mi ami ancora! Elisa, perchè ci amiamo sempre!

E, debole com’essa era, egli se la prese tra le braccia.

— Vieni, — le disse, — partiamo! Vedi bene che sono io! Ti ritrovo! Il tuo corpo freme tra le mie mani.... come posso credere alle tue parole? Ti giuro che tu mi ami! Dimentico tutto. Se ci amiamo, tutto il resto è falso. Oh! dimmi, Elisa, non senti l’eternità del nostro amore? Come vuoi che di un tale passato non rimanga nulla?... Come? tutto dovrebb’esser vano? e inutili i nostri dolori? Avremmo dunque mentito, allora, ci saremmo ingannati? Quelli che negano l’amore avrebbero dunque ragione, e noi avremmo scambiato un lampo con la luce immortale?... Ti ricordi le nostre promesse?... Non senti tu che i vincoli che ci univano non sono spezzati? Mettete sopra un piatto della bilancia tutte le leggi sociali, tutti i doveri mondani, tutte le catene della vita, e sull’altro un sentimento d’origine divina.... da qual lato piegherà? Tu fosti mia; lo sei ancora. Farò tutto quello che vorrai. Fuggiamo lontano da tutti, che nessuno più ci veda!...

— Tacete!

E con uno sforzo violento, Elisa si svincolò.

Essa si volse verso la finestra, e Massimo che udiva tutto, vide rivolto verso di lui il viso di sua moglie, e su quel viso una espressione ch’egli non potrebbe mai più dimenticare. Vide i suoi occhi alzati al cielo, i suoi lineamenti contratti da una lotta ultima, un’angoscia suprema che agitava tutto il suo corpo.

Giulio volle seguirla all’altra estremità della stanza.

— Restate, — gli disse. — Non saprete mai a che punto soffro. Per pietà, Giulio! (egli trasalì sentendola chiamarlo per nome), calmatevi! Non mi avvicinate più!

Rimase qualche tempo accasciata, incapace di parlare. Il silenzio era strano in quella camera. Poi finalmente ella disse a voce bassissima, con uno sforzo:

— Se sapeste come amo veramente mio marito, e quanto e perchè lo amo, non mi parlereste come fate.

— Ciò è falso. Voi non lo amate, poichè amate me. L’ho veduto, l’ho vedo ancora. Non posso credere alle vostre parole. Nient’altro è vero tranne il tremito della vostra mano nella mia. Il vostro, Elisa, è un carattere sincero e retto; non avete mai saputo mentire. Ma io non vi accuso; anzi vi stimo e vi ammiro sempre più. Si capisce tutto, quando si ama come amo io. La vostra menzogna è sublime. Imponete silenzio all’anima vostra per compiere ciò che credete il vostro dovere. Ma io, in questo momento supremo, vedo al di là delle considerazioni umane. Guardate: adesso sono calmo. Ascoltatemi. Io pure ho provato che so tutto sagrificare all’idea del dovere. È per fare ciò che dovevo, che mi condannai io stesso a mentire, che ho frantumato il mio proprio cuore. Posso dunque giudicare. Ebbene! ve lo dico in tutta sincerità, il vostro dovere non può consistere nell’amare quell’uomo. Ad onta delle leggi e della morale passeggiera di questo mondo, quali sono i suoi diritti paragonati ai miei? Io, ebbi la vostra prima parola d’amore, e vedo che mi amate ancora; io, vi ho tutto dato e tutto sagrificato, e sarei pronto a sagrificare tutto ancora, se veramente lo amate, vostro marito. Ma come lo fareste credere? Che ha fatto, lui? Oh! credetelo! ho ragione. Vorrei che vostro marito fosse qui e mi sentisse.

— Giulio, è me che dovete ascoltare, — disse Elisa lentamente. — Non parlate così; non dite nulla di cui potreste pentirvi più tardi. In nome del passato, che resta sacro nella mia memoria, ve ne supplico!

V’era qualcosa di così decisivo, di così solenne nella sua voce, che Giulio ne fu colpito in mezzo al suo esaltamento, e che tacque mentre Elisa sembrava riflettere....

— Sapete quali furono per me gli anni che seguirono la vostra partenza? — continuò finalmente, e come se parlasse tra sè. — V’immaginate il lutto che si distese per me sulla natura, la disperazione che cadde sul mio cuore? Nessun vecchio, disingannato di tutto e stanco della sua lunga giornata, sentì mai il peso dell’esistenza troppo gravosa per le sue forze, come lo sentii io allora, al principio della vita, giovinetta cui sorrideva il mondo. Ed io, non avevo nemmeno il lavoro, un cómpito per distrarmi. Non avevo che la mia solitudine e i miei pensieri, e non me li permettevano. Mi era proibito di soffrire, e di giorno in giorno, i miei spiavano l’istante in cui dovesse cessare il mio dolore eterno. Mentre desideravo morire, si pensava a maritarmi. Rifiutavo sempre, lottavo. Ma finalmente si decise, mio malgrado, il mio matrimonio.... e sapete con chi? con quell’uomo che voi pure detestavate e che veniva tanto spesso da voi.... Gorletti. Codesto matrimonio era una necessità assoluta; la miseria sorgeva davanti a noi, ed io dovevo salvare la mia famiglia. Tutti mi consigliarono di cedere, perfino le persone migliori, le più intelligenti. Non sapevo resistere alle minaccie di mia madre, alle preghiere desolate di mio padre, all’opinione universale. Come avrei voluto morire! ma lo potevo ancor meno. Il sacrificio era deciso; ad onta della mia ripugnanza, del mio orrore, avevo dovuto acconsentire.... Sola, non potevo lottare contro tutti e contro la sorte. Mi si compiangeva, ma nessuno ebbe l’idea di venirmi in aiuto. E, d’improvviso, all’ultimo momento, un uomo giunse, che lo fece. Come un angelo salvatore s’intromise tra me ed il destino, e con mano possente, arrestò sull’orlo del precipizio quella che i suoi amici vedevano cadere con vani rimpianti e nulla più. E quest’uomo mi conosceva appena; non ero per lui che una conoscenza banale, indifferente. Ma egli comprese e volle salvarmi. E per ciò fare, mi sposò; mi diede il suo nome, il suo appoggio, la sua fortuna e non mi chiese nulla in cambio. Potevo rifiutare? Avevo la scelta?

— Non lo amavate, dunque?

— No, non lo amavo allora. Ma già mi sentivo irrevocabilmente legata a lui da una riconoscenza della quale non mi potevo sdebitare. Mi aveva resa ad una vita possibile. Voi, vi credevo perduto per sempre, sposato con un’altra; vivevate sempre nell’anima mia, ma solo per la memoria. Il tempo scorreva per me, calmo; ero triste, ma esistevo come in sogno. D’Astorre, invece, attivo, errante, proseguendo sempre qualche progetto da me ignorato, viveva in un modo bizzarro, disordinato, che io non capivo. Per me, egli non era, come dal primo giorno, che un amico sicuro e sincero.

A poco a poco egli cambiò. Tutte le cose esterne cessarono d’interessarlo; si attaccò sempre più a me ed alla casa; cessò di assentarsi. Mi chiese se io volevo essere tutto per lui. Raddoppiò di cure, di delicatezza. Seppe guadagnare tutta la mia fiducia, lui che talvolta m’intimidiva; si corresse di tutti i suoi difetti. — E dal giorno ch’egli mi amò in tal modo, credetti mio dovere di amarlo, e l’amai veramente. Ebbene, non comprendete che adesso devo morire prima d’ingannarlo? Ah! Giulio! la felicità ideale che altre volte sperammo è svanita per sempre, e nulla la può risuscitare quaggiù. Voi avete vissuto come io avevo l’intenzione di vivere, cioè rinunciando alla vita; io ho dovuto cominciare una nuova esistenza e vi ho trovato la pace ed un benessere calmo che per me è il dovere. Il ricordo del passato non può spegnersi in me, e mio marito lo sa; poichè non ho voluto nulla nascondergli, ma la mia vita gli appartiene adesso. Ho sofferto quanto voi; ho forse pensato ancora di più. Riflettete, e sarete costretto di darmi ragione. Nelle mie lunghe meditazioni ho tutto previsto, perfino quest’ora. Sono debole, è vero, e la commozione che ho provato vedendovi apparire al momento in cui meno me lo aspettavo, mi ha fortemente scossa.... Ma ho tanto pensato, che non posso fallire....

— È perchè il ricordo in voi è meno vivo che in me.

— No, v’ingannate ancora; se vi parlo così, non è perchè dimentico, ma perchè rammento. Confrontate ciò che fu il nostro amore a quello che sarebbe ora! Invece dell’abbagliante splendore, dell’ebbrezza santa che abbiamo conosciuto, che cosa avremmo? Una passione colpevole e sconvolta, una felicità cattiva, avvelenata di rimorsi. Il nostro passato, così bello nei nostri ricordi, e che, separati, non potremo mai dimenticare, sarebbe esso pure guastato da un presente colpevole, e che sembrerebbe la parodia di quanto abbiamo sognato. Tutta la mia vita s’interpone tra di noi.

Giulio non osava più interromperla. Ascoltava, con la testa china, quelle parole tanto vere che risuonavano stranamente in quella camera, guardando talvolta le due candele già per metà consumate, talvolta rivolgendosi verso Elisa con un gesto di violenta negazione ch’ella reprimeva subito.

— Tutto quanto mi dite è vero a un certo punto di vista, — disse lui finalmente con gran tristezza, dopo una lunga pausa; — tutto è d’una verità crudele. Ve lo ripeto, avete ragione, e vi stimo altamente di parlare in tal modo, sebbene mi spezziate il cuore. Il nostro amore sarebbe adesso colpevole; è vero. Il dovere ne lo proibisce; ma, credetelo, il dovere soltanto. Vedete, sono calmo. Sarò anche forte; avrò l’orribile coraggio di obbedirvi. Una vostra parola mi è sacra. Ma a quest’ora suprema, Elisa, confessate la verità. È il dovere che ne separa ancora, inesorabile, null’altro che il dovere. Ma voi mi amate, mi amate come sempre, mi amate come io vi amo. Datemi questa consolazione terribilmente amara di confessarmelo, e partirò.

— Non sarebbe una conclusione. Mentre invece se mi poteste comprendere, se poteste intravedere la verità tal qual’è, e tale che ve la voglio dire tutta intera, vi trovereste un sollievo vero, e la forza di rassegnarvi alle tristi leggi della vita che non possiamo discutere. Dicendo che v’è nel nostro passato qualche cosa di eterno che non può morire, e che le nostre anime sono unite da un vincolo indissolubile, dite il vero.... Ma v’ingannate credendo che io possa amarvi come una volta. Allora potevo darmi a voi tutta intera, consacrarvi tutte le ore del mio tempo, tutti i miei pensieri e tutte le mie sensazioni; adesso invece appartengo ad un altro e da alcuni anni egli ha la mia vita di tutti i giorni.... e come avrei potuto diventar sua, senza nulla dargli del mio cuore? Perchè volete che dicendovi che lo amo, non lo dica che per farvi ancora più crudelmente soffrire? Oh! no, Giulio, non si tratta del dovere solamente, del dovere sociale, come vi ostinate a crederlo.... Se avessi potuto continuare ad essere tutta vostra, _allora_, non avrei forse calpestato tutti i doveri? Ma perchè vorreste che ci rendessimo ora infelici, cercando una felicità impossibile che non potremmo trovare se non al prezzo della pace della nostra coscienza?

Elisa gli disse che aveva lungamente riflettuto nelle ore della sua solitudine. Gli spiegò che la vita è molteplice e che quando i nostri voti non sono aiutati da circostanze eccezionali, l’ideale è presto soffocato dalla realtà e non può più esistere che nel segreto del nostro cuore. Se non ne viene concesso d’isolarci dal mondo, siamo ben presto ravvolti dalla mischia, siamo costretti ad abbandonare i grandi spazi puri dove la nostra immaginazione vagava, e di camminare nell’erba, sull’orlo della strada.

Elisa, mentre ripeteva tutto ciò, era pallida quanto Giulio.

Lui aveva abbassato il capo; era vinto. Vedeva chiaro finalmente quanto ella avesse ragione. Con un brusco movimento, si alzò quasi per partire.

Elisa trasalì, e allora, lei che aveva saputo parlare con tanta calma e con tanta verità, affranta dalla intensa emozione e dalla tensione dello sforzo, si mise a piangere.

— Per pietà, Elisa, se volete che abbia la forza di fare ciò che devo, non piangete! Vedete, vi ho compresa, sono ridiventato me stesso. E siete debole voi, adesso, ve ne supplico.... Eppure grazie! grazie per queste lagrime!

Ella gli stese le mani, oramai, asciugandosi gli occhi.

— Ho ben ragione, non è vero? Dunque, giurate di obbedirmi?

— Lo giuro.