Part 12
— Come la trovate? — gli chiese un giovinotto che aspettava per parlargli il momento in cui lascerebbe quelle signore. — È la bellezza del momento.
— Mediocre, mio caro; non c’è una sola vera donna, qui, stasera. Me ne vado a fumare.
Ma, mentre si avviava verso l’estremità dell’appartamento, attraversando una sala quasi vuota, dovette fermarsi. Una donna che non riconobbe, vedendole solo la schiena, attirò la sua attenzione. Si voltò due volte per ammirare la sua grazia, la sua sveltezza unita alla imponenza, le sue magnifiche spalle, e l’acconciatura caratteristica.
La sala da fumare era piena di gente e vi si cicalava rumorosamente. Massimo n’ebbe subito abbastanza; gettò la sigaretta e ritornò nella sala da ballo. Entrandovi incontrò la contessa Goffredi che gli disse ch’Elisa lo cercava.
— Ma come! È qui?
— Già; l’ho decisa io verso le undici, e siamo venute insieme. Ma, eccola, la vedete, là, che entra a braccio del generale.
— Dove?
— Là in fondo. Andate ad incontrarla.
La marchesa d’Astorre s’avanzava lentamente, dando il braccio ad un vecchio in uniforme e per lei succedeva una specie di ondulazione nella folla, poichè tutti si spingevano per vederla o si scostavano con ammirazione per lasciarla passare. Mai il cambiamento accaduto in lei era apparso così visibile, mai il nuovo carattere della sua bellezza si era tanto accentuato. Il suo aspetto eccitava la curiosità, poichè, per uno di quei casi che succedono talvolta alle donne le più oneste, aveva combinato quasi inconsciamente una di quelle _toilettes_ provocanti che obbligano, in un ballo, gli uomini a parlarsi piano, all’orecchio, mentre le donne, con un sorriso maligno, lanciano le loro osservazioni le più acerbe e le meno sincere. In Italia la moda delle vesti _collantes_ cominciava appena appena in quel momento, e mentre le altre sfoggiavano ancora delle sottane un po’ rigonfie di stoffe leggiere coperte di nodi e di cianciafruscole, Elisa, un po’ vergognosa del troppo grande successo della sua _toilette_ parigina, era serrata come in un fodero semplice di un raso rosa pallidissimo, con una corazza assai lunga e stretta, e di cui solo la coda era ricoperta d’una massa di trine e di fiori. Dalla sua vita sottilissima, s’allargava un busto maestoso che pareva affatto nuovo e fatto per l’occasione, e delle spalle meravigliosamente rotonde e candide e un collo d’una rara purezza di linee, senza nessuna gemma. L’acconciatura della testa ne mostrava la forma, e da una folta massa di capelli serrati sulla nuca, folleggiava qualche piccola ciocca. In un atteggiamento modesto e lievemente imbarazzato, ma camminando sicura, ella s’avanzava sempre, gettando talvolta, nel passare davanti ad uno specchio, uno sguardo lungo de’ suoi occhi azzurri, come per ben riconoscere sè stessa. D’un pallore sano, il suo viso si armonizzava singolarmente con la tinta del vestito, il cui taglio ardito contrastava invece con la serietà della sua fisonomia e con la mestizia del suo sorriso. Uno scultore non avrebbe forse troppo ammirato quel genere di vestito, che affilando ed allungando troppo la vita, marcando troppo le forme, sembra voler correggere l’esemplare della donna dato da Dio, ma avrebbe certo lodato le braccia alle quali i lunghi guanti nulla toglievano della loro classica bellezza. V’era folla intorno al quadrato dove stava Elisa, e il suo cavaliere non le poteva quasi parlare, perchè ad ogni momento qualcuno si avvicinava per mormorarle una frase. Evidentemente non si vedeva che lei, e mai era stata tanto circondata. Massimo comprendeva ciò più che non si sarebbe creduto, poichè, chi avrebbe indovinato ch’era d’improvviso, lui pure, sotto il fàscino?
Alla fine della quadriglia, Elisa lo vide, e venne a sedersi presso a lui, raccontandogli come lo avesse cercato inutilmente fino allora. Mentr’essa parlava, Massimo, con gli occhi bassi, ascoltava invece ciò che gli diceva una breve scarpina di seta rosa che oltrepassava l’orlo della veste. Poi rialzò il capo, e ammirando Elisa da vicino e in ogni particolare, non poteva rimettersi del tutto dalla prima sorpresa che gli aveva cagionata l’apparizione di lei.
— Non mi piace questo vestito, — soggiunse lei. — Mi si guarda troppo. E voi, come mi trovate?
— Tanto bella che non vi ho riconosciuta.
— Grazie per il complimento, — rispose ridendo.
Ma lui non sorrideva nemmeno. La guardava serio, con uno sguardo freddo, fissamente e in un modo che la seccava un poco. Parlarono ancora di cose indifferenti; poi vi fu un silenzio. Il viso di Massimo si oscurava. Silenzioso, non sembrava volesse muoversi. Lei non ardiva alzarsi. L’orchestra attaccò un valzer. Essi stavano vicinissimi all’uscio per il quale passavano le coppie. Elisa lasciò ancora cadere una parola di tempo in tempo, alla quale Massimo non rispondeva più; era ingolfato in una meditazione piena di sogni dalla quale non fu risvegliato che dal silenzio dell’orchestra, quando il valzer cessò. Girando gli occhi intorno, non si sentì come al solito. Gli pareva che lo si osservasse, e che si osservasse Elisa vicina a lui. Pensando che si doveva trovar strano di vederlo così, presso “sua moglie„, lasciò sfuggire un lieve scoppio di riso, e come Elisa gliene chiedeva il perchè, le rispose un po’ brutalmente per la prima volta. Elisa che si sentiva nervosa in quel momento, ne fu assai sorpresa, e un po’ offesa, più che non lo sarebbe stata in qualunque altra occasione. Era lei che adesso osservava lui; e sempre non osava alzarsi. Massimo, punto di mira di molti sguardi, si sentiva leggermente ridicolo.
— Ebbene, — disse alfine, — non vi muovete dunque più? non ballate? non andate al _buffet_?
Ella rispose molto dolcemente:
— Avevo promesso alla contessa che sarei andata a cena con lei e i suoi amici. Ma sono un poco stanca e non ne ho voglia; la carrozza è già venuta.... preferirei quasi andarmene a casa.
— Andiamo allora! Ne ho abbastanza anch’io di questo ballo. Vi accompagnerò.
Elisa si alzò senza nulla aggiungere.
— Venite da questa parte. Conosco l’appartamento. Di qua è più corto.
E, attraversando una serra deserta, infilarono un corridoio di disimpegno, e si trovarono subito in anticamera. Ma dalla prima sala d’ingresso, molte persone allungarono il collo per vedere la marchesa d’Astorre a braccio di suo marito.
Elisa, un po’ attristata, chinava il capo, mentre Massimo respirava il profumo speciale che emanava da lei, e sentiva la rotondità del suo braccio sul suo.
L’aiutò a ben coprirsi, e discesero soli lo scalone. A metà v’era un grandissimo specchio incorniciato da alti arbusti. Vi si videro insieme. Era una bella coppia che si rifletteva in quello specchio.
Abbasso, il guardaporta fece avanzare il _coupé_. Elisa vi salì, e Massimo rimase un minuto con un piede già nella carrozza, mentre il servitore vi arrampicava a cassetto. Ma d’un tratto cambiando idea, si ritirò, chiuse, sbattendola violentemente, la portiera e fece cenno al cocchiere di partire.
Poi accese un sigaro e se ne andò a piedi.
Tre giorni passarono senza ch’Elisa rivedesse Massimo. Durante codesto tempo riflesse molto sulla strana condotta di lui. Poi lo ritrovò tal quale lo aveva sempre conosciuto. Solamente egli la osservava come lei lo studiava.
L’impressione che la festa da ballo del diplomatico austriaco lasciò nello spirito di Massimo fu più forte e durò più a lungo di quello ch’egli avrebbe creduto. Elisa si era rivelata a lui sotto una luce nuova, e codesto _viveur_ aveva sentito bruscamente sorgere in lui per quella donna, che alli occhi di tutti era sua moglie, uno di quei violenti capricci d’uomo annoiato che possono condurre assai lontano. Per un caso che sembrava una malizia della sorte, la nuova bellezza d’Elisa era precisamente la bellezza che Massimo gustava a quel preciso momento della sua vita. Di più, credette accorgersi che la conosceva male, e che molti lati di codesta donna, senza alcun dubbio superiore, gli erano tuttora nascosti; ed allora, alla sua nuova ammirazione, si unì una viva curiosità. Gli pareva che vi fossero ora due donne in lei: l’antica ch’egli amava ancora d’una affettuosa amicizia, e la nuova che lo turbava. Per questa non aveva che un capriccio, al quale, a momenti, soffriva di dover resistere; ma quando vedeva solo l’altra non poteva considerarla che come una sorella adottiva. Tuttavia scompariva ciò che v’era stato fino allora di paterno nei suoi sentimenti. Aveva sempre considerato Elisa come una persona differente assai da lui; moralmente superiore, ma inferiore sotto altri aspetti; l’aveva trattata un po’ come si tratta un ragazzo; e ciò era naturale, dacchè sulle prime era stato spinto verso di lei da un istinto di protezione.... Adesso, ciò non gli era più possibile. La sentiva sua eguale.
Il marchese d’Astorre divenne timido. Un desiderio lo ringiovaniva, e per la prima volta in vita sua, scorgeva ostacoli insormontabili al compimento del suo desiderio. Si sarà già compreso ch’egli aveva una probità sua particolare, codesto uomo senza principii che disprezzava tante idee ammesse; e secondo le sue idee speciali, la situazione era estremamente delicata. Se si avesse potuto leggere i suoi pensieri, si sarebbe rimasti assai sorpresi, e forse alcuni lo avrebbero trovato ridicolo. Perchè non gli era stata accordata la fortuna d’aver un capriccio per qualunque altra donna?
Fosse stata una regina, egli si sarebbe gettato con gioia, a capo fitto, nell’avventura, attraverso tutte le difficoltà e tutti i pericoli; mentre invece davanti ad Elisa pensava piuttosto a fuggire. Esaminava però freddamente la propria posizione, con la sicurezza di vendetta che non gli mancava mai.
Riflesse al passato ed al presente d’Elisa, come non lo aveva mai fatto fino allora. E una mattina ch’egli l’accompagnava a cavallo, ammirando la sua bellezza completata, il suo profilo che faceva sognare, la profondità azzurra de’ suoi grandi occhi distratti, tutto il fascino spirituale del suo viso e la squisita eleganza delle mosse, pensò tutt’ad un tratto all’avvenire di lei; pensò che forse quella donna giovine s’ingannava credendo la propria vita finita, e per qualche istante si sentì geloso di un futuro improbabile. Era una mattina deliziosamente fresca e primaverile; tutto un concerto di uccelli nascosti scoppiava in note perlate nella tenera verdura delli alberi; le zampe dei cavalli risuonavano piacevolmente sul suolo appena umido; ci si sentiva invasi da qualcosa di sanamente voluttuoso che impediva di parlare, e Massimo osservava talvolta qualche passeggiatore mattutino che gettava loro uno sguardo d’invidia.
— Sapete Elisa, — disse bruscamente, mettendo il suo cavallo al passo, — che mi è stato offerto il posto di ministro a Washington?
— Davvero! Ma certo non accettereste d’andar tanto lontano!
— Confesso che sono indeciso.
Lo guardò assai stupita.
— Sì, sono indeciso. Da un lato, penso che dovrei interrompere tutte le mie abitudini, cominciare una vita nuova, e dico a me stesso che non ne vale la pena. Ma, da un altro lato penso che mi annoio, che molte cose non m’interessano più, non mi divertono; che un cambiamento mi farà bene, che voi non avete bisogno di me, poichè, naturalmente, non mi è mai venuta l’idea che mi accompagnereste laggiù, e non lo vorrei, e che.... E poi, vedete, sono forse ambizioso! Questa offerta è lusinghiera assai.... Pensate un po’, ho lasciato la carriera essendo solo segretario, ed ecco che d’un tratto verrei nominato ministro. Poi mi si assicura che non rimarrei un pezzo in America, e che dopo potrei scegliermi un posto di ambasciatore in Europa. Confessate che la tentazione c’è.
— Lo dite con un accento che smentisce le parole, e temo poco la vostra partenza. Se ardissi, aggiungerei anche che non credo troppo alla vostra ambizione.
Massimo la guardava. Aveva pronunciate quelle parole gaiamente abbastanza, ma osservò un certo lievissimo turbamento nella fisionomia di lei. Elisa comprendeva. Ad onta del suo fare sicuro, si sentiva a disagio. L’imbarazzo ch’ella aveva sempre provato davanti a Massimo, diventava diverso e più penoso, sebbene sapesse meglio celarlo.
Senza tradirsi altrimenti che con alcune gentilezze previdenti, Massimo passava ora tutto il tempo che poteva presso Elisa. Restava per lunghe ore a discorrere con lei, perdendosi talvolta in certe dissertazioni a perdita di vista, come non lo aveva mai fatto prima. Ma gli accadeva di fermarsi di botto, accorgendosi di non poter continuare. Non sapeva più parlare di certe cose sulle quali prima si esprimeva anche troppo liberamente. Dopo d’averla per tanto tempo trattata _en garçon_, si sentiva preso da insoliti pudori, e temeva ad ogni istante di scandalizzarla, di offenderla nelle sue delicatezze femminili. La purezza che riflettevano gli occhi di lei lo imbarazzava. Ed allo stesso tempo ella lo sorprendeva con la giustezza di certe sue opinioni, con qualche parola inattesa e profonda. La intelligenza di lei doveva essersi singolarmente maturata col resto, nelle meditazioni della sua vita tranquillizzata.
E come mai aveva saputo perfezionare il suo gusto al punto di renderlo impeccabile, e porre in tutto quanto portava ed in tutto ciò che la circondava una nota di originalità, tanto più difficile a imitarsi ch’essa pareva più di discreto? Aveva acquistato un vantaggio immenso su tutte le donne, quello di non rassomigliare ad alcuna. Forse n’era la causa la sua posizione tanto diversa da tutte le altre.
Massimo pensava talvolta seriamente davvero ad allontanarsi, accettando il posto che gli si offriva. Ad onta dei mutamenti esteriori, della nuova bellezza d’Elisa, egli la sapeva irremissibilmente fedele al passato. Per di più non poteva avere per lui, in ogni modo, che dei sentimenti di stima e di riconoscenza, egli se ne avvedeva bene. Non le ispirava nessuna confidenza sorta dal cuore, la simpatia d’Elisa per lui era una simpatia di ragione e non d’istinto, l’imbarazzo, la tema ed il vago malessere che sempre aveva provato davanti a lui, esistevano tuttora ed aumenterebbero certo s’egli cambiasse di attitudine in faccia a lei. Ella aveva saputo ricambiare con una franca affezione la generosa amicizia di lui; non potrebbe avere dell’odio per il suo amore?
Ed egli non s’ingannava del tutto. Quando Elisa ebbe tutto indovinato, un fremito la colse da capo a piedi. L’avvenire che fino allora si stendeva alli occhi suoi simile ad un lungo viale fresco ed uniforme, le apparve pieno di pericoli. Molte volte aveva pensato ai rischi inerenti alla sua posizione stessa; mai non aveva previsto quanto accadeva.
Massimo diceva a sè stesso che codesto capriccio per sua “moglie„ sebbene assai forte, rassomigliava a vari altri capricci, che avevano poco durato e che svanirebbe esso pure. Decise dunque che sarebbe assurdo l’abbandonarvisi; tuttavia, mentre tutto ciò che ancora pochi giorni prima lo interessava a Firenze, non gli offriva più la minima distrazione, non poteva a meno di rimanere vicino ad Elisa.
Gli sembrava ch’ella lo sfuggisse un poco; trovava dei pretesti per uscire quando egli mostrava di non voler andarsene. Nei loro lunghi _tête-à-tête_ ella dirigeva la conversazione con molta abilità e non senza una certa quale fatica appena visibile. Evidentemente temeva i silenzi.
Il posto di Washington non poteva essere ufficialmente offerto a d’Astorre che fra tre mesi. Non si sentì capace di rimaner fino a quell’epoca. Una sera decise ch’era meglio partire subito. Lasciò intendere che probabilmente finirebbe con l’accettare d’andare in America, e che intanto doveva andare a Milano e forse ritornare a Parigi. Quando annunciò codesta risoluzione ad Elisa, essa sembrò, come al solito, trovare la sua partenza naturalissima. Egli ne fu un tantino ferito, lui, che poche settimane prima, sarebbe stato stupito dalla più piccola osservazione da parte di lei. Tuttavia, mentre le chiese ancora una volta il suo parere riguardo a Washington, ella ne lo sconsigliò. Sebbene un poco imbarazzata, fu con lui affettuosa come lo era sempre, mentre lui, la sua decisione una volta presa, ritrovò tutta la sua sicurezza, e si mostrò tal quale voleva essere fino all’ultimo mattino che passò con lei.
Avevano fatto colazione insieme discorrendo di cose indifferenti. Si avvertì Massimo che la carrozza era pronta. Si alzò e dicendo addio ad Elisa seppe baciarla in fronte fraternamente, con la sua serenità abituale.
La freddezza stessa, la sua forza di volontà di lui, turbarono Elisa. Si sentì a disagio. Vi fu un lungo minuto di silenzio imbarazzante; uno di quei silenzi specialmente profondi durante i quali ne sembra quasi di vedere le parole che non pronunciamo ondeggiare indistintamente per l’aria. D’improvviso Massimo, con l’uscio già in mano, si rivolse e disse tranquillamente:
— Credo che ho ragione di partire. C’intendiamo, non è vero? Non posso precisare la durata della mia assenza, ma spero che non sarà troppo lunga. Durante questo tempo rifletterò e prenderò una decisione riguardo a Washington. Ch’essa sia negativa o affermativa, ci rivedremo. Sì, è meglio così; lo sentite voi pure. Insomma, addio, e arrivederci. — E partì, lasciando Elisa turbata.
Una specie di rimorso la colse, che credette passeggiero, e che invece andò crescendo nei suoi primi giorni di solitudine, giacchè fece in modo di vedere pochissima gente, sentendo un gran bisogno di raccogliersi. Qualcosa le gridava che aveva avuto torto, e le sembrava che le cose esterne, il cielo, lo spettacolo della vita, tutto si associasse a codesta voce. S’ella avesse chiesto l’avviso di chiunque, era sicura che si sarebbe dato ragione ad un tale sentimento, nuovo ed ancora oscuro, che si elevava, dal fondo della sua coscienza, contro tutti i motivi trovati dal suo cuore per fare come le piaceva. Diceva a sè stessa che la situazione tanto eccezionale creata dal suo apparente matrimonio con d’Astorre, era rimasta possibile tra di loro fino a quel giorno a causa del loro rispettivo modo di vivere; ma che cessava d’esserlo dal momento che uno dei due, per qualunque motivo fosse, cambiava; che la sua fedeltà eterna ed assoluta ad un assente perduto per sempre, vera al punto di vista di un’alta realtà poetica, inattaccabile secondo il suo cuore, era falsa al punto di vista pratico della vita sociale. Dal giorno in cui Massimo, a modo suo, l’amerebbe davvero, dal giorno ch’essa potrebbe diventar utile alla felicità di lui, il suo dovere non sarebbe forse di sagrificare il suo culto del passato all’uomo che aveva fatto tanto per lei, di tentare di rendergli tutto intero il nuovo affetto ch’egli le dedicava? Lui l’aveva salvata, restituita ad una vita possibile; aveva compito per lei ciò che nessuno avrebbe potuto nè saputo compiere; doveva ella adesso rifiutarsi al solo mezzo che le veniva offerto di mostrargli degnamente la sua gratitudine?
E tuttavia, appena pensava all’esistenza che dovrebbe intraprendere, se davvero Massimo lo volesse, e ch’ella credesse doversi confondere al suo volere, una tristezza affatto nuova le serrava il cuore. Sentiva qualcosa che moriva dentro all’anima sua. A certi momenti, con la forza della ragione, ciò le pareva facile; poi tutto l’essere suo si ribellava, e vedeva dinanzi a sè, non più il partito migliore cui coraggiosamente appigliarsi, ma un penoso dovere da compiere soffrendo e nascondendosi di soffrire.
Massimo scrisse semplicemente, dando sue nuove ed informandosi affettuosamente di Elisa, press’a poco nel modo solito. Ciò la tranquillizzò ed ella cominciò a sperare che nulla verrebbe mutato nella sua vita. Ma una mattina, ricevette la lettera seguente:
“Cara Elisa, non ve lo posso nascondere più a lungo; mi annoio a morte. Ho creduto passeggiero il mutamento che da qualche tempo già s’è prodotto in me, ed ora mi pare invece che debba essere definitivo. Bisogna che la mia vita prenda un altro indirizzo. Dirvi ciò che sapete già mi sembra inutile. Nella vostra qualità di donna e di donna intelligente, dovete avermi compreso assai meglio ch’io non comprenda me stesso. E lo confesso, ho sovente dei momenti in cui non comprendo affatto. Non posso più continuare a mandarvi poche frasi banali. Bisogna che io sia sincero, e che prenda una qualche decisione; ma codesta decisione la dovete prendere voi per me. Il meglio di tutto sarebbe che accettassi il posto di Washington? Se lo credete, ditemelo; poichè ho fretta di conoscere la mia sorte, e se tale è il vostro consiglio, scriverò subito al ministero. Se no, ditemi di ritornare presso di voi, ed accorrerò. Ma, — lo sapete, non è vero? senza che ve lo apprenda? — sarebbe ora per non lasciarvi. La situazione è nuova e piccante, conveniamone, poichè mi si prende per un uomo di spirito, e mi si crede vostro marito; per di più ho la riputazione di un gran furbo, ed io, antico diplomatico ed _ex-viveur_, non so altro che indirizzarvi scioccamente la frase seguente: Marchesa, mi permettereste di farvi la corte?
Che direbbero i miei amici se potessero rubare questa lettera alla posta? che ne penserebbe persino l’impiegato indiscreto che l’aprisse per zelo? Che ne penso io stesso scrivendola? Non lo so bene; ma ciò che so, ciò che mi stupisce, mi affascina e mi addolora nello stesso tempo è che cercando d’indovinare ciò che ne penserete, voi, il mio cuore batte come quello di uno studente di vent’anni, del tempo quando ve n’erano ancora. Sì, vi vedo da qui aprire questa lettera credendo di trovarvi le “mie notizie„, vedo il vostro occhio scorrere distrattamente le prime righe, poi restare come attaccato ad una parola; vi vedo ricominciare a leggere, incerta di aver ben compreso. Pur troppo! avete perfettamente compreso ed è la pura verità. Ma siete poi veramente sorpresa? No, nevvero? Avevate indovinato da un pezzo. Sì, mi sembra vedervi di profilo, con la vostra dolcezza serena, e cerco d’intravedere per disotto l’occhio vostro azzurro fisso sulla carta. È un sorriso che spunta all’angolo del vostro labbro? Ma forse m’inganno, ed invece impallidite.... In nome del cielo, siate sincera! che nessuna idea, nessuna paura, nessun scrupolo vi impediscano di dirmi la verità. Per non influenzarvi, ripeto che non so io stesso, che ignoro se non sia meglio ch’io parta. Meditate queste parole. Siate franca.
Se sapeste da quanto tempo desidero dirvi tutto ciò senza potermi decidere! Ho ragione di dirle finalmente? Ne dubito tuttora. Mi ero allontanato per non parlare, e non avrei forse fatto meglio serbando sempre il silenzio, che da lontano mi pesa più ancora che vicino a voi? No; questa lettera partirà ora e la leggerete presto. Ma, ancora una volta, ve ne supplico, dite la verità. Rispondete presto. Riflettete bene, ma non troppo a lungo. Lasciate parlare l’istinto; sono convinto che in questo caso _le premier mouvement_ sarà il buono, il più vero almeno.„
. . . . . . .
Quando Elisa ricevette codesta lettera era nel suo gabinetto con la contessa Goffredi e il cognato di questa. Impallidì infatti leggendola. Poi, padroneggiando la sua emozione, riprese il discorso interrotto, non sapendo troppo quello che diceva, e pensò un istante a confidar loro ogni cosa e chiedere un loro consiglio. Come tutte le persone che non hanno mai parlato delle loro pene ad anima viva, provava, ad un tratto, giunta a tal punto, un imperioso bisogno di espansione. Ma non ne fece nulla, poichè nello stesso tempo che bramava parlare, ne sentiva l’impossibilità, e lasciò partire i suoi amici senza essersi tradita.