Un dramma nell'Oceano Pacifico

Part 2

Chapter 23,701 wordsPublic domain

— Che la deriva ci abbia portati così tanto verso l’est?

— Sono tre giorni che il vento ci allontana dal gruppo delle isole Salomone, ed a quest’ora dobbiamo navigare lungo il 182º parallelo.

— Ecco un nuovo pericolo in vista. Le isole di Santa-Cruz non godono troppo buona fama, capitano.

— Nè migliore nè peggiore di tutte le altre isole che sorgono in questo lembo dell’Oceano Pacifico, ma noi passeremo senza dar di cozzo contro le scogliere.

— L’oscurità è tanto profonda da non potersi distinguere una terra qualsiasi a due gomene di distanza.

— Ce la indicheranno le onde e le folgori. To’! non mi era ingannato io!

— Terra sottovento! — gridò in quell’istante un marinaio, che stava a prua.

— In guardia, Asthor, — disse il secondo volgendosi al vecchio marinaio che teneva la ribolla del timone.

— Non temete, signore, — rispose il lupo di mare cacciando la ribolla all’orza. — I selvaggi almeno per questa volta non metteranno sotto i loro denti la mia carne coriacea. —

Il capitano Hill, che con quella po’ po’ di tempesta non sapeva precisamente dove si trovava, non avendo potuto da tre giorni fare una sola osservazione che gli potesse dare la longitudine e la latitudine, si portò a prua per vedere coi propri occhi la terra segnalata.

Al chiarore di un lampo potè scorgere, a meno di due miglia da prua, un’isola ergersi sulle spumanti onde. Aguzzando ben bene gli occhi, gli parve di vedere dei punti luminosi brillare sulla spiaggia.

— Quelle canaglie di selvaggi ci hanno scorti e cercano di attirarci in qualche porto, — mormorò. — Ma, miei cari ghiottoni, il capitano Hill vi conosce così bene da non lasciarsi ingannare. —

Poi, volgendosi verso il vecchio Asthor, gridò con voce tonante:

— Ehi, vecchio lupo, tutta la barra all’orza e viriamo al largo. Lo spiedo degli antropofagi non è fatto per noi. —

A quel comando i marinai si slanciarono alle braccia di manovra e la _Nuova Georgia_, con una magnifica bordata girò al largo lasciando a sinistra quella prima isola che indicava la vicinanza dell’arcipelago di Santa-Cruz.

CAPITOLO TERZO.

Le isole di Santa-Cruz.

L’arcipelago di Santa-Cruz, poichè era proprio quello, come il capitano aveva già previsto, è la continuazione di quel grande semicerchio d’isole, che, dipartendosi dalle coste orientali della Nuova Guinea, si collega con la Nuova Caledonia, formando con la costa Australiana quel temuto mare che si chiama del Corallo.

È situato fra l’arcipelago Salomone e l’arcipelago delle Nuove Ebridi, e si compone di un grandissimo numero di isole, vedute per la prima volta dal navigatore spagnuolo Quiros nel 1605, e dipoi da Mondana, mentre si recava in cerca delle isole Salomone, che aveva scoperte l’anno precedente.

Santa-Cruz è l’isola più grande, essendo lunga oltre otto leghe e larga tre, ed è situata a 10°,46′ di lat. meridionale e 163°,34′ di lat. orientale. Vengono in seguito il gruppo La Perusa, tristamente celebre pel naufragio fattovi dall’infelice ammiraglio francese La Perouse nel 1788, gruppo composto di Vanikoro, Tevai, Manevai e Nanuna; poi Ticopia che ha un circuito di quattro o cinque miglia, ed i cui abitanti, caso veramente strano, sono ospitali e di costumi mitissimi mentre i loro vicini sono tutti mangiatori di carne umana; il gruppo Danks composto di quattro isole assai elevate ed assai popolate; Mitria, così chiamata perchè in distanza sembra precisamente una mitria; il gruppo Duff composto di undici isolette; Chennedy che è abitata da selvaggi ferocissimi; Tinacoro che è un picco vulcanico di due miglia di circuito e coronato da un cratere fiammeggiante; il gruppo Mendana composto di nove isolette basse e boscose e alcune altre conosciute solo di nome, ma che non hanno importanza alcuna stante la loro poca estensione.

Tutte queste isole sono abitate da Polinesiani di aspetto niente affatto sgradevole, di statura proporzionata, di colorito oscuro ma che varia in alcuni isolani, toccando l’olivastro, la tinta dei Malesi. Hanno però le labbra grosse e sporgenti come gli Africani, il naso schiacciato ed i capelli cresputi, ciò che fa supporre provengano dalla non molto lontana Papuasia.

In generale godono pessima reputazione, e non risparmiano i disgraziati equipaggi che naufragano sulle loro coste.

Il capitano Hill, che, come dicemmo, non ignorava ciò, si affrettò ad allontanarsi dall’isola segnalata, e che, secondo i suoi calcoli, doveva essere una del gruppo di Mendana o Tinacoro, che sono le prime che s’incontrano venendo dal nord. L’uragano che non cessava di soffiare, quantunque a poco a poco accennasse a calmarsi, poteva spingerlo su quelle inospitali coste ed allora sarebbe stata la morte di tutti quanti, quand’anche l’Oceano e gli scogli gli avessero pel momento risparmiati.

La _Nuova Georgia_ riprese adunque la lotta cogli elementi scatenati, salendo e discendendo le montagne d’acqua che l’assalivano da ogni parte, ora rovesciandosi sul tribordo ed ora sul babordo, non ostante l’abilità del vecchio Asthor, che si teneva sempre alla barra.

Alle sette del mattino però, il sole irrompendo da un grande squarcio apertosi nelle nubi, illuminò l’Oceano e come se quello fosse un segnale di pace, il vento scemò di violenza e l’acquazzone che da dodici ore cadeva quasi senza interruzione, cessò affatto.

Il capitano Hill ed il tenente Collin, approfittarono di una tregua, che pareva durevole, e scesero nel quadro di poppa per vedere come stava il naufrago, che fino allora era stato abbandonato a sè stesso.

Il pover’uomo dormiva tranquillamente come si fosse trovato in una comoda e sicurissima camera, ma udendo entrare delle persone si svegliò bruscamente.

— Come state, amico? — gli chiese il capitano.

— Mi sento ancora debole ma sto benissimo, — rispose il naufrago. — Vi devo molto, signore, per avermi salvato con un tempo così indiavolato; un altro capitano non avrebbe compromesso la sua nave per raccogliere uno sconosciuto.

— Non parliamo di ciò; un altro al mio posto avrebbe fatto altrettanto, o per lo meno lo avrebbe tentato.

— È finita la tempesta?

— Sta per cessare.

— E vi dirigerete alle isole Figii?

— Ho già modificata la mia rotta.

— Ma dove siamo noi ora?

— Dinanzi l’arcipelago di Santa-Cruz.

— Fra pochi giorni adunque giungeremo alle isole.

— Se Dio lo permette.

— Grazie, signore.

— Non sapevate dove eravate, quando vi raccogliemmo?

— No, ma supponevo di trovarmi nell’arcipelago di Salomone.

— E ove eravate diretto?

— Andavo a cercare aiuti verso la costa australiana, ma l’uragano mi colse e mi respinse verso l’est. Avevo deciso di raggiungere l’arcipelago di Salomone nella speranza d’incrociare qualche nave proveniente dalle isole Marianne in rotta per Sidney, quando voi mi raccoglieste.

— Sulla vostra zattera, c’era solamente l’indiano che uccideste?

— Sì, capitano.

— E perchè siete partiti in due soli?

— Perchè non avevamo che pochissimi viveri.

— Chi comandava la vostra nave? —

Il naufrago a quella domanda parve esitare come se cercasse nella memoria un nome, poi disse:

— Il capitano James Welcome.

— Lo avete mai udito nominare, signor Collin? — chiese il capitano al secondo.

— Mai, ma siamo in tanti noi, — rispose l’interrogato.

Il naufrago guardò i due comandanti aggrottando più volte la fronte con una specie di inquietudine, ma fu un lampo poichè si rasserenò subito.

Il capitano Hill ed il suo compagno raccomandarono al naufrago il più assoluto riposo, poi risalirono in coperta.

— Che vi pare di quell’uomo? — chiese il capitano che sembrava fosse diventato pensieroso.

— È un tipo non troppo simpatico, signore. Avete forse qualche sospetto per farmi simile domanda?

— No, ma mi sembra che non si spieghi francamente, e se devo dirvi tutto, aggiungerò che ho dei sinistri presentimenti.

— E come? Chi credete che possa essere? Su questo Oceano non si possono raccogliere che dei marinai disgraziati.

— O dei forzati, signor Collin, — aggiunse il capitano.

— Voi credereste?...

— Non credo nulla per ora, ma voi sapete che il penitenziario delle isole Norfolk non è molto lontano, e che ogni anno buon numero di quei pericolosi soggetti evadono su dei semplici canotti che rubano alle navi, od anche su delle zattere.

— Potete ingannarvi, capitano, ma mi date da pensare.

— Vedremo in seguito, tenente. —

In quell’istante un marinaio postosi di guardia sulla coffa dell’albero maestro, segnalò un’altra isola che appariva a una dozzina di miglia versa l’est.

Il capitano approfittando del sole che brillava, prese il sestante e fece il calcolo per accertare la posizione e la rotta della nave. Stava per terminare, quando una voce dolce e melodiosa gli domandò:

— Siamo lontani ancora?

— Ah! sei tu Anna, — chiese egli volgendosi verso la giovanetta.

— Sì, io che vengo a chiederti se siamo ancora assai lontani dalle isole dei naufraghi.

— C’è del tempo, figlia mia; ma se il vento si mantiene così buono e se l’onda cessa, noi vi approderemo fra cinque o sei giorni.

— Oh! un’isola dinanzi a noi?

— Una brutta terra, figlia mia, che gode una fama sinistra, nota anche in America, ma specialmente in Francia.

— Come si chiama adunque?

— Vanikoro.

— Cos’è questa Vanikoro?

— Un’isola che con quelle di Tevai, Manevai e a Nanuna forma il gruppo di La Perusa.

— Il gruppo di La Perusa? Forse che a queste isole si unisce il nome dell’ammiraglio La Perouse, l’infelice navigatore scomparso così misteriosamente con le sue navi e i suoi equipaggi?

— Sì, Anna: guarda attentamente quell’isola di così trista celebrità. —

Vanikoro era allora interamente visibile. Quest’isola ha un circuito di circa dieci leghe ed è irta di picchi conici, il più alto dei quali porta il nome di Monte Capogo. L’interno è tutta una fitta boscaglia, interrotta da paludi che la rendono quanto si può dire insalubre; le coste hanno invece due baie chiamate Vana e Paiu, che sarebbero accessibili ai bastimenti, se non le rendessero pericolose la cintura di scogli coralliferi che la difendono contro gli assalti delle onde.

I suoi abitanti sono senza dubbio i più brutti che s’incontrino nelle isole della Polinesia e nel tempo stesso i più feroci. Nulla potrebbesi immaginare di più schifoso e di più stomachevole di quegli esseri con faccie di scimmia, con forme angolose, con membra da etici, coperte di sudiciume d’ogni specie.

Anna che osservava attentamente l’isola col cannocchiale del padre, fermò la sua attenzione su di uno strano monumento che non doveva essere l’opera di quei selvaggi. Sembrava un obelisco posato su di una base quadrangolare e che alzavasi circa due metri:

— Cos’è quel monumento? — chiese al padre.

— Un ricordo rizzato dal capitano Dumont d’Urville alla memoria di La Perouse e dei suoi disgraziati compagni.

— Ma è proprio su quest’isola che s’infransero i vascelli di quello sfortunato navigatore?

— Proprio su questa, Anna.

— Si salvò adunque qualche marinaio dal naufragio?

— Nessuno o almeno nessuno fu raccolto dalle navi che andarono in cerca dei naufraghi.

— Spiegati adunque.

— Ecco qui: La Perouse, come già saprai, era scomparso coi suoi due vascelli dopo d’aver fatto numerose scoperte e d’aver fatto capire che si recava nell’Oceano Pacifico. Le ricerche non approdarono a nulla, quantunque il capitano D’Entrecasteaux, spedito appositamente in questi mari, passasse a breve distanza da Vanikoro che egli anzi chiamò Isola della Ricerca. Erano già passati quarant’anni dacchè le due navi erano state inghiottite, quando nel 1826 il capitano inglese Dillen, visitando le isole di questo arcipelago, vide nelle mani di alcuni isolani di Ticopia degli oggetti di ferro di provenienza europea e un’elsa d’argento su cui erano incise delle iniziali che parevano quelle di La Perouse.

Desideroso di sapere qualche cosa intorno a quel duplice naufragio che aveva commosso i due mondi, si mise in cerca di due marinai, prussiano l’uno e lascaro l’altro, che tredici anni prima aveva sbarcati nell’isola, e trovatili ancora vivi li interrogò circa la provenienza di quegli oggetti. Saputo che erano stati colà trasportati da alcuni indigeni di Vanikoro, si diresse a quella volta, e dagli isolani seppe che appunto quarant’anni prima erano colà naufragate due grandi navi, che uno degli equipaggi era stato massacrato e divorato, e che l’altro, dopo aver soggiornato alcuni mesi in quel luogo, aveva preso il largo su di una piccola nave che si era costruita, lasciando però a terra alcuni di loro.

Infatti il Lascaro di Ticopia aveva detto di aver veduto, cinque anni prima, a Vanikoro, due uomini che sembravano marinai di navi naufragate.

Non potendo il Dillen disporre di molto tempo, veleggiò verso l’India, e giunto a Calcutta informava i rettori della Compagnia delle Indie della scoperta fatta. Gli venne tosto affidato un bastimento per esplorare Vanikoro, e nel luglio del 1827 vi sbarcava.

Le sue indagini portarono piena luce sulla misteriosa scomparsa della spedizione La Perouse, poichè potè vedere una delle navi sommerse, incastrata fra i coralli e visitare il luogo dove era stato costruito il piccolo vascello. Gl’indigeni negarono di aver massacrato e divorato uno degli equipaggi, ma così doveva essere accaduto, poichè seppe che in una capanna detta la _Casa degli Spiriti_ conservavano ancora i cranii delle vittime.

Dillon raccolse gran numero di oggetti, àncore, uncini, chiodi, petrieri, pezzi d’istrumenti geografici ed astronomici, una campana fusa a Brest, parecchi oggetti d’argento e di ferro, una lastra adorna di tre gigli che poi regalò a Carlo X allora re di Francia e che ora si trovano nel Museo della Marina. Più tardi Dumont D’Urville raccolse a Vanikoro un cannoncino, un’àncora e due petrieri che furono aggiunti alle prime reliquie di quel tremendo naufragio.

— Adunque le due navi si ruppero contro quelle coste, — disse Anna, additando l’isola.

— Sì, ed a quanto sembra in una notte tempestosa e oscurissima.

— Ma cosa accadde agli uomini che si erano imbarcati sulla piccola nave da loro costruita?

— Non si ebbero di loro mai più notizie; però un capitano inglese ha affermato di aver veduto distintamente verso il 1811, in uno stretto braccio di mare delle isole Salomone, una grande antenna ergersi dal fondo, fornita di tutti i suoi attrezzi.

— Sono naufragati anche loro?

— Così deve essere.

— E non si fece alcuna ricerca alle isole Salomone?

— Nessuna.

— Eppure qualcuno poteva essersi salvato e potrebbe vivere....

— Ciò non è impossibile; forse qualche mozzo potrebbe essere ancora vivo.

— Disgraziati!... — mormorò Anna. — Chi sa quanti saranno caduti sotto i denti degli antropofagi.

— Molti senza dubbio, poichè gl’isolani di Vanikoro hanno pessima fama.

— Sono molto feroci?

— Molto, Anna.

— Ma come possono aver vinto i marinai di La Perouse armati di fucili e di cannoni?

— Colle freccie avvelenate.

— Conoscono i veleni quei mostri?

— Sì, e quello che adoperano non perdona, poichè chi è toccato da una delle loro freccie muore dopo tre giorni di agonia atroce, senza che alcun rimedio lo possa salvare.

— Hanno anche delle lancie.

— Sì, ma la punta non è di ferro, non possedendo essi tale metallo, ma di scheggie d’ossa umane che estraggono dai cadaveri che mettono a macerare per alcune settimane nell’acqua marina.

— Che abominevoli selvaggi! padre mio. Non vorrei cadere nelle loro mani.

— Bah!... abbiamo un equipaggio scelto ed affezionato, una buona nave e armi in tal quantità da tenere fronte a mille polinesiani riuniti. —

In quell’istante si udì nella stiva un orribile concerto che scosse l’intero vascello, facendo trabalzare i marinai. Lo stesso capitano, non ostante il suo provato coraggio, impallidì e la sua destra corse al calcio della pistola che portava sempre alla cintura.

Erano urla rauche, ruggiti soffocati, miagolii potenti accompagnati da scricchiolii e da colpi sordi, che parevano prodotti da corpi poderosi lanciati contro una parete di legno.

— Cosa succede? — chiese miss Anna, che istintivamente fece un passo verso il quadro di poppa.

— Che le tigri abbiano sfondate le gabbie? — chiese il capitano volgendosi verso il secondo di bordo che accorreva con una scure in mano.

— È impossibile, signore, — rispose questi. — I ferri sono solidi.

— Andiamo a vedere. —

I due uomini si slanciarono verso il boccaporto che era aperto e guardarono giù. Dinanzi alle dieci gabbie, entro le quali ruggivano furiosamente e saltavano rabbiosamente dodici superbe tigri reali, videro un uomo che le guardava con profonda attenzione, per nulla intimorito di quelle dimostrazioni feroci.

Quell’uomo era il naufrago.

CAPITOLO QUARTO.

Le bizzarrie di Bill.

Il naufrago era tanto fisso nella sua contemplazione, che non si era accorto della presenza del capitano e del signor Collin. Le braccia incrociate sul petto, seguiva con uno sguardo ardente, che talvolta pareva mandasse lampi magnetici, l’evoluzioni delle belve le quali continuavano a mandare potenti ruggiti, tentando di slanciarsi verso di lui.

I suoi occhi si fissavano specialmente, con strana attenzione, su di una grossa tigre che pareva fosse la più robusta e la più feroce, seguendola in tutte le mosse, con un’ostinazione inesplicabile. Si sarebbe detto che egli conosceva quella fiera delle _jungle_ indiane o che tentava di soggiogarla con la potenza del suo sguardo.

Ad un tratto la gran tigre, che dapprima pareva la più indemoniata, si arrestò guardando a sua volta il naufrago che era sempre fermo dinanzi alla gabbia, e, cosa davvero stranissima, la si vide accovacciarsi, battendosi lentamente i fianchi con la coda e rimanere immobile come se una potenza occulta l’avesse soggiogata.

— Ehi, amico! — disse il capitano che aveva osservato colla più viva curiosità quella bizzarra scena. — Per caso, sareste voi un domatore di belve? —

Il naufrago a quella domanda si scosse e fece un gesto di dispetto, ma che subito represse. Alzò il capo verso il boccaporto e salutò i due comandanti.

— No, signore, — rispose poi, sforzandosi di sorridere.

— Vi conosce forse quella tigre?

— Nemmeno, quantunque ne abbia incontrate parecchie durante i miei viaggi.

— Eppure si direbbe che la tigre è stata magnetizzata da voi.

— Non lo credo, capitano.

— Vi dico che avete uno sguardo che affáscina. Guardate! anche le altre belve non si muovono più e strisciano in fondo alle gabbie come se avessero paura di voi.

— Voi scherzate, signore, — rispose il marinaio con tono brusco che nascondeva un mal celato dispetto.

— Vi rivedremo alla prova; ma perchè avete lasciato la vostra cabina?

— Ho udito dei ruggiti e sono sceso qui per vedere da che cosa provenivano.

— Volete salire in coperta? Se vi sentite un po’ meglio, venite a respirare una boccata d’aria fresca.

— Grazie, capitano. —

Il naufrago che pareva si fosse pienamente rimesso, salì abbastanza lesto la scala e comparve sul ponte. Nello scorgere miss Anna si arrestò come stupito fissando su di lei un acuto sguardo che mandava strani bagliori; ma vedendosi osservato dall’equipaggio e dal capitano, scosse il capo come se volesse scacciare un importuno pensiero e si levò il berretto inchinandosi e mormorando una parola che nessuno potè ben comprendere.

— Come vi sentite? — gli chiese il capitano.

— Benissimo, signore, — rispose egli senza però staccare gli occhi dalla giovane miss.

— E le vostre ferite?

— Guariscono a vista d’occhio. Ma.... dove siamo noi, signore?

— Navighiamo verso il gruppo delle Nuove Ebridi.

— Ah!... non siamo adunque molto lontani dalle isole Figii?

— Spero di raggiungerle fra cinque o sei giorni, e di arrivare in tempo per salvarli. Se non li trovassimo, mia figlia ne sarebbe dolentissima.

— Ah! è vostra figlia la signora! — esclamò il naufrago con uno strano accento.

— Sì, miss Anna è mia figlia.

— E naviga sempre con voi?

— Da parecchi anni.

— Bella e coraggiosa fanciulla, — mormorò il marinaio fissando nuovamente la giovane donna. — Miss, vi ringrazio dal più profondo del cuore dell’interesse che prendete pei miei compagni di sventura. Vi serberanno riconoscenza per lungo tempo.

— È dovere d’ogni donna d’interessarsi dei disgraziati, — rispose la giovanetta. — Non avrei mai perdonato all’equipaggio di un vascello che non fosse accorso in aiuto di poveri marinai minacciati dai denti degli antropofagi.

— Grazie, miss; voi siete troppo buona.

— Ditemi, Bill, — chiese improvvisamente il tenente avvicinandosi al naufrago. — Avete mai udito parlare dell’isola di Norfolk? —

Il marinaio a quella brusca interrogazione, che forse era lungi dall’aspettarsi, restò come fulminato; ed un rapido pallore, seguito subito da un vivo rossore, gli passò sul volto. Si volse di colpo verso il tenente che pareva non avesse dato il menomo peso a quella significantissima domanda, e piantandogli in viso due occhi nei quali guizzava una cupa fiamma, gli chiese:

— Cosa intendete di dire?

— Nulla, vi ho fatto una semplice domanda.

— Ah! ora comprendo! — esclamò Bill battendosi la fronte. — Voi mi domandate se conosco un’isola dove si custodiscono i forzati inglesi. Ma perchè tale domanda?...

— Ve lo dissi già, per una curiosità qualunque.

— La conosco quell’isola di fama sinistra. Ho approdato una volta su quelle spiagge coll’_Alert_, un bastimento americano che faceva il traffico fra le isole del Pacifico come il vostro. Brutta isola, signore, e brutti abitanti.

— Me lo immagino.

— Dove siamo ora? — chiese il naufrago che pareva volesse troncare quel discorso che non gli andava troppo a sangue.

— Abbiamo lasciato da un’ora l’isola di Vanikoro e corriamo verso le Nuove Ebridi.

— Grazie, signore. —

S’inchinò dinanzi a miss Anna, salutò il tenente e giunto a prua si sedette sopra un gruppo di funi senza aggiunger sillaba. Quell’uomo però pareva in preda ad una strana inquietudine, dopo la domanda rivoltagli dal signor Collin.

I suoi occhi, che avevano una luce falsa, giravano nelle orbite fissandosi ora sul tenente che passeggiava in coperta ed ora su di Anna che discorreva col padre, e le sue mani si stringevano energicamente come se stritolasse qualche cosa. Il di lui volto ora impallidiva ed ora diventava rosso, e i suoi muscoli avevano delle scosse nervose. Si sarebbe detto che una collera tremenda, frenata a gran pena, ruggiva nel cuore di quel marinaio, raccolto quasi morente sui flutti del Grande Oceano.

Fortunatamente l’attenzione dell’equipaggio venne in quel momento attratta dalla comparsa di un magnifico pesce-veliero o _sword-fish_, come l’hanno battezzato gli Inglesi. Appartiene alla specie dei pesci-spada, coi quali ha anche qualche somiglianza e s’incontra spesso nell’Oceano Pacifico, dove viene assiduamente cacciato dagli isolani che apprezzano assai le sue carni, che sono delicatissime, specialmente se giovane. Se è ricercato è però anche temuto, perchè è d’un temperamento violento.

Quello che navigava nei pressi della _Nuova Georgia_, misurava non meno di dieci piedi di lunghezza e portava un corno lungo quasi due metri, rotondo anzichè piatto come quello del pesce-spada e in parte spuntato. Aveva spiegata la sua natatoia dorsale di cui si serve come d’una vela, e si lasciava portare dal vento.

— Sono pericolosi, padre mio, tali pesci? — chiese Anna al capitano che seguiva con curiosità la corsa di quello strano abitatore del mare.

— Tutti gli isolani lo temono, ed è così coraggioso da affrontare anche le balene ed i vascelli.

— Eppure non è grande.

— È vero, ma la sua arma è robusta e ne fa un grande uso. È quasi impossibile incontrarne uno che abbia il corno intero, e vedi che anche quello lì lo ha smussato. Nella sua rabbia, s’è visto sovente precipitarsi contro i bastimenti che egli forse scambia per balene e piantarvi profondamente il corno. Anche la nostra _Georgia_ ebbe un giorno la prua trapassata da quell’arma.

— E il pesce visse?

— Rimase attaccato alla nave e morì dopo aver ricevuto tre colpi di carabina.

— È facile la pesca di quegli animali?