Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 6
— Che questo avvenimento riguardasse i miei compagni. Ho un sinistro presentimento.
— Temete che siano stati fatti prigionieri proprio ora che noi siamo qui?
— Quel colpo di fucile isolato mi dà assai da pensare.
— Ma noi li salveremo egualmente, — disse Anna con animazione. — Non lasceremo a nessun patto che i selvaggi divorino quei disgraziati.
— Un canotto! — esclamò in quel momento un marinaio, additando la costa.
Tutti gli sguardi si diressero verso il luogo indicato e videro una pesante canoa scavata nel tronco di un albero gigantesco, staccarsi dalla riva e dirigersi rapidamente verso la nave.
Dodici selvaggi seminudi ma armati di pesanti mazze, remavano con un accordo perfetto, mentre a prua se ne stava ritto un uomo di alta statura, col turbante in capo e una folta barba dipinta in rosso.
I marinai afferrarono i fucili e l’armaiuolo puntò il cannoncino, ma il naufrago con un gesto imperioso li trattenne.
In pochi minuti l’imbarcazione attraversò lo strato d’olio e giunse sotto il tribordo della nave. Allora l’uomo col turbante, alzato il capo verso l’equipaggio, chiese nella sua lingua:
— Cosa cercano gli stranieri? —
Bill si curvò sul bordo e rispose nell’istesso idioma:
— Cerchiamo gli uomini bianchi naufragati sulla tua isola tempo addietro e che si trovano nei boschi. —
Il capo selvaggio lo guardò con due occhi che mandavano lampi feroci, poi scoppiò in una lunga risata.
— Il re nostro sta per morire, — gridò, — e gli uomini che cercate gli faranno scorta d’onore nell’altra vita; ma noi mangeremo voi! —
Ciò detto, la _canoa_ virò prontamente di bordo e si allontanò colla velocità di una freccia.
In quel mentre, il naufrago fece un gesto di furore.
CAPITOLO DECIMO.
Un re sepolto vivo.
Non esiste forse in tutto il mondo un popolo che abbia tanto poca paura della morte quanto il Figiano. Abbiamo già detto che per gli abitanti dell’arcipelago di Figii la morte non rappresenta che un puro cambiamento di vita, perchè nei loro animi è radicata fortemente la convinzione che una pronta risurrezione li attenda, appena lasciata questa terra; ma a quale punto arrivano!
Quando un uomo crede di esser vissuto abbastanza nella sua isola, non trova cosa più naturale che di farsi strangolare da qualche fido amico, il quale si presta colla miglior buona grazia che immaginare si possa, a quel lugubre ufficio.
Un uomo si sente ammalato? Si fa strangolare, non sembrandogli giusto di presentarsi al Grande Spirito affatto agonizzante o stremato di forze. Muore un bambino? La madre lo segue facendosi strangolare dal marito, perchè ritiene che il piccino possa avere ancora bisogno delle sue cure nell’altro mondo. Due amici carissimi non vogliono separarsi? Quando uno muore, l’altro si affretta a seguirlo facendosi uccidere!... Due amanti si adorano ma non possono sposarsi per differenza di casta? Pregano il padre od il suocero o chiunque altro di toglier loro la vita per unirsi nell’altro mondo, e quei bravi selvaggi non si fanno pregare due volte.
Che più? Quando un padre è vecchio e pieno di acciacchi, i figli lo avvertono rispettosamente che ha vissuto anche troppo, che è giunta l’ora di lasciare questa terra di miserie, e sempre rispettosamente lo strangolano o lo fanno strangolare.[1]
Quando il re è vecchio ed ammalato, la popolazione umilmente lo avverte che è tempo di lasciare il trono al figlio primogenito, e si prepara a fargli grandi funerali ed a festeggiare contemporaneamente il successore. Il povero despota di ieri, bene o male bisogna che si adatti al volere dei suoi fedelissimi sudditi e si lascia portare alla sepoltura, ma con questa differenza, che mentre gli altri vengono sotterrati morti, egli invece è sepolto, sì; ma sepolto ancor vivo!...
Questo seppellimento di un uomo vivo, che potrebbe tuttavia campare un buon numero d’anni, si compie con cerimonie speciali, come si converrebbe a persona potente. La sposa principale che non può, con suo profondo rammarico, seguire il re nel grande viaggio, poichè gli usi della corte glielo vietano, dipinge il petto e le braccia del povero despota adoperando un color nero che si ottiene da una specie di noce chiamata _aluazzi_; poi gli annoda attorno alle gambe ed alle reni delle striscie di stoffa bianca detta masi, che si ricava dalle fibre filate di una specie di gelso, comunissimo in tutte le isole del Grande Oceano.
Ciò fatto si trasporta con grande pompa il morto-vivo alla sepoltura; ma prima di calarlo nella fossa, vi si gettano dentro, già strangolati, due o tre dei più famosi guerrieri onde gli servano di scorta e facciano capire al Grande Spirito che ha da fare con un potente personaggio, e vi si gettano altresì parecchie donne, che sono destinate a servirlo nell’altra vita!
Questi costumi, che non possono essere stati immaginati che dalle menti degli antropofagi, sembreranno strani, anzi addirittura inverosimili, tanto sono orribili, e si potrebbe credere che fossero stati inventati dalla fantasia degli scrittori o dei marinai, se i navigatori che visitarono più volte quell’arcipelago non li avessero constatati coi loro occhi. I missionari che in questi ultimi anni sbarcarono in quelle isole, tentarono ogni sforzo per mettere un freno a simili atrocità e in parte vi riuscirono; ma non è molto tempo che il reverendo Thomas William dovette assistere al seppellimento del re Somo-Somo, uno dei più valorosi selvaggi che regnava a Nasima e che fu trasportato al sepolcro ancor vivo, quantunque fosse gravemente ammalato, insieme con parecchie donne che erano state prima strangolate per tenergli compagnia nell’altra vita! Ed il missionario, atterrito e impotente, poichè tutti i suoi sforzi erano riusciti vani, affinchè quell’orribile funerale non si facesse, fu costretto a udire i colpi di tosse del vecchio re, mentre la terra lo aveva già ricoperto!
La sinistra notizia portata dal selvaggio che montava la canoa, come è facile immaginare, produsse una impressione dolorosa in tutto l’equipaggio, poichè nessuno ignorava i feroci costumi di quegli spietati mangiatori di carne umana.
I disgraziati naufraghi della nave inglese, che l’equipaggio sperava di trovare ancora liberi e di salvarli senza dover ricorrere alle armi, stavano per venire sacrificati per servire di scorta al moribondo re nel grande viaggio dà cui più non si torna, e d’altra parte la _Nuova Georgia_ stava per venire assalita senza avere la speranza di prendere il largo, dacchè l’uragano l’aveva spinta attraverso alle scogliere.
Per alcuni istanti a bordo della nave regnò un profondo silenzio, tanta era stata l’impressione ricevuta da quelle brutte notizie; poi il capitano Hill che era un uomo di grande energia e risoluto, lo ruppe:
— Non scoraggiamoci, — disse. — Siamo pochi, è vero, ma tutti valorosi e non nuovi ai pericoli; abbiamo armi, polvere e palle in abbondanza, e non dobbiamo temere quei brutti antropofagi. Orsù, Bill, cosa mi consigli di fare? —
Il naufrago che guardava l’isola cogli occhi fiammeggianti, i pugni chiusi, il viso sconvolto da una collera furiosa, si volse come una fiera. Non era più l’istesso uomo di poche ore prima, freddo e tranquillo; era pallido e nel suo viso si leggeva un non so che di furore e di sinistro, da mettere paura.
— Cosa vi consiglio di fare? — diss’egli con voce rauca. — Lo so io forse?
— Tu conosci l’isola e gli isolani meglio di me, e puoi darmi dei preziosi consigli. Credi tu che si possano salvare i tuoi compagni? —
Un lampo di gioia attraversò gli occhi di Bill.
— Volete salvarli? — chiese, cambiando tono.
— Se è possibile, sono pronto a tentarlo.
— Possiamo farlo; ma dovremo ricorrere alla forza, signore, e dare battaglia ai selvaggi.
— Hai un piano tu?
— Forse, — rispose Bill, dopo alcuni istanti di meditazione.
— Mettilo fuori.
— La _Nuova Georgia_ per ora non correrà pericolo alcuno; di questo sono certo. Finchè non sarà finita la cerimonia del seppellimento, nessun selvaggio verrà ad inquietarci, perchè nessuno lascerà le feste che seguiranno l’inaugurazione del nuovo regno. Abbiamo quindi del tempo per agire senza temere un improvviso assalto....
— Proseguite, — disse miss Anna.
— Ecco il mio piano: questa sera, dopo calato il sole, lasceremo la nave sotto la guardia di sei uomini risoluti e andremo a sbarcare in una piccola rada a me nota. Per un sentiero che non è conosciuto dai selvaggi, attraverseremo la foresta ed andremo ad appostarci in prossimità del grande villaggio abitato dal morente re. Quando la cerimonia funebre comincierà, piomberemo addosso all’orda, rapiremo i miei compagni e fuggiremo verso la rada. Se più tardi, rimessisi dalla sorpresa che certamente farà loro la nostra improvvisa comparsa, verranno ad assalirci sulla nave, preparerò io un’insidia che li terrà per sempre lontani.
— Sta bene; noi tenteremo il colpo.
— E non vi seguirò io? — chiese Anna.
— È impossibile, figlia mia, — rispose il capitano. — So che tu sei coraggiosa e abile nel maneggio delle armi da fuoco, ma non potresti seguirci sotto i boschi, forse con i selvaggi alle spalle. Ti darò una buona guardia però, e Asthor non lascerà avvicinare il nemico, sta’ certa.
— Farò quello che tu vorrai, padre mio. —
Il mare frattanto si era calmato e la costa era deserta. Il capitano fece calare in acqua le due imbarcazioni maggiori, che armò con due spingarde caricate a mitraglia; vi unì un gran numero di fucili scelti fra i migliori, una buona provvista di polvere e di palle e alcune provvigioni, ignorando ancora quanto durerebbe la spedizione.
Ciò fatto, il bravo capitano attese la notte per agire.
Alle dieci di sera diede il comando d’imbarcarsi. Abbracciò Anna che era vivamente commossa per quella separazione la quale poteva riuscire fatale all’uno e all’altro, raccomandò al vecchio Asthor e ai sei marinai di fare buona guardia, poi scese nella imbarcazione.
I tredici marinai destinati a prendere parte all’ardito colpo di mano, avevano già preso posto nelle scialuppe portando con loro altre armi e non attendevano che un segnale per dar mano ai remi.
— Veglia, Asthor, — disse il capitano, prima di prendere il largo. — Ti affido mia figlia che è il tesoro più caro che abbia sulla terra.
— Mi farò uccidere se sarà necessario, ma la ritroverete viva, signore, — rispose il lupo di mare.
Il capitano fece un ultimo saluto ad Anna che stava ritta sulla murata, poi comandò di prendere il largo.
Le due scialuppe, facendo meno rumore che era possibile e protette dalle tenebre, si allontanarono girando attorno alle scogliere e misero la prua verso il sud.
Il naufrago che si era messo al timone della maggiore, segnava la via additando ai remiganti i bassifondi e le scogliere, onde non dessero in secco. Di quando in quando però li faceva arrestare e con quei suoi occhi, che anche di notte luccicavano come quelli dei gatti, scrutava con cura minuziosa le sponde dell’isola per assicurarsi che nessuno gli spiava.
Dopo una buona mezz’ora Bill spinse la sua scialuppa verso la costa e superato un banco, sopra cui rompevasi il mare con una certa violenza, la fece entrare in una piccola baia assai ristretta, circondata da una fitta foresta di banani (_ficus indica_), alberi di proporzioni colossali, con tronchi formati di grossi fusti intrecciati, che riuniti misurano quasi trenta metri di circonferenza e una massa enorme di fogliame capace di proteggere, colla sua ombra, quattrocento persone e più.
— Fermi, — mormorò il naufrago.
I remiganti si arrestarono a dieci o dodici metri dalla riva, e non sapendo di che cosa trattavasi, raccolsero i fucili armandoli.
— Cosa succede? — chiese il capitano Hill che giungeva colla seconda scialuppa.
— Ascoltate! —
Tutti fecero silenzio, e stettero in ascolto, rattenendo perfino il respiro. In lontananza si udivano echeggiare i selvaggi clamori a cui si univano talvolta dei suoni strani che parevano prodotti con delle conche marine. Il capitano Hill impallidì e provò una stretta al cuore.
— Che assaltino il mio legno? — chiese.
— No, — disse Bill. — Queste grida non vengono dalla parte del mare ma dalla parte del grande villaggio. O Vavanuho è morto o qualche grave avvenimento è accaduto.
— Chi è questo Vavanuho?
— È il re che devono seppellire.
— Sbarchiamo. —
Le due scialuppe si accostarono alla spiaggia e si arrenarono su di un banco di sabbia. I quindici uomini armatisi dei fucili, delle pistole e dello sciabole d’abbordaggio, sbarcarono ai piedi dei grandi fichi banani, le cui radici venivano a lambire l’acqua della piccola baia. Bill fece gettare sulle scialuppe una grande quantità di rami e di foglie onde non venissero scoperte, poi messosi alla testa del drappello, s’inoltrò sotto la fitta ombra proiettata dai giganteschi alberi.
Avevano percorso appena sei o sette passi, quando Bill si arrestò bruscamente afferrando il fucile.
— Cosa avete veduto? — chiese il capitano Hill.
— Un’ombra ha attraversato il sentiero.
— To’! — esclamò in quell’istante una voce. — Bill qui! Sogno o i cannibali mi hanno accoppato? —
CAPITOLO DECIMOPRIMO.
I compagni di Bill.
Un uomo si era alzato dietro al cespuglio, e dopo quella esclamazione si era avanzato verso il drappello, fermandosi però di tratto in tratto per stropicciarsi energicamente gli occhi, come se avesse timore di vederci male.
Ma quale uomo! Era alto, magro come se fosse digiuno da tre settimane, sparuto, livido. Una barba prolissa, rossiccia, gli pendeva dal mento e una lunga capigliatura arruffata come una matassa gli cadeva sugli omeri, i quali lasciavano vedere le ossa, tanto erano secchi.
Pochi brandelli di stoffa, che ricordavano vagamente le forme di una casacca e d’un paio di calzoni sfondati, coprivano quel corpo ischeletrito e coperto di contusioni.
— Ma sei proprio tu Bill? — ripetè quel disgraziato.
— Mac Bjorn! — esclamò il naufrago. — In quale stato mai ti trovo!...
— Un po’ magro, non dico di no, ma vivo ancora a dispetto di quella canaglia di antropofagi che mi volevano morto. Ma.... non sei solo tu, a quanto pare.
— Ringrazia innanzi tutto questo signore, il capitano Hill comandante la _Nuova Georgia_, che è qui appositamente venuto per salvar voi tutti. —
L’uomo magro s’inchinò facendo scricchiolare tutte le ossa del dorso, e disse:
— Vi ringrazio, signore, a nome di tutti i miei compagni, i quali saranno ben lieti di vedervi, ve lo assicuro, se li troverete ancora vivi.
— Perchè se li ritroverò vivi? — chiese il capitano, dopo d’aver restituito il saluto.
— Se non vi affrettate, bisognerà cercarli nella fossa del re. By-god! Hanno fretta quei buoni selvaggi!
— Sono prigionieri? — chiese Bill.
— Tutti.
— Ma tu perchè sei libero?
— Eh! eh! — esclamò il naufrago ridendo. — M’avevano legato che parevo un salame; ma sono così magro, che riuscii a sgusciare fra i cordami e darmela a gambe.
— E vi hanno inseguito? — chiese il capitano.
— Sì, ma ho le gambe lunghe e il corpo leggiero, e presto potei guadagnare il bosco.
— Quando sei fuggito? — domandò Bill.
— Poco fa.
— Quelle grida adunque che abbiamo udite?....
— Erano di rabbia. Gli antropofagi s’accorsero della mia fuga quando ero lontano, e hanno dato l’allarme; ma ora me ne infischio di quei bricconi. E.... dov’è Sangor che non lo vedo? Tu eri partito coll’indiano.
— È morto, — rispose Bill facendo un gesto di stizza. — Sono vivi tutti gli altri?
— Sì, vivi, ma in cattivo stato, magri come bastoni e tanto deboli, da non poter quasi stare in piedi, perchè sono due giorni che non mangiano. Pare che i selvaggi vogliano mandarli all’altro mondo cogli intestini leggieri e una gran dose d’appetito. Cosa vuoi? costumi da antropofagi!
— Vi sentite in grado di condurci fino al villaggio? — gli chiese il capitano.
— Lo spero, purchè mi sia dato un biscotto da sgretolare e un sorso di _gin_ o di _brandy_. —
Un marinaio gli offrì la propria fiaschetta mentre un altro gli riempiva di biscotti le tasche della sbrindellata giacca e un terzo gli dava una scatola di pesce in conserva.
Il naufrago prese avidamente la fiaschetta e in tre lunghe sorsate la vuotò.
— Eccellente, in fede mia, questo _wisky_, — disse facendo scoppiettare la lingua. — Andiamo ora, o sarà troppo tardi; ma silenzio assoluto ed aprite per bene gli occhi. —
Impugnò colla destra una sciabola d’abbordaggio datagli da un marinaio e colla sinistra una pistola offertagli da un altro; e raccolti i lembi della sua giacca, quel corpo lungo lungo, le cui ossa scricchiolavano ad ogni passo, si mise in cammino fiancheggiato da Bill, il quale gli sussurrava, agli orecchi, delle parole che il capitano non riusciva a comprendere, quantunque si trovasse due passi più indietro.
Chiedeva degli schiarimenti o si trattava di qualche cosa di più grave? Mac Bjorn, l’uomo-scheletro, non rispondeva, ma si vedeva muovere spesso il capo, come se approvasse ciò che gli veniva chiesto o detto: chi però l’avesse osservato meglio e di fronte, anzichè di dietro, avrebbe veduto quei piccoli occhi affondati nelle magre occhiaie mandare strani bagliori, e su quelle aride labbra apparire di tratto in tratto un sarcastico sorriso.
Camminando con precauzione, con gli orecchi sempre tesi e gli occhi bene aperti, la piccola colonna giungeva dopo un’ora in uno spazio aperto fra gli alberi. Mac Bjorn con un gesto fece fermare i marinai che lo seguivano.
Si curvò verso terra per raccogliere meglio i rumori, fiutò a più riprese l’aria come un cane fiuta la selvaggina, poi volgendosi verso il capitano che non perdeva di vista alcuno dei suoi gesti:
— Siamo presso il villaggio, — disse. — Superata questa boscaglia, ci troveremo dietro le ultime capanne.
— Dove si trovano i nostri compagni? — gli chiese Bill.
— In una capanna accanto a quella reale, — rispose Mac Bjorn.
— Guardata da molti guerrieri?
— Sì; da una ventina, e armati di lancie e di pesanti mazze.
— Se irrompessimo questa notte nel villaggio, credete che si potrebbero liberare? — domandò il capitano.
— Non lo credo, perchè la capanna è forte, i nostri compagni solidamente legati e prima di giungere presso di loro i cannibali li accopperanno. È meglio attendere il momento in cui comincerà la cerimonia funebre, poichè allora la popolazione sarà inerme. Il nostro improvviso assalto cagionerà un pànico generale, le donne e i ragazzi faranno una grande confusione, e noi ne approfitteremo per disperdere quelle canaglie e liberare i prigionieri. Seguitemi! —
Mac Bjorn che conosceva la via meglio di Bill, si mise alla testa del drappello e s’avviò verso il nord con mille precauzioni, evitando di fare scricchiolare i rami degli alberi, e fermandosi di tratto in tratto per ascoltare se la foresta era silenziosa.
Dopo cinquecento passi abbandonava la foresta dei banani e s’addentrava in un’altra più fitta formata da superbi artocarpi, alberi che danno frutte grosse, di corteccia rugosa, contenenti una polpa giallastra e che cucinata serve da pane. Infatti, tali piante vengono appunto chiamate anche alberi del pane, quantunque la polpa di quelle frutta somigli più al fondo del carciofo che alla farina.
Mac Bjorn l’attraversò, strisciando fra le liane che correvano fra i tronchi, formando una rete arruffata, e si arrestò dinanzi a un gruppo gigantesco di fitti cespugli.
— Guardate laggiù, attraverso ai rami, — disse volgendosi verso il capitano.
Hill s’alzò, scostò alcuni rami per meglio vedere e scorse, a circa dugento metri, una doppia fila di capanne le cui forme rammentavano gli alveari delle api, ma ampie e difese qua e là da palizzate.
Numerosi fuochi ardevano lungo il grande viale che divideva le abitazioni, e al chiarore di quelle fiamme vide parecchi gruppi di selvaggi i quali bivaccavano all’aperto tenendo in pugno le loro lancie con la punta di osso o di ferro, e le loro pesanti mazze chiamate molto opportunamente rompiteste.
Aguzzando meglio lo sguardo, il capitano scorse un po’ più oltre una grande capanna, sulla cui cima ondeggiavano degli stracci e dei rami d’albero, e attorno alla quale si affollavano moltissime persone movendosi con una certa animazione.
— È la capanna reale, — gli sussurrò agli orecchi Mac Bjorn.
— È morto il re?
— Ieri mattina era ancora vivo e non mi parve tanto ammalato da far temere prossima la sua fine. Io scommetterei anzi, che se lo lasciassero in vita, camperebbe ancora un discreto numero d’anni.
— È contento di farsi seppellire?
— Non mi parve sconcertato; anzi, incoraggiava suo figlio che si strappava i capelli per la disperazione.
— Il suo erede?
— Precisamente.
— E perchè quel caro figlio non impedisce il seppellimento?
— Perchè dice che è meglio essere re che figlio di re, e che suo padre ha vissuto fin troppo.
— Che razza di furfanti!
— Costumi da antropofagi, signore, — disse Mac Bjorn, senza manifestare il menomo orrore. — Oh! ecco che comincia ad albeggiare. —
Infatti verso oriente una luce scialba si vedeva apparire, e gli astri a poco a poco impallidivano. Fra pochi minuti il sole doveva splendere, poichè in quelle latitudini si può dire che non vi è nè tramonto, nè alba. Scomparso il sole, la notte cala bruscamente, e viceversa.
Ad un tratto si udirono echeggiare pel villaggio le conche marine e si videro uscire dalle capanne uomini, donne e ragazzi in gran numero, indossanti gonnellini affatto nuovi, file di denti di pescicani e di pezzi di ossi di balena. Attorno alla capanna reale s’alzarono acute grida, in mezzo alle quali si distinguevano delle urla strazianti.
— Sono le spose del re che piangono, — disse Mac Bjorn. — Quelle brutte streghe si disperano perchè tutte non possono venire sepolte, mentre i nostri compagni fremeranno pensando che dovranno accompagnare nel gran viaggio quell’ubriacone di Vavanuho.
— Speriamo di salvarli, — disse il capitano. — Tenetevi pronti a tutto: quando darò il comando, scaricate i fucili nel più fitto dell’orda, poi carichiamola colle sciabole e colle pistole. —
Era ormai giorno fatto; il sole comparso sopra i grandi picchi che dividevano l’isola, faceva cadere una pioggia d’oro sui boschi e sulle capanne del villaggio.
La folla cresceva di minuto in minuto; si vedeva accorrere dalle vicine foreste che nascondevano altri villaggi, dalla parte del mare, dalla parte dei monti, e si accalcava attorno alla dimora reale dove una compagnia di sonatori faceva echeggiare furiosamente le conche marine.
D’improvviso si fece un grande silenzio: i guerrieri si ordinarono rapidamente formando una lunga colonna che si distaccò dalla grande capanna, dirigendosi verso il bosco occupato dall’equipaggio della _Nuova Georgia_. Dietro di loro comparve il vecchio re, portato su di una specie di palanchino sorretto dai più famosi guerrieri della tribù, adorni di numerose collane e colle membra tatuate.
Il povero despota era vestito in gran gala. Aveva le braccia e le gambe fasciate da lunghe striscie di quella tela detta _masi_, il petto dipinto di nero colla tintura di _aluazzi_, il capo coperto da un fazzoletto rosso sormontato da uno strano diadema formato di conchiglie e aveva al collo numerose collane di pezzi di fanoni di balena.
Poteva avere sessant’anni, ma l’abuso delle bevande alcooliche e qualche lunga malattia lo avevano invecchiato assai. Malgrado sapesse la sorte che lo attendeva, pareva contento e sorrideva amabilmente alla prima moglie che lo sventolava con un ventaglio di foglie di cocco.
Mac Bjorn e Bill, che aguzzavano gli occhi, distinsero dietro al vecchio re, ma circondati dalla popolazione, i loro sei compagni, solidamente legati, stracciati, scheletriti, tutti pesti dalle percosse che piovevano abbondanti sulle loro spalle ogni volta che si fermavano. Accanto a loro camminavano dieci ragazze, vestite a festa, anch’esse legate, destinate a venire uccise per tenere compagnia al loro sovrano nell’altra vita; ma non avevano il volto sparuto e sconvolto dei disgraziati naufraghi, anzi parevano felicissime di essere state scelte a tale ufficio onorifico.
— Eccoli! — esclamò Bill, che era diventato pallidissimo, nello scorgere i suoi compagni.