Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 9
— Uccidetemi pure se vi accomoda, o meglio assassinatemi, — disse Bill con fredda ironia, senza fare un gesto per rialzarsi.
— No, furfante, — rispose il capitano furibondo. — Non sono di quegli uomini che assassinano, ma ti metterò nell’impossibilità di far male a me, a mia figlia e al mio equipaggio.
— E poi? — chiese sempre ironicamente il naufrago.
— E poi ti farò dare venti colpi col gatto a nove code, onde tu impari a rispettare i tuoi salvatori prima, i tuoi superiori dopo.
— Provatevi!...
— Mi sfidi!...
— Vi sfido!...
— A me, marinai!... —
Sette od otto uomini, a quel comando, si precipitarono sull’audace furfante, riducendolo all’impotenza.
In quel medesimo momento apparve sul ponte miss Anna.
— Padre mio!... — esclamò correndo incontro al capitano che teneva in pugno una pistola, pronto a scaricarla contro i camerati di Bill. — Gran Dio!... cosa succede?...
— Ritirati, Anna, — rispose Hill. — Sono cose che non ti riguardano.
— Ma perchè quell’uomo sul ponte?
— È un miserabile che sta per venere punito.
— Che!... Bill punito!... Lui che ci ha salvati dagli antropofagi?
— E che ora minaccia la mia nave e la tua vita, Anna.
— È impossibile, padre mio!
— L’equipaggio è testimone.
— Ma cosa vuoi fare a quel disgraziato?
— Lo faccio frustare come un cane.
— Oh! no, gli perdonerai!
— Mai, Anna. Ritirati, lo voglio!... —
La giovanetta comprese che ogni preghiera sarebbe stata vana e si ritirò lentamente, mentre il naufrago rialzato il capo la mirava con due occhi che mandavano strani lampi.
Quando scomparve, il capitano volgendosi verso i marinai che tenevano stretto Bill, disse:
— Ed ora, frustate questo miserabile.
— Eccomi, signore, — rispose Asthor facendo fischiare il gatto a nove code. — Il braccio è solido e robusto e picchierò sodo tutti i venti colpi! —
CAPITOLO DECIMOSESTO.
L’incendio della nave.
Nel tempo in cui si svolge il nostro racconto, le pene corporali erano largamente usate a bordo dei vascelli, sia che appartenessero alla marina mercantile o a quella da guerra.
Frustare un marinaio indisciplinato o ribelle, era cosa che accadeva molto spesso; e specialmente gli americani, ma soprattutto gli inglesi che conservano tutt’ora quel barbaro uso nella loro armata, ricorrevano anche troppo al gatto a nove code.
Questo staffile, che inspirava un vero terrore a tutti i marinai, si compone di un corto manico a cui sono solidamente attaccate nove strisce di cuoio guernite di piccole palle di piombo, di cui ognuna produce sul dorso del paziente un solco sanguinoso.
Venti o trenta colpi bastano per ridurre in uno stato deplorevole l’uomo più robusto. Gli inglesi però condannano i ribelli, i ladri e gli indisciplinati fino a cinquanta colpi e qualche volta anche più; ma all’esecuzione di questo terribile gastigo fanno assistere un medico, il quale deve farlo cessare se la vita del paziente è in pericolo; tuttavia l’interruzione è momentanea, perchè viene ripresa, non appena le orribili piaghe del povero torturato si sono rimarginate.
Tutti i malfattori del Regno Unito tremano quando odono parlare del gatto a nove code, e lo temono più della morte. Per dimostrare quanto vi sia di vero in ciò, basti dire che fu con questo staffile che i giudici londinesi posero fine a quella famosa banda di strangolatori che celavansi di notte nei vani delle porte, per strozzare i viandanti mediante un nodo scorsoio.
La pena di morte applicata a taluni di quei birbanti non era bastata a spaventare gli altri; ma appena si decretò per quegli scellerati un numero spaventevole di colpi di gatto a nove code, tanti da far morire il condannato, la banda si sciolse e nessuno osò più strangolare un solo viandante notturno.
Bill, che si era qualificato per un marinaio inglese, non doveva ignorare la gravità della pena; pure quel tristo che doveva possedere una energia a tutta prova e un’audacia più che straordinaria, guardò freddamente Asthor che si avvicinava facendo fischiare le nove striscie di cuoio indurito.
— Nudategli il dorso, — disse il vecchio marinaio.
A questo comando il naufrago trasalì e tentò respingere i marinai che lo trattenevano, esclamando con voce strozzata:
— Ah! no, questo no!...
— E perchè no? — chiese il capitano Hill, nella cui mente balenò un sospetto.
— Non è necessario.
— Forse nascondi qualche cosa sulle tue spalle?... —
Il naufrago lanciò sul capitano uno sguardo feroce, e tentò di rialzarsi facendo uno sforzo disperato; ma i marinai lo tennero fermo.
— Vi dico che non mi spoglierete! — urlò con voce furente.
— Una parola, signore. — disse una voce.
Il capitano Hill si volse e si trovò dinanzi al magro Mac Bjorn, il quale era sgusciato fra i marinai schierati presso l’albero di maestra, per tenere a bada gli altri naufraghi.
— Cosa vuoi tu? — gli chiese il capitano ruvidamente. — Il tuo posto non è qui.
— Permettete che dica una parola in favore del mio camerata.
— E che?... pretenderesti d’impedire la punizione?
— Non ho questa pretesa, signore, — rispose l’uomo allampanato, inchinandosi umilmente. — Ma vi pregherei di non far somministrare i venti colpi di gatto a nove code sulle spalle di quel disgraziato.
— E il motivo?
— Perchè due mesi sono quel povero diavolo si è fratturata una spalla, e capirete.
— Ho capito più del bisogno, Mac Bjorn, — disse il capitano ironicamente. — Olà, amici, impadronitevi anche di questo scheletro vivente.
— Ma signore! — esclamò Mac Bjorn impallidendo. — Volete accopparmi a colpi di gatto?...
— No, ma voglio vedere anche le tue spalle. Spicciatevi, nudate le spalle di questi uomini! —
I marinai stavano per obbedire quando improvvisamente si udì una voce gridare:
— Al fuoco!... al fuoco!... —
Un fulmine che fosse scoppiato fra l’equipaggio, non avrebbe prodotto un effetto maggiore di quel grido, lanciato in quel momento.
— Al fuoco! — ripetè la voce di prima.
Un marinaio si slanciò fuori dal boccaporto di maestra, pallido, smarrito, trafigurato, gridando per la terza volta, con una voce strozzata dallo spavento:
— La nave brucia!... —
Il capitano Hill si slanciò verso di lui.
— Sei impazzito, Brown! — esclamò.
— No, signore, — rispose il marinaio. — La dispensa dei viveri è in fiamme: guardate!... —
Una nube di fumo acre e denso usciva dal grande boccaporto, dapprima lentamente poi rapidamente, avvolgendo le vele basse.
— Gran Dio! — esclamò il capitano.
Girò intorno uno sguardo terribile guardando prima Bill, poi Mac Bjorn e quindi i loro compagni.
— Guai, guai!... Un sospetto solo e vi faccio tutti appiccare sul più alto pennone! — esclamò. — A me, Asthor e voi tutti, se vi preme la vita, preparate le pompe. —
Ciò detto si slanciò verso il boccaporto seguito dal vecchio marinaio, mentre l’equipaggio abbandonati i due prigionieri s’affannava a preparare le pompe e i mastelli, aiutato dai naufraghi che parevano avessero abbandonato ogni proposito di vendetta.
Malgrado i nuvoloni di fumo che ora irrompevano con furia irresistibile attraverso la larga apertura, il capitano e Asthor scesero la scala che conduceva nel frapponte.
Il fumo aveva invaso quasi tutta la stiva. Usciva in grosse colonne dal deposito di viveri situato sotto la camera comune di prua, stipandosi nelle corsìe e occupando tutti i recessi della grande nave.
Le tigri, che cominciavano ad essere avvolte e che per istinto sentivano la vicinanza del fuoco, ruggivano e balzavano con impeto furioso contro i ferri facendo oscillare le pesanti gabbie. Era un concerto spaventevole, un miscuglio di miagolii potenti, di fremiti, di urla rauche, che facevano rizzare i capelli.
Il capitano e il pilota, tenendosi i fazzoletti sulle labbra e il berretto ben calato sugli occhi, si spinsero fino al fondo della corsìa.
Giunti colà, attraverso al fumo che diventava sempre più nero e più pesante, videro guizzare delle lingue di fuoco, le quali gettavano bagliori sanguigni sulle nere pareti della stiva.
Ascoltando attentamente, si udiva un cupo ronzío, interrotto di quando in quando da detonazioni sorde prodotte dallo scoppio dei barili contenenti il petrolio o i liquori e dai crepitii del legname ardente. Di tratto in tratto il fumo si diradava mostrando nette le fiamme che si allungavano con le contrazioni dei serpenti, lambendo il sottoponte del vascello; ma poi tornava a irrompere sempre più denso, come se venisse cacciato fuori da un vento impetuoso.
— È la dispensa che brucia, — disse il capitano retrocedendo e tergendosi il sudore che inondavagli la fronte.
— Sì, signore, — rispose il pilota la cui faccia si era fatta oscura.
— Saliamo, o sarà troppo tardi. —
Si tuffarono fra i nuvoloni di fumo, salirono rapidamente la scala e apparvero in coperta.
I marinai, pallidi sì ma risoluti a combattere fino all’estremo l’elemento distruttore, avevano già preparate le pompe immergendo le trombe in mare, lungo i fianchi del vascello.
— L’incendio non è per ora grave, — disse il capitano, — ma può diventarlo se non lo combattiamo vigorosamente. Non vi chiedo che calma e sangue freddo, ma vi avverto che chi lascia le pompe senza mio ordine, è un uomo morto. —
Poi, volgendosi verso i naufraghi che contemplavano tranquillamente i marinai dall’alto del castello di prua, colle mani in tasca, disse loro con voce minacciosa:
— Al lavoro anche voi, e se vi rifiutate vi faccio appiccare, parola da _yankee_!... —
Non vi era da scherzare col capitano Hill, il quale aveva già dato prove chiare di sapersi fare ubbidire e di non indietreggiare dinanzi ad alcun ostacolo. Di buona o cattiva voglia i naufraghi, compresi Bill e Mac Bjorn che parevano contenti di essere sfuggiti a quella visita che forse doveva svelare il loro vero essere o qualche cosa di peggio, si misero alacremente al lavoro con l’equipaggio.
Mentre Asthor scendeva nella stiva con alcuni marinai per collocare le manichelle e gli altri manovravano energicamente le pompe, comparve in coperta miss Anna gridando:
— Padre mio, il fuoco è a bordo!... —
Il capitano le si avvicinò premurosamente.
— Lo so, Anna, — disse con profonda emozione. — Non ti spaventare, chè spero, coll’aiuto di Dio e del mio equipaggio, di domarlo.
— Al fianco tuo non ho paura, lo sai. Speri di domarlo?
— Non posso dire nulla per ora, ma non mi lascerò prendere alla sprovvista. Chiama due marinai e fa’ preparare due imbarcazioni, le due più grandi, e fa’ imbarcare dei viveri e delle armi. —
Due marinai accorsero alla chiamata e si misero a disposizione della giovanetta, mentre il capitano tornava alle pompe.
L’incendio, quantunque vigorosamente combattuto da tutto l’equipaggio fino dal suo primo divampare, progrediva e minacciava di estendersi a tutta la nave.
La dispensa dei viveri era diventata una fornace ardente, entro cui si scioglievano i grassi, avvampavano gli alcools, si contorcevano e scoppiettavano le balle di baccalà, i barili di carne salata e di carne secca e le casse di biscotti, sollevando nuvoloni di fumo nero e fetente e nembi di scintille che uscivano impetuosi dal boccaporto, avvolgendo l’albero di maestra e le vele.
Cupi brontolii e sordi scoppi s’udivano sotto il ponte a cui vi facevano eco le urla e i ruggiti sempre più spaventevoli delle dodici tigri che si sentivano soffocare, malgrado le coperte inzuppate d’acqua che avvolgevano le grandi gabbie.
I legnami scricchiolavano, i puntelli del frapponte gemevano e cadevano, le tavole della coperta bruciavano, e il catrame delle fessure e dei fianchi provieri della nave bolliva, spandendo all’intorno un acre odore.
Nella camera comune dell’equipaggio nessuno poteva più resistere. Gli uomini che formavano la catena coi mastelli, avevano dovuto ritirarsi da quel posto pericoloso per non venire soffocati dal fumo, e per tema che il pavimento mancasse improvvisamente sotto ai loro piedi.
Le pompe però funzionavano sempre, senza posa. I marinai che conservavano un sangue freddo ammirabile, lavoravano con suprema energia sotto gli occhi del capitano e del pilota Asthor.
Quando uno era sfinito, un altro lo sostituiva, e i torrenti d’acqua continuavano a rovesciarsi, con fischi acuti, nelle fumose cavità del vascello.
Tre volte il capitano Hill, con un’audacia senza pari, si era avventurato fra le gettate di fumo irrompenti dal boccaporto e i nembi di scintille per accertarsi dello stato dell’incendio, ma era stato costretto a retrocedere per non morire asfissiato.
Alle tre pomeridiane Asthor, che si era avventurato nella camera comune per salvare le casse e le brande dell’equipaggio, risalì frettolosamente sul ponte coi capelli e la barba mezzo arsi.
— Capitano! — disse traendo da un lato l’americano. — Le fiamme hanno invaso la camera comune e il pavimento sta per crollare.
— Si estende dunque il fuoco! — riprese con accento doloroso Hill.
— Sì, malgrado i torrenti d’acqua che precipitano nella dispensa.
— Cosa fare? cosa tentare?... — mormorò egli, gettando uno sguardo disperato su Anna, che stava seduta a poppa.
Ad un tratto trasalì ed emise un grido di furore.
— Gran Dio! — esclamò.
A prua s’alzarono urla di terrore e parecchi marinai abbandonarono la prima pompa situata presso l’albero di trinchetto.
Un nuvolone di fumo irrompeva dal boccaporto di prua che metteva nella camera comune dell’equipaggio, misto a folate di scintille. Le fiamme avevano divorate le tramezzate e fatto crollare il pavimento e investivano ora il piede dell’albero di trinchetto.
Il capitano Hill si gettò fra i fuggenti, e raccolta una scure tuonò:
— Ai vostri posti!... —
Fra i marinai vi fu un istante di esitazione; ma comprendendo l’atto minaccioso del capitano, ritornarono alla pompa proviera dirigendo il getto d’acqua nella camera comune.
Ma quegli sforzi erano vani. Alle otto, nel momento in cui sparivano sotto l’orizzonte gli ultimi bagliori del tramonto, una fiamma immensa irrompeva dal boccaporto di prua, illuminando sinistramente, d’una luce sanguigna le onde dell’Oceano Pacifico!...
La _Nuova Georgia_ era perduta!
CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
L’assalto delle tigri.
Non vi è nulla di più terribile dell’incendio di una nave in alto mare.
Sembrerebbe impossibile che un corpo galleggiante, contornato dall’acqua, potesse venire distrutto invece di esser salvato colla massima facilità: eppure sono rari i casi in cui un vascello riesce a sfuggire al disastro, quando il fuoco è scoppiato a bordo.
Gli sforzi dell’equipaggio sono quasi sempre inefficaci a porre un freno all’elemento distruttore. Le pompe funzioneranno sempre, l’energia non verrà meno agli uomini, i torrenti d’acqua scenderanno senza posa nelle cavità della nave, ma il fuoco guadagnerà sempre di forza, poichè è rinchiuso in una prigione di legno, e questa, quantunque di fuori sia bagnata, nell’interno è sempre secca.
Le ardenti vampe si dilatano con rapidità spaventevole, invadono le cabine, si allungano nelle corsie, intaccano i piedi degli alberi, distruggono i puntelli, divorano i bagli e i corbetti, consumano il sottosuolo del ponte, finchè la coperta intera, priva di appoggio, precipita nella stiva trascinando seco le pompe, l’alberatura, l’attrezzatura, il castello di prua, il cassero, e anche gli uomini, se non sono pronti ad abbandonare la fumante carcassa.
Allora nulla più arresta la distruzione: l’implacabile fiamma, divorato il grande ammasso di legname e ringagliardita da quel nuovo elemento, intacca i fianchi, incenerisce i corbetti che formano l’ossatura; apre delle immense ferite. Il mare entrerà da quelle aperture fra l’acqua irrompente e il fuoco, si combatterà l’ultima battaglia, le vampe si spegneranno bruscamente sotto l’invasione del nuovo e più potente elemento, ma la nave sarà tuttavia perduta.
Il fumante rottame non galleggerà più mai su l’azzurra superficie del mare, e affogato da quel nuovo nemico scenderà nei profondi abissi.
Tale doveva essere la sorte della _Nuova Georgia_, se il caso non le veniva in aiuto. Ormai il fuoco si era impadronito di quel corpo galleggiante; non poteva essere che questione di poche ore.
L’equipaggio, sfinito dal faticoso manovrare delle pompe, spaventato dall’irrompere improvviso di quella immensa cortina di fuoco, istupidito dal fumo che lo avvolgeva acciecandolo e soffocandolo, non ne poteva più. E per colmo di disgrazia si faceva strada il timore che il ponte, le cui tavole erano già diventate tanto ardenti da bruciare i piedi, fosse lì lì per crollare. Non restavano al loro posto che a gran pena, più per paura delle pistole del capitano e di Asthor, che per dovere o per speranza, poichè ormai avevano perduto ogni illusione sulla possibilità di salvare la nave.
Quantunque tutti i getti delle pompe fossero stati diretti contro la camera comune, la grande fiamma ingigantiva a vista d’occhio, illuminando come in pieno giorno l’Oceano circostante. Si contorceva come fosse irritata nel trovarsi imprigionata fra le pareti della camera comune, spariva fra i densi nuvoloni di fumo, poi ricompariva più brillante e superba allungandosi verso le vele dell’albero di trinchetto ed eruttando contemporaneamente nembi di scintille, che il vento trasportava lontane lontane fra le tenebre, disperdendole sulle onde dell’Oceano Pacifico.
Nel frapponte proviero si udivano sempre cupi ronzii, sordi brontolii, uno spaccarsi e un cadere di legnami ardenti e giù, in fondo alla stiva, i ruggiti delle dodici tigri e lo scricchiolare delle gabbie furiosamente investite da quei potenti e feroci abitatori delle _jungle_ indiane.
Miss Anna, atterrita dal fuoco e da quelle urla, si era ritirata a poppa per tenersi pronta a scendere nelle due imbarcazioni; ma il capitano Hill e Asthor, che non avevano perduto ancora ogni speranza, facevano intrepidamente fronte all’incendio, tentando ogni mezzo per domarlo.
Con le pistole in pugno, per incutere paura all’equipaggio e costringerlo con quella minaccia a continuare il duro lavoro, dirigevano i getti delle pompe or qua e or là, facevano tagliare questo o quel pezzo del castello di prua a fine d’isolare la fiamma irrompente, facevano recidere le manovre per salvare l’albero di trinchetto o ammainare le vele ed i pennoni che correvano maggior pericolo.
Ma tutti i loro sforzi pareva che riuscissero infruttuosi.
Alle dieci di sera dovettero far trasportare le pompe dietro l’albero di maestra avendo l’incendio guadagnato via. Ormai bruciava l’intero castello di prua e l’albero di bompresso si poteva considerare come perduto. Alle undici l’albero di trinchetto, la cui base doveva essere stata carbonizzata dall’incendio, precipitava attraverso la prua della nave, trascinando seco tutta la velatura e fracassando, nella caduta, le due ultime imbarcazioni sospese alle grue di cappone e parte della murata.
Per alcuni istanti l’albero rimase sospeso, appoggiato alla coperta del legno, poi i paterazzi e le sartie si spezzarono rimbalzando e precipitò in mare sollevando una larga ondata.
— Ecco uno stuzzicadenti andato, — gridò l’allampanato Mac Bjorn. — Un altro che lo segua, e siamo fritti!...
— Taci là, uccello del malaugurio! — esclamò Asthor.
— È finita, — disse Anna, rabbrividendo. — Povero padre mio!...
— Sì, è proprio finita, — rispose il capitano Hill con voce sorda. — Non ci rimane che di salvarci nelle imbarcazioni; prima di partire, andiamo a vedere i progressi dell’incendio, Asthor.
— Andiamo a vedere, signore, — riprese questi.
S’avanzarono attraverso il fumo e alle scintille che avvolgevano interamente la nave e si spinsero fino al boccaporto di maestra, mentre l’equipaggio, quantunque stremato di forze, riprendeva la faticosa manovra.
La fiamma vorace, quasi fosse soddisfatta di aver abbattuto il grande albero, si era abbassata, ma lavorava con tutta lena a distruggere il castello di prua. Sotto il ponte però si sentivano ardere i legnami e precipitare i puntelli del frapponte e la stiva era illuminata da una estremità all’altra dal riflesso delle vampe.
Il capitano e Asthor scesero dal boccaporto di maestra, si calarono nel frapponte e si spinsero verso prua. L’incendio avvampava sempre ed ora cominciava a intaccare la sottocoperta minacciando di farla crollare sotto i piedi dell’equipaggio.
— Tutto è inutile! — esclamò il capitano. — Per la _Nuova Georgia_ è finita.
— Lo vedo, — rispose il pilota crollando tristamente il capo. — Ma.... da dove viene questo fumo?
— Dell’altro fumo?
— Sì, e sale dalla stiva. —
Si curvarono sull’apertura del frapponte e guardarono in giù. Dei frammenti di legname, forse lanciati dall’esplosione delle botti ripiene di alcools o di olio minerale, ardevano in fondo alla stiva, attorno al piede dell’albero di maestra a cui avevano dato già fuoco.
— Fuggiamo! — esclamò il capitano. — È un nuovo incendio che avvampa, e possiamo venire presi in mezzo.
— Addio, _Nuova Georgia_, — disse il pilota. — Sei perduta per sempre! —
Risalirono frettolosamente in coperta, mentre le tigri, mezze soffocate e diventate furiose dalla vicinanza di quel nuovo incendio, ruggivano più forte che mai.
— Anna, — disse il capitano abbracciando la figlia. — Tutto è ormai perduto e non ci rimane che di lasciare questa disgraziata nave.
— Non vi è più alcuna speranza? — chiese la giovanetta colle lagrime agli occhi.
— Nessuna. Finchè io dispongo tutto pel salvataggio, scendi nella mia cabina, raduna le carte di bordo, i valori, e vieni a raggiungermi.
— Sì, padre mio. —
Mentre Anna scendeva nel quadro di poppa, il capitano gridò:
— Si abbandonino le pompe e si raccolgano quanti viveri si possono trovare.
— Si abbandona la nave? — chiesero i marinai.
— Sì, amici miei, — rispose il capitano con voce commossa. — La _Nuova Georgia_ è perduta!
— Affrettiamoci, — disse Asthor. — L’albero di maestra può piombarci addosso da un momento all’altro.
— Andiamo a vedere se si può salvare qualche cosa nella dispensa, — disse Bill volgendosi verso i naufraghi.
— Vuoi abbruciarti? — gli chiese Asthor. — Là dentro fa molto caldo, mio caro.
— Noi siamo di pelle dura, — rispose Mac Bjorn con un sogghigno. — Andiamo, amici!... —
Bill e i compagni, nonostante i vortici di fumo, discesero dal boccaporto di maestra, mentre l’equipaggio americano si sparpagliava pel ponte onde riunire i barili d’acqua e le casse di biscotti e di carne salata, che avevano levate dalla camera comune, prima che il fuoco la invadesse.
Il capitano Hill, Asthor, i gabbieri Mariland, Grinnell e Fulton si portarono a poppa per rimorchiare le due scialuppe, le sole che ormai rimanevano, sotto la scala di tribordo.
Già stavano per ritirare le gomene, quando in fondo alla stiva si udirono urla feroci e ruggiti formidabili.
Il capitano rabbrividì.
— Gran Dio! — esclamò. — Che le tigri abbiano spezzate le gabbie?
— È impossibile, — rispose il pilota. — A meno che qualcuno.... —
Non finì. Due marinai che erano scesi nel frapponte sperando di aiutare i naufraghi nelle loro ricerche, si slanciarono in coperta coi capelli irti, i volti disfatti da un terrore impossibile a descriversi, gridando con voce disidrata:
— Le tigri!... Si salvi chi può.
— Tradimento! — urlò una voce.
Poi, attraverso il fumo ed ai bagliori dell’incendio, si videro irrompere sul ponte, con un balzo gigantesco, le dodici tigri, ma libere, affamate di carne umana, furibonde per la lunga prigionia, più terribili di un migliaio di antropofagi!
L’assalto fu irresistibile e mostruoso. Balzando attraverso alle fiamme e al fumo, piombarono fra l’equipaggio americano che era inerme e a cui il terrore aveva paralizzate le forze.
Una scena spaventevole accadde allora sul ponte del disgraziato veliero. Gli uomini che non pensavano nemmeno a fuggire, tanto era stato inaspettato quel brutale assalto, cadevano a due, a tre alla volta, atterrati dai potenti artigli delle belve o stritolati da quelle formidabili mascelle.
Per alcuni istanti si udirono urla disperate, invocazioni, gemiti, rantoli e ruggiti, poi due colpi di pistola e la voce del capitano Hill che tuonava:
— Sugli alberi!... Salvatevi sugli alberi!... Anna!... Anna, bárricati nella cabina!... —