Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 5
E all’olio dovettero la loro salvezza il piroscafo _Stockolm City_ nella sua traversata fra Boston e l’Inghilterra, la _Nehemiah Gibson_ del capitano Bailey, l’_Emily Witney_ del capitano Rollin sorpresa da un furioso uragano il 25 agosto 1886, la _Marta Cabb_ in viaggio dall’America all’Europa, il _Meno_ del Lloyd nord-tedesco comandato dal capitano Kuhlmann, ec. Senza l’olio tutte queste navi avrebbero affondato e chi sa se dei loro equipaggi qualche persona sarebbe sopravvissuta, per dare al mondo la notizia del disastro.
Non si creda, del resto, che sia necessaria una spesa enorme per oliare il mare. La sostanza grassa si dilata con rapidità immensa, dura attorno alla nave anche se questa fugge e bastano due sacchi pieni di canape imbevuto della materia grassa, e sospesi o a prua, o a poppa, o a babordo o a tribordo, secondo la direzione della nave, per fare un lungo cammino. In mancanza di sacchi, basta far cadere l’olio dagli ombrinali dopo averli mezzo-turati con canape, onde non scorra troppo facilmente.
Si è constatato che in media la spesa subita da diciassette bastimenti fuggenti in poppa, fu di litri 1,83 per ora, di altri undici di litri 2,70; ma devesi notare che questi fuggivano in direzione del vento e che quindi l’olio si disperdeva con maggiore facilità.
Le cause che producono questo fenomeno, sono facilissime a spiegarsi.
Non essendo l’olio penetrabile nè all’aria nè all’acqua, la coesione delle sue molecole è tale, che il suo getto non può trasformarsi in pioggia. Il vento non avendo nessuna presa su di esso, lascia intatto lo strato che copre l’acqua, la quale non venendo più urtata si mantiene quasi tranquilla. Tutt’al più subisce gli urti delle onde che si dibattano agli orli dello strato, ma non forma che delle ondulazioni che sono sensibili solamente in pieno mare.
La _Nuova Georgia_, immersa nello strato oleoso che opponeva una fiera resistenza alle contro-ondate della risacca, quantunque il suo spessore fosse talmente sottile da superare tuttociò che si può supporre (si calcola che sia di 1/90000 di millimetro) rimaneva quasi immobile, essendo rinchiusa fra i bassifondi dell’isola.
I marosi, che il vento sollevava a prodigiosa altezza, si scagliavano rabbiosamente, colle creste bianche di spuma, contro lo specchio unito prodotto dall’olio che sempre più dilatavasi, ma si calmavano quasi di colpo. Le sommità si abbassavano come per incanto, passavano sotto lo strato sollevando lentamente la nave e uscivano dall’altra parte, dove tornavano ad alzarsi con furore estremo frangendosi e rifrangendosi contro le scogliere.
— È meraviglioso questo fenomeno, — disse miss Anna che contemplava il mare dalla murata di poppa.
— Meraviglioso e pur tanto facile a spiegarsi, — rispose il capitano Hill. — Occorreva un semplice marinaio per insegnarlo a me, che navigo da tanti anni.
— Che Bill lo abbia usato egli stesso?
— O lui o il suo capitano senza dubbio.
— Qualunque olio gode la proprietà di calmare il mare?
— Sì; e ora che mi ricordo, ti dirò anzi che qualunque materia oleosa può fare altrettanto. Ho infatti più volte osservato che tutti i detriti diversi provenienti dalle cucine delle navi e tutti i corpi galleggianti formanti una massa compatta, producevano un rallentamento nelle onde.
— È vero, — disse una voce dietro di loro.
— Ah! sei tu, Bill! — esclamò il capitano. — Lascia che ti ringrazi di averci salvati, poichè senza di te forse la _Nuova Georgia_ più non galleggerebbe. —
Un enimmatico sorriso sfiorò le sottili labbra del naufrago.
— Non parliamo di questo, — disse. — Avete fatto abbastanza per me: siamo pari.
— Hai fatto altra volta uso di questo prodigioso esperimento? — domandò il capitano Hill.
— Sì, a bordo di una nave baleniera. Il capitano avea osservato più volte che durante la fusione di grassi di balene, i cui residui vengono gettati in mare, le onde non andavano ad infrangersi contro la nave: tentò l’esperimento durante una terribile tempesta che ci aveva colti all’uscita del mare di Behring, e riuscì pienamente. Del resto non è solamente l’olio che ha la proprietà di calmare le onde, poichè più tardi verificai che tutti i corpi galleggianti in massa compatta oppongono una grande resistenza alle disgregazioni delle particelle del liquido marino sotto l’azione delle raffiche. Infatti nella baia di Bristol, che si trova nell’America settentrionale, presso la penisola di Aliaska, mentre attraversavamo uno spazio di mare coperto da un numero infinito di ghiacci, vidi che le onde si frangevano furiosamente tutt’all’intorno, ma che l’acqua era tranquillissima sotto i ghiaccioli. All’ingiro si scatenava la bufera, ma dove eravamo noi la calma era completa.
— Vi credo, poichè anch’io ho verificato un fatto quasi simile, — disse il capitano. — Attraversando un banco immenso di aringhe, trovai colà il mare perfettamente calmo, mentre al di là le onde s’alzavano a prodigiosa altezza.
— L’isola che ci sta dinanzi, la conoscete bene? — chiese Anna al naufrago, mostrando la massa enorme che si distingueva a grande stento fra l’oscurità.
— È Figi-Levù, non m’inganno, — rispose il marinaio.
— È su quella terra che si trovano i vostri compagni?
— Sì, miss.
— Sapete dove essi sono?
— Quando lasciai l’isola erano accampati presso una piccola baia sulle coste occidentali; ma so che stavano per lasciarla, essendo stati scoperti e minacciati dai selvaggi.
— Dove saranno ora? — chiese il capitano.
— Lo ignoro; ma li troveremo. —
Ciò detto, il naufrago parve immergersi in profondi pensieri e non parlò più.
Il capitano Hill e sua figlia abbandonarono la poppa e si portarono a prua, dove l’equipaggio si affaccendava a calare una terza àncora, quella così detta di speranza, che è la più grossa e che invece della catena porta una grossa gomena.
Il mare tutto intorno alla nave si manteneva sempre calmo, ma al di là dello strato d’olio infuriava sempre, con tremendi muggiti, e producendo anche sotto lo strato una violenta oscillazione, di cui si risentiva anche la _Nuova Georgia_.
La materia grassa che si vedeva scintillare al chiarore dei lampi a tre quarti di miglio sottovento e sopravvento, di quando in quando veniva respinta e scompaginata dalla furia dei marosi e del vento, ma subito si estendeva, opponendo una resistenza incredibile agli elementi scatenati.
Finchè l’olio non veniva a mancare, vi era la speranza di salvar la nave; però il capitano e Asthor s’accorsero ben presto che le àncore, forse perchè il fondo doveva essere o poco resistente o troppo liscio, a poco a poco cedevano, lasciandosi trascinare verso l’isola degli antropofagi.
— Brutta scoperta! — disse il capitano ad Anna. — Se le àncore non incontrano un fondo roccioso, fra due ore saremo a poche gomene dall’isola.
— Eppure il mare è abbastanza tranquillo attorno a noi, — osservò la giovane miss.
— Non è il mare che ci trascina, è il vento che investe la nostra nave, cacciandoci al sud-est.
— Sono feroci gli abitanti di Figi-Levù?
— Tanto feroci, che si divorano tra fratelli. Si dice che siano gli antropofagi più temibili di tutte le isole del Grande Oceano. Non vorrei che ci toccasse la sorte che toccò all’_Union_.
— Cos’era questa _Union_?
— Una bella e solida nave americana, appartenente al dipartimento marittimo di New York e montata da un numeroso equipaggio. Era partita in sul finire del 1799 diretta a Tonga-Tabù, un’isola grande, che dista di qua poche diecine di leghe, ma che ha una tristissima fama.
Raggiunta l’isola, i selvaggi assalirono il vascello e uccisero il capitano e tre marinai. Stavano per impadronirsene, quando il sotto-capitano tagliò le funi che erano legate alle àncore, prendendo prontamente il largo.
Gl’isolani che sono tanto ipocriti quanto feroci, finsero di mostrarsi pentiti e mandarono a dire all’ufficiale di tornare a Tonga per far la pace. Cadde nell’agguato e tornò ad approdare; ma accortosi a tempo che stavano tramando per impadronirsi del legno, prese definitivamente il largo.
La sfortuna pesava però su quel vascello, poichè cinque giorni dopo naufragava su Figi-Levù e l’equipaggio veniva assalito e divorato da quei mostruosi amatori di carne umana.
— E non furono capaci di difendersi quei disgraziati marinai?
— I polinesiani sono coraggiosi e non temono le armi da fuoco. Quando un legno approda alle loro coste, nulla più li trattiene e montano all’abbordaggio con un’intrepidità che spaventa, e.... —
Non proseguì. Si era bruscamente curvato sul bordo e guardava con profonda attenzione l’acqua che si sollevava in forma d’una grande onda, scuotendo la _Nuova Georgia_.
— Abbiamo toccato! — esclamò.
— Dove? — chiese Anna impallidendo.
— Sul fondo.
— Ti sarai ingannato. —
In quel momento a prua si levò un clamore acuto. I marinai correvano da babordo a tribordo, guardando l’acqua e incrociando domande e risposte.
— Siamo su di uno scoglio?...
— Non vedo nulla.
— Abbiamo urtato?
— No!
— Sì!
— Ma la nave raschia sul fondo!
— Gettate lo scandaglio! — gridò Asthor. — Presto, o sarà troppo tardi. —
Il capitano Hill, in preda ad una viva emozione che si può ben comprendere, poichè la nave poteva da un istante all’altro arrenarsi, corse a prua seguito da Anna.
— Abbiamo urtato? — domandò.
— Lo temo, capitano, — rispose Asthor con voce alterata.
— Quanti piedi d’acqua abbiamo?
— Sette! — esclamò il marinaio che ritirava in quel momento lo scandaglio.
— Gran Dio! — esclamò il capitano Hill. — Dov’è il naufrago?
— Eccomi, signore, — rispose Bill facendosi innanzi.
— Tu mi dicevi di conoscere questi luoghi.
— Sissignore.
— Ma abbiamo urtato.
— Me ne sono accorto.
— Abbiamo un banco sotto di noi o siamo sulle sabbie dell’isola.
— Credo che vi sia un banco.
— Ma lo ignoravi tu?
— Voi sapete che i polipi cambiano sovente i dintorni delle isole del Grande Oceano. Un mese fa il fondo non si scorgeva; senza dubbio lo hanno inalzato quei microscopici fabbricatori di banchi e di scogliere.
— Che ci sia acqua bastante al di là del banco?
— Lo credo.
— Riusciremo a raggiungerla? —
Il naufrago crollò il capo più volte, poi disse con voce lenta e tranquilla:
— Siamo nelle mani del destino.
— Perduti? — chiese miss Anna, rabbrividendo.
— Forse non ancora, — rispose il capitano Hill. — Non spaventarti, Anna, chè a bordo abbiamo mezzi sufficienti per rimettere in acqua la nave ed armi bastanti per respingere gli assalti degl’isolani, se questi cercheranno di montare all’abbordaggio. —
Poi ridirizzando l’alta persona tuonò:
— Spiegate la trinchettina e il fiocco e la vela di trinchetto! Asthor, al timone! —
In pochi secondi quei diversi ordini vennero eseguiti. La _Nuova Georgia_ investita dal vento girò lentamente su sè stessa, cercando di riguadagnare il largo; ma diede indietro avvicinandosi alle spiagge di Figi-Levù. Un urlo immenso d’angoscia si levò fra l’equipaggio che ormai si credeva perduto e in procinto di naufragare sulla terra degli antropofagi. Le àncore stridevano e strisciavano sul fondo del banco, che pareva non offrisse più presa alle punte di ferro.
A poppa si udì un urto dapprima leggiero, poi come uno strofinío alternato ad altri urti che diventavano sempre più forti, di mano in mano che la nave indietreggiava.
— Un’àncora a poppa! — gridò il capitano Hill. — Presto, o siamo perduti. —
A bordo non vi era che un ancorotto da pennello. Fu subito portato a poppa e calato precipitosamente in mare. Parve che avesse preso fondo buono, poichè la nave virò di bordo, volgendo la prua verso l’isola; ma fu cosa di poco momento, poichè anche quello strisciava sulla superficie liscia del banco.
D’improvviso avvenne un urto violento, che fece tremare gli alberi e spezzare alcune sartie. La _Nuova Georgia_ sospinta dall’onda s’alzò, poi si abbassò toccando ancora, indi rimase immobile sbandata sul tribordo: si era arrenata!
Quasi nell’istesso momento sotto le tenebrose foreste dell’isola si udirono degli spaventevoli clamori, che parevano di belve più che di gole umane.
L’equipaggio intero rabbrividì, e perfino sulla fronte del naufrago, ordinariamente serena, si disegnò una profonda ruga.
CAPITOLO NONO.
L’arcipelago di Figii.
L’arcipelago di Figii, che è anche chiamato di Viti, si estende fra il 16° e il 21° di longitudine sud e il 174° e il 179° di longitudine est. Si compone di dugentoventicinque isole, di cui ottanta o novanta sono abitate, la cui popolazione intera si calcola che superi di poco i 200,000 individui.
Per grandezza e per numero di popolazione tiene il primo posto Figi-Levù o Viti-Levù, lunga novanta miglia e larga cinquanta, poi Vanùa che ne ha cento su venticinque e che nella forma somiglia a una pera: ha monti elevati, valli profonde, vegetazione ricchissima; Candabu lunga quaranta miglia e larga dieci, che al sud termina in un monte sottile ma altissimo; Ono che ha un circuito di cinquanta miglia; Tabe-Uni che ne ha quaranta; quindi tutte le altre hanno un circuito più limitato, anzi talune non sono che semplici brani di terra disabitati.
Tutte queste isole sono rocce corallifere o vulcaniche, hanno picchi elevati, alcuni dei quali toccano perfino i cinquanta piedi; ma cosa davvero strana, presentano tutti forme coniche, sicchè da lontano si scambierebbero per tanti pani di zucchero. La loro feracità è incredibile e la loro bellezza è tale, che sembrerebbe di trovarsi dinanzi a un vero Eden anzichè su di una terra popolata da antropofagi.
Gli abitanti tuttavia hanno un certo grado di civiltà, conseguito più pel contatto continuo coi vicini isolani di Tonga che di frequente irrompono su questo arcipelago per provvedersi di carne umana, che per proprio istinto. Vestono decentemente, portano turbanti in capo e grembiali che si fabbricano coi filamenti tessuti d’una specie di gelso; scavano grandi canotti nei tronchi dei più grossi alberi, costruiscono spaziose abitazioni, fabbricano stoviglie e coltivano con passione i loro fertilissimi campi. Malgrado però tanti perfezionamenti della loro razza, non rinunciano all’abbominevole costume di cibarsi di carne umana, e basta entrare nelle loro abitazioni per veder bollire entro grandi pentole dei pezzi di carne strappata non solo ai vinti nemici, ma talvolta ai loro stessi fratelli!....
Bellicosi quanto si può immaginare, poichè non temono affatto la morte ritenendo che questa non rappresenti che un cambiamento di vita, sono sempre in guerra fra di loro per rinnovare le provviste di carne umana e soprattutto con gli isolani di Tonga.
Guai poi al vascello che va a naufragare sulle loro spiagge! Non danno quartiere a nessuno, e i disgraziati marinai che cadono nelle loro mani vanno a finire nelle grandi pentole o sulla punta d’uno spiedo gigantesco. Si può ora ben immaginare con quale angoscia l’equipaggio aveva veduto la _Nuova Georgia_ arrenarsi, sapendo quale sinistra fama avevano gli abitanti dell’isola. Fortunatamente però, la nave non si era spezzata e si poteva sperare ancora di rimetterla a galla.
Il capitano Hill, passato il primo momento di terrore, era ritornato l’energico uomo di prima, risoluto a tutto e pronto a tutto. Assicuratosi che la _Nuova Georgia_, difesa dallo strato d’olio che frenava l’impeto delle onde, non correva almeno pel momento pericolo alcuno, comandò di trasportare a babordo tutti gli oggetti pesanti che si trovavano in coperta onde rialzarla un po’ e rendere meno facile una scalata dalla parte opposta; poi fece aprire l’armeria e trasportare sul ponte i fucili, le pistole, le sciabole d’abbordaggio, le scuri ed il piccolo cannone da segnali che venne caricato a mitraglia. Terminati i preparativi di difesa, chiamò il naufrago che in quel frattempo non aveva lasciato la prua, occupato, a quanto pareva, a studiare la costa dell’isola che cominciava a diventare visibile, avvicinandosi l’alba.
— Al mio posto cosa faresti? — gli chiese.
Il naufrago guardò il ponte della nave, guardò le onde che venivano a morire contro i bordi, corrugò due o tre volte la fronte, poi disse:
— Aspetterei un’alta marea, poichè le maree ordinarie sono deboli nell’Oceano Pacifico.
— Mi toccherà aspettare quattro giorni.
— Quando avverrebbe questa grande marea?
— Alla mezzanotte di sabato, e oggi è martedì. Credi che gettando delle ancore a poppa e alando al molinello la nave possa scagliarsi?
— Non lo credo, poichè noi riposiamo su di un fondo roccioso. Se si trattasse d’un banco di sabbia la nave potrebbe scivolare; ma questi banchi sono tutti di natura vulcanica o corallifera e per lo più scabrosi.
— In questo frattempo i selvaggi ci lasceranno tranquilli?
— Avete udito poco fa le loro grida? Erano grida di guerra, e vedrete che appena il mare si sarà calmato, essi verranno sulle loro _canoe_.
— E sia, ma troveranno pane pei loro denti. Conosco anch’io i selvaggi del Grande Oceano, e sono stato più volte da loro attaccato, ma ho sempre trionfato.
— State in guardia, signore, poichè i Figiesi sono molto coraggiosi e molto astuti. Non verranno subito con intenzioni ostili; anzi cercheranno di acquistare prima la vostra fiducia per poter salire a bordo, vi faranno offerte di pace e anche vi manderanno dei viveri o dei regali, ma poi piomberanno addosso al vostro equipaggio a tradimento, e se non sarete pronto, stermineranno tutti noi.
— Nessuno metterà piede sul ponte della mia nave, Bill, te l’assicuro. Ora occupiamoci dei tuoi compagni. Dove speri di trovarli?
— Non ve lo saprei dire. Forse si trovano nell’interno dell’isola, riparati sui monti e forse nascosti in qualche baia.
— Come faremo ad avvertirli del nostro arrivo?
— Avete un cannoncino a bordo; fate sparare alcuni colpi.
— Ci udranno?
— Lo spero, signore. Se sono ancora vivi, comprenderanno che una nave ha approdato a queste coste, e si affretteranno a raggiungerci. Se non otterremo alcun risultato, interrogherò gli indigeni; e quando avremo rimesso la nave a galla, faremo il giro dell’isola sparando cannonate.
— Ora attendiamo l’alba e poi agiremo, — disse il capitano. — Intanto prepareremo le difese per accogliere come si meritano quei mangiatori d’uomini. —
La calma che regnava attorno alla nave, la quale incagliata come era non risentiva che una leggera ondulazione e solamente verso poppa essendo la prua arrenata, permetteva d’intraprendere qualunque lavoro di difesa.
Il capitano Hill, che aveva sostenuto altri assalti da parte dei selvaggi, chiamò a raccolta i marinai e fece rizzare presso l’albero di trinchetto e presso l’albero di mezzana, cioè verso prua e verso poppa, due robuste trincee per poter difendere più facilmente la nave nel caso d’un abbordaggio e prendere gli assalitori fra due fuochi. Dietro quei ripari fece collocare tutte le armi e sul cassero fece piazzare il cannoncino dopo averlo caricato a mitraglia.
Non contento, fece portare sul ponte due casse piene di bottiglie vuote che si dovevano spezzare e spargere per la coperta, onde i rottami lacerassero le piante dei piedi agli assalitori, i quali ignorano affatto l’uso delle calzature.
Ciò fatto, attese tranquillamente l’alba.
Di mano in mano che il cielo si rischiarava, il vento scemava di violenza e il mare si calmava. Le onde s’infrangevano sempre furiosamente attorno allo strato d’olio e attorno ai banchi, ma al largo si vedevano correre con minor velocità e non più elevarsi a grande altezza.
Fra poche ore l’uragano doveva calmarsi del tutto, cosa che se da un lato era desiderata dal capitano che temeva per la sua nave quella continua ondulazione, dall’altro tornava svantaggiosa all’equipaggio, perchè i selvaggi non avrebbero mancato di approfittare della calma per mettere in mare le loro imbarcazioni.
Alle cinque un fascio di raggi solari, passando fra uno strappo delle nubi, illuminò il mare e l’isola, la quale apparve tutta intera, coi suoi picchi elevati, colle sue foreste, colle sue valli verdeggianti e le sue baie.
Fu con una certa emozione che l’equipaggio della nave arrenata scòrse, aggruppati confusamente sulla spiaggia più vicina, un centinaio di selvaggi armati di lance e di pesanti mazze.
Quegli uomini erano di color nero per lo più, di statura alta e bene proporzionata, con una capigliatura folta e cresputa.
Alcuni portavano turbanti adorni di conchiglie e di pezzetti di denti di balena, distintivo speciale dei capi o dei guerrieri famosi, tutti però avevano i fianchi stretti da una striscia di stoffa, le cui estremità ricadevano davanti. Dalla lunghezza di queste estremità si distinguono i personaggi più importanti, e si dice che solo i re ed i grandi capi abbiano il diritto di lasciarle cadere fino a terra. In mezzo a quel gruppo, il capitano distinse anche alcune donne, riconoscibili per la loro cintura adorna di frange, detta _lika_, che nelle ragazze misura appena venti centimetri di lunghezza, mentre nelle maritate scende fino al ginocchio. Parevano non meno eccitate degli uomini e tendevano i pugni verso la nave, pronunciando delle parole che il marinaio Bill asserì significare minacce orribili.
Alcuni uomini muniti di frombole si spinsero fino sugli ultimi scogli e lanciarono alcuni ciottoli; ma essendo la nave lontana due gomene, caddero a mezza via.
— Capitano, — disse il naufrago che pareva non meno inquieto degli altri, — fate sparare il cannone onde quei furfanti sappiano che abbiamo armi di voce potente. —
L’armaiuolo di bordo ad un cenno del capitano salì sul cassero e diede fuoco al piccolo pezzo, scagliando un nembo di mitraglia sugli alberi della costa.
A quella detonazione e più di tutto al fischio dei numerosi proiettili, gli isolani si calmarono come per incanto. Dapprima parvero sorpresi, quantunque dovessero conoscere da lunga pezza gli effetti delle armi da fuoco grosse e piccole, poi si videro gettare a terra le armi e alzare le mani facendo gesti che parevano amichevoli.
— Canaglie, — borbottò il naufrago.
Poi si alzò quanto era lungo, e parve che ascoltasse con viva attenzione.
— Cosa ascoltate? — gli chiese miss Anna.
Bill si volse verso di lei col viso alterato.
— Non avete udito nulla? — le chiese con agitazione.
— Le grida dei selvaggi e niente altro.
— Io ho udito una lontana detonazione! — esclamò. — Non m’inganno io!...
— Anch’io ho udito un lontano colpo di fucile, — disse Asthor.
— Che siano i vostri compagni? — chiese il capitano.
— Fate tonare un’altra volta il cannone, signore. —
L’armaiuolo che aveva ricaricato il pezzo, lo scaricò contro le rupi dell’isola, le quali ripercossero la detonazione.
Tutto l’equipaggio ammutolì e tese gli orecchi; ma nulla potè udire, poichè in quell’istesso momento si alzarono sulla spiaggia urla acute e si videro quasi tutti i selvaggi abbandonare le scogliere e scomparire sotto i boschi a tutta velocità.
— Cosa succede? — chiese miss Anna al naufrago.
Questi invece di rispondere si slanciò verso le griselle di babordo e si inerpicò sull’albero di maestra arrestandosi sulle crocette. Da quella posizione elevata, egli guardò a lungo la costa cercando senza dubbio d’indovinare la causa della fuga precipitosa dei selvaggi.
— Vedete nulla? — gli chiese il capitano, dopo alcuni istanti di attesa.
— No, signore, — rispose il naufrago. — I boschi m’impediscono di spingere lontano lo sguardo.
— Vedete nessun canotto?
— Nessuno, capitano.
— Volete che faccia tuonare ancora il cannoncino?
— Fatelo pure. —
Per la terza volta il piccolo pezzo d’artiglieria scosse gli strati d’aria e destò l’eco delle scogliere, ma nessuna detonazione vi rispose.
Il naufrago rimase sull’albero di maestra alcuni minuti, scrutando attentamente le spiagge dell’isola, poi discese mormorando:
— Se sono perduti, sono perduto anch’io. —
Fece un gesto di rabbia ed i suoi occhi s’accesero d’un lampo sinistro. Quando toccò il ponte aveva riacquistata la sua solita calma; sulla sua fronte però si scorgeva ancora una profonda ruga.
— Ebbene? — gli chiese il capitano.
— Non ho udito altre detonazioni.
— Ma come spiegate la fuga dei selvaggi?
— Forse qualche avvenimento è accaduto nell’isola e non vorrei....
— Che cosa?