Un matrimonio eccentrico

Part 18

Chapter 183,804 wordsPublic domain

— Restate ancora un poco, allora. Che io possa avere la dolcezza di parlarvi liberamente, adesso che sono altrettanto sicura di voi che di me, che io possa tenere senza paura per pochi istanti la vostra mano nella mia! Se sapeste quanto, io pure, desideravo parlarvi ancora una volta, quanto l’ho sopratutto desiderato il giorno che vi ho rivisto! Sì, oso dirvelo, ad onta dell’imprudenza, ad onta del pericolo, ad onta di tutto, non posso biasimarvi di essere venuto. È una felicità insperata e che nessuno può rimproverarmi, e sarò più forte, d’ora in poi. Siete buono e grande, Giulio, come lo foste sempre. Oh! senza fallire, senz’aver nulla da rinfacciarmi, potervi parlare sinceramente questa volta ancora! Oh! se potessi sperare, che voi pure sarete meno infelice per avermi veduta! Ma tutto è così triste....

Giulio guardò il suo orologio.

— Ho ancora un’ora da rimanere. Lasciate che vi guardi.

Intanto, Massimo, di fuori, su quel balcone, dove, quando Bardi era entrato nella camera, aveva dovuto abbrancarsi alla sbarra per non fare irruzione, avendo sul capo la serenità del cielo stellato, sotto i piedi l’abisso aperto, e davanti agli occhi, tra gli interstizi delle persiane, la scena che abbiamo descritto, — aveva vissuto altrettanti anni quanti erano i minuti passati, tutta una vita, se si considera il tumulto delle passioni diverse, cambianti ad ogni nuova fase del dialogo, e la dolorosa varietà de’ suoi pensieri e delle mosse dell’animo suo. Dinanzi a quella scena, dove il suo avvenire era in giuoco, una di quelle trasformazioni aveva dovuto compiersi in lui; che, troppo bruscamente subìte per scosse violente, possono uccidere un uomo, specialmente nel suo stato. Ma una così intensa curiosità lo aveva inchiodato al suo posto ch’era passato dallo spavento e dall’orrore all’ammirazione, quasi senza sentirlo. Tremò dai piedi alla testa senza che l’occhio suo s’abbassasse per un secondo, senza che le sue mani potessero muoversi. Rimase sino alla fine, atterrato, affranto, consolato tutt’insieme e di volta in volta. Aveva tutto sospettato, tutto, tranne ciò che vedeva ed udiva. Dal primo momento in cui si era sentito come trafitto dalla certezza acuta che tutto era perduto, egli aveva temuto, sperato, dubitato, pronto a maledire o a piangere, sino alla fine; e tutto lo aveva sorpreso, strappato dalla logica della sua esperienza per aprire alle sue riflessioni degli orizzonti inesplorati.

A un certo momento aveva alzato gli occhi alla gran vòlta oscura e splendida, e si sarebbe potuto crederlo sul punto di cadere in ginocchio come se una preghiera riconoscente gli salisse alle labbra.

Ma non si sentì felice quand’ebbe tutto veduto. Una disperazione nuova si aumentava lentamente in lui. Tutta la sua passione brutale, i suoi desideri di vendetta, ed i suoi furori pieni di angoscia, si dissipavano, e non sentiva più che la vergogna di sè stesso, l’ammirazione e la pietà. Egli moralmente scompariva davanti a quei due ch’egli aveva considerato come colpevoli, e che ora contemplava simili ad esseri superiori. Qualcosa contorcevasi morendo dentro di lui, e un sentimento affatto nuovo vi nasceva. Al posto del suo amore turbato, che avrebbe potuto condurlo fino al delitto, sorgeva una infinita tenerezza che aveva quasi sete dell’amara voluttà del sacrificio.

Aveva visto adesso l’amore nella sua estrinsecazione la più alta, ed a momenti, era stato costretto di dimenticare che lui stesso amava quella donna, a piedi della quale stava un altro.

Aveva compreso codesto amore, del quale da un pezzo conosceva la prima parte, ed alla fine del quale egli aveva così stranamente assistito. Che diventavano i suoi sentimenti, confrontati coi sentimenti dei quali aveva ascoltato la involontaria eloquenza? Aveva sentito la sua gelosia umiliata, intravedendo le segrete profondità di quelle due anime, sentendo più che non dicessero le parole, credendo leggere sui loro lineamenti confessioni non espresse.

Il suo sguardo si perdeva in giù, al basso, e vedendo le pietre del torrente biancheggiare sempre nell’orrore delle tenebre, ebbe per un istante la vertigine della profondità, del silenzio dell’abisso dove tutto si oblia, e lui, che due ore prima, voleva vivere per vendicarsi e punire, pensò allora che sarebbe stato meglio — soccombendo al dolore che lo aveva assalito durante la sua pericolosa ascesa al balcone — cadere nel precipizio e trovarvi la morte, che sarebbe stata la pace per lui e la felicità per gli altri.

VI.

Nella sua camera rosa, in quello stesso letto dove aveva dormito per la prima volta giungendo dalla Lombardia alla _Villa del Giglio_, Elisa stava coricata. Un bel raggio di sole ancora caldo penetrava dalla finestra semi-aperta, illuminava la tinta rosa delle tende, faceva brillare la doratura di una cornice, e pareva volesse ridonare il colore alle guancie pallide della convalescente.

Elisa aveva abortito, e durante alcuni giorni, era stata male assai. I suoi genitori erano venuti. La speranza tardi concepita e di nuovo perduta di vedere presto un bambino rallegrare la casa, aveva afflitto tutti, ma la signora Valenti specialmente piangeva a calde lagrime il piccolo erede svanito. Elisa, la quale ad onta de’ suoi sforzi per reprimere un tal sentimento, era stata penosamente turbata dall’arrivo di sua madre, dopo d’averla vista seduta al suo capezzale, aveva finito col rispondere ad uno dei suoi abbracci esaltati con un bacio silenzioso, ch’era, senza che nessuno lo sapesse, un bacio di perdono, e più che mai, dopo quanto era passato, le aveva fatto bene la presenza di suo padre, tanto buono a malgrado delle sue debolezze.

La signora Valenti era appena uscita dalla camera. Massimo stava seduto a’ piedi del letto, sulla gran poltrona, dove, pur malato egli stesso, era rimasto cinque notti a vegliare. In nessun posto, d’altronde, avrebbe potuto dormire. Aveva passato là delle ore interminabili, nella penombra vagamente rosea della stanza appena rischiarata dal dolce bagliore di un lume da notte, facendo talvolta, mezzo svegliato com’era, i più strani sogni, talvolta invece rivedendo gli avvenimenti recenti disegnarsi, con nettezza straordinaria sul fondo di pallide tenebre dove si perdeva il suo sguardo. Sempre rivedeva la scena che aveva prodotto in lui una nuova trasformazione, sempre pensava al modo con cui era partito, aprendo macchinalmente, dal balcone, la porta-finestra mal chiusa della camera attigua a quella occupata da sua moglie; come si era trovato, più tardi, alla stazione, quasi senza saperlo, e com’era ritornato alla villa, e vi aveva trovato un telegramma di Elisa che lo avvertiva di non poter tornare prima dell’indomani. Era giunta infatti, e gli aveva raccontato che non aveva trovato la signora Vegezzi a G..., poichè suo marito era stato trasferito a Prato, due mesi prima, e che allora si era decisa ad andarvi, il che aveva prodotto un ritardo di un giorno, che i Vegezzi stavano bene loro, ed i loro sette figli, e ch’erano rimasti assai felici e lusingati della sua visita.

Durante le ore passate a G..., Massimo era stato balestrato tra gli estremi dell’amore, dalla passione tormentosa e violenta alla tenerezza senza limiti, da tutti i furori dell’egoismo esasperato alla completa rinunzia di sè stesso.

Ora si rifaceva l’equilibrio. Sentiva quanto il suo amore per Elisa fosse pieno di disinteresse, ma — sebbene l’idea di sagrificarsi lo tentasse — comprendeva di non esserne capace. Tutto si confondeva nella sua testa stanca. Il pensiero si era in lui mescolato al sogno, nel corso di quelle lunghe notti insonni. Vergognoso della sua gelosia passata, dopo d’aver udito le nobili parole di sua moglie, giudicava amaramente la situazione come avrebbe potuto giudicarla un terzo disinteressato, ma in ciò fare, un dolore tanto acuto lo riempiva che non mancava di una certa orribile voluttà.

Diceva a sè stesso: una volta, per caso, è accaduto che nella nostra società triste e depravata, due esseri si amassero realmente, del raro e vero e imperituro amore. Furono divisi; ma essi si sentirono uniti ad onta della distanza, dalle loro anime, come se le loro mani non si fossero sciolte. Il giovane aveva potuto ritornare in Europa, — avendo prima dovuto mentire perchè la sua fidanzata fosse libera, — e l’aveva trovata moglie di un altro che l’aveva sposata per salvarla, spinto a codesta facile buona azione dalla bontà leggiera che sta in fondo ai cuori corrotti. E questo marito, il quale poi aveva amato sua moglie per capriccio, deve rendere per sempre impossibile la felicità tra due esseri che sembravano creati apposta per amarsi!

E, esaltato, esagerando perfino ciò che gli sembrava la verità, egli si persuadeva d’aver fatto l’infelicità di Elisa. Adesso sarebbe felice, se non lo avesse incontrato allora sul suo cammino. E che cosa meritava lui, non avendole portato che un amore tardivo, dopo una vita sregolata, un amore al quale lei non poteva corrispondere che per un’idea di dovere? Se, realmente, egli sentiva per Elisa un affetto profondo, se veramente egli voleva fare qualcosa per la sua felicità, perchè non lo farebbe sagrificandosi, come prima lo aveva fatto senza merito; perchè avendo voluto una volta salvarla da Gorletti, non la salverebbe adesso da sè medesimo?

Ma sentiva di non poterlo. Ancora rimpiangeva talvolta di non essere piombato in fondo al precipizio, sul quale era rimasto per un istante sospeso nella indimenticabile serata a G...; ma adesso, ad onta di tutto, le mollezze dell’amore lo riprendevano, contemplando Elisa addormentata, pallida, sul candore dei guanciali.

Ed Elisa pure, con gli occhi semi-chiusi, guardava suo marito a lungo, senza ch’egli se ne accorgesse. Nella letargia della malattia, tutte le sue idee si erano come velate, e gli avvenimenti che l’avevano tanto scossa, le parevano già lontani. Ma Massimo le ispirava sempre una penosa paura. Lo vedeva devoto, attento a’ suoi minimi desideri, ma sempre triste ed inquieto, ed aspettava invano da lui una parola che rompesse il ghiaccio, che attenuasse la sensazione d’un qualcosa di straordinariamente teso fra di loro.

La sua vita era mutata. I giorni penosi di Viareggio non erano stati che una lenta preparazione ad una crisi che lei presentiva. Ed, infatti, la presenza inattesa di Giulio a G..., e le ore passate con lui, avevano marcato un punto d’arresto nella sua esistenza. E bisognava voltare una nuova pagina, adesso. Bisognava che la vita interrotta fosse ripresa, e resa possibile. Lo desiderava ardentemente, di tutto cuore, ma perciò era necessario che Massimo la incoraggiasse, trovasse la parola che doveva tutto dissipare. Benchè non si sentisse colpevole, avrebbe però voluto dir tutto, ma una invincibile ripugnanza l’arrestava, e avrebbe voluto sentire da lui, prima, almeno una sola parola pronunciata come le altre volte.

La casa sembrava più silenziosa che mai, ad onta della presenza dei Valenti. I servitori con l’istinto loro, fiutavano nell’aria un cambiamento, del quale tentavano invano di precisare le cause. Le vaste sale del pianterreno sempre vuote, sembravano pure aspettare qualcosa che non doveva giungere mai. Si restava negli appartamenti del primo piano, vicini alla camera di Elisa. Quando vi erano riuniti, provavano tutti un lieve imbarazzo indescrivibile, ciascuno a modo suo.

Massimo errava solo nel giardino dove aveva tante volte passeggiato con Elisa, e le memorie che sorgevano ad ogni passo, come spiranti dagli alti alberi, come susurrate dalle ultime foglie cui già la brezza autunnale scuoteva, gli sembravano memorie di cose morte, per sempre sepolte nel passato lontano, e che nulla più potrebbe far rivivere. Gli pareva certo che codesto silenzio pesante sopra ogni cosa non potrebbe venire interrotto mai più. I soavi parlari, le tranquille gaiezze che gli rendevano una nuova gioventù, la delizia dello sentire dimenticato il mondo nelle dolcezze di un egoismo in due, tutto ciò era volato via per sempre. Se guardava all’ora del tramonto le valanghe di porpora e d’oro spegnersi lentamente all’orizzonte, e l’ombra invadere a poco a poco i contorni lontani di Firenze, diceva a sè stesso che quel poema celeste, variato tutti i giorni e costantemente sublime, non darebbe più le ali alla sua imaginazione, poichè egli non troverebbe più in sè stesso le mille tinte cangianti di un imperituro amore, armonizzantesi col cielo.

Giungeva a pensare che sua moglie ingannava sè stessa credendo di amarlo, e che resterebbe sempre tra di loro un terribile segreto a separarli. Quante volte, dacchè lei era convalescente, egli aveva voluto parlare, e quante volte aveva sentito la impossibilità di articolare le parole!

Finalmente, quel giorno, senza ch’egli sapesse dove trovava un tale coraggio, prese la mano d’Elisa che tenne lungamente nella sua, e le chiese di ascoltarlo, deciso a dir tutto.

Ma lei trasalì, e divenuta seria, si sollevò a sedere nel letto, esclamando:

— Sono io che devo parlarvi!

E allora, a poco a poco, fermandosi spesso, in preda a una sofferenza visibile, ma ben risoluta a fare ciò che meditava da un pezzo, e allo stesso tempo come consolata ad ogni parola che le usciva dal labbro, gli raccontò tutto quanto s’era passato a G....

Massimo si arrestò di botto, e si guardò bene dall’interromperla. Pallido, attento, non perdeva una sillaba, e talvolta, un sorriso commosso gl’illuminava gli occhi. Lei raccontò tutto, senza volere nulla nascondere nè attenuare, con la sincerità assoluta d’una donna cui la dissimulazione aveva già costato quanto una menzogna. Nulla al mondo avrebbe più potuto commuovere Massimo, di questo racconto, del quale ogni parola fiammeggiava dinanzi a lui. Padrone di sè, seppe ascoltare sino alla fine quella nobile confessione, umilmente detta. Elisa parlava lentamente, sentendo la mano di suo marito stringere sempre più forte la sua.

Ma non resistette più appena ella ebbe finito, e precipitandosi in ginocchio contro il letto, disse:

— Sapevo tutto!

E con grande stupore d’Elisa le narrò a sua volta in qual modo e con quali sentimenti era stato testimonio di tutta la scena.

Elisa, affranta dall’emozione, sentì allora che vi era qualcosa di provvidenziale in questo fatto che l’ingiusto sospetto per il quale suo marito era stato spinto a farle la spia, aveva servito a mostrargli tutta la verità, nella sua evidenza, con una certezza che niente altro al mondo avrebbe potuto dargli. Mentre Massimo parlava, i ricordi indimenticabili del suo colloquio con Giulio le apparivano adesso sotto una luce nuova: sentiva d’essere stata come ispirata da una potenza superiore a pronunciare quanto aveva saputo dire in quel momento supremo. Ad ogni frase del racconto di suo marito, ad ogni parola che talvolta veniva fuori penosamente, ella vedeva tutto quello ch’egli aveva dovuto soffrire in quel giorno, tutto le mostrava la nobiltà celata nel fondo di quell’anima, che nè le corruzioni del mondo, nè lo scetticismo della sua vita, avevano potuto soffocare.

Dopo una tale confessione, si sentirono entrambi sollevati, ma ciò non bastò ancora a togliere la barriera che sembrava separarli, nè a dissipare l’ombra stendentesi sopra la villa.

Elisa guarì presto, ma le si raccomandarono le maggiori cure, consigliandole allo stesso tempo di distrarsi. Massimo continuò ad occuparsi esclusivamente di lei, ma senza poter ritrovare nè la sua forza di carattere, nè il suo coraggio morale, dicendo a sè stesso che la sorte non avendo concesso la formazione di un nuovo vincolo tra di loro, per mezzo di un bambino, egli non poteva più sperare nell’avvenire.

Massimo propose a Elisa di stabilirsi per tre mesi a Firenze, e di andarvi prima dell’epoca fissata per accompagnarvi la signora Valenti, la quale desiderava passarvi alcuni giorni prima di tornare a Milano. La sua villa, da lui tanto prediletta poco prima, non gli piaceva più, e pensò che un cambiamento sarebbe forse salutare.

Egli contava sulle distrazioni forzate. Per di più, pur troppo! la solitudine completa con Elisa gli sembrava cattiva per entrambi.

Nei primi giorni passati al palazzo d’Astorre, accadde infatti che le cure necessarie, le visite da ricevere e da restituire, certi affari stati un poco negletti e dei quali bisognava occuparsi, la compagnia della contessa Goffredi e di qualche altra amica intima, presero buona parte del loro tempo. Di comune accordo tacito, accettarono, in una certa misura, tutte le banalità della vita cittadina, e si crearono delle piccole occupazioni coi doveri trascurati prima con tanta felicità. Cedevano talora pigramente a ogni specie di voglie barocche che passavano per il capo della signora Valenti; e Elisa accompagnava spesso suo padre nei suoi interminabili vagabondaggi per le vie, ascoltando il suo cicaleggio un po’ vuoto, ma affettuoso, e sentendogli ripetere, quasi con una specie di piacere, tutte le storielle della sua gioventù, che lei sapeva a mente, e che gli aveva sempre udito recitare con la stessa espressione di fatuità stanca.

A Firenze si trovò Massimo mutato. Non era meno elegante; il pallore del suo viso un po’ smagrito, gli dava anzi una seduzione nuova al suo volto, che non era alterato, ma più serio. Solamente, parlava poco e sembrava preoccupato. Il suo sguardo, più profondo, non si fissava più sulle persone con quella rapida fissità di osservazione che turbava ed affascinava altre volte; era divenuto distratto e pensoso. Aveva perduto quella prontezza alla risposta che lo aveva reso celebre; la freccia, lanciata qualche volta ancora per abitudine, scoccava lenta e come in ritardo, ed egli la vedeva cadere a terra, noncurante.

Lo si diceva ammalato, più seriamente ch’egli non lo credesse, poichè ne parlava ridendo. La verità era che le forti scosse morali avevano alterato la sua salute e un poco scossa quella costituzione di ferro che aveva resistito a tutto il resto. Il suo medico, della sincerità del quale egli era sicuro, lo aveva rassicurato, pure raccomandandogli di evitare le emozioni, e di fare una vita regolare; ma talvolta lui sentiva dei tristi presentimenti.

Ma non era di ciò che si preoccupava. Ciò che voleva era riconquistare la felicità perduta, trovare in sè la forza che vincerebbe il destino, rivivere ancora un poco come aveva vissuto durante tre anni, ma assaporando assai meglio, ora, la sua felicità. — Tuttavia, nelle sue ore di scoraggiamento, quando non osava più sperare, gli accadeva di augurarsi di andarsene presto, bruscamente, senza soffrire. Poichè, ad onta di tutti i ragionamenti che si ripeteva nei suoi momenti lucidi, era assai scorato. Uno sforzo era necessario, lo sentiva, e gli mancava la forza. La molla sembrava spezzata in lui. Il desiderio immenso che lo riempiva, che lo faceva soffrire e sperare, che solo lo aiutava a vivere, codesto desiderio era infinito, ma impotente. A momenti non provava più nulla, tranne un gran bisogno di riposo. Sentivasi ancora un animo fiero e dei muscoli d’atleta, ma non sapeva più servirsene e aveva perduto ogni fiducia. Diventava talvolta indifferente e cascava a poco a poco in quell’apatia che ne addormenta per delle giornate intere, e dalla quale il colpo acuto del dolore bruscamente ritornato, simile a un dolore fisico, ne risveglia ad un tratto.

In società lo si guardava assai con una curiosità nuova; per molto tempo non se ne accorse. Delle nubi erano dunque venute ad oscurare quella luna di miele che pareva dover splendere sempre, si diceva. Una sera che Massimo se ne stava silenzioso in un angolo della sala, lady Thompson emise questa sentenza profonda:

— Pare che anche la felicità non renda felici.

Ma, un’altra sera, che Massimo assisteva a una partita, nella sala da giuoco, e che lo si credeva attento alle varie peripezie, mentre in realtà non vedeva nemmeno le carte, udì alcuni giovani che parlavano di lui. Lo si compativa.

Egli eccitava dunque la pietà, adesso! La ferita, che risentì di colpo il suo amor proprio, fu per lui come una puntura di sprone. Alzò la testa e tutta la persona. Vedendosi in uno specchio ch’era davanti, constatò che non era più lo stesso, che bisognava ridiventarlo, e che a quel prezzo solo potrebbe forse ancora riacquistare la felicità. Si guardò intorno simile ad un uomo che si ridesta, e la sua energia gli ritornò. Fu come una trasformazione. Con un violento sforzo di volontà, egli si mutò. Ritornò nella sala grande, dove lady Thompson pure parlava di lui a voce bassa, circondata dai suoi intimi, e fu come se Massimo d’Astorre facesse il suo ingresso dopo una lunga assenza. Mentre parlava, col suo brio ritrovato, vedeva attraverso il grande uscio aperto, nella sala vicina, Elisa, che in mezzo a un gruppo di donne pretenziosamente vestite, dominava per la sua stessa semplicità e per lo splendore calmo della sua bellezza. Mai gli era sembrata tanto seducente. L’amò in quel momento al punto da dimenticare i suoi recenti dolori. Vedendolo discorrere, ella gli sorrise, e da quel solo sorriso egli si sentì riempire di un orgoglio senza limiti. Si trovò subitamente in eccellenti disposizioni, sul proprio terreno, ed ebbe un vero godimento nella ripresa di possesso di sè medesimo.

Da questo momento, Massimo ebbe bensì ancora qualche ora di debolezza, ma ricominciò a lottare. Si applaudì d’essere venuto a Firenze, poichè lì solamente aveva potuto uscire a poco a poco dallo stato di marasmo in cui era caduto. Ridivenne per Elisa quello ch’era stato nei primi giorni del loro amore. Contemplò rifiorire la sua bellezza dopo la convalescenza circondandola di cure discrete, con tutte le delicatezze della sua natura. Seppe ritrovare le seduzioni ispirate dalla passione, ed erano più affascinanti, velate dalla tristezza ch’egli non le nascondeva, a lei. Eppure, egli non s’imponeva, comprendendo che bisognava lasciare agire il tempo; la spingeva a distrarsi un poco, cercando tutto quanto le potesse piacere di più. E non le mostrava più le sue paure, i suoi turbamenti; si celava nelle ore cattive. Ancora infelice assai, passava però in mezzo alla folla, superbo di vedersi invidiato. Riuniva tutta la forza rimastagli, e di gioventù e di spirito, in un grande sforzo. Per il momento sentiva ch’essi erano più riavvicinati in mezzo al mondo, che soli. Studiava ogni gesto, ogni atteggiamento d’Elisa, cercava di vederle passare sulla fronte i pensieri, d’interpretare le parole, di leggere nelli occhi, e uno sguardo triste bastava ad agghiacciarlo per un momento, mentre una stretta di mano aveva il potere di rendergli intero il suo coraggio.

Per un tacito accordo non parlavano di quanto era passato. La pace che stavano ritrovando poteva essere facilmente turbata, lo sentivano, e un vago imbarazzo esisteva tuttora fra di loro. Comprendevano che il silenzio era buono ed aiutava il tempo. Per il momento, si celavano a loro stessi i loro propri segreti.

Massimo d’altronde usciva molto, la lasciava coi suoi parenti, e sua madre, ignara di tutto, era soddisfatta delle buone disposizioni di suo genero per lei, e ne approfittava per prolungare il suo soggiorno in Toscana, ben contenta di mostrarsi alle Cascine nel magnifico equipaggio della figlia.

V’era ressa intorno ad Elisa, e molti le facevano la corte, rispettosamente. Quelli che si ostinavano a non amarla erano ora contradetti risolutamente. Lady Thompson affermava che la marchesa d’Astorre stava perdendo il suo solo difetto, quello d’essere un poco ritrosa, e non ne parlava più che come della sua migliore amica, pretendendo perfino di essere gelosa della contessa Goffredi, la quale, sola, indovinava che doveva essere accaduto qualcosa d’insolito alla _Villa del Giglio_. Pure non poteva nulla comprendere di positivo, e rimpiangeva assai che Paolo fosse assente, poichè lui forse avrebbe scoperta in parte la verità. Ma Paolo era in Oriente, per un lungo viaggio.