Un matrimonio eccentrico

Part 14

Chapter 143,780 wordsPublic domain

L’estate s’inoltrava. Da Firenze e dalle ville vicine, tutti se ne andavano al mare, in Svizzera, o altrove. I d’Astorre non si mossero, con gran sorpresa dei curiosi. Faceva un caldo torrido; nel giardino l’erba dei prati, quasi bruciata, ingialliva, e un polverio luminoso avvolgeva il passaggio, mentre che il cielo, infuocato fino ad essere bianco, era rigato qua e là da grandi strisce dorate. Ma tanto più si gustava la frescura interna, fin dal vestibolo, dove un alto zampillo d’acqua si sparpagliava in una gran vasca in forma di conchiglia; la penombra delle sale, dove le persiane chiuse e le tende abbassate mantenevano una frescura conosciuta soltanto nei paesi caldi. Sui grandi divani ricoperti di cuoio nero le vesti di mússola di Elisa mettevano una nota chiara, e Massimo a suo lato intento a rinfrescarla con un grande ventaglio, trovava ch’era perfettamente inutile, non solo di partire, ma nemmeno di cambiar posto. Pensava talvolta che in quello stesso momento le camere d’albergo strette ed incomode, erano tutte occupate, che gli ambiziosi continuavano ad inseguire lo scopo della loro ambizione, che v’erano delli uomini che pedinavano delle donne per le vie, che nei teatri si applaudivano delle ballerine visibilmente morenti per il caldo, che nei clubs ci si sedeva intorno ad un tappeto verde, e tutto ciò lo stupiva assai.

In settembre dovettero però fare una breve assenza, poichè da molto tempo, Elisa aveva promesso una visita a’ suoi genitori, ed un’altra alla marchesa Arombelli, e non era più possibile il differirle. Fu con una emozione differente che rividero la villa Arombelli, e la loro buona zia, tanto felice di constatare il mutamento avvenuto in suo nipote e di rivedere la sua diletta Elisa, diventata così bella e che più di qualunque altra meritava la sua felicità. I Valenti vennero pure a raggiungerli alla villa; il padre, ad onta della sua leggerezza, amando sempre la figlia teneramente, e la madre adorando “la sua cara marchesa„.

Riaccompagnarono la loro figlia in Toscana e passarono tre settimane alla _Villa del Giglio_. Massimo scelse quell’epoca per avere un po’ di gente, ma gl’invitati ripartirono allo stesso tempo che i Valenti, e di nuovo la solitudine in due ricominciò.

A Firenze si accusava ormai Massimo di misantropia. I servitori stessi, alla villa, si stupivano del cambiamento sopravvenuto nella vita del padroni e della persistenza del marchese nel rimanere in campagna; ne cicalavano lungamente nel tinello. Ciò li annoiava; numerosi, disoccupati, trovavano che se si continuava così il posto non varrebbe più nulla. Il lusso della casa pareva infatti un po’ fuori di luogo per codesta luna di miele in ritardo e prolungata. In scuderia i cavalli ingrassavano; perchè lavoravano troppo poco ed i cocchieri non si curavano abbastanza di farli muovere, in quel paese senza osterie, se non era per spingersi fino in città. La cameriera non aveva più da preparare le acconciature complicate per la sera; i servitori in mezza livrea, sdraiati su delle sedie in anticamera, non erano più svegliati dal campanello, e il piccolo paggio inglese, un bel birichino di diciott’anni che ne dimostrava nove, era ridotto a corteggiare le due grosse contadine che aiutavano in cucina. In quanto ad Antonio, il cameriere fedele del marchese, non gli si affidava più nessuna commissione delicata da compiere, e nessun biglietto da portare. Solamente qualche volta il marchese e la marchesa uscivano a cavallo. Non volevano il _groom_, e se ne andavano al passo, lungo la strada polverosa che presto abbandonavano per internarsi in certe stradicciuole anguste dove i due cavalli stentavano talora a camminare di fronte. Gli alberi troppo rari non facevano ombra abbastanza, ma a quell’ora mattutina, il sole di autunno dava un calore aggradevole. Poi si attraversava qualche gruppo di case dove i bambini seminudi si rotolavano nella polvere, dove le galline spaventate fuggivano dinanzi al trotto dei cavalli. Sulla porta delle loro povere case, i paesani venivano a veder passare “i signori„ e ammiravano il portamento svelto d’Elisa, lo spessore della massa di capelli sotto la sua piccola tuba d’uomo, la finezza de’ suoi lineamenti ammorbiditi dal velo; osservavano come il marchese montava bene, e calcolavano il prezzo probabile delle due magnifiche bestie. Raramente assai vedevasi luccicare un lampo d’invidia nell’occhio di quella brava gente, ed il saluto che indirizzavano ai “padroni„ era rispettoso, ma insieme amichevole, poichè il popolo, in Italia, non ha odio nel cuore; disdegna sovente, ma non conosce quasi mai quella invidia viziosa che conduce all’esecrazione. Quei visi stanchi, astuti e rassegnati ad un tempo, esprimevano sopratutto la pazienza.

Massimo chiacchierava molto ed era felice delle pronte risposte d’Elisa, che poi ad un tratto non ascoltava più, assorto nel contemplare la sua bellezza. Poi tacevano, sognando ciascuno per proprio conto; ed i loro sguardi si smarrivano allora in quel vasto cielo che si stendeva dinanzi a loro, d’un azzurro pallidissimo, e però caldo, fino ai contorni indistinti delle montagne immense all’orizzonte in una bruma tiepida, meridionale, speciale. Cento vaghi rumori animavano il paesaggio; certe campane lontane ma di cui non si perdeva una sola vibrazione attraverso l’aria purissima; dei grandi carri che si udivano rotolare pesantemente, assai prima di vederli apparire, col loro cavallo ornato di fiocchi rossi, guidato da un contadino col cappello di paglia calato sulla faccia color di mógano, e che sdraiato boccone sul fondo, dormicchiava a metà, cantarellando uno stornello. Da una parte, le colline si riunivano in dolci pendii, e un po’ più lontano, si scorgeva per il lungo la bella città ridente nel suo giardino verdeggiante e fiorito, la linea elegante de’ lungarni, ed il profilo fiero e famigliare di Palazzo Vecchio.

Rientravano per la colazione; nella sala da pranzo vasta ed allegra, la tavola era pronta, con tutto ciò che si può imaginare di più delicato, con frutte straordinarie miste a fiori entro grandi piatti. La giornata passava sempre con una rapidità della quale erano attoniti essi medesimi. Massimo trovava difficilmente il tempo per occuparsi un poco de’ suoi affari, — che pure adesso pretendeva dirigere, — ed era seccatissimo quando non poteva proprio a meno di assentarsi.

Elisa leggeva ancora, ma meno assai d’una volta, e ad onta di ciò non aveva se non ben di rado di quelle lunghe meditazioni che fanno scorrere le ore inavvertite, ma penose. Soltanto suo marito la preoccupava talvolta ancora. Non lo comprendeva che a metà. Per esempio, come spiegare quel cambiamento radicale? E perchè si era innamorato di lei, improvvisamente, a quel ballo del barone di K.? Perchè, fino a quella sera memorabile, l’aveva sempre guardata con una completa indifferenza, ad onta dell’affetto che sentiva per lei, e come potevasi spiegare che da un _capriccio_ (cosa incomprensibile per lei), nascesse un amore tanto profondo? Che cosa poteva ammirare in lei a tal punto, di un tratto? Quanto doveva esser stato strano il passato di un tal uomo! quanti pensieri, che essa ignorerebbe sempre, avevano dovuto sorgere in quella testa! e, a malgrado di tutto, quante differenze intime ed essenziali fra loro due! E qual mutamento nella sua vita di donna! chi avrebbe mai potuto prevederlo due giorni prima di quella notte in cui Massimo era stato impressionato da lei, a quel ballo? La sua sola certezza era che aveva ragione di fare tutto il suo possibile per amarlo, che in ciò stava il suo dovere e lo scopo necessario della sua esistenza. La vita, ch’ella credeva terminata, ricominciava di nuovo. L’Elisa d’altre volte, che viveva cupamente all’insaputa della gente, che la credeva tanto diversa, era morta ora in un certo senso, ed invece la marchesa d’Astorre, diventata una persona vera, era la moglie di Massimo, doveva amarlo, lo amava già!

Passarono l’inverno a Firenze, dove Massimo si divertì a ristaurare il vecchio palazzo con un gusto squisito, consultando spesso sua moglie. Ricevettero un poco, ma andarono il meno possibile dalli altri. Nessuno pensò più a far la corte alla marchesa d’Astorre, e si cercò invano di dirne del male. La salute di Massimo non essendo perfetta, per la prima volta in vita sua, ed i medici avendo detto che nell’estate bisognerebbe pensare ad una cura, ne approfittarono per ritornare alla _Villa del Giglio_, appena finito l’inverno.

III.

Elisa stava sola nel suo angolo prediletto della sala, vicino alla finestra, chiusa per la pioggia che incominciava a cadere. La mattina era stata soffocante; ora faceva quasi freddo. Non una nuvola nel cielo uniformemente grigio, non un soffio che agitasse una sola foglia dei grandi alberi, nè staccasse il pétalo d’un fiore. Massimo era andato in città, donde doveva ritornare all’indomani con due o tre amici. Ella pensava a lui, mentre lavorava ad un ricamo che gli era destinato. “È però noioso„ diceva a sè stessa, “ch’egli non possa ritornare questa sera. Pranzerò sola, ed oggi ciò mi annoia....„ Poi, rammentando d’improvviso che doveva scrivere una lettera, dimenticata già da un pezzo, lasciò il lavoro e sedette davanti ad una piccola scrivania. Aveva appena tracciato le parole: _8 aprile_ al sommo del foglio, quando suonò la campana annunciante una visita. Ascoltò, stupita, con l’occhio fisso all’uscio. Si era già alzata quando un servitore entrò, portando sopra un piatto d’argento un biglietto da visita ed una lettera:

— C’è di là un signore che chiede se la signora marchesa lo vuol ricevere.

Elisa lesse sul biglietto: _Carlo Orlandi_ e un tal nome non le ricordò nulla. La lettera era della contessa Goffredi, solo due righe di raccomandazione, che percorse rapidamente d’un’occhiata.

— Fate entrare quel signore.

Il servitore uscì e rientrò pochi istanti dopo annunciando il forestiere, il quale, dalla soglia, fece un profondo saluto. Era un vecchio personaggio d’apparenza gioviale, la cui figura nel suo insieme non mancava di un lato comico, mentre la faccia — una buona faccia larga e rossa incorniciata di favoriti bianchi — esprimeva una gaiezza tranquilla, una grande indulgenza per tutti e una certa soddisfazione di sè. La sua bocca era disegnata largamente sotto un naso un po’ schiacciato; de’ sopracigli molto folti proteggevano due occhietti grigi pieni di bonomia e di malizia insieme; una foresta di capelli tagliati a spazzola, d’un bianco argenteo, copriva la sua grossa testa. Piccolo e tarchiato, portava un paio di calzoni grigio-perla, un abito nero e un panciotto di velluto marrone a fiorellini rossi, sul quale pompeggiava una pesante catena d’oro, con molti sigilli che battevano sul suo ventre rispettabile. Nella destra teneva il cappello, i guanti e un bastoncino.

— Signora marchesa, — disse, con il respiro un po’ corto, — mi scusi se mi presento con così poca cerimonia. La contessa che ha avuto la bontà di darmi quella lettera, mi ha anche incaricato di portarle codesto....

E offrì a Elisa un piccolo involto suggellato.

Era un gioiello ch’ella attendeva infatti. Lo guardò per un istante, lo pose sopra un tavolino, dicendo:

— La prego di sedere.... Lei è molto gentile di aver voluto disturbarsi per così poco.

E intanto osservava il suo interlocutore, la di cui visita le sembrava strana e inutile sopratutto, e che, dal canto suo, continuava a sbuffare un poco. Sedette pesantemente sopra una poltrona, che cambiò di posto per non avere la luce nelli occhi, e quando ebbe ripreso fiato, rispose:

— Oh! signora, felicissimo!... La contessa Goffredi è... è sempre... è sempre stata buonissima per me.

— La conosce da molto tempo?

— Oh! sì! signora marchesa, l’ho conosciuta bambina! L’ho vista ieri. Sono andato da lei espressamente per domandarle una parola di scritto allo scopo di presentarmi qui. Scusi il mio ardire, di cui sono confuso io stesso.... La contessa m’ha detto di dirle tante e tante cose. È tanto graziosa, e in fede mia!... tanto bella anche! — soggiunse ridendo ad un tratto.

Era visibilmente imbarazzato, ma dopo una pausa, continuò:

— Si figuri, signora marchesa, che io sono a Firenze da alcuni giorni. Avevo assolutamente bisogno di vederla, lei, signora, proprio lei!... Ma non avevo l’onore di conoscerla.... Come farmi presentare? La difficoltà mi sembrò tanto maggiore quando seppi ch’ella viveva, piuttosto ritirata, in campagna. E ciò che v’è di più bizzarro, è che avevo già veduto varie volte la contessa, senza pensare d’indirizzarmi a lei. Fu lei, che per caso nominò la signora marchesa. “La conosce?„ chiesi io. “È la mia migliore amica„, mi rispose.

— È vero, e sono riconoscente che lo dica altamente. Raccomandato dalla mia amica, lei non poteva dubitare d’esser ben ricevuto.

Il vecchio signore continuò a discorrere, imbrogliandosi un poco; non sapendo, visibilmente, come venire al fatto, parlando molto, come chi non ha fretta. Intanto Elisa accorgendosi di aver a fare con un brav’uomo, un po’ originale, ma non dispiacente, lo ascoltava domandando a sè stessa: “Cosa vuol conchiudere?„ un po’ seccata ancora d’esser stata disturbata nella sua solitudine, un po’ divertita dai modi e dalle verbosità dello sconosciuto.

Si capiva subito che doveva essere un uomo assai ricco, e del resto, non lasciava per un pezzo tale circostanza in dubbio, poichè parlava volentieri della sua fortuna. Intrattenne Elisa di vari acquisti fatti il giorno innanzi da un antiquario, tra le altre cose, di una coppa cesellata attribuita a Benvenuto, che gli costava cinquantamila franchi; giunse fino a raccontarle di certi due cavalli sauri che volevano vendergli per forza, aggiungendo che diffidava non essendo conoscitore.

Poi si fermò e vi fu un silenzio. Elisa, un poco imbarazzata, a sua volta, cercava un soggetto di conversazione, ma al momento in cui stava per indirizzargli una domanda qualunque a proposito della contessa Goffredi, egli disse bruscamente, tentando di farlo con aria disinvolta:

— Scusi, signora marchesa, si ricorda lei ancora di un suo amico d’infanzia.... che si chiamava Giulio Bardi?

Elisa sentì tutto il sangue che le affluiva al cuore. Diventò pallida orribilmente....

Mai come in quel minuto aveva avuto bisogno di tutta la sua forza, di tutta la scienza di dissimulazione acquistata. Seppe arrestare il trémito che s’impadroniva di tutto il suo corpo, e fu con voce quasi ferma che rispose dopo un poco:

— Certo, me ne ricordo! Lei lo conosce?...

— Sono suo zio.

Un lampo improvviso illuminò la mente di Elisa: rammentò ad un tratto quel nome dimenticato di Orlandi, che aveva altre volte sentito pronunciare — un secolo fa — laggiù nella casetta in riva al lago. Ora avvolse il suo interlocutore in uno sguardo pieno di una curiosità intensa. Mentre lui continuava a parlare nel suo modo prolisso, lei non era più capace di stare attenta; e talora le sfuggivano delle frasi intiere. Contemplò, per qualche minuto, fissamente, la catena d’oro del vecchio, ed i fiorellini rossi del suo panciotto. D’un lungo discorso ch’egli fece in cui mescolò il racconto del suo viaggio con la storia d’un processo che aveva dovuto iniziare a Londra contro un mercante di quadri, e la contessa Goffredi a suo nipote, lei non udì che queste parole: “Giulio è arrivato con me a Firenze„, e le udiva sempre, anche quando il signor Orlandi era entrato in un nuovo argomento.

Ella finì però col prestare tutta la sua attenzione.

— Sì, signora marchesa, — diceva Orlandi, — se lei me lo permette, le narrerò la semplice storia delli anni ch’egli passò con noi a Bombay. E, innanzi tutto, creda che tutto il bene che potrei dire di lui non sarebbe mai che una metà di quello che merita. Non è soltanto un bravo ragazzo, e un uomo raro, come non se ne trovano. Si potrà credermi acciecato da un affetto quasi paterno. No, signora, glielo assicuro; lo amo, è vero, come se fosse mio figlio, ma non sarebbe neppure mio nipote, che non ne parlerei altrimenti. D’altronde, tutti quelli che lo conoscono mi darebbero ragione. Ah! perchè bisogna ch’egli non sia felice, lui che meriterebbe tanto di esserlo!... Senta, signora, io avrei molte cose da dirle se osassi parlarle in confidenza. E se dovessi andarmene senza averlo fatto, lo rimpiangerei certo amaramente, essendo venuto apposta perciò, lo confesso; ma non ne avrò mai il coraggio se lei non mi dice che me lo permette, se lei non m’incoraggia un poco.

— Dica tutto, la prego, parli liberamente, e sia certo che m’interesserà.

— Grazie. Ebbene, innanzi tutto, mi lasci dirle che io la stimo altamente e che l’approvo di aver saputo trovare la felicità, di non aver sagrificato tutta la sua vita a un sogno irrealizzabile, come l’ha fatto stupidamente mio nipote, che io adoro, ma che in ciò è un pazzo. Ora prendo coraggio, perchè, mi permetta di dichiararlo, lei m’ispira una grande simpatia, e mi sembra che la conosco da un pezzo. (E ciò è anche vero, in un certo senso). Sì, piglio coraggio, giacchè vedo che lei è buona veramente come mi è stato detto. Se lei sapesse quanto Giulio ha valorosamente lottato, attraverso ogni ostacolo, ed a qual prezzo ha conquistato la bella posizione che occupa adesso, e che pure gli dà così poca soddisfazione! Se lei sapesse a che punto egli ha _allora_, sul principio, lavorato per... per ritornare in Europa, e con quale forza di carattere ha continuato a lavorare anche quando lo scopo era scomparso, e ch’egli continuava il suo cómpito solo per sopportare virilmente il suo dolore!

Elisa ora non era più pallida, ma respirava con difficoltà. Fece una domanda, a voce bassissima:

— E come accadde il suo matrimonio?

— Quale matrimonio? Ah sì! capisco.... la voce che s’è fatta correre del suo matrimonio con la bella lady Harris, la vedova del generale! È falso.

— Impossibile! Gliene parlai io stessa nelle mie lettere e non mi ha mai contraddetta; non mi ha più risposto.

— Vuole che le dica tutta la verità?

— Sì.

— È la signora Valenti, di lei madre, che lo ha imposto assolutamente a mio nipote!

— Ma chi ha potuto forzarlo a mentire?

— Non ha mentito, signora marchesa, ma acconsentì a non smentire. Forse ebbe torto. Ma, lo confesso, fu anche per mio consiglio ch’egli agì in tal modo. E non doveva sembrar giusto? Poteva egli permettere che lei lo aspettasse tutta la vita? Senza codesta bugia, codesto silenzio, lei avrebbe pure voluto mantenere le sue promesse, sebbene inutilmente, e forse non si sarebbe mai risolta ad essere felice come lo è ora.

Parlando di suo nipote, il signor Orlandi trovava un linguaggio più chiaro, più preciso, e poteva diventare quasi eloquente. Continuò senza che Elisa pensasse più ad interromperlo. Raccontò in che modo Giulio, a Bombay, s’era messo al suo cómpito con coraggio e perseveranza, lavorando da mattina a sera, pieno d’una speranza che traspariva sotto alla sua abituale malinconia, amato da tutti, adorato in famiglia, stimato dalli operai. Mentre non mancava mai ad alcuno dei suoi doveri, trovava tempo per studiare senza posa, e fu presto capace di occupare nella fabbrica un posto assai elevato. Non s’era mai veduto un giovane mostrare tanta forza di volontà. Suo zio gli accordò allora ciò che aveva già accordato ai propri quattro figli, i quali erano tutti impiegati nei suoi ufficî: lo associò cioè alli utili, aumentandogli allo stesso tempo la paga. Giulio era preso da una vera febbre di lavoro, poichè andava diritto dinanzi a sè, risolutamente, non permettendo alli ostacoli di rallentare il suo cammino, con l’occhio fisso allo scopo luminoso che gl’impediva di sentire la stanchezza.

Ma una tentazione gli si presentò, alla quale non seppe resistere. Uno dei suoi compagni di ufficio gli offerse di associarlo ad una speculazione un po’ arrischiata, ma che in caso di riuscita, quintuplicava i loro modesti capitali. Già l’amico di Giulio aveva realizzato qualche beneficio. Giulio sulle prime capì che non aveva il diritto di tutto impegnare così sopra un colpo di dadi, ma a poco a poco il pensiero che potrebbe forse, in un mese, por fine alla sua incertezza, a tutte le sue angoscie, all’esilio, ritornare in Italia e sposare colei che amava, lo sedusse talmente, che finì col cedere alle istanze e alli argomenti dell’amico. Imaginarsi la sua disperazione quando quindici giorni dopo, arrivarono cattive notizie! Credette d’impazzire, poichè al suo dolore si unì il rimorso: tutto era perduto, e perduto per colpa sua! Oh! come maledisse la impazienza nostalgica che lo aveva spinto a tanta imprudenza, come si pentì di aver prestato orecchio alla voce tentatrice della superstiziosa speranza che gli gridava: tu riescirai! Giammai Giulio diede prova di tanto coraggio come quando ricuperò virilmente la forza necessaria per rimettersi al lavoro dopo il terribile colpo che lo aveva colpito, nulla lo sosteneva più. Fu allora che le sue lettere ad Elisa diventate già meno frequenti durante l’eccitazione della speranza, cessarono del tutto. Che poteva scrivere? Sentiva bene che doveva compiere il proprio dovere e dirle la verità, e che non avendo ora più certezza alcuna di poter mai ritornare in Europa, doveva liberarla da ogni promessa, pregarla anzi di dimenticarlo e di non sagrificare la sua vita ad un ricordo, ma il farlo era al disopra delle proprie forze. Finalmente si decise a scrivere al signor Valenti. Fu la signora Valenti che rispose, dicendogli, molto duramente, che il suo dovere di uomo onesto era di togliere ogni illusione ad Elisa, per guarirla dell’“assurda follia„ e della ostinazione nella quale persisteva e ch’egli non doveva più indugiare. Egli fece quanto gli si chiedeva, con la morte nell’anima, e continuò a lavorare come un sonnambulo.

Poco dopo, lady Harris, vedova d’un generale inglese, ucciso in una delle rivoluzioni indiane, venne a dimorare presso gli Orlandi che la conoscevano da un pezzo. Bellissima, originale assai, e, a quanto dicevasi, molto ricca, suo marito avendole lasciato una grossa fortuna, parve sulle prime accasciata dal dolore; ma presto si consolò, e mostrò a Giulio una così marcata simpatia che tutti ne parlarono. Doveva stare tre settimane in casa Orlandi; vi restò sei mesi, e partì con tanto rimpianto, che era facile vedere che non avrebbe domandato di meglio che di rimanervi sempre. Sulle prime Giulio eccitò l’invidia; poi si finì col ridere di lui. Nella famiglia tutti si sforzarono, in tutti i modi possibili, a persuaderlo di sposare la bella vedova. Come rifiutare la felicità accompagnata da una sì grande fortuna? Qual colpo di sorte inatteso! Egli però rimase fermo; nulla potè farlo piegare. Senza che si giungesse mai a sapere in qual modo, la signora Valenti seppe quanto accadeva, e raccontando le cose a suo capriccio, cominciò col dire che Giulio era l’amante d’una inglese eccentrica, la quale dimorava nella casa stessa dello zio di lui. Lo ripeteva, lo si ricorda, a sua figlia, da mattina a sera, e finì col dare la notizia positiva che Giulio aveva sposato la “bella avventuriera„ come ella si permetteva di chiamarla. Poi scrisse a Giulio dicendogli che l’ultima sua lettera non avendo bastato a vincer la pazza tenacità di Elisa, lei le aveva dato la notizia del matrimonio di lui, consigliandogli d’altronde di farlo se non era già fatto, e pregandolo in tutti i casi, di annunciarlo lui stesso ad Elisa; “poichè„ diceva “è il solo mezzo di deciderla a dimenticarvi ed a maritarsi, com’è suo dovere„. Giulio, disperato, trovò tuttavia che aveva ragione, e senza nulla affermare, non negò, e lasciò credere a Elisa d’essersi ammogliato.