Un dramma nell'Oceano Pacifico

Part 8

Chapter 83,733 wordsPublic domain

— Che tentino un nuovo assalto e che aspettino di essere moltissimi per riuscire? — chiese il capitano a Mac Bjorn che osservava i selvaggi con profonda attenzione.

— No, — rispose l’uomo allampanato. — Quei furfanti hanno avuto troppa paura della vostra tigre per ritornare alla carica; ma essi contano su qualche tempesta per mangiarci.

— In qual modo?

— Credono senza dubbio che la vostra nave non possa più lasciare la scogliera, e aspettano che una tempesta la frantumi. Fors’anche temono che voi vogliate sbarcare e si tengono pronti a darvi addosso, onde non possiate raggiungere le fitte foreste dell’interno.

— Fortunatamente noi saremo lontani quando la tempesta che loro attendono scoppierà su queste spiagge. Domani avremo la grande marea, e sono certo che la _Nuova Georgia_ lascerà senza fatica questo banco.

— Lo credo anch’io, signore, poichè ho osservato il banco e mi sono accertato che non ha punte rocciose e che la nave appoggia solamente coll’asta di prua.

— Infatti è vero, Mac Bjorn. Nel caso che la grande marea non bastasse, faremo gettare due àncore a poppa e lavorare l’equipaggio all’argano.

— E quando saremo liberi, dove ci condurrete, signore?

— A Melburne, — rispose il capitano. — È la mia destinazione.

— In Australia! — esclamò il naufrago corrugando la fronte e facendo una smorfia.

— Vi dispiace? — chiese il capitano Hill, che aveva notato quelle gesta di malcontento.

— No, signore, — rispose vivamente Mac Bjorn.

— Se però vi rincrescesse, potrei sbarcarvi all’isola di Norfolk dovendo colà fermarmi per alcune ore, — disse il capitano guardando attentamente il naufrago.

Nell’udire il nome di quell’isola sinistra che serve di prigione ai forzati inglesi, Mac Bjorn trasalì vivamente, e di pallido che era divenne livido.

— No! no! — esclamò. — Quell’isola è un soggiorno troppo brutto, signore. Preferirei sbarcare in un’isola abitata dai selvaggi, piuttosto.

— Allora verrete a Melburne.

— In mancanza di meglio si vada pure in Australia. Forse colà troverò qualche legno che mi trasporti in patria.

— È molto tempo che non la rivedete?

— Sei anni, signore, — rispose il naufrago, mentre una nube gli passava sulla fronte.

— E desiderate ardentemente rivederla. Avete qualcuno laggiù? forse vostra moglie? —

Mac Bjorn guardò il capitano che pareva affettasse la massima calma, e nei suoi occhi guizzò un lampo sanguigno.

— Mia moglie! — esclamò con voce rauca. — Ah! no, signore, è morta da lungo tempo.

— Pover’uomo! — mormorò il capitano con sottile ironia, che aveva compreso fin troppo con quale individuo aveva da fare. — Andate a bere un buon bicchiere di _gin_, e perdonatemi se involontariamente ho evocato un doloroso ricordo.

Mac Bjorn, che era diventato tutto d’un tratto cupo e che aveva assunto un’espressione selvaggia, si allontanò senza rispondere, ma camminando come un uomo che si è ubbriacato.

— Tuoni e lampi! — mormorò il capitano, — che razza di naufraghi ho imbarcato io? Quell’uomo deve aver ucciso qualcuno, forse sua moglie, ed ora sono convinto di aver a bordo non dei disgraziati, ma dei forzati fuggiti dall’isola di Norfolk. Oh!... guai a loro, però, se oseranno tentare qualche cosa contro di me!

— Cosa mormori, padre mio? — gli chiese Anna, che era allora comparsa sul ponte.

— Nulla, Anna, — rispose il capitano forzandosi di sorridere. — Brontolavo contro quei dannati selvaggi che pare vogliano assediarci.

— Bill scatenerà un’altra volta la tigre, e li metterà ancora in fuga, se oseranno ricomparire a bordo della _Nuova Georgia_.

— Bill!... Bill!... — mormorò l’americano coi denti stretti. — Sì, scatenerà le tigri, Anna.

— Perchè me lo dici con questo tono? — chiese la ragazza. — Si direbbe che quel povero naufrago non ti è simpatico.

— Infatti, Anna, vorrei che non avesse mai posto piede sul mio legno.

— Ma perchè?

— Silenzio, figlia mia; per ora nulla posso dirti.

— E perchè, signore? — chiese una voce.

Il capitano si volse e si trovò dinanzi a Bill, il quale lo guardava con due occhi fiammeggianti mentre impallidiva a poco a poco.

— Che fai tu qui? — chiese l’americano aggrottando la fronte. — Forse tu mi spiavi?

— No signore, — rispose Bill cercando di sembrare tranquillo. — Mi dirigevo da questa parte per meglio osservare le mosse dei selvaggi e involontariamente ho udito le vostre parole, le quali sono molto amare per me. Avete forse avuto da lamentarvi di questo naufrago, dal giorno in cui lo raccoglieste moribondo sul tempestoso Oceano?

— No, è vero; anzi ho dovuto due volte ringraziarti.

— Perchè allora quelle severe parole?

— Non posso spiegarmi.

— Cosa temete? Se io e i miei compagni siamo d’impaccio a bordo della vostra nave, alla prima isola che incontrerete sbarcateci.

— Ci penserò; tutto dipenderà, dalla vostra condotta.

— Sta bene, signore, — disse Bill risentito.

Fece un saluto a miss Anna e si allontanò dirigendosi verso poppa; ma quell’uomo era impallidito e le sue dita si chiudevano con forza come se avessero voluto stritolare qualche cosa.

— Sei severo, padre mio, — disse Anna con tuono di rimprovero. — Non so perchè ti sia venuto in uggia quel pover’uomo.

— Lo saprai più tardi, non voglio ora arrischiare un giudizio terribile. —

Nella notte vi furono due allarmi che fecero salire sul ponte tutto l’equipaggio, essendo stati scorti alcuni canotti staccarsi dall’isola; ma al primo colpo di cannone fuggirono.

Il giorno seguente la condizione era invariata; la _Nuova Georgia_ era sempre incagliata e gli antropofagi accampati sulle sponde. Però fra poche ore quella pericolosa prigionia doveva cessare, poichè a mezzodì la gran marea doveva toccare la sua massima altezza e rimettere a galla il legno.

Il capitano, che sospirava l’istante di lasciare quei brutti paraggi, diede subito gli ordini necessari onde tutto fosse pronto per l’ora della grande piena. Fece alleggerire la prua della nave facendo portare a poppa le ancore grosse, le catene, le casse dell’equipaggio, le botti d’acqua dolce, gran parte dei pennoni di ricambio e perfino le gabbie delle tigri che occupavano la parte anteriore della stiva. Ciò fatto, fece calare in mare una imbarcazione e gettare a poppa due ancorotti, le cui catene vennero fissate all’argano per operare una forte trazione all’indietro; quindi fece spiegare tutte le vele per approfittare del vento, che soffiava leggermente da prua.

Compiute quelle diverse operazioni, il capitano dispose la maggior parte dei suoi uomini, i naufraghi compresi, attorno all’argano a cui erano state già fissate le manovelle.

La marea intanto continuava a montare. Alle undici aveva già coperto quasi tutto il banco e si udivano, sotto l’asta di prua, degli scricchiolii, segno evidente che il veliero tendeva ad alzarsi. Mezz’ora dopo c’erano già due piedi d’acqua sul banco. Era il momento opportuno per tentare un primo sforzo.

— Tutti ai vostri posti! — tuonò il capitano Hill. — La marea sta per toccare la sua massima piena. —

L’equipaggio si curvò sulle aspe, e radunate tutte le forze le spinse innanzi con sovrumana energia. Le catene dei due ancorotti gettati sul banco si tesero bruscamente, ma le punte di ferro tennero saldo.

— Speriamo! — mormorò il capitano. — Forza, amici, forza, o non lasceremo mai più questo banco. —

I marinai spingevano con una specie di furore, tendendo i muscoli in tal maniera, che pareva si volessero spezzare. Erano tutti pallidi ed avevano le fronti imperlate d’un freddo sudore; guai se quegli sforzi non riuscivano! Era finita per tutti, anzi peggio che finita, poichè nessuno ignorava che li attendeva lo spiedo di quei feroci mangiatori di carne umana.

La nave scricchiolava sempre sotto quella potente tensione di tante vigorose braccia, ma non accennava a indietreggiare. Pareva che fosse incavigliata a quel dannato banco.

Il capitano Hill, malgrado il suo coraggio, era diventato pure pallido e sentivasi il cuore battere più forte del solito. Una vaga paura cominciava ad invaderlo, e gettava sguardi disperati sulla sua Anna.

— Uno sforzo ancora, ragazzi! — esclamò con voce soffocata.

Asthor e i tre o quattro uomini che stavano ai bracci delle manovre, accorsero in aiuto dei compagni. Quel nuovo rinforzo fu decisivo.

La nave oscillò bruscamente, scivolò sul banco dapprima lenta, poi rapida, e infine galleggiò sul mare, arrestandosi a poche braccia dai due ancorotti.

Un immenso urlo di gioia echeggiò fra l’equipaggio, a cui fecero eco urla di furore e vociferazioni spaventevoli.

I selvaggi vedendo la nave lasciare il banco e comprendendo che l’agognata preda stava per isfuggire, si erano precipitati confusamente nei loro canotti e accorrevano da tutte le parti per dare un disperato assalto.

— All’erta! i selvaggi! — tuonò Asthor che si era slanciato verso poppa.

— Troppo tardi, miei cari! — esclamò il capitano Hill trionfante. — Ai bracci delle manovre, la barra all’orza e si viri di bordo. —

Quella manovra fu eseguita con fantastica rapidità, tanta era la paura di venire raggiunti. La _Nuova Georgia_ girò attorno alle scogliere che racchiudevano il banco e uscì in pieno mare a gonfie vele dirigendosi verso l’ovest.

I lunghi canotti dei Figiani non si arrestarono per questo. Passarono quasi volando sopra il banco e continuarono la caccia manovrando furiosamente i remi, ma, come aveva detto bene il capitano, ormai era troppo tardi.

Il vascello fuggiva colla velocità di una rondine marina e in breve fu tanto lontano, da togliere a quei brutti abitanti dell’arcipelago figiano ogni speranza di poterlo raggiungere.

Quando il capitano Hill non li vide più, mandò un sospiro di sollievo.

— Andiamo dritti in Australia, padre mio? — chiese Anna.

— Dritti senza fermarci, poichè non vedo il momento di sbarazzarmi di due carichi pericolosi.

— Di quali intendi parlare?

— Delle tigri e dei naufraghi.

— Sempre con quei disgraziati te la prendi.

— Ti ho detto che ho i miei motivi.

— Se ti danno fastidio, perchè non gli sbarchi in qualche isola?

— Se posso lo farò.

— Ne abbiamo qualcuna nelle vicinanze, dove essi non possano correre pericoli?

— Dinanzi a noi abbiamo l’arcipelago delle Nuove Ebridi e più al sud-ovest la Nuova Caledonia, l’uno e l’altra popolati da selvaggi forse più feroci dei Figiani.

— Ma non vi sono isole disabitate?

— Un tempo erano numerose; oggi a poco a poco sono state quasi tutte occupate. La popolazione umana cresce costantemente malgrado i grandi vuoti che fanno le guerre e le epidemie, e verrà un giorno anzi che non vi sarà più posto.

— Cosa dici mai? Vi sono dei continenti che hanno ancora degli spazi immensi poco abitati; l’Africa, l’Australia e le due Americhe.

— È vero, ma fra due secoli non avranno più un territorio deserto o quasi deserto. Gli scienziati hanno studiato, anzi, e più volte, questo grave argomento, e hanno dedotto che fra non molto la popolazione del globo non troverà più cibo sufficiente e che sarà costretta o a decimarsi con continue guerre o.... a tornare all’antropofagia.

— È incredibile!

— Eppure è vero, Anna, ed ora ti spiegherò meglio la cosa. Gli scienziati hanno notato che la superficie terrestre suppergiù ha 28 milioni di miglia quadrate di terre fertili, 14 di steppe e 4 di deserti, e hanno calcolato che il massimo degli abitanti che queste categorie di terre possono nutrire è di 207 persone per miglio quadrato nelle terre fertili, di 10 per le steppe e di 1 pei deserti.

Risulta da ciò, che quando la popolazione del globo avrà raggiunto la cifra di 5994 milioni non vi sarà più altra terra disponibile capace di nutrire un maggior numero di persone. Ti pare esatto questo calcolo?

— È giusto, — rispose Anna dopo alcuni istanti di riflessione. — Ma quanti anni occorreranno perchè la popolazione diventi così numerosa?

— Ecco, da una media fatta, risulterebbe che la popolazione del globo presa insieme aumenta ogni dieci anni di otto persone per cento. Partendo da questo calcolo, i 5994 milioni di abitanti si possono ottenere in poco più o poco meno di 200 anni! Cosa sono due secoli per l’umanità? Nulla.

— È una cosa che spaventa!

— Non dico di no, e io non vorrei trovarmi vivo fra due o trecento anni. Forse allora il progresso scientifico e industriale avrà trovato il modo di rendere la terra più fertile, avrà forse trovato anche il modo di rendere produttive le steppe e i deserti, ma sarà un rimedio di poco momento. La popolazione crescerà sempre, la terra non basterà più e i nostri tardi nepoti non avranno altra alternativa che quella di distruggersi con guerre terribili o di mangiarsi l’un l’altro, a meno che non trovino il mezzo di dare la scalata alla luna o a qualche altro mondo, cosa alquanto difficile a mio parere. Fortunatamente noi non saremo più vivi e chi sa da quanti anni dormiremo il sonno eterno o nella profondità degli abissi marini o sotto chissà quanti piedi di terra. Ma, orsù, bando ai mesti pensieri e andiamo a far colazione, Anna, che ne abbiamo bisogno. —

CAPITOLO DECIMOQUINTO.

Bill si svela.

La _Nuova Georgia_, sfuggita al naufragio ed all’ultimo assalto degli antropofagi continuava a fuggire verso il sud-ovest, in modo da passare dinanzi alle ultime isole dell’arcipelago delle Nuove Ebridi e di evitare poi le pericolose coste della Nuova Caledonia che in quel tempo godevano una triste celebrità, non essendo ancora state occupate dalla Francia.

Il capitano la manteneva carica di vele, aggiungendo perfino i coltellacci e gli scopamari, ansioso di raggiungere le coste australiane. Cominciava a impensierirsi, quel bravo marinaio, non pel tempo che aveva perduto, non per la sua nave che nell’arrenamento non aveva sofferta alcuna avaría, non per le tigri che erano solidamente rinchiuse nelle loro gabbie di ferro, ma pei naufraghi che aveva salvati dopo tante fatiche e con tanto coraggio.

Dal momento che quegli uomini avevano riveduto libero il vascello, si erano cambiati, e pareva pesasse loro assai la riconoscenza che dovevano all’equipaggio americano. Non erano più umili e servizievoli come durante il pericolo; non erano più riconoscenti, come non erano più obbedienti.

Oziavano da mattina a sera senza prendere parte alla faticosa manovra del veliero, rispondevano con alterigia al pilota Asthor, giocavano alle carte o ai dadi in fondo alla stiva, diventavano insolenti ed esigenti ogni momento più.

I cibi di bordo più non bastavano per le loro bocche e pretendevano un trattamento pari a quello del capitano, accampando, con un’audacia e con una gran faccia tosta, la loro qualità di naufraghi e facevano schiamazzo per avere, all’ora dei pasti, doppia razione di vino o di _gin_ o di _wisky_.

Anche Bill si era mutato tutto d’un tratto; anzi sembrava che segretamente aizzasse i suoi compagni. Trattava il capitano da pari a pari, e dinanzi a miss Anna non si mostrava più rispettoso come una volta.

L’equipaggio sentiva per istinto che quei naufraghi non erano leali marinai, anzi che erano schiume di fannulloni, pronti anche, se le circostanze li avessero favoriti, a ribellarsi apertamente contro le autorità di bordo.

Il capitano e Asthor non li perdevano d’occhio, e sempre più convinti di aver da fare con dei forzati evasi dall’isola di Norfolk, si tenevano in guardia, pronti a reprimere con la più grande energia il minimo tentativo di ribellione.

Quell’attiva sorveglianza, non doveva tardare a condurre ad una scoperta di una gravità incalcolabile.

Una sera, mentre il capitano ed Anna riposavano nelle loro cabine di poppa e Asthor vegliava in coperta, un gabbiere s’accorse che i naufraghi avevano silenziosamente abbandonate le loro brande. Sorpreso per questo fatto, si affrettò a dare avviso al pilota.

— Ah furfanti! — esclamò il vecchio marinaio corrugando la fronte. — O io sono una gran bestia, o qui sotto gatta ci cova. —

Senza avvertire nessuno per non allarmare inutilmente l’equipaggio, si munì d’una lanterna, si nascose in tasca una pistola e scese nella stiva, certo di trovare colà i naufraghi.

Infatti li vide seduti tutti in giro, presso le gabbie delle tigri, occupati a confabulare, ma a voce così bassa da non poter essere uditi. Bill era nel mezzo e aveva in quel momento la parola.

Il pilota nel sorprenderli impallidì. Cosa potevano dirsi per cercare quel posto isolato, lontani dagli occhi e dagli orecchi dell’equipaggio americano? Nulla di buono senza dubbio.

Il vecchio marinaio stette in forse se dovesse svegliare il capitano o chiamare in aiuto l’equipaggio; ma per tema di provocare un’agitazione ingiustificata discese solo nel frapponte e si avanzò risolutamente verso i naufraghi.

Appena scorsero la luce della lanterna, s’alzarono come un solo uomo facendo dei gesti di dispetto, forse vergognosi, ma più probabilmente irritati per essere stati sorpresi.

— Cosa fate qui, radunati all’oscuro come tanti congiurati? — chiese il pilota con voce acre. — Forse gli orecchi dei vostri camerati devono ignorare ciò che voi dite?

— Oh per mille boccaporti! — esclamò Bill con ironia. — E che? siamo noi prigionieri a bordo del vostro legno? Non siamo padroni di scambiare due chiacchiere, signor pilota della _Nuova Georgia_?

— Bella pretesa! — esclamò l’allampanato Mac Bjorn. — Un’altra volta faremo portare qui tutte le lanterne e le torce che troveremo a bordo.

— Ehi! uccello di malaugurio, — disse il pilota piantandosi minacciosamente dinanzi all’uomo allampanato. — Bada che Asthor è capace di farti rientrare in gola tali parole. A te nulla devo, e se non cammini dritto con le tue gambe ossute, ti rompo il groppone. —

I naufraghi si misero a ridere; ma il pilota non rideva no, schiantava di rabbia e si sentiva invaso da una pazza voglia di far prendere tutti quegli uomini e di rinchiuderli in una cabina coi ferri alle mani ed ai piedi.

— Orsù, — riprese. — Cosa facevate qui?

— Lo vedete, — rispose Bill. — Discorrevamo sul modo di lasciare più presto che si può il vostro legno.

— E perchè? — chiese il vecchio piantandogli addosso uno sguardo acuto come uno spillo.

— Perchè non vogliamo sbarcare nè all’isola di Norfolk nè in Australia.

— Ah!... avete forse dei conti da saldare con quelle autorità?... —

Bill impallidì e fece un gesto minaccioso, mentre i suoi compagni lanciavano sul pilota torvi sguardi, nei quali si leggeva una cupa minaccia.

— Basta, — disse Bill con voce rauca. — Ne abbiamo abbastanza dei vostri sospetti, signor pilota della _Nuova Georgia_! Quanto prima, noi vi faremo sapere chi noi siamo.

— È una minaccia?

— Credetela come vi piace, a me non importa.

— Domani riferirò ogni cosa al capitano Hill.

— Fatelo pure.

— Ve lo prometto, Bill. Ora lasciate questo luogo e tornate nelle vostre brande, o faccio accorrere i marinai e vi caccio in una cabina ben chiusa. —

I naufraghi s’allontanarono senza rispondere e si ritirarono nella camera comune, affettando la massima calma.

Asthor li seguì collo sguardo; poi crollando il capo mormorò:

— Mi auguro d’ingannarmi, ma quegli uomini ci porteranno sventura. —

Visitò accuratamente le gabbie delle tigri, diffidando ormai di tutto; si assicurò che i naufraghi si fossero ritirati nelle brande, poi risalì in coperta molto pensieroso ed inquieto.

Prima dell’alba Bill era già sul ponte. Egli passò dinanzi ad Asthor a fronte alta, lanciando su di lui uno sguardo canzonatorio, mentre i suoi compagni si sdraiavano oziosi sul castello di prua, guardando tranquillamente le manovre dei marinai americani. Gli passò accanto tre volte, quasi cercasse un pretesto per essere interrogato sulla misteriosa adunanza della notte; poi andò a sedersi sulla murata di babordo osservando con profonda attenzione il mare che gli si stendeva dinanzi agli occhi, liscio come uno specchio.

Quando il capitano Hill apparve sul ponte, il naufrago era ancora immerso nella sua osservazione, sicchè non potè vedere Asthor avvicinarsi al comandante.

— Quali nuove? — gli chiese questi, vedendosi avvicinare con un certo mistero dal vecchio marinaio.

— Brutte, signore, — rispose Asthor.

Il capitano aggrottò la fronte.

— Cosa intenderesti di dire? — domandò.

— Intendo di dire che a bordo della _Nuova Georgia_ si trama, — rispose il pilota.

— E cosa?

— Lo ignoro, capitano; ma senza dubbio si ordisce qualche congiura ai nostri danni.

— E da chi? dal mio equipaggio forse?

— No, ringraziando Iddio! il vostro equipaggio è fedele, ma non i naufraghi.

— Che?... I naufraghi oserebbero?...

— Sì signore; gli ho sorpresi la scorsa notte in misterioso conciliabolo in fondo alla stiva, dinanzi alle gabbie delle tigri.

— Vuoi spaventarmi, vecchio Asthor? — chiese il capitano con voce alterata.

— Sarebbe cosa inutile; vi dico quello che ho veduto e nulla di più.

— E quegli uomini che io salvai mettendo in grave pericolo la mia nave e la vita di noi tutti, oserebbero congiurare contro di me? Morte e dannazione!... Silenzio con Anna, mio vecchio amico, onde non si spaventi. Ah!... è così?... Dov’è Bill?

— Eccolo là, seduto sulla murata di babordo.

— Sta bene: sarà il primo che la pagherà per tutti. —

Si assicurò di aver alla cintola le pistole, sapendo già d’aver da fare con un furfante risoluto a tutto; si avvicinò alla murata e battendo sulle spalle del naufrago, esclamò:

— A noi, messer Bill!... —

Il naufrago si volse con tutta tranquillità, ma nel vedersi dinanzi il capitano col volto corrucciato, impallidì leggermente e i suoi occhi si piantarono subito sopra Asthor.

Nondimeno si rasserenò tosto e scendendo dalla murata, gli chiese, incrociando le braccia sul petto:

— Cosa desiderate, capitano?

— Una spiegazione prima.

— Parlate, signore.

— Innanzi a tutto, di dove vieni? —

Bill fece un gesto di sorpresa.

— Ma.... da una nave naufragata, lo sapete bene.

— Tu mentisci!... —

Bill trasalì e ne’ suoi occhi guizzò un lampo sanguigno.

— Io!... — esclamò, stringendo le pugna. Ma poi frenandosi e ridiventando tranquillo, aggiunse: — Ditemelo voi allora, giacchè lo sapete meglio di me.

— Mi basta così per averti giudicato. Dimmi ora: per quale motivo la scorsa notte hai radunato nella stiva i tuoi compagni?

— Se parlate così è altra cosa, rispose l’assassino del povero Collin. Volete proprio saperlo?... Ci siamo radunati per prendere delle deliberazioni intorno alla vostra rotta.

— Alla rotta della mia nave! — esclamò il capitano al colmo dello stupore.

— Sissignore, poichè la vostra rotta non accomoda nè a me, nè ai miei compagni.

— Cosa intendi di dire?

— Che non vogliamo che la vostra nave approdi nè all’isola di Norfolk, nè alle coste Australiane, — rispose con voce risoluta il naufrago.

— Ah!... E voi credete?...

— Che obbedirete, — rispose Bill con tono minaccioso e guardandolo fisso fisso.

Il capitano Hill, a un simile tratto d’audacia, rimase per alcuni istanti senza parole. Era confuso e stupito: del resto vi era di che stupirsi quando si pensi che l’equipaggio americano era due volte più numeroso dei naufraghi, fedele al suo capo e pronto a prestargli man forte anche colle armi in pugno.

— Sei ubbriaco forse? — gli domandò.

— No, signore, — rispose il naufrago imperturbabilmente. — Non ho assaggiato un sorso di _gin_, nè di _wisky_, nè di _brandy_.

— Ma sai che posso farti frustare a sangue col gatto a nove code?

— Non l’oserete!

— E chi me lo impedirà? I tuoi compagni forse? — chiese il capitano coi denti stretti.

— No, ma voi non l’oserete, se vi preme di condurre la nave in porto e salvare vostra figlia. —

Era troppo! La pazienza del capitano era stata messa a dura prova.

— Miserabile! — esclamò, alzando il pugno chiuso sul naufrago che non fece un solo passo per evitarlo.

La larga mano del gigante piombò con sordo rumore addosso al naufrago e lo curvò con forza irresistibile, facendolo stramazzare sul ponte.

Vedendo cadere il loro compagno, i naufraghi che erano sdraiati sul castello di prua, aspettando con calma affettata la fine di quel colloquio tempestoso, si erano alzati di scatto colle fronti aggrottate; ma Asthor con un fischio radunò l’equipaggio onde si tenesse pronto a respingere qualunque mossa offensiva.