Part 11
Strane ineguaglianze di carattere si ritrovavano in Massimo. Si metteva in collera ben di rado; ma, se ciò gli accadeva, era con una esplosione terribile. Per di più aveva inesplicabili puerilità. Un abito mal riuscito gli dava lo spleen. Nelle sue ore cattive poteva diventar brutale, ed allora egli non si faceva mai vedere da Elisa; ma lei lo sapeva. Dava una importanza enorme, che sorprendeva Elisa, a tutto quanto ha rapporto col benessere materiale. Del resto, l’affezione ch’egli risentiva per lei aumentava ogni giorno; erano molto sinceramente amici e perfino _camarades_. Massimo anzi spingeva ciò fino a parlare talvolta come avrebbe parlato ad un uomo, e a raccontarle aneddoti ed episodi della sua vita ch’ella non giungeva sempre a comprendere e che la stupivano. Una parola troppo sincera che sfuggiva talvolta a Massimo la scuoteva. Le opinioni di lui spesso la turbavano e la rendevano più triste.
Ella aveva poco vissuto, quella povera Elisa ancor tanto giovane e che non poteva più nulla attendere; il suo cuore aveva conosciuto i palpiti supremi e non poteva più battere che debolmente per simpatizzare con le sofferenze altrui. Aveva molto pensato; eppure osservava ora intorno a lei molte cose di cui non aveva mai sospettato l’esistenza; codesta società, alla quale ella quasi non si frammischiava, ma della quale era una unità, si presentava a’ suoi sguardi sotto aspetti finora sconosciuti; nella sua nuova situazione di spettatrice, creduta a torto chiamata a recitare una parte, non poteva a meno d’imparare.
La contessa Goffredi, che ad onta di molti difetti superficiali, era buona ed intelligente, diventava sempre più amica d’Elisa, la sola amica forse, perchè non le faceva mai nessuna domanda e non esigeva confidenza alcuna. Per di più, Elisa si era a poco a poco formato un ristretto circolo di uomini, fra i quali il più assiduo era Paolo Goffredi. Era un bel giovane, di un ingegno e di una pigrizia parimenti naturale, annoiato e stanco, ma soggetto ad eccessi di pazza allegria. Poco colto, possedeva però quella rapidità di comprensione, quella disposizione a tutto, quella specie di scienza embrionaria innata, ch’è il privilegio delli italiani intelligenti, dei meridionali in ispecie. Conduceva una vita gaia, non aveva per la marchesa d’Astorre che un’amicizia rispettosa e devota, e gli piaceva di respirare da lei un’aria più sana che altrove.
Le persone dotate di un certo spirito di osservazione stimavano di più in più Elisa, e, comprendendo che una donna onesta può avere una pura e franca amicizia anche con dei giovani, non trovavano nulla a ridire. In quanto alli altri, si dividevano in due categorie: prima quelli che per un fenomeno facile ad intendersi avevano modificato di molto la loro opinione sulla marchesa dopo il duello di Tordini, e poi gl’incorreggibili, i quali, spinti al peggio, dicevano cose orribili, e perdendo la testa, non avevano nemmeno più la finezza d’inventare delle storie almeno credibili.
Molte cose, lo ripetiamo, stupivano Elisa, tra le altre che ci si ostinasse tanto ad occuparsi di lei che così poco si occupava delli altri. Poi la vita mondana le pareva sempre più strana. Le donne specialmente parlavano un linguaggio ch’ella non capiva. Tutti i punti di veduta le sembravano falsati, e gli uomini e le donne tutti malati moralmente, diversamente ma allo stesso grado. I felici della terra soffrono dunque quanto i diseredati? diceva a sè stessa, ed inseguono la felicità per vie assurde. Sentiva che v’era in tutto qualcosa di falso ch’ella non sapeva definire e che è forse soltanto una grande ingenuità sotto ad una grande corruzione. L’atteggiamento, talora triste, talora avidamente ostile delle fanciulle, la faceva sopratutto riflettere, ed ella lo confrontava al cinismo delli uomini e alla diversa fortuna delle maritate, alcune schiave, spezzate dalla vita o reiette fuori della società, altre trionfanti nel male. Non sono forse quasi spaventevoli, infatti, codeste giovinette così ben educate, quando si vedono “nel mondo„, e, a seconda dei loro sguardi, della loro posa, della loro bellezza, non si deve forse tremare o per esse stesse o per gli altri?
E ch’erano mai tutti quei giovani che sarebbero stati tanto insistenti intorno a lei, s’ella lo avesse loro permesso? Perchè ve n’era un numero così grande, sempre pronti a fingere dei sentimenti tanto poco sinceri? E perchè Paolo Goffredi, eccezionale, il solo che si mostrasse qual’era realmente e non le facesse la corte, perchè era spesso d’un umore nero o di una gaiezza malsana? quale poteva essere il segreto motivo di una tale mancanza d’equilibrio morale in un giovane dotato di tutte le qualità e che poteva aspirare a tutto?
In mezzo a codeste riflessioni, Elisa comprendeva sempre più la necessità di occuparsi. Le sue giornate si divisero regolarmente tra la lettura, il cémbalo, il passeggio, in modo da lasciare il minor tempo possibile al pensiero. Tuttavia godeva anche del lusso di cui Massimo esigeva che si circondasse, avendo sempre amato le cose belle. La ricerca del gusto vero in tutto quanto le apparteneva diventava una delle sue migliori distrazioni. La sua vanità femminile — esistendo sempre, anche in una vita passiva — trovava il suo páscolo insieme al sentimento artistico, ch’era sempre stato fortissimo in lei. Era, d’altronde, uno dei mezzi coi quali poteva far piacere a Massimo. Confessiamolo subito, anche le cose chiamate futili la interessavano, e si occupava seriamente delle sue acconciature. Chi le avrebbe detto, nelle ore angosciose della villa Arombelli, che un giorno verrebbe, quando, a malgrado di tutto, ella avrebbe lunghe conferenze con una sarta? Le realtà della vita s’imponevano a lei, utilmente.
Ma le ore di abbattimento giungevano lo stesso, giornate intere talvolta. Una domenica sera, dopo d’aver accompagnato alla stazione suo padre, che aveva passata una settimana da lei, Elisa ritornava in carrozza aperta. Era una pura e splendida sera; il sole tramontato da un pezzo, ma la caldura ancora soffocante; l’aria pesante s’impregnava di profumi. Le vie si riempivano d’una folla animata. Tutto un popolo stava fuori. Il cocchiere aveva preso per la strada più lunga, ed i cavalli costretti al passo, in un concentramento di vetture da nolo e di equipaggi, avanzavano a stento. Senza troppo saper perchè, Elisa soffriva atrocemente. Appoggiata in un angolo della carrozza, si sentiva presa da una tale impazienza nervosa che guardava quasi con odio la folla e li ostacoli che prolungavano la sua attesa. Un male morale e fisico insieme l’avviluppava tutta come in una rete di ferro, e s’imaginava che una volta rientrata nel suo gabinetto sarebbe guarita. Guardava il cielo d’un implacabile azzurro, già sparso di stelle, e le vie lunghe e tortuose, e le piccole porte chiuse, col loro martello lucido, e le larghe aperture spalancate dei neri palazzi. Macchinalmente leggeva le insegne delle botteghe chiuse, alle quali le sembrava quasi trovare un senso concordante co’ suoi pensieri indistinti; poi dopo d’aver osservato ne’ suoi più minuti particolari il vestito domenicale di qualche femminuccia, ricadeva nella sua dolorosa meditazione. Delle fanciulle passavano, tenendosi per il braccio, con un velo sui capelli bruni, e le loro lunghe ed ampie vesti strascinantesi a terra discorrendo ad alta voce e mordendo gaiamente coi loro buoni denti un qualche frutto comperato allora. Una donna del popolo, che teneva un bambino per mano, si voltava per scorgere più a lungo il brillante equipaggio che passava, e certo non sospettava che da quella bella carrozza era sceso sopra di lei uno sguardo più invidioso del suo.
Finalmente Elisa si trovava seduta sopra un divano, e sentiva un gran bisogno di riposo, quando Goffredi entrò. Gli disse ch’era un poco soffrente, pregandolo di scusarla se parlava poco.
— Mi manderete via se vi annoio, marchesa. Del resto sono talmente cupo anch’io questa sera....
Per un bel po’ di tempo non scambiarono infatti che qualche breve parola, e talvolta il silenzio pareva non dovesse più essere interrotto. Rimanevano in faccia l’un dell’altro naturalmente con quella famigliarità italiana che concede anche di tacere. Ciascuno sognava per proprio conto. Elisa sentiva a poco a poco che la stretta della despotica angoscia si disserrava di quella pena che, senza una ragione definitiva, la soffocava; e la crisi passava lentamente; il periodo acuto del suo spleen, che in quella sera la vista delle cose esterne avevano reso quasi insopportabile, finiva. Goffredi pure, dal canto suo, si assorbiva nei suoi pensieri intimi, rivoltava venti soluzioni diverse nella sua mente; sentendosi, lui pure, abbattuto a modo suo, e soffriva della pesantezza snervante dell’atmosfera. V’erano nella sua vita parecchie difficoltà volgari, dei dolori complicati da trivialità le quali (stava pensando) non sarebbero state affatto comprese dalla donna che gli stava davanti, pur tanto intelligente ed indulgente e per la quale egli sentiva altrettanta stima quanto verace amicizia. E osservandola com’essa appariva in quel momento, con la guancia appoggiata alla mano e lo sguardo distratto, egli rifletteva a quanta compassione gli ispiravano coloro che, seduti al posto invidiato dove egli si trovava, non avrebbero nulla compreso di una tal donna, e si sarebbero creduti quasi obbligati a farle la corte. E sorridendo pensava quanto lui ne sarebbe incapace, lui che aveva pur la riputazione d’essere intraprendente assai.
Massimo entrò e chiacchierarono un poco. Aveva molta simpatia per Goffredi che dal canto suo avrebbe fatto qualunque cosa per lui.
Rimasto solo con Elisa, Massimo le si sedette vicino. Sembrava allegro. Da qualche tempo passava le sue notti al giuoco. Ad onta della sua gaiezza, il suo viso aveva la particolare espressione dei giorni cattivi. Dopo un silenzio chiese ad Elisa come si sentiva.
— Così, non male.
— L’emicrania, ancora?
— Sì, un poco, ma va meglio.
— Ebbene addio. Vado a vestirmi.
Ma non se ne andò subito. Stette a guardarla. Da qualche giorno aveva osservato ch’ell’era più nervosa del solito.
— Non siete brillante stasera, — le disse.
— No; codesti primi caldi mi abbattono.
— Sì, il tempo è greve. Ma mi è venuta l’idea che vi può essere un’altra causa alla vostra malinconia, una causa nuova, — disse sorridendo in un modo speciale. — Potreste essere per cinque minuti, abbastanza poco donna per mostrarvi completamente franca e sincera?
— Massimo! — rispose lei stupita; — sapete bene che lo sono sempre con voi?
— Ebbene! vediamo.... vi ho io già detto che quel povero Wurtz ha ottenuto il posto al collegio di Pistoia?
— Sì, lo so. Ma a quale proposito?
— Siate franca. Ne siete contenta?
— Contentissima per lui, ve lo assicuro. Guadagna stentatamente la vita e non è felice.
— E non rimpiangete le sue lezioni? Non vi garbava.... che vi facesse la corte?
— Basta, Massimo! Perchè mi parlate così? In che modo vi possono venire alla mente simili idee?
— Va bene. Scusate, — disse alzandosi. — Ma calmatevi. Credo a tutto ciò che mi dite, ma, dopo tutto, non ho pensato che delle cose possibilissime. Del resto, tutto ciò non mi riguarda.
Ed uscì canterellando un’arietta.
Il gabinetto era del tutto buio. Elisa rimase a lungo senza muoversi punto, con lo sguardo fisso sopra un gruppo di porcellana che si distingueva più chiaramente nell’oscurità calante. Ascoltava i minimi rumori. Senza accorgersene aveva prestato l’orecchio attentamente all’urto lieve e decrescente delli usci che si chiudevano, quando Massimo era partito; poi aspettò quasi con impazienza il rullìo che doveva produrre la carrozza uscendo, ma non si udì nulla. Un servitore entrò portando una lampada a paralume che depose con silenzio sopra un tavolo, coperto da un tappeto rosso che s’illuminò subitamente. Il gruppo mitologico fu avvolto d’ombra. Suonarono le ore, ripetendosi ai campanili delle chiese. Erano i soli rumori del di fuori. Elisa soccombeva a una fatica morbosa e pensava che farebbe bene ad andarsene a letto, ma non poteva alzarsi dal suo posto. La sua mano bianchissima, un po’ troppo lunga e magra, coperta di anelli scintillanti, si stendeva sul suo vestito nero; e le sembrava che non giungerebbe mai a sollevarla. In quella penosa indecisione la sua volontà non ebbe nemmeno più la forza di lottare; cedette vilmente alla prostrazione che l’invadeva tutta, e contando talvolta alla péndola i minuti interminabili lasciò scorrere le rapide ore.
Il silenzio sembrava aumentasse. D’improvviso ella udì un rumore di passi; credette che fosse il servitore, ma l’uscio s’aprì e Massimo entrò, in abito di sera.
— Mi credevate già uscito, non è vero? Ci ho messo un pezzo a vestirmi, poi sono disceso fino al basso dello scalone, ma ho dovuto risalire. Vi debbo dire una parola.
— Che cosa?
— Vi debbo chiedere scusa.
Elisa, stupita, turbata, non trovando parole, gli stese la mano.
— Sì, vi voglio chiedere scusa, — ripetè seriamente. — Lo sapete, li uomini come me, anche quando non sono nè del tutto malvagi, nè del tutto sciocchi, feriscono talvolta le donne come voi, senza saperlo, o senza poterselo impedire. Mi dev’essere accaduto spesso; e questa sera in un modo imperdonabile a’ miei occhi. Ora, una volta per tutte, bramo che mi perdoniate e che mi promettiate di non dare più valore che non meritano alle assurde parole che mi possono sfuggire.
— Siete già perdonato.
— Grazie. Ero desolato, vedete, mia cara Elisa, essendomi accorto che siete assai malinconica in questi giorni, di aver accresciuto la vostra tristezza così stoltamente. Infatti ecco il risultato. Siete rimasta lì nel vostro cantuccio a riflettere al male che vi aveva fatto, a sognare tristamente a tutto quanto non può a meno di rendere foschi i vostri pensieri. Davvero, ve lo assicuro, non potevo uscire senza rivedervi. Ecco, mi sono accorto da poco di una cosa, e ve la voglio dire: la mia amicizia per voi è più grande ancora di quello che credevo.
— Siete buono, lo so. Le vostre parole mi fanno bene, e vi ringrazio dal fondo del cuore di essere ritornato. Ma ora, andate, addio.
— Ebbene, me ne vado più contento. Sentite una cosa ancora, prima che parta. Sapete che non amo le frasi e che non sono tenero. Ma ve lo devo dire stasera, una volta per sempre: vi voglio bene fraternamente.... un po’ anche forse come un padre.
— Ebbene! intimidite talvolta un poco la vostra sorella, ma, Massimo, essa ha per voi un affetto maggiore di quello ch’ella sappia dimostrarvi, e che voi crediate.
Le baciò la mano.
— Sì, siete una sorella per me; avete preso il posto di quella che perdetti. — Le aveva più volte parlato della povera Lina. — E vi voglio bene come un fratello, ma assai meglio di quanto i veri fratelli sappiano amare, — soggiunse con amarezza.
Le teneva sempre la mano, vi fu una lunga pausa.
— Addio dunque, — riprese Massimo senza però ancora alzarsi, — devo andare al teatro.
— Andate allora, è già tardi assai.
— Sì tanto più che una.... persona mi vi aspetta. Ma bah! che importa, — riprese gaiamente. — A proposito, sapete chi è che mi aspetta? Indovinate!
Elisa sorrise quasi suo malgrado per il subito mutamento di tono di Massimo.
— Indovinate! — ripetè.
— Ma come volete che indovini?
— Arriva da Milano.
— Ciò non mi mette sulla buona strada.
— Ebbene! Non è altro che la contessa Lassardi.
— Davvero? Da quanto è qui?
— Da tre giorni. Pare, se oso così parlare, — continuò quasi comicamente, — ch’è sempre innamorata di me. Ma non ne dite nulla; mi piace che mi si creda discreto.
— Non ne ho ancora mai saputo nulla.
— Tò, è vero, non ne potete saper nulla. Eppur tutto ciò rimonta a una data.... Andiamo dunque, silenzio! Addio, e dormite bene.
— Addio, e grazie!
Egli la baciò in fronte ed uscì.
Cinque minuti dopo, ella udì il rumore della carrozza che passava sotto il portone.
PARTE SECONDA.
I.
La vita del marchese e della marchesa d’Astorre cambiò poco nei due anni che seguirono. Massimo non si pentì mai di ciò che aveva fatto, d’essersi ammogliato in apparenza, alli occhi del mondo. Salvato da qualunque tentazione di matrimonio, e sempre completamente libero, divertendosi della curiosità ch’eccitava, contento di sapere Elisa tranquilla e di vederla invidiata, lusingato nel suo amor proprio e nel suo permanente desiderio di stupire la folla, aveva al tempo stesso la coscienza di aver compito una bella e buona azione, rarissima. Anche da lontano, godeva della felicità materiale d’Elisa, ch’era opera sua, di lui; e l’affetto che le aveva dedicato gli procurava una intima soddisfazione. Era un’amicizia che gli avrebbe permesso di restare dieci anni senza vederla, ma per la quale egli non la poteva dimenticare, una intimità che si rinnovellava sempre dopo ogni lunga assenza, e che lo spingeva a parlarle con l’abbandono che si prova con un vecchio compagno. Sì, benchè l’amicizia sia pur possibile tra un uomo e una donna, Elisa era per lui ancor più un _amico_ che un’amica. Come sarebbero rimasti stupefatti se avessero potuto sapere la verità, quelli che lo credevano innamorato di sua moglie! S’egli per caso si ricordava ch’Elisa era una donna, il suo “amico„ si trasformava allora in una sorella, ed ecco tutto.
Massimo rimase assente a lungo, a Parigi e a Londra; poi fece parte di una missione straordinaria diplomatica in Svezia; come sempre, fu assai osservato dappertutto, seducendo i conoscitori col gusto raffinato del suo lusso, divertendo tutti con la sua conversazione scintillante e con i suoi atti talora più paradossali ancora dei suoi discorsi, con la sua animazione e con la sua freddezza, con la sicurezza delle sue mosse e con il suo atteggiamento noncurante. Ebbe con una giovane ereditiera inglese un romanzetto di cui si ciarlò assai, e che aveva un lato drammatico e un lato comico. Due volte si guastò con la Kautzler e rifece la pace. Guadagnò ora moltissimo al giuoco — lui che altre volte aveva tanto perduto — come inseguito da una fortuna insolente.
Tuttavia egli si annoiava spesso. La monotonia derivava per lui dalla varietà stessa della sua esistenza, ed i mezzi ch’egli così largamente possedeva per appagarsi tutti i capricci, gli facevano più fortemente sentire la vanità della loro realizzazione. Si possono acquistare tutti i godimenti, ma è impossibile procurarsi un solo desiderio. Pensava spesso che si deve ritrovare molto più vera varietà, molto più colore in una vita apparentemente uniforme, nella quale ciascun particolare acquista un’importanza vitale, che in una vita come la sua; che forse l’interesse esiste solo nel proseguimento di uno scopo unico. Le sue antiche idee di ambizione gli tornavano allora, sentiva il peso della sua intelligenza infruttuosa ed era ripreso dalla tentazione di trarne partito e di cercare qualche parte importante da recitare.
Nel terzo anno del suo matrimonio, Massimo rimase per molti mesi senza mai farsi vedere a Firenze; mai non era stato così a lungo assente. Quando vi ritornò nello stato d’animo che si è descritto ora, giunse pieno di progetti d’ogni specie, ancora non definiti.
Durante tutto quel tempo, Elisa, dal canto suo, si era piegata sempre un poco più alle realtà della vita, mentre la società si era un poco abituata a lei. Fu amata senza speranza, fu corteggiata invano; si continuò a dire di lei il maggior bene e il maggior male; ella non si fidò mai che delle rare amicizie esperimentate e sincere. Aveva continuato a vivere in una solitudine relativa, mostrandosi assai benefica, riconoscente e rassegnata, occupata e tranquilla, ed aveva anche un pochino viaggiato. Si era un tantino mutata; al morale, aveva trovato l’equilibrio ed una quasi serenità che non aveva mai sperato poter raggiungere; al fisico, si era singolarmente abbellita. Le donne hanno talvolta come una fioritura inattesa. Trovò nelli esercizi raccomandati dai medici un tale benessere e una tal pace, una così sana e vera distrazione dai suoi pensieri, che vi si dedicò con anima. Sovente, alla mattina, montava a cavallo, e cullata dai movimenti cadenzati del nobile animale, respirando a pieni polmoni l’aria fresca che le accarezzava il viso, sentendo i suoi occhi riempirsi di luce e ammirando senza riflessione la bellezza delli alberi verdi sull’azzurro del cielo, ella si sentiva possentemente vivere, di quella buona esistenza quasi vegetale ch’è il migliore controveleno dei sentimenti morbosi. Fortificata da codesta vita regolare, igienica e facile, il suo corpo erasi magnificamente maturato, il suo colorito aveva acquistato una trasparenza e una freschezza affatto nuova, e l’espressione indelebilmente malinconica della sua fisionomia rendeva più seducente la fioritura della sua persona; il contorno rotondo del suo viso contrastava col suo sorriso rassegnato, la purezza dei suoi occhi col loro sguardo profondo.
Massimo osservò questo mutamento. Occupatissimo nei primi giorni, non ebbe tempo di pensarvi, e vide poco Elisa. Un dubbio gli attraversò la mente, però. Quale poteva essere la causa di un tale nuovo rigoglio di bellezza? Forse che una vita nuova era sorta in lei? Amava forse qualcuno? — E qui bisogna che abbiamo il coraggio di dirlo, a rischio di scandalizzare: scettico e fraterno insieme, Massimo non era geloso. E nemmeno aveva sul così detto onore coniugale le idee generalmente ammesse. E non amando Elisa, e non volendo occuparsi di lei che come amico, non era mai stato geloso in nessun modo; aveva allontanato il musicista Wurtz, solo per la paura che attristasse Elisa e forse la compromettesse senza volerlo; e la scena che termina la prima parte di questo volume, se non è stata male interpretata, avrà mostrato a qual punto egli sarebbe stato indulgente — e perfino cinico — riguardo a Elisa.
La osservò tuttavia per curiosità, e si convinse ben presto della falsità del suo dubbio. Ma guardandola non poteva persuadersi di avere davanti alli occhi la stessa donna di prima. L’aveva sempre trovata simpaticissima; ora, quasi inconsapevole, l’ammirava.
Del resto, la vedeva di rado, costretto ad andare un poco dappertutto, era ricercato assai dopo la sua lunga assenza. Vari affari lo reclamavano, e si occupava di diversi progetti ancora non ben definiti. Talvolta lo si voleva convincere a rientrare in diplomazia, e non sempre vi si mostrava mal disposto; allora gli si dimostrava che poteva aspirare a tutto.
Tale era la situazione, quando, semplicemente e senza scossa, quasi per caso, le cose cambiarono ad un tratto.
Vi fu un ballo da un vecchio diplomatico austriaco in ritiro, ma la cui influenza politica era ancora grande, una festa magnifica, avente al tempo stesso un carattere ufficiale. Un’ora del mattino scoccava già, quando Massimo — sempre in ritardo come d’abitudine — salì lo scalone tutto coperto di fiori del sontuoso palazzo dove il barone di K. aveva da poco preso la sua dimora. Elisa, rimasta tutto il giorno nella incertezza, aveva finito col dichiarare che non sarebbe andata. Come al solito, molti sguardi si voltarono verso l’uscio per il quale d’Astorre fece il suo ingresso, nel bel mezzo dell’animazione della sala da ballo. Ad onta della sua estrema amabilità e della modestia voluta del suo atteggiamento, egli imponeva. Avanzava frammezzo ai gruppi, lentamente, portando molto elegantemente i numerosi ordini che coprivano il suo abito, sorridendo e cercando di farsi strada per giungere fino al padrone di casa che lo aveva visto e gli veniva incontro. Il barone discorse abbastanza lungamente con lui, poi furono separati dalla formazione di una contradanza. Massimo continuò il suo giro dell’appartamento fermato ad ogni istante, costretto talvolta a ritornare sul suoi passi, sempre osservato e avendo sempre l’aria di non accorgersene punto. Nella sala del _buffet_, si sentì toccare il braccio; era lady Thompson che volle assolutamente presentarlo, al passaggio, ad una napoletana, bellissima, arrivata di fresco, e della quale già si parlava assai.