Un dramma nell'Oceano Pacifico

Part 1

Chapter 13,633 wordsPublic domain

EMILIO SALGARI

UN DRAMMA NELL’OCEANO PACIFICO

RACCONTO

CON MOLTE ILLUSTRAZIONI

DI G. G. BRUNO.

FIRENZE, R. BEMPORAD & FIGLIO CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI Via del Proconsolo, 7. 1895.

PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD E FIGLIO.

FIRENZE, 1895. — Tipografia di G. Barbèra.

CAPITOLO PRIMO.

Un assassinio misterioso.

— Aiuto!...

— Mille fulmini! Chi è caduto nella gran tazza?

— Nessuno, signor Collin, — rispose una voce che scendeva dalla coffa dell’albero di mezzana.

— Che io sia diventato sordo?

— Sarà stato il timone che ha i cardini un po’ stretti ed arrugginiti.

— Non è possibile, gabbiere.

— Allora saranno state le tigri che ruggiscono in modo da mettere i brividi.

— No, ti ripeto, era una voce umana.

— Eppure non vedo nulla, signor luogotenente.

— Di questo sono certissimo. Bisognerebbe avere gli occhi d’un gatto per discernere qualche cosa con questa oscurità. —

In mezzo all’urlío della tempesta e ai muggiti delle onde che il vento sollevava a grande altezza, si udì ancora un grido che non pareva emesso nè dalle belve, delle quali aveva parlato il gabbiere, nè dal cigolío del timone. Il luogotenente Collin, che stava aggrappato alla ribolla del timone tenendo gli occhi fissi sulla bussola, si scosse per la seconda volta e disse:

— Qualcuno è caduto in mare. Non hai udito un grido, Jack?

— No, — ripetè il gabbiere.

— Eppure questa volta non mi sono ingannato!

— Se un uomo fosse caduto dalla _Nuova Georgia_, gli uomini di quarto si sarebbero subito accorti della disgrazia.

— E dunque?...

— Che ci sia qualche pesce di nuova specie, nelle nostre acque?

— Non conosco alcun pesce dell’Oceano Pacifico che possa mandare un simile grido.

— Che sia un naufrago?

— Un naufrago qui, a dugento leghe dalla Nuova Zelanda? Hai visto qualche vascello, prima che il sole tramontasse?

— Nessuno, signore, — rispose il gabbiere.

— Aiuto!...

— Per mille diavoli! — esclamò il luogotenente, mordendosi i lunghi baffi rossicci che ornavano il suo viso abbronzato dai venti del mare e dai calori equatoriali. — Un uomo segue il nostro vascello!

— Sì, è vero, signor Collin, ho udito anch’io il grido.

— Asthor!... —

Un vecchio marinaio, con la barba lunga grigia, con le forme tozze che dimostravano una robustezza eccezionale, attraversò barcollando il ponte della nave e raggiunse il luogotenente.

— Eccomi, signore, — rispose il lupo di mare.

— Dov’è il capitano?

— A prua, luogotenente.

— Hai udito un grido, tu?

— Sì, e veniva dal mare.

— Tieni la ribolla, pilota. —

Il signor Collin lasciò il timone, ed aggrappandosi ai cordami, ai bordi ed agli attrezzi che ingombravano la nave, per non venire rovesciato dai violenti colpi di mare, che saltavano di quando in quando in coperta con tremendi muggiti, giunse a prua. Un uomo di alta statura, con le spalle larghe, di membra muscolose, impartiva con voce squillante dei comandi ad un gruppo di marinai che tentavano di spiegare una vela di trinchetto che il vento continuava ad abbattere.

— Capitano, — disse.

— Cosa desiderate, luogotenente? — rispose il gigante, volgendosi.

— Abbiamo un naufrago nelle nostre acque. Ho udito due volte gridare aiuto.

— Quando?

— Poco fa.

— Un naufrago qui! Non bisogna perder tempo e virare subito di bordo. Mia figlia non mi perdonerebbe mai di non aver salvato un disgraziato marinaio.

— Ma il tempo è orribile, signore.

— Non importa; tutto si deve tentare per salvarlo. Fate virare di bordo! —

Collin con un colpo di fischietto chiamò i marinai dispersi pel ponte e li dispose ai bracci delle manovre, mentre il pilota Asthor, che si trovava sempre alla ribolla, faceva uno sforzo potente per far poggiare la nave.

Il momento era tutt’altro che propizio per eseguire questa manovra, e tanto meno per tentare un salvataggio.

L’Oceano, smentendo, come del resto ben sovente accade, il suo nome di Pacifico datogli da Magellano che pel primo lo attraversò, era in piena rivoluzione. Montagne d’acqua, irte di candida spuma ma nere come se fossero d’inchiostro, si scagliavano con inaudita rabbia in tutte le direzioni, ora formando baratri spaventevoli che parevano non dovessero finire più, ed ora slanciandosi verso il cielo con muggiti tremendi.

Un vento impetuoso scendeva di tratto in tratto dalle tempestose nubi che correvano all’impazzata pel cielo oscurissimo, e balzando, con un moto circolare, su tutti i punti della bussola, fischiava in tutti i modi scotendo furiosamente l’alberatura della nave, strappando brano a brano le vele, sbattendo i boscelli.

La _Nuova Georgia_ però, nonostante quei doppi assalti, le montagne d’acqua che balzavano sopra i suoi bordi, e le violente oscillazioni, eseguì l’ardita manovra comandata dal suo intrepido capitano. Tornata al vento, si slanciò sulla via poco prima percorsa, tenendo bravamente testa agli elementi infuriati.

Il capitano ed il luogotenente collocatisi a prua, presso l’albero di bompresso, scrutavano attentamente i marosi cercando il naufrago che per ben due volte aveva chiamato «aiuto,» mentre i marinai allestivano le cinture di salvataggio, le corde da lanciarsi e preparavano una baleniera per essere pronti a calarla in mare, se vi fosse stato bisogno.

— Vedete nulla; signor Collin? — chiese il capitano dopo alcuni minuti.

— Nulla, capitano, quantunque noi siamo già nelle acque del naufrago.

— Che si sia annegato? —

Il luogotenente stava per manifestare la sua opinione, quando un giovane marinaio, dall’aria furba e intelligente, disse, volgendosi verso il capitano:

— Miss Anna è sul ponte!

— Mia figlia qui! — esclamò il capitano, volgendosi vivamente. — Dov’è?

— Eccomi, padre mio, — rispose, una voce armoniosa, ma tranquilla.

Una giovinetta si avanzava verso prua aggrappandosi alla murata ed ai cordami, per non venire travolta dai cavalloni che irrompevano sulla tolda con mille muggiti. Poteva avere sedici o diciassette anni; era una graziosa ragazza, alta, snella, con capigliatura abbondante di un biondo oro, con occhi di un azzurro profondo, di carni vermiglie, non ancora guastate dall’aria marina e dai morsi del sole equatoriale.

Negli occhi, nell’espressione del viso, nelle labbra sottili, s’indovinava in quella delicata personcina una tenacità e un’audacia, che sono ben lungi dal possedere le donne della sua età e soprattutto le donne europee.

Nonostante che la tempesta fosse violentissima e la nave corresse non lieve pericolo, sebbene di solida costruzione e montata da un numeroso equipaggio, quella creatura non sembrava per nulla spaventata, e sorrideva tranquillamente come se si trovasse benissimo anche fra la natura sconvolta.

— Qui tu, Anna! — ripetè il capitano con accento di terrore.

— Sì, padre mio, — rispose la coraggiosa giovinetta, avvicinandoglisi.

— Ma non pensi che un’onda può strapparti dal ponte e trascinarti in mare?

— La figlia di un capitano marittimo non deve essere da meno di suo padre. Eppoi, credi tu che si stia meglio giù che sul ponte, quando vi sono quelle brutte belve che urlano orrendamente? Ah, padre mio, che carico pericoloso portiamo noi!

— Le gabbie sono solide e il quadro di poppa non ha comunicazione colla stiva.

— Lo so, ma quei ruggiti mettono i brividi. To’!... La _Nuova Georgia_ ha cambiato rotta!... E si prepara una imbarcazione!... Cosa vuol dire ciò, padre?

— Non t’inquietare, Anna, — rispose il capitano. — Abbiamo virato di bordo per cercare un naufrago.

— Forse uno dei tuoi marinai è caduto in mare?

— No, ringraziando il cielo. Si tratta di uno sconosciuto che pochi minuti fa gridava aiuto.

— E dove?

— Non lo sappiamo neanche noi.

— Non l’hai veduto?

— No, ma il luogotenente e il pilota l’hanno inteso gridare.

— Pover’uomo!... Bisogna salvarlo a qualunque costo.

— È ciò che stiamo facendo. —

In quell’istante, in mezzo alle onde che si rovesciavano le une addosso alle altre con orribile frastuono, si udì una voce gridare ripetutamente:

— _Help! Help!_... (Aiuto! aiuto!)

— Il naufrago! — esclamò il signor Collin, precipitandosi verso la murata di babordo.

— Attenzione, timoniere! — gridò il capitano. — Poggia tutto!... —

La nave virò sul posto mettendosi attraverso al vento, in maniera da non allontanarsi troppo da quel punto. Il capitano, il luogotenente, miss Anna ed i marinai, curvi sulle murate o issati sulle griselle, guardavano attentamente in mezzo alle onde, che le tenebre facevano a malapena distinguere.

— Coraggio! — gridò il capitano, imboccando il portavoce. — Veniamo in vostro aiuto.

— Soccorso!... Annego!... — ripetè la stessa voce di prima, che pareva uscisse di sotto le onde.

— L’abbiamo sottovento, — disse il luogotenente.

— Sì, sì, — confermò il vecchio pilota.

— Maledette tenebre! — esclamò il capitano. — Non si può vedere a tre metri di distanza.

— Aspettiamo un lampo, — disse miss Anna.

— E facciamo intanto qualche segnale, — aggiunse il luogotenente. — Ehi, Harry, lancia un razzo! —

Un marinaio partì come una freccia, balzando attraverso le corcome e gli attrezzi che ruzzolavano per la tolda, scese nel quadro di poppa e ritornò portando un razzo che subito accese.

Una striscia fiammeggiante salì verso le nubi oscillando vivamente sotto i violenti soffi del vento, e scoppiò spandendo all’intorno miriadi di scintille dai riflessi azzurri. Quasi subito, come se il cielo fosse stato invidioso di quella linea di fuoco, un lampo la fendette da ponente a levante, illuminando come in pieno giorno lo sconvolto Oceano.

Agli occhi dell’equipaggio s’offerse allora un terribile spettacolo, che certamente non s’aspettava.

A mezza gomena dalla nave una piccola zattera, mezzo sfasciata, coll’albero spezzato a cui era ancora attaccato un lembo di tela, ondeggiava disperatamente fra le onde che l’assalivano da tutte le parti. Due uomini, uno bianco ed uno nero, sdraiati presso l’albero e strettamente abbracciati, pareva che lottassero ferocemente. Nelle loro mani si vedevano brillare degli oggetti che si alzavano e si abbassavano rapidamente, e che sembrava fossero o coltelli o pugnali.

— Gran Dio! — esclamò miss Anna, retrocedendo vivamente.

— Mille milioni di fulmini! — esclamò il capitano. — Cosa succede su quella zattera? —

Un urlo acuto, straziante, come di un uomo che viene assassinato s’alzò fra le onde seguito da un altro che pareva di trionfo.

— Laggiù si assassinano! — esclamò Collin.

— Quale dramma si svolge su quella zattera? — chiese Anna rabbrividendo. — Degli uomini che si uccidono mentre la morte gli minaccia! Padre mio, fuggiamo di qua!

— No, bisogna salvarli.

— Ma uno a quest’ora sarà morto.

— Salveremo il vivo.

— Un assassino!

— Chi può dire che sia un assassino? Forse si è difeso; noi non possiamo sapere di che cosa si tratta, almeno per ora. —

In quel momento si udì a babordo un cozzo violento, e proprio sotto il fianco della nave una voce che gridava:

— Salvatemi!... Ohe!... della nave!...

— Lanciate delle funi! — gridò il capitano.

Sette od otto gomene vennero gettate insieme con alcune cinture di salvataggio. Malgrado la profonda oscurità, presso il babordo si vedeva la zattera la quale finiva con lo sfasciarsi, e, fra i rottami, un uomo che si dibatteva disperatamente fra la spuma.

— Issa! — gridò il naufrago.

— Terrete fermo? — chiese il capitano.

— Sì.

— Issate! —

I marinai ritirarono la gomena alla cui estremità erasi aggrappato il naufrago. Una testa sparuta, inzuppata di acqua, con una capigliatura lunga appiccicata alle gote ed al collo, apparve dopo alcuni istanti. Il capitano afferrò il disgraziato per le spalle e sollevandolo come fosse stato un fanciullo, lo depose sul ponte.

Lo sconosciuto stette qualche istante ritto girando due occhi smarriti sui marinai, aprì le labbra balbettando con voce appena distinta «un grazie,» poi stramazzò fra le braccia del luogotenente che gli stava dietro.

— Morto! — esclamò miss Anna.

— No, il suo cuore batte, — rispose Collin.

— Portiamolo nel quadro di poppa.

— Sì, miss.

— E l’altro? — chiese un marinaio. — Sulla zattera erano in due.

— Cerchiamolo, — disse il capitano.

I marinai accorsero verso la murata; ma ormai era troppo tardi. La zattera sfasciatasi contro i banchi della nave, era scomparsa col secondo naufrago.

CAPITOLO SECONDO.

Il Naufrago.

La _Nuova Georgia_ aveva lasciate il porto giapponese di Yokoama il 24 agosto 1836 diretta in Australia, dove contava di fare un carico di _trepang_, sorta di molluschi cilindrici, abbastanza coriacei, ma che sono tanto pregiati dai ghiottoni dell’Impero Celeste. Portava con sè, oltre una partita di sete e di porcellane giapponesi, dieci grandi gabbie di ferro contenenti dodici stupende tigri indiane, appartenenti al proprietario di un serraglio di Yeddo, il quale, dopo aver raggranellata una cospicua sostanza, si era deciso di sbarazzarsi dei suoi pericolosi compagni, cedendoli ad un negoziante di belve domiciliato a Melburne. Per quanto contasse già quindici anni, la _Nuova Georgia_ era ancora una bella e robusta nave, anzi passava per una delle migliori della marina mercantile americana.

Si poteva dire che era il più grande veliero che in quei tempi solcasse le acque dell’Oceano Pacifico, poichè stazzava oltre duemila tonnellate e portava l’attrezzatura completa di una vera nave, ossia, vele quadre al trinchetto, alla maestra e anche all’albero di mezzana.

Destinata dapprima a servire d’incrociatore nella marina repubblicana, era stata in seguito venduta al capitano James Hill di Boston, il quale cercava appunto in quel tempo una solida nave per esercitare il traffico nell’Oceano Pacifico, traffico molto difficile ma assai vantaggioso, specialmente allora.

Il capitano Hill, un marinaio vero nel più largo senso della parola, che aveva fatto quattordici volte il giro del mondo, era audace quanto si può immaginare, forte come un toro, risoluto in qualsiasi pericolo. Aveva preso con sè la propria figlia miss Anna, rimasta orfana della madre, aveva arruolato il luogotenente Collin suo antico compagno, venti scelti marinai e si era avventurato fra le isole della Polinesia e della Melanesia non punto spaventato della trista fama, che hanno gl’isolani, grandi amatori di carne umana cotta allo spiedo e con la salsa verde.

Aveva fatto sette viaggi fortunati, ed ora aveva cominciato l’ottavo con quel pericoloso carico, che però egli era sicuro di condurre intatto a Melburne, insieme con le sete destinate alle bellezze australiane.

Ma il destino, come vedremo in seguito, aveva deciso altrimenti!

. . . . . . .

Portato nel quadro di poppa lo sconosciuto raccolto sulla piccola zattera, il capitano si era affrettato a discendere in compagnia della figlia, mentre il luogotenente risaliva sul ponte per resistere alla tempesta che da due giorni si scagliava rabbiosamente contro il grande veliero.

Il vecchio Asthor stava strofinandogli vigorosamente le membra con uno straccio di lana inzuppata di _gin_ e cercava di fargli introdurre nella bocca, strettamente chiusa, alcune goccie di generoso vino di Spagna. Il misero però si ostinava a non dar segno di vita, quantunque il cuore continuasse a battere debolmente sì, ma tanto da far sperare una non lontana ripresa dei sensi.

— Il povero uomo è stato conciato molto male, — disse il capitano. — Fammi largo, Asthor, onde possa visitarlo. —

Il naufrago poteva avere quaranta o quarantacinque anni. Era di statura media, ma tarchiata, muscolosa, che dimostrava una forza non comune; la sua pelle bianca in alcune parti e assai abbronzata in altre, portava dovunque delle tracce rossastre, dei tatuaggi strani ma non molto dissimili da quelli che usano farsi i marinai.

Il suo viso era tutt’altro che simpatico. Aveva i lineamenti duri, un naso grosso, rosso come quello di un gran bevitore, la fronte bassa come quella di un delinquente, la barba lunga, incolta, rossastra. Sul collo, verso il lato destro, vi si vedeva una ferita cicatrizzata di recente, e più sotto un piccolo foro che pareva prodotto da un colpo di coltello. Anche sul viso si vedeva un’altra ferita, la quale mandava ancora alcune goccie di sangue.

— Sono ferite gravi? — chiese miss Anna.

— No, figlia mia, — rispose il capitano, — poichè il ferro che le ha prodotte non doveva essere acuto.

— Chi può essere? Un marinaio?

— Non te lo so dire, ma.... To’! cosa sono queste lividure che vedo ai polsi?

— Delle lividure?

— Sì, e molto marcate.

— Prodotte da che cosa? —

Il capitano non rispose, ma aggrottò la fronte e scosse ripetutamente il capo.

— Forse da delle corde? — insistette miss Anna.

— E forse da delle manette, — rispose il capitano con voce grave.

— Che sia un forzato fuggito da qualche penitenziario?

— Può essere.

— Forse dall’isola di Norfolk?

— Non ne so nulla; fra breve però quest’uomo ci dirà, qualche cosa.

— Ritorna in sè?

— Sì, figlia mia. —

Il capitano non s’ingannava. Il naufrago aveva aperto la bocca come per respirare più liberamente, e stava per alzare le palpebre. Due occhi falsi, grigiastri, che mandavano una luce sinistra, si fissarono ben presto sul capitano e sulla giovane donna con una specie di stupore.

— Come vi sentite? — chiese il capitano.

Lo sconosciuto invece di rispondere si alzò lentamente a sedere e chiese con voce rotta:

— Dove.... sono.... io?...

— In una cabina della _Nuova Georgia_, — rispose il capitano.

— Una nave.... inglese?...

— No, americana. —

Il naufrago mandò un respiro come di soddisfazione. Il capitano Hill lo notò, e dopo aver fatto cenno a sua figlia di ritirarsi, riprese:

— Chi siete?

— Bill Habbart,... un povero naufrago;... ma.... e Sangor?...

— Sangor?... Chi è costui?... —

Il naufrago fece un gesto di stupore, poi si morse le labbra come si fosse pentito di essersi lasciato sfuggire quel nome.

— Chi è questo Sangor? — tornò a chiedere il capitano.

— Un compagno di sventura.

— Che poi avete assassinato.

— Io!... — esclamò il naufrago impallidendo e stringendo i pugni.

— Vi ho veduti poco fa coi coltelli in mano, lottare come due tigri sulla vostra zattera.

— È vero, ma fu primo l’indiano a gettarsi addosso a me.

— Per qual motivo?

— La zattera stava per affondare sotto il nostro peso, avendo le onde strappate quasi tutte le tavole. Sangor allora, cieco di paura, cercò disfarsi di me sperando di salvarsi, ma nella lotta ebbe la peggio, poichè cadde in mare.

— È proprio vero quello che mi dite?

— Lo giuro, — disse il naufrago.

— Ma come vi trovavate in pieno Oceano, su quella zattera?

— Appartengo all’equipaggio di una nave naufragata due mesi fa presso le isole Figii.

— Come si chiamava quella nave?

— Il _Tamigi_.

— Una nave inglese forse?

— Sissignore.

— E vi eravate salvati voi due soli?

— No, — rispose il naufrago nel cui sguardo brillò uno strano lampo. — Alle Figii vi sono altri sette compagni che attendono di venire salvati.

— Avevano mandato voi in cerca di aiuto? — chiese il capitano.

— Sissignore.

— In quali condizioni si trovano?

— Disperate, poichè li avevo lasciati mezzo morti di fame e alle prese con gli antropofagi.

— Credete che siano ancora vivi?

— Lo spero, poichè sono tutti armati e risoluti!

— Da quanti giorni avete lasciata l’isola?

— Da tredici. Capitano, ditemi, cercherete di salvare quei disgraziati?

— Tutto dipende da una vostra risposta, — rispose il comandante guardandolo fisso, come se volesse leggergli nel più profondo del cuore.

— Parlate, interrogatemi, signore.

— Ditemi, perchè avete ai polsi quelle profonde lividure? —

Il naufrago a quella domanda, che forse non si aspettava, trasalì, ma rimettendosi prontamente, rispose colla massima calma:

— Me le hanno prodotte le funi, essendomi fatto legare alla ribolla del timone durante la tempesta che ci fece naufragare. Il mare saltava a bordo con tanta furia, che senza quella precauzione mi avrebbe portato via.

— Sono soddisfatto di voi, — disse il capitano, tendendo la destra al naufrago che gliela strinse vigorosamente. — Ora non pensate che a dormire ed a rimettervi della vostra brutta avventura.

— Ma i miei compagni li salverete? — insistette il naufrago.

— Appena la tempesta sarà cessata, metterò la prua verso le isole Figii.

— Grazie, grazie, signore.

— Non una parola di più e riposate. —

Il naufrago si ricoricò nel lettuccio, ma appena si vide solo si rialzò con uno scatto di tigre e sulle sue labbra sottili apparve uno strano sorriso, una specie di sogghigno che avrebbe dato da pensare a chi avesse potuto vederlo.

Nella cabina attigua miss Anna aspettava suo padre, impaziente d’interrogarlo sull’esito di quel colloquio. Appena seppe di che si trattava, l’anima generosa di lei non ebbe che un solo pensiero: salvare i disgraziati minacciati dagli implacabili denti degli antropofagi.

— Lo farai, padre mio? — chiese la coraggiosa giovanetta.

— Sì, figlia, — rispose il capitano, — noi andremo a liberare quei poveri marinai.

— Le conosci tu quelle isole?

— Le ho vedute una sola volta e mi è bastato per giudicarle.

— Forse sono abitate da selvaggi feroci?

— Da antropofagi e dei più terribili, figlia mia, poichè vanno pazzi per la carne umana che dicono che somiglia, per sapore, a quella dei migliori maiali.

— Hai perduto dei marinai, forse?

— Ne ho veduti tre cadere sotto le mazze di quei feroci mangiatori, mentre stavano preparando il trepang a poche centinaia di metri dal mio vascello.

— E sono stati mangiati?

— Abbiamo trovato i loro scheletri il giorno appresso, all’entrata di un villaggio disabitato.

— E resisteranno i disgraziati compagni del naufrago?

— Lo spero, Anna, poichè quel Bill Hobbart mi ha detto che sono armati ed i selvaggi hanno una gran paura delle armi da fuoco.

— E sono molto lontane queste isole?

— Fra sei o sette giorni vi possiamo giungere, se la tempesta non ci spinge troppo verso l’est.

— Voglia il cielo che noi ritroviamo quei disgraziati ancora vivi!

— Speriamolo, figlia mia. Orsù, ritorna nella tua cabina, che in coperta non si può rimanere senza pericolo.

— Mi lasci?

— La tempesta non accenna a calmarsi e la mia presenza è necessaria sul ponte. Tu sai che navighiamo in un Oceano cosparso d’isole, d’isolotti e di banchi coralliferi, e che un urto può avvenire da un momento all’altro. Va’, Anna e non temere, che io veglio attentamente, e il nostro legno è solido. —

Il capitano baciò in fronte la giovanetta, e salì rapidamente in coperta non ostante il violentissimo rollío che faceva sbandare spaventosamente la nave.

L’Oceano era ancora tempestosissimo, e il vento non accennava a calmarsi tanto presto; però le nubi cominciavano a mostrare qua e là degli strappi attraverso ai quali si vedevano apparire, ad intervalli, le stelle. Quantunque il pericolo non fosse cessato, era facile capire che l’uragano stava per volgere al suo termine.

Era tempo, poichè l’equipaggio, spossato da una lotta che durava già da tre giorni, senza aver potuto chiudere occhio e senza mai aver acceso il fuoco, non ne poteva proprio più. Anche la _Nuova Georgia_, quantunque costruita senza risparmi e non nuova alle tempeste dell’Oceano, era ridotta in deplorevole stato; i suoi fianchi resistevano sempre agli assalti furiosi delle onde, nè pareva che avessero sofferto, ma tutta la sua attrezzatura era in completo disordine. Le vele fatte a brani in più luoghi non tenevano più al vento, le sartie si erano rallentate in varii punti, le manovre scorrenti erano state in gran parte strappate ed anche un tratto della murata di babordo aveva ceduto, lasciando il passo alle montagne d’acqua.

Il capitano Hill appena salito sul ponte si accostò al secondo che si teneva ancora saldo accanto al timoniere, cercando di mantenere il veliero sulla buona via e gli chiese:

— Abbiamo nessuna terra in vista?

— No, capitano, — rispose l’ufficiale.

— Eppure, se i miei calcoli non errano, dobbiamo essere vicini all’arcipelago di Santa-Cruz.