Part 15
— Il mio furbo d’un nipote, — continuò il signor Orlandi, — non volendo sentirsi perennemente rimproverare la sua fedeltà ad una promessa dalla quale lei, signora, lo aveva sciolto, e che non poteva sperare di realizzare mai più oppose una sola ragione a tutte le nostre preghiere, dicendo ch’era troppo orgoglioso per sposare una donna tanto ricca quanto lo era lady Harris. Non disse la verità che a me solo, assicurandomi che non prenderebbe mai moglie, che tutto gli era indifferente dal momento che egli aveva perduto lei, che non amerebbe mai altri che lei, e che non aspettava più nulla dalla vita. Aggiunse che l’idea del suicidio non gli era mai venuta, solo perchè non credeva teoricamente che l’uomo abbia il diritto di por fine alla propria esistenza, e che, dovendo vivere, continuerebbe a lavorare senza lagnarsi.... ma ch’era tutto quanto poteva fare per me.
Intanto che il vecchio signore parlava, Elisa lo ascoltava avidamente, tenendo però la testa rivolta contro alla luce per nascondere l’emozione che provava. Durante un silenzio, e avendo ritrovato il suo potere su sè stessa, si voltò, e attraverso i vetri chiusi, vide il giardino, gli alberi ancora tutti bagnati e l’orizzonte che si rischiarava. Guardò i viali, la lunga balaustra del terrazzo, le macchie dei fiori, e le sembrò non riconoscere più quel luogo tanto famigliare a’ suoi occhi.
— Quando la notizia del di lei matrimonio col marchese d’Astorre ne giunse, osservai bene mio nipote; compresi ch’era un colpo terribile per lui, benchè avesse rinunciato ad ogni speranza. Si padroneggiò, tuttavia, e dopo pochi giorni, non mi sembrò più triste che al solito. Mi disse anche che approvava lei per la decisione presa, e che faceva i voti più sinceri perchè ai vantaggi d’una così bella posizione si unisse la felicità. Lasciammo l’India sul finire dell’anno scorso. Ho ceduto il mio stabilimento a mio figlio maggiore e mi sono stabilito a Londra, dove ho una casa di banca. Giulio, che rimarrà con me, ne sarà il direttore capo, ed io vivrò pressochè ritirato dalli affari. Ho lavorato abbastanza per conto mio.
— E lei rimarrà ancora qualche tempo a Firenze?
— Partiamo fra tre o quattro giorni. Non ho più nulla che mi vi trattenga. Ho visto i miei corrispondenti, ho stretto la mano a pochi vecchi amici, e giacchè lei ha avuto la bontà di lasciarmi tutto dire, quando mi accomiaterò, signora marchesa, la mia missione sarà terminata; poichè, — aggiunse abbassando un poco la voce, — è _lui_ che mi ha pregato di vederla e di parlarle.
Elisa ebbe una lieve scossa.
— Ed ora.... ciò che mi rimane da dire è il più difficile.
Esitava e sembrava più imbarazzato che mai.
Elisa lo guardava. Non poteva più considerare quell’uomo come un estraneo; egli le ispirava la confidenza che ispira un vecchio amico; e sentì ch’ella doveva parlare liberamente. Per di più, colpita da quanto aveva udito, riuscendo solo con uno sforzo violento e continuo a non mostrare il tumulto che quelle brusche rivelazioni suscitavano in lei, e il disordine de’ suoi sentimenti, voleva però saper tutto; bisognava dunque incoraggiarlo.
— Scusi il mio turbamento. Lei ha evocato dinanzi a me tutti i ricordi della mia vita, tutto un passato che non ho mai posto in oblìo, che non dimenticherò mai, ma che è chiuso in fondo al mio cuore e del quale credevo di non dover mai più sentire a parlare.... ancora meno parlare io stessa. Capirà facilmente a che punto ciò mi riesce difficile. Inoltre, lei mi ha ora svelato cose che ignoravo, ed è assai naturale che tutto ciò mi turbi profondamente. Nulla può cambiare nella mia vita, signor Orlandi, nè nei miei sentimenti, e le scoperte dolorose che potrei fare circa le circostanze che mi guidarono allora, possono commuovermi, ma non possono avere influenza alcuna su di me. Non saranno, anzi, che inutilmente penosi. Non importa, bisogna che io sappia tutto.
Ella si fermò un istante, poi soggiunse, stupita lei stessa di poter pronunciare tali parole con tanta calma:
— Lei mi ha svelato tutto quanto io avrei dovuto ignorare per sempre: che sono stata ingannata.... e ingannata da mia madre! Forse ha creduto far bene, mia madre, e gli altri hanno creduto di compire un dovere, aiutandola a persuadermi di quella menzogna. Può imaginare a che punto mi turba tutto ciò che ella mi ha raccontato d’improvviso, al momento che non mi vi aspettavo affatto, dopo tanto tempo che mi sforzo a non pensare al passato. Ma ora esigo che lei mi dica tutto ciò che mi deve dire. È necessario. Vede che le parlo con tutta sincerità, dandole l’esempio. La nostra conversazione, signor Orlandi, è eccezionalissima. Ma adesso sembra anche a me di conoscerla da un pezzo. Parli dunque senza paura.
— Grazie, marchesa; lei mi rende il cómpito meno difficile, e per mostrarle che obbedisco mi permetterò di indirizzarle una domanda assai indiscreta. Mi dica.... mi dica se è realmente felice? Scusi, so che lo è, tutti lo dicono e tutto lo prova. Ma mi piacerebbe sentirlo dalla sua propria bocca.
— Sì, sono felice; felice quanto è possibile di esserlo.
— N’ero certo; e son ben contento di sentirmelo confermare da lei. È anche troppo che vi sia un solo infelice. Ma vi sono di quelli che sono nati per esser tristi; si direbbe che ciò li diverte. Mio nipote è di costoro. L’amo quanto i miei figli, lei lo sa; ma a quel punto di vista, è un idiota. È quasi ricco adesso, e siccome lavora sempre (credo che sarebbe morto senza di ciò) lo sarà ancora di più. Ma non vivrà mai che nel passato. Ho sperato a lungo un cambiamento; adesso non spero più nulla. Forse che un nuovo soggiorno, a Londra, gli farà bene; ecco tutto. Ora, se ha voluto venire a Firenze, è unicamente perchè non cessa mai dal pensare a lei. Già, nei primi tempi del suo matrimonio, aveva trovato modo di avere sue nuove e perfino delle informazioni sul marchese. Lei mi permette di dir tutto, non è vero!
— Sì, glielo ripeto.
— Ebbene, gli avevano detto molto male del marchese d’Astorre. Per molto tempo egli l’ha creduta infelice, signora. Più tardi ha saputo la verità. Gli è stato provato che il di lei matrimonio era stato, d’ambo i lati, un matrimonio d’amore, e che se suo marito aveva forse avuto qualche torto sul principio, si conduceva ora in un modo esemplare; e che lei lo ama, e che, veramente, ella ha vinto il primo premio nella lotteria della vita, avendo tutto: la fortuna, gli onori e la vera felicità per di più. Marchesa, non si sa quanta bontà e abnegazione contiene il cuore di Giulio!... È stato lieto di scoprire tutto ciò, poichè, dal giorno in cui l’ha irrevocabilmente perduta, non ha mai augurato altro che la sua felicità. Si è assicurato a Firenze della verità di quanto gli era stato detto; ha veduto il marchese per le vie, ed ha capito tutto. Ciò che già sapeva gli è stato confermato, e in fondo è per questo solo motivo che ha voluto venire.... Ma non proprio solo per questo.... Vi era anche un altro desiderio che lo spingeva: quello di rivederla una volta.
— A che gioverebbe? — disse tristamente Elisa.
— Mi lasci finire. Voleva vederla, lo voleva assolutamente. Sperava almeno di scorgerla, di poterla guardare da lontano senza che lei lo sapesse, al passeggio, in teatro. Gli fu detto che lei si trovava in campagna per un pezzo. E allora ha pregato me di riuscire a venir qui, a farmi presentare a lei, e insomma di ottenere il colloquio confidenziale che nella sua bontà ora mi accorda. Ha voluto che almeno io la vedessi, e sentissi dalla sua propria bocca che lei.... che lei è felice. Mi ha supplicato di tutto osservare, di descrivergli la villa da lei abitata, di rammentarmi le minime sue parole.
Elisa accennò di voler parlare, ma si fermò.
— Non è ancora tutto, — continuò il signor Orlandi. — Egli mi ha incaricato di rivelarle finalmente la verità sul passato. L’ho fatto. Mi ha detto di esprimerle i voti sinceri e ferventi che sempre le ha inviati col pensiero.... Di più, signora marchesa, mi ha fatto promettere di dirle anche che la sua vita tutta intiera le appartiene, ch’egli dipende da lei, e che vi obbedirebbe in tutto.
— No, non posso ammettere ciò!... E in che cosa mi vuole obbedire?
— Nel decidere ciò che deve fare. Deve restare o deve partire?
— Ma lei m’ha detto già che la decisione di suo nipote è presa di ritornare a Londra.
— Egli vi è dispostissimo; ma vuole che sia lei a decidere. Senta; io sono ben lontano dalle idee romantiche; basta guardarmi per esserne convinto. Ma lo assicuro che in fatto di abnegazione io credo mio nipote capace di tutto. Vede, quel ragazzo lì è il sagrificio personificato. La sua è una natura eccezionale, e dopo quanto fece, si può fidarsi di lui completamente. Mi ha dunque detto, quel povero Giulio, che avendo ben osservato le cose come si trovano nelle circostanze attuali, vi sono per lui due strade ben distinte da prendere: l’una, di allontanarsi del tutto e di accontentarsi di vigilare su di lei da lontano; l’altra, di rimanere a Firenze, e di diventare semplicemente e nobilmente suo amico. Se lei crede che la presenza di lui possa esserle utile in un modo qualunque, se la sincera amicizia di lui, offerta sinceramente e senza sottintesi, può non esserle disaggradevole, egli resterà. Non le parlerà mai del passato; egli si accontenterà di un posto fra gli amici poco numerosi che la circondano, felice se potrà talvolta renderle il più piccolo servizio. Ma egli pretende che sta a lei e non a lui il giudicare se un tale progetto è chimerico o possibile. Se lei decide che val meglio non vederlo e che deve partire, egli le obbedirà ciecamente.
Il signor Orlandi fu interrotto da un servitore che portava una lettera. Era un biglietto di Massimo, che annunciava con grande suo rincrescimento essere costretto a rimanere ancora a Firenze fino al dopo domani. Elisa, ora, fu quasi contenta di pensare che, dopo partito il signor Orlandi, avrebbe ancora delle lunghe ore di solitudine davanti a lei. Si alzò, uscì un istante e ritornò dopo due minuti.
Sedette, seria, calma e un poco pallida.
— Scusi, — disse finalmente. — Non m’aspettavo certo a quanto ella m’ha detto ora. È dunque _lui_ che lo ha pregato di venire?
— Sì signora. Ma, la supplico, non risponda che dopo d’aver ben riflettuto.
— Ho riflettuto. Egli deve partire.
— È una decisione irrevocabile?
— Assolutamente. Vediamo; lei stesso, signor Orlandi, non trova forse che ho ragione? Francamente. Sì, non è vero?
Egli soggiunse, dopo un istante:
— Che gli devo dire?
— Le dirà che sono profondamente commossa da tutto ciò che ho saputo adesso, e riconoscente verso di lui. E, s’egli mi obbedisce, come lo ha promesso a lei, s’egll parte, come lo esigo.... in questo caso gli dirà anche che dal canto mio non ho mai scordato il passato, ma ch’è sepolto in fondo a me.
Si fermò, con gli occhi bassi.
— Egli comprenderà che ho ragione, che deve partire. Non credo che dopo d’esser stati, per tanto tempo... promessi l’uno all’altra, si possa diventare buoni amici. È un sogno falso e impossibile. Poichè, glielo dica bene, io sono perfettamente felice. Amo mio marito, al quale devo tutto, e tutto il mio avvenire appartiene a lui. Dica anche a suo nipote che mi affligge di saperlo tanto triste sempre, e che faccio dal fondo del cuore, i migliori voti perchè trovi ancora un po’ di felicità. Vorrei che non mi sacrificasse tutta la sua vita. Non debbo forse parlare così, e non ho ragione?
— A chi lo dice, signora marchesa!
Chiacchierarono ancora per qualche tempo. Il sole era sbucato fuori dalle nubi e mandava la sua luce nella sala, posandosi anche sui capelli bianchi e sulla buona grossa faccia dell’Orlandi, e rischiarando il pallore d’Elisa; ma il suo corpo che rabbrividiva, non si riscaldava sotto i raggi che rallegravano le tende rosso-scure delle finestre, e le belle pitture della vôlta.
Elisa accompagnò il suo visitatore fino al giardino, dove la sua carrozza lo aspettava da un pezzo. Aveva rifiutato di rimanere a pranzo, rispondendo: “Giulio mi aspetta.„ Strinse calorosamente ed a più riprese la mano alla marchesa, e partì.
Ella seguì con lo sguardo la carrozza fino allo svoltare del viale, rispose un’ultima volta con un cenno del capo al saluto del signor Orlandi, e rientrò in casa. Sedette di nuovo al suo solito posto, con lo sguardo fisso talora al giardino, festoso sotto gli ultimi raggi del sole, talora inchiodato alla poltrona ch’era stata avvicinata alla sua. Vi restò immobile, lungamente, col corpo appoggiato all’indietro e la testa china, immersa profondamente nel suoi pensieri.
Finalmente si alzò, e passeggiò lentamente nella sala in lungo e in largo. Dopo d’averlo fatto una diecina di volte, si fermò dinanzi al suo piccolo scrittoio, e là, gettando un’occhiata alla lettera incominciata quella mattina, il suo sguardo s’inchiodò su queste parole: 8 aprile.
IV.
Elisa commise un errore. Quando suo marito ritornò, non gli soffiò verbo della visita avuta. Non che avesse formato il progetto di celargliela; tutt’altro, aveva al contrario deciso di parlarne, ma Massimo giunse di buonissimo umore e raccontando una quantità di storielle, di modo che durante tutto il giorno, ella cercò invano un’occasione per entrare in argomento. Dopo un silenzio di tutta una giornata le parve ancor più difficile il farlo, non sapendo quale scusa dare per aver tanto aspettato. E se ne avesse parlato di sfuggita e come senza attaccarvi importanza alcuna — l’attenzione di Massimo una volta risvegliata — non sarebbe forse costretta a rispondere a varie domande imbarazzanti? Continuò dunque a tacere, mentre se lo rimproverava, finchè sentì l’impossibilità assoluta di parlare, e finì col volersi convincere ch’era meglio così.
Eppure ella soffriva intanto. Nulla era cambiato in apparenza, ma ciò non bastava; essa avrebbe voluto essere ancora la stessa in realtà, interiormente; e invece il suo cómpito, che stava diventando quasi facile prima della visita tanto inattesa del signor Orlandi, le pareva ora al di sopra delle sue forze, benchè talora tentasse di negarlo. Alli antichi pensieri dolorosi si aggiungeva quel rimpianto specialissimo e terribile che forma il fondo innominato di quasi tutte le vite infrante, il rimpianto _di ciò che avrebbe potuto essere_. L’idea di rivedere sua madre la faceva tremare. Per mostrarsi sempre la stessa in faccia a suo marito bisognava ora spesso recitare un’atroce commedia. Faceva sforzi inauditi per dimenticare, per non sapere quello che sapeva, per riacquistare la pace ottenuta prima con tanta perseveranza.
E bisognava celare le pene mai confessate, recitare la parte sorridendo, e dissimulando sempre, poichè la sua sola consolazione stava nell’idea che Massimo non ne sospettava nulla.
Ma s’ingannava. A Massimo era nota la visita dello zio; egli aveva tutto compreso e indovinato. Soffriva lui pure, e peggio ancora, dubitava. Una sera, al teatro, Giulio Bardi gli era stato mostrato, e durante tutto lo spettacolo, non aveva fatto altro che osservarlo. Aveva dovuto ammirare un volto espressivo, impallidito dalle sofferenze e dall’ostinato lavoro, delli occhi, una fronte, dei lineamenti di una bellezza forse inapprezzabile dal volgo, ma che certo una donna non poteva dimenticare; qualcosa di fermo e di doloroso nelle sinuosità della bocca, appena nascosta dai baffi leggieri, un mento ben disegnato e un po’ forte, segno di volontà tenace. Vide un uomo che dai piedi alla testa differiva da lui quanto è possibile imaginarlo, un uomo che a prima vista gelosamente stimava, ma che gli sarebbe stato impossibile di amare, anche se avesse ignorato il suo nome. Sentendo parlare della fortuna che Bardi aveva lentamente guadagnato e della considerazione di cui godeva, vedendo la tristezza rassegnata del suo sguardo, di cui lui solo, Massimo, fra tutta quella gente, sapeva la causa, egli indovinò da cima a fondo tutta la coraggiosa vita di quell’uomo. Lui, il gran signore scettico, che dalla sua facile filosofia era stato soltanto spinto al piacere, lui il gaudente intelligentissimo, d’uno spirito tanto fino e d’una coltura tanto raffinata, si sentì — ora che un amore vero aveva illuminato l’anima sua — si sentì per la prima volta umiliato nella sua eleganza, e pieno d’invidia per quel lavoratore, invidiandogli la dura vita oscuramente consacrata al dovere, i dolori sani, i sentimenti inalterabili, la umile grandezza. Per di più, l’orribile gelosia del passato — sconosciuta fino a quell’istante — si scatenò ad un tratto ferocemente in tutto l’esser suo, e sentì che sarebbe stato orgoglioso di stringere la mano di quell’uomo, e felice di ucciderlo.
Egli aveva indovinato, o press’a poco, tutto quanto poteva significare la visita dell’Orlandi a sua moglie. E la sua allegria, il suo buon umore al ritorno, non erano stati che un tranello nel quale Elisa si era lasciata cadere. D’ora in ora egli aveva febbrilmente atteso ch’ella gli parlasse della visita ricevuta, ed il di lei silenzio gli parve colpevole e confermò i suoi sospetti. La gelosia imparte a chiunque una imaginazione sfrenata; nel cervello di Massimo essa risvegliò delle idee talmente eccessive, che a momenti si credeva quasi pazzo. Egli spiò scioccamente sua moglie con l’astuzia di un Vidocq sorvegliante l’autore di un delitto. Ogni attitudine, ogni parola d’Elisa — che stava solo per metà in guardia — erano per lui oggetto di commento e d’analisi.
Codesto paradiso della _Villa del Giglio_, dove il scenario della felicità sussisteva ognora, dove nulla era cambiato, dove la vita rimaneva la stessa, diventò un inferno. Vi si recitava ad ogni ora una terribile commedia a due personaggi, sotto la quale covava un dramma.
Giunta l’estate andarono insieme a Viareggio, poichè era stata consigliata l’aria di mare a Massimo. Presero una casa assai comoda sulla spiaggia, ma ad una certa distanza dalla piccola ed affollata città. Là, Massimo continuò ad essere amabile e di eccellente umore, in apparenza, mentre spiava Elisa ad ogni momento. S’egli avesse potuto vedersi, non si sarebbe riconosciuto. Fece una corsa a Firenze, per sapere se Bardi era partito, e gli fu detto ch’era a Londra da un pezzo. Ciò non lo tranquillizzò che per metà, e perduto ogni pudore, prese l’abitudine di leggere le lettere indirizzate a sua moglie.
Tre settimane trascorsero senza il minimo avvenimento. Si conduceva la vita la più tranquilla; e lady Thompson che venne un giorno da Livorno a vedere i d’Astorre, dichiarò loro che bisognava esser pazzi per preferire quella spiaggia antipatica al bel paesaggio affollato dell’Ardenza, dove ci si distrae tanto bene dalla vita invernale, vedendo tutti i giorni le stesse persone che si vedono a Firenze, e compiendo esattamente le stesse evoluzioni alle ore stesse.
Quali lunghe ore terribili Massimo passava solo nella sua camera, seduto a un tavolino vicino alla finestra, fingendo d’essere occupato a scrivere, con lo sguardo smarrito sulla immensità del mare! Sentendo spesso un gran bisogno di solitudine, aveva inventato un lavoro storico — imaginario — al quale era cosa intesa ch’egli si dedicava quando stava ritirato nel suo quartiere. Eppure non aveva scoperto nulla; ma l’atteggiamento d’Elisa era tale da non dissipare i suoi dubbi, e si tormentava senza posa. Cercava sempre, ma invano, di dimostrare a sè stesso la stoltezza e la malvagità de’ suoi sospetti. Come alcuni piccoli fatti, che certo sarebbero sembrati insignificanti a molti altri, erano bastati a distruggere quella felicità di cui aveva cominciato a godere, e che non aveva apprezzato quanto lo faceva adesso mentre crudelmente dubitava di tutto! E quanto rimpiangeva la noncuranza di quella felicità sparita!
Aveva saputo che Giulio Bardi non era mai stato ammogliato. Elisa era stata vittima di una menzogna, o aveva voluto ingannarlo, lui, Massimo? Poi, pensando alle condizioni del suo proprio matrimonio siffattamente eccezionale, vedeva quanto fosse assurda una tale idea. Ma appena, per caso, aveva scoperto che Bardi era celibe, appena lo aveva veduto, ed aveva saputo la visita del signor Orlandi ad Elisa, aveva indovinato tutto il resto: la sublime fedeltà inutile del Bardi, la ragione del suo arrivo a Firenze, in circa, ed il motivo della apparizione dello zio alla _Villa del Giglio_. In teatro, il suo sguardo si era incrociato una sola volta con quello di Giulio, ma quanto c’era in quella rapida occhiata!
Talvolta anche, Massimo passeggiava solitario. Un giorno che seguiva un sentiero attraversante i campi, vide dinanzi a sè, a una grande distanza, un uomo la cui apparenza lo fece impallidire, perchè credette riconoscere colui al quale pensava troppo spesso. Ad onta della sua vista eccellente non poteva esser certo di nulla. Affrettò il passo e vide l’individuo entrare in una cascina di contadini, circondata da un campicello, alla quale il sentiero conduceva. Passò davanti alla casa completamente chiusa, ebbe la tentazione di entrarvi, ma riflesse che sarebbe forse imprudente, e ch’era meglio ritornare all’indomani. Ritornò infatti, e ritornò tutti i giorni durante una settimana senza poter scoprire nulla, non osando credere alla testimonianza incerta dei suoi occhi, ma spaventato dai presentimenti del suo cuore. Durante questo tempo egli osservava Elisa sempre più, e credeva intravedere in lei un cambiamento più visibile ognora, un imbarazzo angoscioso, ch’ella studiava invano di celare. S’imaginava di scorgerla scuotersi a un rumore qualunque o impallidire senza motivo. Ostentò di star fuori a lungo, di andare come alla ricerca di qualcosa per i campi, e gli sembrava ch’ella si turbasse, quando le raccontava i suoi passeggi. E lui, eccitato dall’orribile desiderio di sapere la verità, qualunque fosse, soffriva senza quasi averne più coscienza, e si mostrava calmissimo.
Finalmente, avendo la febbre, non potendo più sopportare un tal dubbio, decise che scoprirebbe tutto. Stanco di passare ore ed ore in ricerche infruttuose, andò ad appiattarsi vicino alla casa sospetta, nascosto da un gruppo d’alberi, e vi stette una intera giornata. Quando venne la sera, senza che avesse veduto cosa alcuna, si avvicinò sulla punta de’ piedi e penetrando nel recinto come un ladro, scavalcando la siepe, andò a guardare attraverso ai vetri. Vide una famiglia di contadini; stavano seduti intorno alla tavola, aspettando la cena che una vecchia finiva di apparecchiare. A momenti l’uomo antico risorgeva in lui, e rideva di sè stesso, ma molto amaramente. Restò lì a lungo, con una pazienza ostinata, ma dovette finalmente abbandonare il suo posto di osservazione senza aver nulla scoperto.
Tre giorni dopo, all’istante in cui meno se lo aspettava, e quando aveva rinunciato a sapere la verità, vide Giulio Bardi in persona, ch’entrava in un piccolo albergo vicino alla stazione. Questa volta nessun dubbio era possibile. Massimo lo vide senza esser visto; ebbe un sussulto interno come se avesse ricevuto una palla nel petto. Rimase durante alcuni minuti pallido ed immobile, senza pensiero. Tutte le sue idee erano smarrite; aveva solo coscienza di una irreparabile sventura. Trovò, per caso, Elisa in numerosa compagnia; delle visite da Livorno, la marchesa Celori con tutto il suo codazzo. Massimo seppe mostrarsi cortese, e nessuno si accorse di nulla. Chiacchierò, e fece dello spirito.
Ma quale tumulto di insopportabili pensieri lo assalse poco dopo, ritrovandosi solo e rientrato in pieno possesso di sè! Dunque Bardi era forse sempre stato nascosto lì vicino, mentre lo si credeva a Londra! Era dunque già ritornato, oppure non era mai partito, e codesta falsa partenza era stata imaginata per stornare i sospetti. E com’era possibile supporre ch’Elisa non lo sapesse? che tra di loro non vi fosse complicità? Corrispondevano dunque? Con quali mezzi?