Un matrimonio eccentrico

Part 10

Chapter 103,767 wordsPublic domain

Adesso Elisa, felice di rivedere i suoi, abbracciò suo padre con effusione, e confrontò la paura da lei provata in faccia a sua madre altre volte, all’affezione semplice che ora sentiva per lei, ad onta delle diversità delle loro nature. La ricchezza aristocratica del palazzo d’Astorre colpì la signora Valenti; ma diede dei consigli di abbellimento per le grandi sale, che, per fortuna, non furono seguiti. Sposando Massimo, sua figlia l’era sembrata così “abile„ che le portava sempre il maggior rispetto, e che non osava nemmeno troppo insistere quando tentava di convincerla d’andar molto in società e di prendere il posto che le confaceva. In quanto alla stranezza inerente al matrimonio stesso, all’assenza prolungantesi di Massimo, alla calma d’Elisa che sembrava approvare la condotta del marito, di cui non parlava che con l’accento di un’alta stima e d’una gratitudine illimitata, la signora Valenti se ne stupiva come tutti se ne stupivano, ma rimaneva intimidita davanti alla riservatezza di sua figlia, e, dopo qualche prova, non osò più interrogarla. D’altronde ella usciva dalla mattina alla sera, nella carrozza d’Elisa, girava, faceva commissioni, andava a rivedere tutte le sue antiche conoscenze, per abbagliarle coi vestiti nuovi e coi racconti delle splendidezze di suo genero.

— M’hai detto che ti scrive spesso, e non ho ancora visto una sola lettera di tuo marito dacchè sono qui, — le disse un giorno.

— È che probabilmente starà per tornare e vorrà farmi una sorpresa.

Ma, in quel punto, un cameriere entrò con una lettera.

— Sarebbe sua?

— Sì.

— Guarda, che stranezza! proprio al momento che lo stavo accusando!

Elisa lesse rapidamente la lettera, la rimise nella busta, e disse che Massimo le annunciava il suo ritorno fra quattro o cinque giorni.

— Non me la fa vedere, — pensò la madre. — Quella lettera dev’essere ben fredda o troppo tenera.

Ecco la lettera:

“Sapete, cara marchesa, che scrivete in un modo delizioso? La vostra ultima mi è piaciuta assai, e ho dei rimorsi come per un delitto di aver così lungamente tardato a rispondervi. Ma la mia vita oziosa è così occupata! Non trovo tempo per nulla, e ci vuole una tempra come la mia per resistere alle fatiche della mia pigra esistenza. Parigi è animato come ai suoi più bei giorni! L’eroina del momento è sempre la Kautgler, codesta attrice diventata celebre in quindici giorni, e che fa fremere tutto il teatro per il modo con cui pronuncia una sola parola. È sopratutto straordinaria nelle parti fredde e malvagie. Ma, se vi volessi mettere un poco al corrente, non finirei più, e credo che tutto ciò non v’interesserebbe gran che. Vi racconterò alcuni aneddoti al mio prossimo ritorno. Queste righe non hanno altro scopo che quello di annunziarvelo. Partirò, credo, doman l’altro, mi fermerò due giorni a Nizza, d’onde schizzerò dritto a Firenze. Non credo sarà per starvi molto. Sarete in città o in campagna, o avrete qualche progetto?... E siete dunque stata da lady T....? È un bel stabilimento, ma non mi pare che vi ci dovete trovar bene. Pur vivendo ritirata, siete stata pur costretta di mostrarvi qualche volta; tanto meglio. Credo che un po’ di distrazione vi gioverà. Tuttavia vi stimo troppo altamente per darvi dei consigli.... La somma che inviaste a quella povera Marietta è insignificante e non valeva la spesa di parlarne. Raddoppiate dunque, e non guardate mai tanto da vicino a tali cose un’altra volta, nè mai. Uno dei peccati capitali mi manca del tutto: l’avarizia. Che volete? Non siamo perfetti. Addio, mia cara Elisa, cercate di distrarvi, come potete, e arrivederci. Vi bacio le mani.

“ASTORRE.„

VII.

La spiegazione di codesto problema insolubile: il matrimonio di Massimo, per mezzo dell’ipotesi di una passione irresistibile, sembrava sempre più insufficiente ai curiosi mondani. La primavera era giunta, i mesi passavano, Massimo al suo ritorno aveva ripreso la sua vita libera e svariata, e, dal lato suo, la giovane marchesa continuava ad essere savissima, benchè fosse evidentemente abbandonata, e si mostrava sempre d’una notevole serenità di spirito, un po’ malinconica, è vero, ma calma e sorridente, e la si vedeva così sinceramente affettuosa e buona per suo marito, del quale essa sempre altamente si lodava, mostrandogli una riconoscenza senza limiti e dei sentimenti inalterabili, che non si sapeva più cosa pensare; infine si credeva generalmente che Massimo l’avesse proprio sposata per amore, ma che in lui codesto amore era stato solo un violento capriccio, e che, già stanco di sua moglie, l’abbandonava senza riguardo alcuno. Le “amiche„ compativano Elisa e cominciavano a parlarle con un tono di affettuosa commiserazione, non esente da una certa gioia sorda e mal celata; ma rimanevano poi sempre sconcertate, nel vedere così poco comprese da lei, e nell’udire in che modo ammirativo ella parlava di suo marito. Si finì però col credere che anche in ciò recitasse una parte; alla perfezione, non lo si poteva negare. Ma i più maligni cominciarono finalmente a mormorarsi all’orecchio: “Quella donna è forse straordinariamente furba„, e qualche tempo dopo si decise che doveva per certo avere un amante. Codesta imperiosa necessità una volta ammessa, non si poteva più indietreggiare, e siccome essa non ne aveva, si tentò, quasi inconscientemente, di inventarne uno. Ma era meno facile che non sia di solito; era anzi assai difficile. Non si lasciò però scoraggiare per così poco.

Alcuni giunsero, a forza di astuzie e d’insistenza, a farsi ricevere dalla marchesa, ad onta della consegna. Altri, senza quasi confessarlo, le fecero la spia. Fu seguita per le vie quando usciva sola a piedi. La cameriera, che aveva lasciato una delle più ricche famiglie di Firenze per entrare al servizio della nuova marchesa, fu abilmente interrogata.

Ben presto Elisa si accorse, mentre gli altri lo avevano già osservato, che un giovane piuttosto insignificante che l’era stato presentato, si trovava, come per caso, sempre e dovunque dov’ella andava.

Giuseppe Tordini, da tutti chiamato Beppe, figlio di un banchiere felicissimo in affari, ma avaro, desiderava una cosa sola: disfare la fortuna ammassata da suo padre; e vi s’ingegnava assai bene, essendo già noto a tutti gli usurai della penisola. Alle Cascine, all’ora in cui non vi è ancora nessuno, lo si vedeva a cavallo, che seguiva ad una certa distanza una carrozza color verde cupo ricercante la solitudine; spesso, alla sera, lo si sarebbe potuto ravvisare, appoggiato contro la muraglia del palazzo d’Astorre, nel momento in cui la carrozza rientrava, per approfittare dell’istante di arresto, gettando un lungo sguardo attraverso i vetri. Senza che si sapesse come vi riuscisse, egli si trovava infallibilmente il primo a un ricevimento, se Elisa vi andava, o al teatro, s’ella, per eccezione, vi si lasciava condurre. Nè brutto nè bello, con l’aria stupida ed astuta, insieme, correttissimo nel vestire, egli recitava con coscienza la sua parte, e sapeva anche servirsi, per la sua attitudine di aspirante, della espressione malinconica che si dipingeva talora sulla sua fisonomia triviale e che non era dovuta che alle sue preoccupazioni pecuniarie.

Non era il solo, d’altronde. Nello stesso modo che, nella loro saggezza piena d’esperienza, quei signori avevano deciso che la marchesa di Astorre non potrebbe restar fedele a suo marito; d’altro lato, una mezza dozzina almeno tra i giovani disoccupati che si credevano più o meno dei seduttori, s’erano fatto questo ragionamento: “Così non la può durare; suo marito la trascura. (Essa non lo ama forse già più, se pure l’ha amato mai). È una donna giovane, bellina e che si _annoia_; non si diverte delle distrazioni mondane; vuol dunque l’amore. Perchè non sarei io che?... Attenti dunque e mettiamoci avanti!„ E lo facevano a modo loro.

Ma Tordini, che non temeva il ridicolo di cui non era capace di accorgersi, era il più audacemente sciocco nel seguire il suo scopo. Dotato d’un amor proprio volgare e senza limite, egli sentiva un gran piacere solo nel compromettere la marchesa per quanto potesse; d’altronde cominciava anche a innamorarsene o a crederlo, ben inteso che, ad onta di ciò, avrebbe certo preferito di passare per l’amante della marchesa, piuttosto che d’esserne amato senza che lo si sapesse. Quando giungeva a vederla in casa sua, si sentiva timido assai, e allora, disperando di guadagnar mai terreno, diceva a sè stesso che sarebbe costretto a contentarsi delle apparenze, spinte il più lontano possibile.

Un pomeriggio, Tordini era stato fermato da un amico sotto al portone del palazzo d’Astorre, mentre stava per entrarvi, quando un giovinetto biondo e pallido, alto assai e tutto vestito di nero, scivolò vicino a loro. Tordini udì il guardaportone rispondere allo sconosciuto: “Sì signore„ e, un istante dopo, suonò la campana annunziatrice delle visite. Ma quando, tutto felice di aver incontrato un amico proprio a quel posto, entrò a sua volta, gli fu detto che la marchesa era uscita. Ciò gli parve assai ambiguo, e lo adirò in modo da sentire il bisogno di sfogarsi. Codesto semplice aneddoto, narrato a tutti, fu una vera fortuna per i curiosi maligni che da lungo tempo cercavano il difetto della corazza della incomprensibile marchesa.

Dappertutto e sovente si parlava della indifferenza cinica di Massimo, come marito, e si dicevano in proposito le cose le più buffe. Tuttavia una sera al club, mentre Massimo entrava bruscamente, la conversazione rumorosa d’una diecina di giovinotti cessò di botto, e successe un silenzio imbarazzante. Si vide un lieve aggrottare del ciglio sul fronte del nuovo venuto, ma bentosto egli si mise a discorrere nel modo il più naturale.

Qualche giorno dopo si recitava una commedia nuova al teatro Niccolini. Il teatro era pieno. Il sipario era appena calato alla fine del terzo atto, quando Massimo entrò in un palchetto d’uomini dove si discuteva a voce alta sui meriti del dramma. Tordini vi si trovava.

— Andiamo, via, siamo ragionevoli! — esclamò. — Vi può essere lì dentro dello stile, della scienza, che so io? tutto quel che volete, ma in nome del cielo! è naturale? Chi fra noi si lascierebbe ingarbugliare da una donna, come quel barone che l’autore vuol renderci interessante? Le cose non succedono così, nella vita.

— E poi, — disse un altro, — è immorale.

— Io sono per la scuola realista, — soggiunse un terzo.

— Mi piacciono le situazioni forti.

— Tutto quel che volete, ma domando che sia verosimile! Tu, caro mio, sei come Pierino: amate le esagerazioni, che io detesto; mi piacciono le cose possibili. È come quando Rossi recitava le tragedie di Shakespeare! Senza contare che fanno sbadigliare, vi chiedo un poco se avete mai visto della gente comportarsi come quei personaggi? Per i libri è lo stesso: aprite un romanzo di Gaboriau o di George Sand....

— Signor Tordini, fareste meglio a tacere, — disse Massimo con gravità. Essi si conoscevano poco, di modo che una tale interruzione agghiacciò tutti.

— E perchè? scusi? — ribattè Tordini, ma con la voce mutata.

— Perchè è quello che c’è di meglio a fare quando si è tanto cretino come lo siete. Vi ho sentito molte volte dire delle stoltezze enormi parlando di cavalli, di cui vi siete però occupato tutta la vita; imaginati cosa potete dire, espettorando opinioni letterarie.

Tordini si fece pallido.

— Andiamo, andiamo.... — disse un altro con un tono che voleva essere conciliante. — Il dramma ti dispiace? Ognuno sentì l’inutilità di questo tentativo di diversione.

— Non l’ho nemmeno ascoltato, il dramma. Del resto, non mi sono rivolto a te, ma al signor Tordini. È forse colpa mia se non lo trovo divertente?

Si guardarono stupiti e, dal loro sguardi, si poteva comprendere che avevano tutti la stessa idea.

— Signor marchese, — disse infine Tordini, — credo che lei ha voluto offendermi.

— Lo ignoro, signore, non sono io giudice di ciò.

Tordini si alzò irritatissimo. Lo si trattenne.

— Calmatevi, in nome del cielo; non facciamo scandali qui.

— Ebbene, sì, avete ragione. Ma capirete che non la può finire così.

— Finirà come vorrete, — disse Massimo.

Codesto duello sorprese tutti: prima perchè il modo di agire di Massimo diventava sempre meno facile a comprendersi; poi per le condizioni dello scontro. D’Astorre aveva la scelta delle armi, essendo lo sfidato. Alcuni vani tentativi di aggiustamento furono sinceramente proposti dai padrini; molto seccati che non si potesse evitare di andar sul terreno; poichè, sebbene non vi fosse insulto grave, il duello non poteva a meno però d’esser serio. Ecco perchè: Tordini, dotato d’una forza muscolare più comune, passava per il miglior tiratore di sciabola della città, e per non arrischiare d’essere stupidamente tagliato in due, i padrini di Massimo si vedevano costretti a proporre la pistola. Dall’altro lato i padrini dell’avversario, pur comprendendo che gli altri avevano ragione, lasciavano intendere che d’Astorre non sarebbe generoso usando del suo diritto, poichè lo si sapeva, alla pistola, terribilmente sicuro del fatto suo.

— Signori, — finì col dire Massimo, — credo d’aver trovato una soluzione soddisfacente per tutti. Che ne direste se, per tagliar corto alle difficoltà che incontriamo, dessimo per una volta un buon esempio, scegliendo l’arma dei gentiluomini? Domando il permesso di scegliere la spada.

Ciò parve assai originale e non meno serio perciò, ma si accettò, non potendosi fare altrimenti. Il duello ebbe luogo due giorni dopo. Tordini ebbe il braccio passato da parte a parte, e dovette stare a letto per sei settimane. Massimo aveva scelto il posto dove voleva ferire il suo avversarlo, ma fu lui stesso assai lievemente ferito alla mano.

Si erano battuti alla _Villa del Giglio_, sopra un praticello tutto verde, circondato da alberi alti ancora spogli di fronde, verso le dieci del mattino. A mezzogiorno, tutti già sapevano come le cose si erano passate, e se ne discorreva dappertutto, mentre Massimo, contrariamente alle sue abitudini, faceva colazione con Elisa, avendo voluto rassicurarla con la sua presenza, per il caso ch’ella avesse scoperto la verità; ma lei ignorava tutto, e credette senza fatica alla spiegazione qualunque ch’egli le diede della sua mano avviluppata di seta nera.

— Sapete, — disse Elisa, — che ho dovuto fissare un giorno per ricevere: il giovedì dopo le cinque. È ridotto alle minime proporzioni. È noioso, ma non c’era modo d’esser tranquilla. Ciò che m’irrita poi adesso, sono gli ostinati che persistono a venire nelli altri giorni. Vorreste credere che quell’insopportabile Tordini è venuto ancora sabato scorso? per fortuna che avevo la mia lezione di musica; senza di ciò, i servitori sono tanto sciocchi che lo avrebbero forse lasciato passare.

— A proposito, come vanno le cose col vostro protetto?

— Il mio gran professore? Non male; tranne che mi fa pena; ha l’aria tanto infelice!

— Come si chiama?

— Wurtz.

— È tedesco?

— Di nome. È nato a Prato.

— Mi pare che abbia molto ingegno, quel ragazzo, ma è ben brutto.

— E così buffamente vestito, povero diavolo! Ma, davvero, è un eccellente musicista.

— È forse innamorato di voi anche lui, come Tordini?

— Andiamo, Massimo, che sciocchezza!

E tuttavia, era semplicemente vero. Quel povero musicista si era lentamente e fortemente innamorato della gran signora, con la quale, tre volte alla settimana, leggeva le sinfonie di Beethoven. Si era innamorato di lei, ma ben diversamente di Tordini. Contemplava a lungo il suo profilo purissimo, quando, cogli occhi fissi sulla musica, dimenticava forse la presenza di lui, ed egli pensava allora alla suprema dolcezza che proverebbe se potesse finire la sua miserabile vita consolato da lei, e la vedeva seduta al suo capezzale di malato, rivolgendogli qualche parola di pietà. E si sentiva impallidire, se per caso lei si chinava verso di lui, suonando a quattro mani, per vedere dov’era giunto sulla musica, o se le loro dita si toccavano nel voltare le pagine.

L’idea era venuta ad Elisa da un pezzo che ritroverebbe una vera distrazione dai suoi pensieri nella musica, abbandonata da qualche anno, e avendo preso per professore questo Wurtz che l’era stato raccomandato da suo padre, trovò dapprima che aveva ragione, ma quel giovane malinconico non era il maestro adatto per lei. Egli l’attristò ben presto col suo atteggiamento, e vedendolo evidentemente soffrire, non poteva lasciarsi condurre liberamente nel mondo sconosciuto dove l’armonia ne trascina.

Wurtz non osò giammai nemmeno lasciare intravedere alla marchesa il segreto che gli riempiva il cuore. L’adorava come una santa, e, con la meravigliosa intuizione che dà l’amore ardente e puro, indovinava ch’essa non era felice. L’espressione di quel viso così nobilmente calmo — enigmatica per tutti — a lui sembrava chiara, vi scorgeva il pallore della rassegnazione. Ma sentiva bene ch’ella non soffriva come lui; che se aveva perduto ogni speranza, non conosceva però più la tortura della passione senza rimedio. Le parlava con un rispetto profondo, umile e timido, ma quanto il suono della sua voce stessa tradiva il suo culto fervente!

Elisa non aveva compreso subito; e, buona con tutti, lo fu con lui. Quando, commosso dalla sua bontà, egli le raccontava qualcosa della propria vita, le diceva discretamente le sue pene, le sue miserie, l’adorazione sua per l’arte, lei lo incoraggiava con simpatia, e una semplice parola, insignificante in sè stessa, ma detta in un certo modo, gli faceva tutto dimenticare per un istante. Ma presto egli arrossiva d’essersi lasciato andare a parlare, e vergognoso del tempo rubato, le diceva ad un tratto: “Scusi, signora marchesa, vuole che ricominciamo questa pagina?„

A poco a poco egli si accorse che se si sentiva talvolta consolato, più spesso soffriva troppo d’essere vicino a lei. Il contenersi gli diventava ogni giorno più difficile. Elisa lo vide, comprese, e ne fu afflitta. Quel grande musicista non sapeva dissimulare. Dava la sua lezione ad ogni volta un po’ peggio, ed Elisa poteva di meno in meno prestare tutta la sua attenzione al fascicolo aperto davanti a lei. Invece di distrarla, quell’ora passata con quel giovane brutto ed infelice, fisicamente e moralmente malato, la ripiombava nei pensieri ch’ella sfuggiva. E quando la guardava, credendo di non esser veduto, lei pensava a quell’altro sguardo profondo che una volta si era così spesso smarrito nel suo, e ch’ella non rivedrebbe più mai.

La vigilia di quel giorno, in cui seduta in faccia a Massimo, a colazione, discorreva amichevolmente con lui, senza sapere ch’egli veniva dall’avere arrischiato la vita, Wurtz era giunto come al suo solito, più smorto che d’abitudine, e si era messo a dare conscienziosamente la sua lezione. Ma, nel bel mezzo di una sinfonia, ad uno di quei passi dove sembra che l’umanità tutta si assorba nell’infinito, Elisa, vedendo le lunghe mani scarne del pianista tremare febbrilmente sui tasti, si volse a lui, e all’aspetto del suo viso contratto non seppe trattenersi dal chiedergli: — Che cos’ha? — A tali parole, l’emozione spezzò in lui la volontà, e mentre gli occhi gli si riempivano di grosse lagrime, s’interruppe d’un tratto per nascondersi la faccia tra le mani, e si mise a singhiozzare come un bambino.

Elisa non osò dirgli nulla. Egli si rimise abbastanza presto con uno sforzo violento, e rosso di vergogna, senza dir verbo, ricominciò la pagina, facendo segno col dito, e andò valorosamente sino alla fine del pezzo, senza più ardire nemmeno di guardarla, poi, finita la lezione, le disse: “Mi voglia perdonare, signora„, e dopo una pausa: “Devo ritornare?„

— Ma sì, lunedì come al solito.

Eppure, ella comprendeva bene che valeva meglio non avesse a ritornare.

— L’ho incontrato l’altro giorno, il vostro professore, — continuò Massimo, mentre stendeva per la seconda volta la mano sinistra verso un piatto; — e sembrava un uomo colpito dal fulmine. Fra di noi: lo credo un po’ pazzo. Mentre mi salutava passando, l’ho fermato. “Ebbene„ gli dissi, “maestro, abbiamo delle pene di cuore?„ Il povero diavolo è diventato rosso come bragia. Che dite di ciò?

— Che volete che vi dica! Aveste torto di metterlo nell’imbarazzo; è così timido!

— Dolente io stesso di averlo turbato, gli chiesi se fate dei progressi; lui si turbò ancora di più, e mi rispose con poca chiarezza, ma in modo da farmi intendere che c’è in voi la stoffa di una grande artista. Il che è possibilissimo. Lo interrogai allora sul numero delle sue lezioni; mi confessò che ne ha pochine, che non sa mettersi avanti, farsi valere, che dei forestieri talvolta prendono dodici biglietti, poi partono bruscamente. Intendo, gli dissi, tutto ciò è incerto assai. È d’un posto fisso che avreste bisogno. Perchè non concorrete al posto di professore ora vacante nel collegio delle fanciulle a Pistoia? Replicò ch’era necessario dare un esame e sopratutto avere delle raccomandazioni. — Ma in quanto all’esame siete sicuro del fatto vostro, non è vero? — Perfettamente. — Ebbene, soggiunsi, m’incarico io di raccomandarvi.

— E si presenterà al concorso?

— Certo, ed otterrà il posto. Ne ho già parlato ai membri della commissione. A meno però che non ci teniate assolutamente a non cambiare maestro.... Insomma, feci bene?

— Perfettamente, amico mio. Prima di tutto sarò lieta che la sorte di quel povero giovane migliori, poi.... non mi distrae, al contrario.

Elisa uscì per un istante, e ritornando nella sala da pranzo, riconobbe la voce di Paolo Goffredi — cognato della contessa, un dei pochissimi intimi della casa — che discorreva con Massimo. Alcune parole, sebbene pronunciate a voce bassissima, le giunsero all’orecchio prima che varcasse la soglia; apprese il duello. Una tale notizia la colpì e la commosse; d’improvviso fu assai sorpresa di non aver già sospettato la verità. Rimettendosi dallo stupore, entrò tuttavia come se nulla fosse.

Quando, più tardi, spinto da lei, Massimo stesso le disse che si era battuto quella mattina, assicurandola che vi era stato trascinato solo da una istintiva antipatia per Tordini, Elisa, senza precisamente saper perchè, si sentì di nuovo commossa, ma lo guardò con una espressione di grande stupore. Ella pure non giungeva a comprenderlo.

La sua affezione per Massimo, sincerissima, aumentava, ma pure non aveva mai saputo disfarsi completamente da un certo quale imbarazzo che provava davanti a lui. Talvolta si sentiva per un’ora del tutto intima in compagnia di lui, poi subitamente, egli le faceva quasi paura. Nella perfezione stessa dei lineamenti del suo viso, nel suo modo risoluto d’agire in ogni cosa, nella sua suprema eleganza, v’era qualcosa che l’agghiacciava.

Qualche volta si lasciavano essendo i migliori amici del mondo; poi rivedendolo con altri, le sembrava quasi di non conoscerlo più, e che perfino la sua voce non fosse più la stessa. Spesso, quando egli si dimenticava a discorrere nel gabinetto di lei, essa guardava quel profilo tanto regolare, quella nobile figura, e pensava come fosse che un uomo simile conducesse una tal vita. Lui, così buono e generoso, aveva talora delle parole che le facevano orrore. Riflettendo, ella comprendeva quali dovessero essere le seduzioni da lui esercitate, con la sua figura, col suo spirito, con la sua stessa freddezza e con la incontestabile superiorità emanantesi da tutta la sua persona; ma ella pensava che se la sorte li avesse avvicinati nella sua prima giovinezza, quando l’anima sua si apriva all’amore, ella non avrebbe potuto amarlo, ed il ricordo le tornava della poca simpatia che sentiva per lui quando, con sua madre, lo incontrava per caso. Ad onta di tutto, non poteva a meno di stimarlo altamente, eppure molte cose la urtavano in lui; l’affetto riconoscente che gli dedicava era profondo, ma non cieco.