Un matrimonio eccentrico

Part 16

Chapter 163,807 wordsPublic domain

Tuttavia, riflettendo, gli pareva impossibile che avessero potuto vedersi durante quel tempo. Continuò a sorvegliare tutto; qualche giorno dopo credette indovinare che Bardi era partito, ma senza averne certezza alcuna. Ed ora che i suoi dubbi si erano avverati, affranto, gli fu tuttavia più facile il dissimulare, poichè egli era un uomo d’azione, ed ora si poteva agire; vi era un punto di partenza. Si stupiva lui stesso della propria calma in faccia ad Elisa, e certo ella non lo poteva credere in guardia.

Era stato stabilito, fino dal principio del loro soggiorno in Viareggio, ch’Elisa, prima di tornarsene a casa, sarebbe andata a fare finalmente una visita ad una sua amica d’infanzia, che non aveva mai riveduto, promessa da moltissimo tempo. Codesta amica, figlia di un fabbricatore di porcellane abbastanza ricco, aveva sposato per amore un povero impiegatuccio per nome Vegezzi, il quale, costantemente maltrattato dalla sorte ed infelice, aveva finito con l’accettare un misero posto di segretario, senza nessuna speranza di promozione nella piccola città di G..., quasi un villaggio, dove sarebbe probabilmente costretto a rimanere sempre. La signora Vegezzi scriveva di tratto in tratto alla marchesa d’Astorre, la quale, naturalmente, non aveva voluto dimenticarla. Ma ogni anno Elisa prometteva alla umile amica d’andare a farle una visita, a lei ed a’ suoi figli (ne aveva sette) e sempre qualche ostacolo sorgeva all’ultimo momento. Questa volta, appena giunta a Viareggio, Elisa aveva dichiarato a Massimo che non ritornerebbe a Firenze senza essere andata a G.... e Massimo le aveva risposto:

— Hai ragione; non devi più mancare, assolutamente. Ma mi scuserai se non ti accompagnerò. Confesso che, proprio, non mi divertirebbe punto.

Ma alla vigilia della partenza, Massimo disse d’improvviso a colazione:

— Dopo tutto, ho pensato bene.... È meglio che ti accompagni a G....

Guardava fisso sua moglie, ciò dicendo, e credette scorgere in lei un lieve turbamento, subito represso.

— Sì, è meglio. Sarai forse costretta di passarvi la notte....

— È assai probabile, ma che monta? La cameriera mi accompagna, e basta. Sarebbe un troppo grande sacrificio per te il venire, e non lo posso permettere. Ti annoieresti orribilmente. E cosa fareste tutto il giorno mentre io starei a cicalare con la mia amica?

— Eppure credo che sarebbe meglio.

— Ma no, ti dico; dopo mi rimprovereresti per certo di averti lasciato venire....

— Ebbene, sarà come vuoi.

Un terribile sospetto gli aveva attraversato la mente, e tutto quanto osservò d’Elisa non abbandonandola mai in quel giorno, non fece che confermare la sua idea. E allora il suo piano fu subito tracciato.

Al momento di partire egli chiese a Elisa se la signora Vegezzi era informata del suo arrivo.

— No, — rispose, — le voglio fare una sorpresa. D’altronde, la vita di quella poveretta è talmente monotona, che si è sempre sicuri di trovarla. Me lo ha scritto tante volte!

Massimo accompagnò sua moglie alla stazione. Le disse che partiva un’ora dopo per Livorno, dove si fermerebbe fino a sera, e prenderebbe poi l’ultimo treno per Firenze.

Andò infatti a Livorno, ma non vi rimase un minuto. Ebbe appena il tempo di saltare in un vagone di un treno che gli fu indicato dietro sua domanda, senza nemmeno prendere il biglietto, e un’ora e mezza dopo sua moglie, scese alla piccola stazione di G.... La giornata era nebbiosa e triste. Massimo rialzò il bavero del leggiero soprabito che portava, e andò diritto all’albergo. Non si poteva sbagliare, essendovene uno solo di possibile: l’_Albergo della Stella_.

V’era molta gente, essendo giorno di mercato, e fu data a Massimo una camera abbastanza pulita al secondo piano, dove salì rapidamente. Si mise alla finestra e guardò per qualche tempo la folla variopinta, composta di contadini che spingevano le loro bestie, di mercanti vagabondi seduti vicino alla loro merce in mostra, di campagnuole le cui croci d’oro ed i grossi pendenti pesantemente lavorati brillavano sulle vesti a grandi fiorami. Parlando tutti ad una volta, gridando e gesticolando, tutta codesta gente si pigiava nella via angusta e tortuosa. Una pioggierella cominciava a cadere, e sopra quella platea di cappelli di feltro grigi o neri s’aprivano qua e là certi enormi ombrelli rossi. A destra, la via svoltava bruscamente; a sinistra s’apriva una piazzetta dove risplendeva l’insegna dorata di un caffè elegante, che doveva essere evidentemente il caffè, poichè varii ufficiali stavano seduti ai tavolini che invadevano il marciapiede.

Massimo guardava tutto ciò, come in un sogno, e già chiedeva a sè stesso cosa fosse venuto a fare. Aveva ceduto ad un irresistibile impulso; ma come un tal fatto mostrava bene il mutamento profondo successo in lui! Rammentava i suoi motteggi d’una volta contro altri che avevano compite tali imprese, e si ricordava le sue teorie d’indifferenza, e quanto si credeva allora sicuro di restar sempre lo stesso! E rideva amaramente.

Si bussò all’uscio; era il cameriere.

— Vengo a chiedere a che ora il signor marchese desidera pranzare?

Stupito d’essere conosciuto. Massimo guardò il cameriere, ch’era proprio il cameriere d’albergo di provincia, alto, svelto, servile ed impertinente ad un tempo, sporco e pieno di pretesa nel vestire.

— Mi conosci? — domandò.

— Perfettamente, — rispose l’altro. E continuò con sicurezza: — Il signore è il marchese Ferraris. Mio fratello maggiore ha servito, anticamente, il vecchio marchese a Parma. Mi ricordo ancora le feste magnifiche ch’egli dava. Ma il signore non c’era mai; preferiva divertirsi a Milano....

— Ah! davvero! m’hai riconosciuto subito.... — disse Massimo, che felice d’esser preso per un altro, si guardò bene dal disingannare il cameriere. — Ebbene, mi porterai da pranzo fra un’ora, qui.

— Il signore ha ragione. Abbasso c’è troppa gente oggi. Conta partire col treno di questa sera?

— Non so. Può darsi.

Massimo era sorpreso lui stesso della sua propria calma.

Pranzò, assaggiando macchinalmente un po’ degli otto piatti che gli vennero serviti e facendo discorrere il cameriere, il quale subito lo mise al corrente di tutti i pettegolezzi della piccola città.

— Conosci il signor Vegezzi?

— Credo bene che lo conosco. Ma non sta più qui.

Massimo si sentì impallidire.

— Da quando?

— Ma.... da circa un mese.

— Ed è partito.... con la famiglia?

— Sì, signor marchese, con tutta la famiglia, da un mese e più. Lei è forse venuto per parlargli?

— No; ma l’ho conosciuto altre volte. E avete dunque gran concorso di gente, oggi?

— Come sempre al martedì. Ma oggi non abbiamo solamente dei mercanti di buoi. C’è una duchessa ch’è pure arrivata questa mattina e che ha preso il numero 7.

— Una vera duchessa?

— Per Dio! Si vede subito. Aveva un sacchetto in mano, con la cifra E. A. in oro, e la corona. Una bellissima donna! Ha insieme la cameriera.

D’un tratto Massimo ebbe un vago terrore di saperne troppo, e cambiò discorso. Ma presto il cameriere ricominciò a parlare della “duchessa„; raccontò che appena giunta, era uscita, ma per ritornare presto, e che dopo non aveva più messo piede fuori dalla camera. Che poi aveva chiesto a che ora partisse il treno per Prato, e che avendo saputo che non ve n’era più fino all’indomani alle sei e mezzo, aveva comandato che la si risvegliasse alle cinque. Era dal cameriere del primo piano ch’egli aveva avuto tutti questi particolari.

Massimo rimase assai perplesso di codesta partenza per Prato.

Quando, finito di pranzare, rimase solo, camminò a lungo intorno alla vasta camera, grande e quasi senza mobili, fumando e riflettendo.

— In fondo, — pensava di nuovo, — che son venuto a fare? È assurdo. Come ho potuto immaginare.... e accorrere qui, per un semplice dubbio senza la minima prova, mentre anzi al contrario, riflettendo, è quasi impossibile.... Eppure, questi Vegezzi che non vi sono più!... Come poteva lei ignorarlo? Ma fa lo stesso, è assurdo, ed io sono pazzo. E poi, se avessi anche ragione ne’ miei sospetti, che cosa posso scoprire, ed in qual modo? Bella situazione! Sono stupido. Ho la febbre. Come avrei riso sul muso, cinque anni fa, a chi m’avesse detto che verrei incognito in una stanza d’albergo per far la spia alla mia propria moglie, come un marito da teatro.

Si riaffacciò alla finestra: nella via quasi deserta adesso, non pioveva più, ed il cielo rischiarato s’imporporava sotto gli ultimi raggi del sole che tramontava.

Una ragazza bella assai si appoggiò al balcone della casa in faccia. La guardò macchinalmente. Lei si ritirò; allora egli guardò ancora la strada. Vide un forestiero che parlava, sulla porta, col cameriere. Il forestiero fece un gesto, e Massimo riconobbe Giulio Bardi. Due minuti dopo lo vide entrare nell’albergo.

Un’ora più tardi, a notte fatta, Massimo andò a girare cautamente per i corridoi. Era il vero albergo italiano all’antica, con qualche timida pretesa di comodi moderni. Il cortile era zeppo di carrozze di tutte le specie, di barroccini polverosi, di cavalli appena staccati, e in mezzo a tutti codesti impedimenti stavano dei curiosi in folla; contadini, mercanti girovaghi e borghesucci, alcuni che disputavano tuttora il prezzo di una vendita, altri che ridevano, mentre in un angolo scoppiava una lite fragorosa. A ciascuno dei due piani della casa, un balcone esterno, girava tutt’all’intorno del cortile e dava accesso alle camere, di cui si potevano leggere i numeri dal basso. Due scale, l’una a destra, l’altra a sinistra. Abbasso c’era la sala comune, la cui porta semiaperta lasciava passare una lunga striscia di luce ed il rumorìo confuso delle conversazioni avvinazzate. Esattamente al di sopra la sala da pranzo destinata ai forestieri distinti. Massimo vi entrò e la trovò vuota. Due finestre si aprivano sopra un terrazzo coperto che dominava da una grande altezza una vallata profonda, che pareva un precipizio, in fondo alla quale biancheggiavano, semi-rischiarate dalla luna velata, le pietre di un torrente a secco. Dal lato opposto del burrone s’innalzava una lunga catena di colline verdeggianti, rallegrate da gruppi di case e di ville che s’intravedevano appena. A destra si stendeva la città.

Avventurandosi pei corritoi, Massimo aveva scoperto che il numero 7 si trovava a lato della sala da pranzo, ma più elevato della metà di un piano da alcuni gradini, come succede spesso in quel genere di case di costruzione irregolare. Aveva resistito alle tentazioni di aprire l’uscio e d’entrare bruscamente. Aveva prestato l’orecchio e non aveva udito nulla. Poi aveva provato d’aprire uno delli usci delle camere vicine, ma erano chiuse. Allora era ritornato sul terrazzo. Restò alcuni minuti a guardare il paesaggio, appoggiato al parapetto. Una immensa nube s’avanzava rapidamente; ben presto coprì la luna; non fu più possibile di vedere le ondulazioni delle colline, nè il profilo esatto della città; solo perdendosi a picco nella profondità, lo sguardo distingueva come un nastro bianchiccio formato dal letto del torrente. Il terrazzo coperto era appoggiato da una parte al corpo di casa principale, dove un lungo balcone si distendeva. Dal terrazzo si poteva quasi toccarlo. S’indovinava facilmente che la prima finestra prospiciente su quel balcone doveva essere quella della stanza numero 7.

Massimo era pallidissimo. I dolori articolari di cui da qualche tempo soffriva lo avevano ripreso, ed a momenti il cuore gli batteva quasi dovesse spezzarsi, poi sembrava si dovesse arrestare. Come sempre, la sofferenza morale si confondeva col dolore fisico. I pensieri orribili che cozzavano nella sua mente lo spaventavano, e in mezzo ai suoi tormenti sentiva in fondo alla coscienza come una voce schernitrice che insultava alla sua miseria. Mille cose del passato, alcune delle quali non avevano più il minimo rapporto con la situazione presente, sorgevano davanti a lui; e in modo irregolare ed illogico tutta la sua vita gli apparve innanzi alli occhi. Ed ecco dov’era giunto! Ch’era diventata la fredda superiorità per la quale era sempre stato padrone delle sue passioni? In qual modo aveva perduto quella cinica indulgenza per tutte le colpe delle donne, fosse anche per quelle di una donna amata, la quale gli avrebbe fatto altre volte considerare la gelosia come una debolezza indegna d’un uomo conscio del proprio merito, come una malattia antiquata, condannata al ridicolo nella nostra società moderna? Disceso adesso al livello di coloro dei quali si era maggiormente burlato, aveva perduto tutta la sua scettica bontà; si sentiva brutale, capace di tutto, quasi bramoso di scandalo. Si attaccava borghesemente a’ suoi diritti di marito e sentiva nello stesso tempo ribollire in tutto l’essere suo le ire di un amante ingannato. Le leggi sociali, di cui aveva spesso biasimato ridendo la ingiusta severità, gli sembrarono molli ed insufficienti. Non si riconosceva più.

Un sentimento affatto nuovo si mutava in dolore e lo morsicava nelle più intime fibre — l’odio — e della forza di quest’odio misurò a qual punto amava quella donna che certo lo ingannava. Gli parve ad un tratto sentire il suo amore ingrandirsi come per fargli scoppiare il cuore; amava al punto d’uccidere e di morire. Cattive passioni ignote fino allora si destavano in lui, un spaventoso desiderio di vendetta lo opprimeva. Poi un intenerimento s’impadroniva di lui, dei minuti nei quali tutta la disperazione d’una vita era contenuta.

Si ricordava le differenti fasi della sua esistenza dacchè aveva conosciuto Elisa, e sognava, considerando dove il suo bizzarro matrimonio lo aveva condotto. Quale seducente e originale punto di partenza, e quale volgare caduta!

Ma non dominava più sè stesso. Il sacro ricordo di sua sorella che gli attraversò lo spirito, non valse neppur quello a calmarlo.

I pensieri calunniatori contro sua moglie che adesso lo tenevano in loro balìa risalivano indietro fino al giorno in cui aveva incontrato Elisa Valenti. Credendo Bardi ammogliato, era stata felice di sposarlo lui, Massimo, invece di Gorletti; ma forse era sempre rimasta in corrispondenza col suo antico amante. Dimenticava che ciò gli sarebbe stato indifferente, altre volte.

Ma la sua rabbia, l’odio suo, nascondevano un terribile dolore. Non ne aveva forse coscienza, ma domandava vendetta meno per la cosa in sè, che nella speranza di trovarvi un qualche sollievo alla sua insopportabile tortura. Con l’occhio fisso al balcone, pensava che certo _lui_ doveva essere là, dietro quel muro, solo con lei. E allora le più dolci ore della _Villa del Giglio_ gli ritornavano alla memoria, e rammentava le lunghe sere d’estate nella gran sala silenziosa, quando la luna delle belle notti posava l’incanto del suo bagliore sui capelli sciolti d’Elisa.... E rammentava i suoi dubbi rinascenti e da lei dissipati con tanta bontà.... Mentiva dunque volgarmente essa pure! Ah! oramai non v’era più da dubitare. Ella lo ingannava, lui, a chi doveva tutto. Perchè non aveva almeno avuto la pietà di lasciarlo fuggire lontano, quando lo aveva voluto? Non gli restava più adesso che da rendere il male per il male, e dopo, da sperare che la fine di codesta brutta commedia che si chiama la vita non si facesse molto aspettare. E il suo dolore era nobile e volgare ad un tempo; soffriva nel più profondo dell’animo suo, e insieme — lui tanto superiore alle piccole vanità — si sentiva, per la prima volta, ferito nel suo amor proprio.

Guardava sempre il balcone, misurava l’altezza che ne lo separava. Evidentemente non v’era altro mezzo. Fece il giro del terrazzo; non trovò alcuno.

Allora gettò un ultimo colpo d’occhio intorno, poi salì sul parapetto di pietra, abbrancandosi prima con una mano, poi con l’altra, alle sbarre del balcone superiore, si lasciò andare e fu librato nello spazio, sull’abisso nero. Il ferro gli tagliava le dita, ma con la tensione de’ suoi muscoli esercitati, salì lentamente. D’un tratto una di quelle orribili fitte cui era soggetto talvolta, gli attraversò il cuore. Ebbe un áttimo di debolezza. Ma dopo quel secondo di suprema angoscia, s’irrigidì, e con uno sforzo violento, continuò e giunse ad aiutarsi coi ginocchi e coi piedi. Finalmente, dopo un minuto di un secolo, scavalcò il balcone che si stendeva innanzi a lui in tutta la sua lunghezza. Si avvicinò alla finestra con le maggiori precauzioni. L’idea gli era passata rapida per la mente che tutto sarebbe inutile se le imposte erano chiuse. Non lo erano. Perfino i vetri stavano aperti. Gl’interstizi delle persiane chiuse erano abbastanza larghi perchè si potesse vedere tutto quanto succedeva nell’interno ed udire tutto.

Elisa, sola, con un libro in mano, seduta sopra una poltrona vicina a un tavolino dove ardevano due candele, leggeva tranquillamente. Massimo restò con gli occhi fissi su di lei.

In quell’istesso punto si bussò all’uscio. Elisa posò il libro, e prestò l’orecchio. Si bussò un po’ più forte.

— Avanti! — disse lei con una voce un po’ timida.

E Giulio Bardi entrò.

V.

Elisa si alzò di soprassalto, e riconoscendo Giulio al chiarore malfermo delle candele, divenne bianca. La sua bocca si aprì come per emettere un grido che non venne fuori, e, tutta tremante, si appoggiò con le due mani al tavolino. Ella aveva sul viso qualcosa dello stupore che si prova alla vista d’un fantasma.

Giulio, assai commosso, si era fermato contro l’uscio, richiudendolo senza rumore dietro di sè. Restarono senza poter parlare. Elisa era non solo senza parole, ma senza idee; ella non viveva che dalli occhi. Una realtà, rassomigliante ad un sogno, l’affascinava. Balbettarono insieme qualche parola senza comprendersi.

— Voi? Voi qui? — disse lei finalmente con la sua voce appena ricuperata.

— Sì, sono io.... perdonate.... — ma non proseguì subito, dimenticandosi a guardarla.

Lei tremava sempre.

— Come siete venuto? Perchè siete qui? — ripetè con tuono esaltato.

— Ve ne supplico, non siate tanto turbata. Permettetemi di parlarvi; è necessario.

Elisa ricadde sulla poltrona e si nascose la testa fra le mani.

— No, partite, non vi voglio ascoltare! Che mai possiamo dirci?

Ella sentì le proprie mani scostate dal suo viso da quelle di Giulio, poi se lo vide seduto in faccia e tenendo sempre una delle sue mani nelle sue, ch’ella tentava di ritrarre. Rivide quel volto dolce e serio che da sì lungo tempo non aveva più contemplato che nei suoi sogni, e uno sguardo non mai scordato si sprofondò nel suo.

— Lasciatemi, — mormorò, — lasciatemi!

Ma egli non si muoveva e riteneva sempre la mano di lei che stringeva febbrilmente. Il suo sguardo doloroso non implorava altro che pietà.

— Se sapeste tutto ciò che ho fatto per giungere fino a voi, non parlereste di scacciarmi.

— Come siete venuto? — ripetè lei.

— Non lo so.... non ho tempo adesso di raccontarvelo. Scusate, — riprese dopo una pausa e lasciando andare la mano di lei. — Bisogna perdonarmi. Era necessario. Ho saputo ch’eravate qui (in qual modo non preme), ch’eravate qui sola, e vi ho seguita, poichè mi riesciva impossibile di esiliarmi come me lo avete comandato, senza vedervi un’ultima volta. Calmatevi, ve ne supplico. Vi faccio dunque paura!... Mio zio m’ha detto tutto ciò di cui l’avete incaricato per me. Ad onta delle vostre buone parole, ho dapprima trovato la vostra sentenza crudele, nel mentre stesso che vi comprendevo....

— Ebbene? Com’è che siete venuto allora?

— È soltanto adesso, dinanzi a voi, che sento nella mia emozione profonda, che avete veramente ragione. E vi obbedirò senza mormorare. M’ingannavo me stesso pensando ad altro. Partirò, e non vi rivedrò forse mai più. Vi ero già deciso, e lo sono ancora, ve lo giuro.... Ma, lo ripeto, partire senza avervi parlato una volta ancora, mi sarebbe stato impossibile. Ecco perchè sono venuto.... Tremate?... Di che potete temere? Ho forse neppure tentato d’andare da voi dopo che me lo avete proibito?... Pensate: sono ritornato da Londra apposta per vedervi, non fosse che per un istante.... in istrada.... senza mostrarmi. Eravate in campagna. Ciò che mio zio mi ha detto, non mi ha desolato quanto potreste crederlo. Sapere da voi stessa che siete felice.... voi almeno! è stata quasi una consolazione per me. Avevo fatto un ultimo sogno.... impossibile! me ne accorgo adesso, aveva sperato poter diventare vostro amico e vedervi di tempo in tempo.... Sentendo il vostro rifiuto, ho ubbidito senza lagnarmi. Sono ripartito. Ma un pensiero mi perseguitava, doloroso, orribile. Dicevo a me stesso che lasciavo l’Italia senza neppure avervi veduto.... e che ogni giorno, ogni ora, allargherebbe ancora lo spazio che ne divide. La mia ultima probabilità era perduta. Era al disopra delle mie forze; tornai a Firenze di nascosto, quasi come un ladro. Mentii a mio zio, e a insaputa di lui, ritornai solo, senza nessuno per sostenermi nelle mie buone risoluzioni, per farmi arrossire di me stesso, se non seguivo la via che mi ero prescritta come un dovere. Ho vissuto celato, facendo spiare le vostre mosse con un mezzo senza pericolo che ho trovato. È stato in tal modo che sono giunto a vedervi, alla stazione, frammezzo alla folla, il giorno della vostra partenza per Viareggio. Quando mi sono trovato davanti a voi, ho creduto svenire, io che avevo resistito a tutto! Non mi avete visto....

— V’ingannate. Vi ho visto.... Ma, mio Dio! perchè m’avete inseguita fin qui?... Mi fate orribilmente soffrire!...

— Davvero?... M’avevate visto?... L’ho creduto per un minuto, poi mi sono detto: No! sei troppo pazzo! Lo speravo e lo temevo.... Ma, dopo quel momento, la mia forza mi abbandonò. Nel tempo stesso che mi rimproveravo la mia mancanza di logica, la mia imprudenza, partii all’indomani per Viareggio; partii senza scopo, senza motivo, spinto da un desiderio irresistibile... semplicemente per vedervi ancora. E davvero, alla stazione, mi riconosceste?...

— Subito.... Eppure....

— Sono mutato, non è vero? assai mutato. Pensate agli anni che trascorsero da quando ci lasciammo, e pensate a tutto quanto ho sofferto. Non ne parliamo più. Adesso permettete che vi guardi. Questa è un’ora che non tornerà più. Sì, vi ho seguita, e a Viareggio, nascosto, ho passato dei giorni quasi felici nella solitudine di una stanza d’osteria, pensando che non eravate lontana, e che di tempo in tempo, potevo scorgervi un istante di sfuggita. Vi ho intravista solo quattro volte in quindici giorni, ma mi è bastato per farmi sopportare quasi allegramente la mia prigionia volontaria. Intanto però un desiderio di parlarvi, non fosse che per un’ora, senza testimoni, si è bentosto impadronito di me con una violenza tale, che non fui più capace di lottare. Le mie giornate furono passate a cercare di scoprire un momento favorevole. Ma il rischio era troppo grande, avevo paura per voi. Finalmente, quando non speravo più, codesto caso inatteso e imprevedibile del vostro viaggio qui, del quale ho potuto aver contezza facendo interrogare abilmente la vostra padrona di casa, mi ha offerto la possibilità di un ultimo tentativo. Ho saputo che verreste sola. Benchè fossi sicuro di dispiacervi, di spaventarvi, come avrei potuto resistere alla tentazione?

— Lo avreste dovuto però.... Sarebbe stato meglio.

La voce d’Elisa era ridiventata più ferma, ma parlava a stento.

— Perdonate la durezza delle mie parole. Ma a che serve il rivederci? Io non mi appartengo più, sono legata irrevocabilmente ad un altro.... che devo amare.... che amo. Avevo detto a vostro zio che dovevate partire, e non conservare di me che un incancellabile ricordo, come io lo conservo in fondo all’anima mia.... E a quale condizione, gli dissi che ad onta di tutto, non vi potevo dimenticare? Alla condizione che mi obbedireste e non cerchereste di rivedermi. Ho aggiunto che il mio più ardente desiderio era di sapervi meno infelice, trovando un po’ di serenità nella vostra vita tanto triste per colpa mia, tutta di dovere e di sacrificio.... E voi....