Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 7
— Li vedo, — rispose il capitano, che non potè frenare un gesto di compassione. — In quale stato sono stati ridotti! Ma pagheranno il conto, quei feroci mangiatori di carne umana. —
S’alzò e puntò il fucile esclamando:
— Siate pronti! —
I marinai armarono i fucili mirando nel più fitto dell’orda selvaggia.
— Fuoco! — tuonò il capitano.
Tredici colpi di fucile rimbombarono, formando una sola detonazione.
CAPITOLO DECIMOSECONDO.
L’assalto degli antropofagi.
A quell’improvvisa scarica che aveva gettato a terra una dozzina di persone, le quali si contorcevano nella polvere mettendo urla strazianti, una confusione indicibile si manifestò fra l’orda dei cannibali.
Gli uomini, le donne, i ragazzi ed i guerrieri stessi che circondavano il palanchino, colpiti da un pazzo terrore, non sapendo ancora a che cosa attribuire quella detonazione, fuggirono in tutte le direzioni gettando grida acute, abbandonando il vecchio re che era rotolato sconciamente in terra, i sei prigionieri, e le dieci donne destinate alla morte.
Il capitano Hill balzò innanzi colla sciabola d’abbordaggio nella destra e una pistola nella sinistra, gridando:
— Avanti, marinai! —
Bill, Mac Bjorn ed i marinai della _Nuova Georgia_ superarono in un batter d’occhio la macchia e si slanciarono verso il villaggio urlando a pieni polmoni, per accrescere il terrore e la confusione.
Alcuni guerrieri vedendoli correre verso il re e credendo forse che volessero ucciderlo per poi mangiarlo, tornarono indietro agitando furiosamente le loro pesanti mazze; ma una scarica di pistole bastò per metterli in fuga. Tre o quattro di loro però, colpiti dalle palle, stramazzarono a terra.
Il capitano Hill, Mac Bjorn e Bill circondarono i prigionieri bianchi che parevano istupiditi per quell’inaspettato soccorso, tagliarono con pochi colpi di coltello i loro legami e li spinsero verso la foresta gridando:
— Presto, fuggite, o sarà troppo tardi! —
I marinai vedendo accorrere da tutte le parti la popolazione, resa furiosa da quell’attacco micidiale e per la fuga dei prigionieri, fecero un’ultima scarica, poi si misero a lavorare di gambe dietro ai fuggiaschi.
Raggiunta la boscaglia, si cacciarono in mezzo alle piante cercando di far perdere le loro tracce, e presero la rincorsa verso il mare, ricaricando le armi. Alle loro orecchie echeggiavano sempre le urla feroci dell’intera tribù, che si era precipitata dietro alle vittime e ai rapitori.
— Presto, presto, — ripeteva il capitano che temeva di vedersi tagliare la ritirata verso il mare.
— Corri Mac Doil, uno sforzo ancora Kingston, allunga le gambe O’ Donnell, — diceva Bill spingendo innanzi i suoi antichi camerati. — Forza Brown, saldo in gambe Dikens e tu, Welker, bada di non incespicare. —
Quei poveri diavoli che una lunga serie di patimenti e un digiuno forzato avevano ridotti pelle ed ossa e del tutto sfiniti, correvano facendo sforzi disperati, aiutandosi con salti smisurati, sbuffando e barcollando.
Le grida via via più acute dei selvaggi che pareva si avvicinassero sempre più, bastavano ad animarli, sapendo che se questa volta erano sfuggiti alla, tomba, la seconda non avrebbero evitato lo spiedo.
A dugento passi dalla sponda, due di quei disgraziati, caddero sfiniti; ma i marinai che venivano dietro correndo in gruppo serrato li raccolsero e con un ultimo sforzo li trasportarono fino alla baia.
Le due scialuppe erano ancora lì. I marinai gettarono nell’acqua le foglie ed i rami che le coprivano, le spinsero giù dal banco e s’imbarcarono.
— Al largo! — tuonò il capitano Hill, quando vide che tutti erano a bordo.
Le scialuppe s’allontanarono rapidamente, dirigendosi verso l’uscita della piccola baia.
Alcuni selvaggi, i più agili, giungevano allora sulle rive. Vedendo fuggire la preda, alzarono furiosi clamori e si misero a tempestare le due imbarcazioni con una grandine di frombole; ma il capitano che non li perdeva mai d’occhio, abbattè con una palla il più ardito della banda.
Gli altri, veduta la mala parata, tornarono ad imboscarsi, ma si misero a correre lungo le rive, sempre urlando e minacciando.
Le due scialuppe spinte dai remi vigorosamente manovrati, in pochi istanti uscirono in mare e si diressero verso la _Nuova Georgia_, la cui massa spiccava nettamente sul luminoso orizzonte.
— Dio sia ringraziato! — esclamò il capitano, quando rivide la sua nave. — Ora non temo più questi selvaggi. —
Poi si volse verso i prigionieri che si erano lasciati cadere nel fondo della scialuppa, esausti di forze. Erano sei veri scheletri che potevano degnamente stare in compagnia con Mac Bjorn; magri allampanati, smunti, laceri e coperti di contusioni. Si leggeva sui loro volti una serie d’inenarrabili patimenti e di miserie.
Erano quasi tutti sulla quarantina, coi capelli biondi che rivelavano la razza anglosassone; ma cosa davvero strana, avevano certe faccie che non ispiravano alcuna fiducia, certi occhi che mandavano cupi lampi e che avevano un non so che di falso e di bestiale.
Particolare poco confortante: tutti portavano ai polsi e alle caviglie dei piedi profonde lividure, come quelle che si vedevano sulle membra del naufrago Bill.
Il capitano però non ne fece troppo caso, e credette che quelle lividure fossero state prodotte dalle corde dei selvaggi.
Alle otto della mattina le due scialuppe giungono presso le scogliere che tenevano prigioniera la _Nuova Georgia_.
Anna, Asthor ed i marinai di guardia salutarono con grida di gioia il ritorno della spedizione. Il capitano Hill, salito il primo sul ponte, strinse più volte fra le braccia la coraggiosa giovanetta che non aveva avuto paura di rimanere quasi sola sul vascello, colle orde antropofaghe tanto vicine.
— Non sei ferito, padre mio? — chiese ella.
— Ritorno incolume, e come me sono tornati pure tutti gli altri.
— Li avete salvati tutti?
— Tutti, Anna; ma quei poveri uomini sono ridotti in uno stato da far paura.
— Infelici! — esclamò la giovanetta, che si era curvata sul bordo. — Sembrano scheletri!
— Presto, portateli in coperta e passateli nell’infermeria, — disse il capitano.
Mac Bjorn ed i suoi compagni, che non erano più capaci di rimanere ritti nè di fare un passo, furono portati a braccia sul ponte e fatti scendere sotto coperta, in un riparto della corsìa, dove si trovavano alcune brande pei feriti.
Asthor s’incaricò della loro cura, la quale, del resto, non doveva essere nè lunga nè difficile, trattandosi solamente di gente sfinita pei lunghi patimenti, ma di complessione ancora solida e che doveva ringargliardirsi presto con pasti sostanziosi e bottiglie di vin generoso.
Il capitano avrebbe voluto incaricarsene lui; ma in quel momento la sua presenza era più che necessaria sul ponte, poichè la _Nuova Georgia_ stava per correre un secondo e più tremendo pericolo.
La spiaggia, fin dove giungeva lo sguardo, erasi rapidamente coperta di una moltitudine di antropofagi resi furiosi per lo smacco subito e per la perdita dei prigionieri. Di là lanciava orribili imprecazioni contro gli stranieri, gli sfidava con urla che nulla avevano di umano, li minacciavano agitando in modo convulso le pesanti mazze, le lunghe lancie e le frombole.
Pareva che di momento in momento, tutta quella gente dovesse precipitarsi in mare per muovere all’abbordaggio della _Nuova Georgia_.
— È un esercito, — disse il capitano, sulla cui fronte passava e ripassava una profonda ruga. — Se tutta quella popolazione ci assalta, per noi non so come andrà a terminare. —
— Prevedo un impetuoso assalto, — disse Bill che pareva più inquieto di tutti. — Oh! se questa nave non si fosse incagliata!... —
— Fortunatamente siamo pronti a riceverli e abbiamo rinforzato il numero dei difensori. Sono coraggiosi senza dubbio i vostri compagni.
— Non solo coraggiosi, ma anche valenti tiratori, — disse Bill con un certo orgoglio. — Oh! oh! ecco dei canotti! —
Il capitano, Anna e i marinai che stavano loro attorno, volsero gli sguardi verso l’isola e scorsero, non senza una certa emozione, una ventina di grandi _canoe_ venire dalle coste settentrionali a tutta velocità.
Il capitano Hill ridirizzò l’alta statura e tuonò:
— Ognuno al posto di combattimento!... —
Poi, volgendosi verso Anna che era diventata pallida, ma che affettava ancora una grande calma:
— Figlia mia, — le disse con voce un po’ commossa, — ritirati nella tua cabina, poichè fra poco qui pioveranno le lancie e le frombole dei cannibali. —
— Ma se tu affronti la morte, voglio affrontarla anch’io al tuo fianco, — rispose la giovanetta. — Non tremo, padre mio, e tu sai che so adoperare il fucile come i tuoi migliori marinai.
— Lo so, ma combatterei male sapendoti esposta ai proiettili di quei bruti. Se avremo bisogno d’un fucile di più, ti prometto di farti salire in coperta. —
La baciò in fronte e la condusse nel quadro di poppa chiudendola nella cabina. Quando risalì sul ponte, i selvaggi stavano imbarcandosi nelle _canoe_ mandando urla feroci ed agitando le armi.
I suoi marinai disposti lungo le murate, o appollaiati sulle coffe degli alberi, o celati dietro alle funi ammassate sul castello di prua o sul cassero, attendevano intrepidi l’attacco coi fucili in mano e le scuri e le sciabole di arrembaggio alla cintola. Anche i naufraghi, malgrado la loro estrema debolezza, avevano lasciato le brande dell’infermeria, pronti a combattere fino all’ultimo sospiro.
— A noi, feroci antropofagi! — esclamò il capitano. — Ehi, Asthor, fa’ spiegare la bandiera americana sul picco della randa, e tu, armaiuolo, fa’ piazzare le spingarde e il cannoncino sul castello di prua! —
Era tempo! I venti grandi canotti, imbarcati oltre dugento guerrieri armati di lancie, di mazze e di frombole, avevano lasciata la costa e arrancavano a tutta lena correndo addosso alla _Nuova Georgia_, che, arrenata come era, non poteva in modo alcuno sfuggire l’abbordaggio.
Gli altri selvaggi che erano rimasti a terra per mancanza di posto, incoraggiavano i compagni con urla che salivano al cielo e che facevano gelare il sangue. Parevano impazienti di prender parte anche loro alla pugna. Erano più di mille, ed a ogni istante altri ne giungevano dalle boscaglie, assieme a numerosi capi distinguibili pei loro turbanti.
I venti canotti a mezza via si diressero in due colonne per assaltare il disgraziato legno da ambe le parti, cioè a babordo e a tribordo.
Il capitano Hill, che anche in quel terribile frangente conservava una calma ammirabile, e che non perdeva d’occhio la flottiglia assalitrice, divise i difensori della _Nuova Georgia_ in due gruppi affidando il comando di uno di questi ad Asthor, vecchio marinaio che aveva più volte combattuto contro i selvaggi.
A trecento metri l’armaiuolo aperse il fuoco col cannoncino, facendo piovere sulle orde assalitrici una vera tempesta di mitraglia; ma quantunque parecchi figiani cadessero fulminati o gravemente feriti, i canotti continuarono la corsa.
— Orsù, miei prodi, — gridò il capitano. — Fuoco a volontà!... —
A quel comando venti lampi balenarono sul ponte della nave arrenata, seguiti dalle acute detonazioni delle due spingarde, le quali lanciavano palle del peso di mezza libbra.
Urla indescrivibili, urla di furore e di dolore, s’alzarono fra gli assalitori. Quindici o venti di loro caddero nel fondo delle imbarcazioni che furono arrossate di sangue, e parecchi altri precipitarono in mare, ma l’assalto non venne arrestato.
In meno che non si dice, i venti grandi canotti si trovarono sotto i bordi del vascello, e quei diavoli color marrone o bronzo lucente, si slanciarono all’abbordaggio, gli uni salendo sulle spalle degli altri per giungere alle murate, e aggrappandosi alle bancazze, alle sartíe, agli sportelli delle cabine, alla rete della delfiniera e ai cavi pendenti dell’albero di bompresso, empiendo l’aria di clamori feroci e menando disperatamente le armi.
Il capitano Hill, i naufraghi, Asthor ed i marinai lottavano coll’energia della disperazione, sparavano le pistole, menavano le scuri e le sciabole d’arrembaggio; si difendevano coi calci dei fucili e colle pesanti aspe dell’argano, ma era fatica sprecata. Cadevano dieci selvaggi colla testa fracassata, e colle membra tronche od il petto squarciato; ma altri dieci, altri venti, altri cinquanta erano pronti a sostituirli e s’inerpicavano sui fianchi della nave come una legione di demonii, sfidando intrepidamente la morte, decisi a tutto pur di riavere i loro prigionieri e di guadagnarsi l’arrosto di carne umana.
Il capitano Hill, a rischio di ammazzare i propri marinai, aveva fatto volgere il cannoncino e le spingarde verso il ponte onde fulminare gli assalitori lungo i bordi della nave; Asthor aveva fatto spezzare delle casse di bottiglie e disperdere i rottami presso le murate, ma i cannibali salivano sempre a dispetto della mitraglia e si slanciavano in mezzo ai vetri infranti senza badare alle orribili lacerature che si producevano ai piedi.
Ormai la battaglia pareva definitivamente perduta, quando in mezzo alle grida dei vincitori, alle urla dei marinai ed alle detonazioni si udì una voce gridare:
— Tutti sugli alberi!... capitano Hill, barricatevi nella cabina di miss Anna!... La nave è salva! —
Poi Bill, il capo naufrago dai sinistri disegni si slanciò in mezzo al ponte e sparve nel ventre del vascello, dove in fondo, spaventate da quell’orribile frastuono, mugolavano le tigri.
CAPITOLO DECIMOTERZO.
Il domatore di tigri.
La vittoria dei cannibali era completa. Quell’attacco furioso ed irresistibile, le loro lancie, le loro pesanti mazze e il loro numero quasi venti volte superiore a quello dei difensori, avevano trionfato sul coraggio e sulle armi da fuoco degli uomini bianchi.
I marinai, dopo aver fatto prodigii di valore e di aver perduto sei compagni caduti nel più folto della mischia, impotenti ormai a far argine all’irrompente furia dei nemici e sul punto di venire circondati e tagliati a pezzi, al comando dato da Bill si erano affrettati a porsi in salvo sugli alberi, asilo più facile a difendersi, mentre il capitano Hill, dopo di essersi aperto il varco fra gli assalitori a colpi di sciabola, si era precipitosamente ritirato nella cabina di Anna chiudendo e assicurando il boccaporto per impedire, od almeno ritardare, la discesa degli antropofagi nel quadro di poppa.
I vincitori, quantunque ridotti a un terzo, poichè un gran numero di loro giacevano sul ponte contorcendosi fra rivi di sangue e altri galleggiavano attorno ai canotti, celebrarono la loro vittoria con tre urli potenti ai quali risposero i guerrieri affollati sulla spiaggia. Era l’annuncio che il vascello era stato vinto e l’arrosto di carne umana guadagnato!...
Però l’arrosto doveva essere ancora lontano, poichè i marinai salvatisi sulle antenne, sulle coffe e sulle crocette tenevano tuttora le loro armi, e risposero alle grida di vittoria con due scariche micidiali che gettarono a terra parecchi altri assalitori.
I cannibali non si spaventarono per questo e diedero furiosamente l’attacco all’alberatura tentando di salire sulle griselle e sui paterazzi; ma la partita non era eguale, e molto sangue doveva loro costare prima di snidare i difensori. Ogni uomo che cercava di salire stramazzava sul ponte con una palla nel corpo, e nel cadere si spezzava le gambe o le braccia, o si spaccava il cranio.
Ben comprendendo che non sarebbero mai riusciti a raggiungere i difensori finchè a questi duravano le palle e la polvere, cambiarono tattica e assalirono gli alberi colle scuri trovate sul ponte. Tagliati gli alberi, dovevano per conseguenza cadere anche i marinai: non era che questione di pochi minuti, forse d’un quarto d’ora.
Già, i marinai si ritenevano per perduti, quando si udì ancora la voce di Bill che saliva dalle nere profondità della stiva:
— Su, su, tigre! — gridava egli sghignazzando. — Avanti, agnellina mia! Lassù vi è un buon pasto da fare! —
Un istante dopo una tigre enorme, la più grande delle dodici che si trovano chiuse nelle gabbie, si slanciava fuori dal boccaporto maestro, piombando in mezzo ai selvaggi esterrefatti.
Parve dapprima sorpresa di trovarsi in così numerosa compagnia; poi, aizzata dall’odore del sangue che bagnava la coperta della nave e obbedendo ai suoi istinti feroci, si scagliò contro gli assalitori mandando un potente ruggito. Con due colpi d’artiglio atterrò due uomini, poi si slanciò contro gli altri facendo balzi di quindici piedi.
Vedendo quell’animale così feroce e così forte, i selvaggi, che ignoravano a quale razza appartenesse, non avendone mai visto uno uguale, furono presi da un superstizioso terrore che divenne ancor maggiore quando s’accorsero che se la prendeva con loro e che sbranava quanti incontrava su’ suoi passi.
Fu un fuggi fuggi generale. Resi pazzi dallo spavento si precipitavano in mare dalle murate, dal cassero, dal castello di prua, piombando addosso ai compagni che si trovavano nei canotti e abbandonando perfino le armi. I canottieri presi anche loro dal pànico, diedero mano ai remi e fuggirono disperatamente verso la costa senza fermarsi per raccogliere i nuotatori che mandavano urla acute, immaginandosi che quello strano animale si slanciasse anche in mare per sbranarli.
In pochi istanti sul ponte della _Nuova Georgia_ non rimaneva un solo selvaggio vivo. La tigre si era incaricata di ammazzare anche i feriti, ed ora diguazzava fra il sangue dei morti rimpinzandosi di carne umana.
— Hurrà!... Hurrà!... — gridarono i marinai dall’alto dei pennoni. — Viva Bill! —
Allora si aprì il boccaporto di prua che metteva nella camera comune dei marinai, e comparve il naufrago, tenendo in pugno una sciabola. Vedendo il ponte sgombro, si avanzò intrepidamente verso la gran tigre che stava stritolando fra le potenti mascelle le membra di un selvaggio. —
— Bill!... Bill!... — gridarono i marinai. — Bada che la tigre ti sbranerà!... —
Il naufrago alzò le spalle facendo un gesto sdegnoso e continuò ad avanzarsi contro la fiera che aveva alzata la testa, mandando sordi brontolii.
— Vattene! — disse Bill, additandole con un gesto energico il boccaporto di maestra.
La tigre rimase immobile fissandolo con due occhi di fuoco. Chiunque altro si sarebbe affrettato a ritirarsi dinanzi a quel contegno ostile, ma Bill invece continuò il suo cammino.
Lo strano uomo pareva trasfigurato. I suoi lineamenti dimostravano in quel punto un’energia suprema e una volontà incrollabile, e dai suoi occhi pareva che schizzassero scintille.
Si fermò a tre passi dalla tigre che continuava a brontolare, e additandole nuovamente il boccaporto, ripetè con una voce che aveva una strana intonazione:
— Vattene!... —
Allora l’equipaggio, che dall’alto dell’alberatura assisteva colla più alta meraviglia a quella scena inattesa, vide la feroce belva indietreggiare lentamente, curvare umile il robusto dorso, abbassare il capo come se non potesse reggere lo sguardo potente, affascinante di quell’uomo, dirigersi verso il boccaporto e scendere nella stiva.
Bill la seguì col braccio sempre teso, discese nel ventre del vascello dietro la fiera, si udì un fragor di ferri agitati e percossi, poi si vide ritornare sul ponte.
— Potete scendere, — disse volgendosi verso l’equipaggio ancora stupito. — La tigre è tornata nella sua gabbia. —
Poi si recò a poppa, sollevò il boccaporto e chiamò il capitano Hill che si affrettò a salire in coperta seguíto da Anna.
— E i selvaggi? — chiese con ansia l’americano, vedendo il ponte sgombro.
— Fuggiti, — rispose Bill con voce tranquilla.
— Avete scatenato le tigri?
— È bastata una sola per fugare gli antropofagi.
— Grazie, Bill, di quanto avete fatto. Senza di voi la mia nave a quest’ora sarebbe perduta, e tutti noi saremmo prigionieri.
— Voi avete salvato me, io ho salvato voi, — rispose il naufrago con voce sorda — Nè io più nulla devo a voi, nè voi a me: siamo pari! —
Il capitano Hill lo guardò con sorpresa.
— Perchè queste parole, Bill? — chiese con tono di rimprovero.
— Perchè non amo essere debitore verso di nessuno, — rispose il naufrago con accento marcato.
— Siete orgoglioso, Bill. —
Il naufrago scosse il capo e contrasse la fronte.
— No, — disse. — Un giorno saprete il perchè. —
Girò sui talloni dopo d’aver lanciato un acuto sguardo verso Anna e si allontanò coi lineamenti contraffatti e un sardonico sorriso sulle labbra.
— Che singolare uomo! — disse la giovanetta.
— Non riuscirò mai a comprenderlo, Anna, — disse il capitano Hill. — Eppure quelle parole m’hanno fatto una sinistra impressione!... Bah!... Non ci pensiamo! —
Fece un gesto come per iscacciare un cattivo pensiero e andò incontro ai marinai che scendevano dall’alberatura.
— Quanti uomini abbiamo perduto? — chiese ad Asthor.
— Sei, signore, e dei più valorosi.
— Tutti nostri? — domandò il capitano sospirando.
— Tutti, signore, per nostra disgrazia. Pareva che la fortuna proteggesse i naufraghi, poichè essi non hanno riportato nemmeno una ferita. A proposito, cosa vi sembra di quegli uomini?
— Mi pare che siano buoni diavoli, — rispose il capitano. — Ma....
— Cosa sospettate?
— Ho scorto sulle loro braccia e sulle loro gambe delle lividure che mi danno molto da pensare, mio vecchio Asthor. Possono essere state prodotte dalle corde, ma forse....
— Comprendo, — disse il pilota il cui volto erasi annuvolato. — Il signor Collin aveva notate le stesse lividure sui polsi di Bill. To’! che tanto sangue sia stato sparso per salvare degli uomini di quella fatta, dei reduci da quella sinistra isola che si chiama Norfolk?...
— Forse c’inganniamo, Asthor, e poi.... —
S’interruppe e fece un gesto di sorpresa. Gli erano venute in mente le strane parole poco prima pronunciate da Bill.
— Ho una vaga paura, Asthor, — disse.
— Voi temete?...
— Nulla per ora, ma teniamoli d’occhio.
— Li sorveglierò attentamente, capitano, e guai a loro se oseranno tramare qualche cosa. Il vecchio Asthor è ancora robusto e capace di spaccare il capo a chi ardisse alzare una mano contro di voi o contro a miss Anna.
— Silenzio, mio caro lupo di mare; ora pensiamo ai morti. —
Fece ritirare Anna onde non assistesse alla brutta scena, e i marinai, per ordine del capitano, gettarono in mare i cadaveri degli assalitori che ingombravano la coperta. La risacca, che si faceva sentire fortissima, ne spinse parecchi fino sulle spiagge dell’isola, e si videro allora quei feroci mangiatori di carne umana impadronirsi avidamente dei loro spenti compagni e portarseli sotto i boschi, non già per dar loro onorevole sepoltura, ma per divorarseli, poichè, come si disse, quegli esseri ributtanti non sdegnano di pascersi delle carni dei fratelli e delle sorelle quando la fame o la golosità gli spinge!...
La sera venne calata la bandiera americana a mezz’asta in segno di lutto, e dopo l’uffizio dei morti recitato dal capitano unitamente a tutto l’equipaggio, vennero calati in mare i sei marinai caduti durante la pugna, ben avvolti però in una grossa amaca e con una pesante palla di ferro legata ai piedi, per sottrarli ai denti dei mostruosi abitanti dell’arcipelago Figiano.
CAPITOLO DECIMOQUARTO.
La grande marea.
Durante la notte nulla accadde di notevole. Gl’isolani fecero udire continuamente il suono rauco delle loro conche marine, ma non abbandonarono la spiaggia per tornare all’attacco del vascello.
I marinai che si aspettavano ad ogni momento un nuovo assalto, non abbandonarono un solo istante la coperta, e per far capire ai selvaggi che si tenevano in guardia, fecero tuonare parecchie volte il cannone e le spingarde, scatenando clamori assordanti da parte dei numerosi nemici accampati sulle scogliere ed ai piedi dei grandi alberi dell’isola.
Quando spuntò l’alba, il capitano che non aveva chiuso occhio in tutta la notte per essere pronto a respingere gli assalti, vide che il numero dei nemici era cresciuto. Sulla spiaggia vi erano almeno cinque o seimila selvaggi e altri si vedevano giungere dalle isole vicine, ma nessuno ardiva accostarsi alla _Nuova Georgia_, la quale pareva incutesse in tutta quella gente un superstizioso terrore.