Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 3
— Molto difficile, Anna. Finchè sono giovani si prendono facilmente colle reti, ma quando sono grandi ed hanno il corno sviluppato, spezzano le maglie per quanto siano solide, e fuggono. Occorrono allora le fiocine od i ramponi ma difficilmente si lasciano avvicinare. —
Il veliero non seguì che per un breve tratto la nave, perchè d’improvviso ripiegò la sua natatoia e s’immerse scomparendo agli occhi dell’equipaggio, che aveva già fatto portare in coperta un rampone con la speranza di banchettare con le delicate carni del nuotatore.
La _Nuova Georgia_ continuava intanto a filare verso l’ovest avvicinandosi all’arcipelago delle Nuove Ebridi, dietro il quale, ad una distanza di dugento trenta o dugento cinquanta miglia si trova quello di Figii. Il vento si manteneva buono ma non era ancora regolare, anzi pareva accennasse a muovere un nuovo perturbamento spingendo innanzi a sè neri nuvoloni.
Dopo il tramonto quei vapori che si erano veduti verso il sud, invasero rapidamente la volta celeste oscurando gli astri in tal modo, che il mare parve fosse diventato d’inchiostro. Il vento invece di crescere, cosa davvero strana, cadde completamente, e la _Nuova Georgia_ rimase quasi immobile su quei neri flutti, immersa nella più profonda oscurità.
A un tratto però un fenomeno che è frequente nei climi caldi, accadde rompendo quella fitta tenebria. Il mare, un momento prima così nero, s’illuminò stranamente come se sotto fosse stata accesa una lampada elettrica d’una potenza straordinaria.
L’acqua pareva che fosse diventata una immensa distesa di bronzo fuso, che aveva splendidi riflessi argentei, ma intersecati qua e là da linee che parevano di fuoco e che cangiavano ad ogni istante forma, diventando circolari per poi rompersi ancora. Le onde frangendosi contro i fianchi neri del legno, pareva che mandassero miriadi di scintille, le quali prendevano i colori più brillanti che si possano immaginare.
Torme di pesci gli uni più strani degli altri, allungati e neri, corti o grossi e di svariati colori, correvano, guizzavano in quel mare d’argento, inseguendosi, giocherellando, battendosi e divorandosi, ora scendendo ed ora salendo alla superficie, mentre immobili come ombrelli aperti o come funghi giganti, galleggiavano i polipi dalle carni trasparenti e gelatinose. Miriadi di molluschi fosforescenti andavano alla deriva, lasciandosi portare dal flusso, spiegando ognuno un lampo di luce diversa: ecco le pelagie che ondulano pigramente, simili a paracadute che si lasciano portare dal vento; ecco le melitee dalle cui braccia stranamente incrociate sprizzano lampi d’un rosso cremisi; ecco le acalefe microscopiche che sembrano costellate di diamanti della più bell’acqua, le vellele le cui creste tramandano una luce azzurra d’una infinita dolcezza, e le beroe, le meduse, le osyroe, ec. che uniscono i loro bagliori a quelli che producono certi piccoli molluschi, grandi come un pollice, di forma cilindrica, di consistenza delicatissima e che si trovano colà ammassati a miriadi, invadendo una larga zona di mare.
La _Nuova Georgia_, immobile su quel mare, spiccava vivamente con la sua nera massa su quella argentea superficie, e pareva che più non navigasse, ma nuotasse sopra un’atmosfera abbagliante, fosforescente.
Miss Anna, il capitano Hill, il tenente Collin e tutti i marinai
[Illustrazione: LA _NUOVA GEORGIA_.] contemplavano con ammirazione quel fenomeno che è frequente, come abbiam detto, in quelle regioni, ma che è pur sempre tanto bello. Perfino il naufrago si era lentamente alzato e curvato sul bordo del legno; ma invece d’uno sguardo di ammirazione, quello strano uomo aveva lanciato un cupo sguardo su lo scintillante mare ed aveva fatto un gesto di dispetto gettando nel tempo istesso una sorda imprecazione.
A poco a poco però quel fenomeno si allontanò in direzione dell’est e la nave che filava lentamente in senso contrario, rimase nuovamente avvolta fra dense tenebre che i fanali di prua non erano sufficienti a rompere.
Il naufrago che era tornato a sedersi a prua, quando vide scintillare il mare in lontananza, si alzò lentamente e cogli occhi parve che cercasse qualcuno. Lo stesso gesto di dispetto che aveva fatto prima lo ripetè, non vedendo sul ponte nè il capitano Hill, nè miss Anna, nè il tenente.
Una profonda ruga gli si disegnò sulla fronte e rimase lì come perplesso. Vedendo però passare un giovane marinaio che aveva allora allora lasciato la camera di prua e che non aveva assistito alla brusca interrogazione del signor Collin a proposito dell’isola di Norfolk, lo fermò dicendo:
— Ehi, camerata, che ora abbiamo?
— Devono essere le dieci, — rispose il marinaio.
— Chi degli ufficiali è di guardia per il primo quarto?
— Asthor, il pilota.
— E il signor Collin?
— Monterà la guardia della mezzanotte.
— È un bravo ufficiale il signor Collin?
— Bravissimo, ve lo assicuro.
— Gode molta fiducia a bordo?
— Quanta ne gode Asthor che naviga da vent’anni col capitano Hill, e forse di più.
— È vero che è il fidanzato di miss Anna?
— Non l’ho mai saputo e non lo credo.
— Dimmi, camerata, si crede realmente che io sia un povero marinaio che ha avuto la disgrazia di naufragare?
— Per bacco! Non vi abbiamo raccolto in pieno mare, su di una zattera?
— È vero, ma mi pare che il signor Collin mi guardi con certa diffidenza.
— È un uomo sospettoso il tenente, ma non credo che abbia motivi per diffidare di voi. Toglietevi simili ubbíe dal capo.
— Hai ragione, camerata. Sono pazzo a credere che a bordo della _Nuova Georgia_ mi si veda di cattivo occhio. Buona notte! —
Il naufrago attraversò lentamente il ponte colla fronte aggrottata e le braccia incrociate strettamente sul petto. Pareva assai pensieroso e preoccupato.
Nel passare dinanzi al grande boccaporto si fermò ad ascoltare le tigri, che mandavano dei profondi brontolii.
— Hanno fame, — mormorò con voce sorda. — Eppure carne ve n’è qui per tutt’e dodici. —
Poi retrocesse lentamente verso prua e fissò gli occhi sulle nubi che correvano disordinatamente pel cielo.
— La tempesta, — mormorò, — sarà fatale per qualcuno. —
Represse un triste sorriso che gli spuntava sulle labbra e sparve nella camera di prua.
CAPITOLO QUINTO.
Gli antropofagi dell’Oceano Pacifico.
Contrariamente alle previsioni di tutti, l’uragano che pareva tornasse a minacciare la _Nuova Georgia_ non scoppiò, anzi durante la notte le masse nuvolose si ruppero e riapparvero le stelle; però si capiva che era un momento di tregua e nulla più, poichè il vento soffiava sempre dal sud, ossia dalla parte donde si formano e partono i tifoni, e il mare conservava quella tinta plumbea che indicava come altrove un grande temporale lo sconvolgesse.
Il giorno dopo, all’alba, la _Nuova Georgia_, che durante la notte aveva percorso una settantina di miglia, si trovava di fronte all’arcipelago delle Nuove Ebridi.
Questo gruppo è uno dei più importanti di quella regione, quantunque in quel tempo fosse ben poco conosciuto, come del resto è anche oggidì assai imperfettamente, e si estende sopra una superficie di centoventi leghe. Quiros, che le scoprì il primo nel 1606, diede all’arcipelago il nome di Australia dello Spirito Santo; Bougainville, che le visitò nel 1768, le chiamò Nuove Cicladi, e Cook, che aveva la smania di cangiare nome a tutte le isole, quello di Nuove Ebridi.
Le principali sono Fauna, che è la più nota, fertilissima, di aspetto piacevole, con un vulcano e sorgenti di acqua calda: misura sette leghe di lunghezza e tre di larghezza; Koro-Mango, di grandezza quasi eguale, e che gode fama perchè dai suoi boschi si estrae la preziosissima polvere di sandalo dal profumo delicato; Mallicolo, che ha una lunghezza di diciotto leghe e sette di larghezza; Sandwich, notabile per la bellezza dei suoi siti; Santo Spirito, che è l’isola maggiore e che si dice sia una delle più belle e delle più fertili del mondo. Molte altre, ma più piccole, circondano il gruppo principale e si estendono verso il sud-est fino a sessantacinque leghe dall’estremità meridionale della Nuova Caledonia.
Gli abitanti, eccettuati quelli di Fauna, non godono una fama migliore degli altri polinesiani, poichè le navi che ebbero contatto con loro furono spesso costrette a far uso delle armi da fuoco, per non cadere sotto i denti di quei mangiatori di carne umana.
Sono per lo più di statura bassa, gracili, di pelle assai abbronzata e per la maggior parte brutti. Quelli di Mallicolo specialmente sono di lineamenti così ributtanti, che le scimmie appariscono belle in loro confronto.
La _Nuova Georgia_, che filava con notevole velocità, si tenne prudentemente lontana da quelle coste inospitali; però non isfuggì agli occhi degli isolani, i quali si mostrarono in buon numero sulle spiagge, agitando minacciosamente le loro lancie ed i loro archi. Delle freccie furono pure lanciate, ma caddero a mezza via ed il capitano Hill, che non voleva perdere tempo nè impegnarsi in qualche brutta avventura, non si degnò di rispondere.
Però verso il mezzogiorno, a circa trenta miglia dall’isola Barwell, la _Nuova Georgia_ fece l’incontro di un doppio canotto, solidamente legato e fornito di un ponte, montato da una dozzina di selvaggi di statura piccola, la tinta oscura, la testa lunga ed il naso schiacciato, nudi quasi del tutto, ma armati di lancie le cui punte parevano formate da scheggie di ossa e molto probabilmente da frammenti di ossa umane.
Vedendo la nave veleggiare al largo, il grande canotto manovrato da una diecina di pagaie si diede a inseguirla con la speranza di abbordarla e di ottenere, forse con la violenza, qualche cosa. Il capitano Hill però fece dirigere la nave al nord e fece sparare un piccolo cannone che teneva nascosto sotto il castello di prua. La detonazione e anche l’impossibilità di vincere il veliero che camminava colla velocità di otto nodi all’ora, persuasero quei brutali selvaggi a proseguire la loro rotta.
— Dimmi, babbo, sono molti gli abitanti di queste isole? — chiese miss Anna al capitano.
— Quando Bougainville le visitò, cioè nei 1799, stimò il loro numero a 200,000, e Cook confermò tale cifra; ma ora sono scemati più della metà.
— E perchè tale enorme diminuzione?
— Perchè gli isolani sono quasi sempre in guerra fra di loro ed i vinti vengono senz’altro mangiati, siano feriti o completamente sani.
— Assistono anche le donne a quei mostruosi banchetti?
— No, poichè le donne non possono prendere i pasti in compagnia degli uomini; ma si fanno cuocere da parte un pezzo dei prigionieri.
— Nemmeno le mogli mangiano coi mariti?
— No, poichè pei mariti esse rappresentano semplicemente delle bestie da soma. La loro condizione è così misera e così opprimente, che spesso uccidono le figlie per sottrarle ad una vita tanto degradante.
— Che orribili selvaggi! E a quale razza appartengono?
— A quella melanesica; ma notasi però in loro l’influenza della razza polinesica.
— Dimmi, tutti i popoli che abitano le isole del Grande Oceano sono antropofagi?
— Quasi tutti.
— Per necessità forse? Mi hanno detto che le isole del Pacifico sono assai scarse di animali e di alberi fruttiferi.
— Sì, ma non tutte. Alcune abbondano di cani, di maiali, di uccelli, di alberi che danno frutta saporite, e per di più il mare che le circonda è ricco di pesci. Malgrado ciò, gli abitanti sono antropofagi e mettono nello spiede e in salsa i loro nemici.
Un tempo non si credeva all’antropofagia, ma dopo i viaggi di Van Diemen, di Tasman, di La Perouse, di Bougainville, di Cook, di Quiros, di Mendana, ec. bisognò ammetterla.
Alcune tribù sacrificavano i nemici per spirito religioso, ma li mangiavano, altri per insufficenza di alimenti, altri ancora per leccornía e taluni per ereditare il coraggio o le virtù del morto, come per esempio gli Australiani che mangiano a preferenza il cuore del nemico per acquistare maggior energia, i Maori della Nuova Zelanda l’occhio sinistro prima di tutto, perchè secondo le loro credenze figura l’anima del mangiato, e le tribù americane dell’Amazzoni che bruciano il cadavere bevendo poi la polvere per appropriarsi i pregi di lui.
— Ma come, l’antropofagia non è ristretta agli isolani del Grande Oceano?
— No, Anna, — disse il capitano. — Più o meno tutti i popoli hanno praticato il cannibalismo. I Galli, che sono gli odierni Francesi, mangiavano gli uomini, e ne fanno fede le caverne ossifere scoperte nelle vicinanze di Parigi, a Ville-Neuve-Saint-George ed a Saint-Maure; nel Portogallo in una sola caverna furono raccolti 9500 denti umani e gran numero di ossa portanti le tracce della combustione e degli istrumenti taglienti.
Mangiavano uomini gli abitanti dell’Asia minore; i Giapponesi ed i Messicani per spirito religioso; anzi aggiungerò che questi, discendenti del grande impero di Montezuma, rimproveravano agli Spagnuoli il sapore amaro delle loro carni!...
— È incredibile!... — esclamò miss Anna con orrore.
— Un tempo poteva dirsi così, ma oggi la scienza ha messo tutto in chiaro. Del resto l’antropofagia è ancora molto estesa; si mangiano uomini fra i Battias, di Sumatra, dove il cannibalismo ha spiccatamente il carattere di punizione, fra gli Indiani dell’America del Nord per vendetta, fra i Cafri, i Caraibi di Masoris, nel Congo, nel Timbuctu, nel Dahomey e nell’Ogowai per pura leccornía. Aggiungerò per ultimo che a Taiti, isola oggi civilizzata, or non è molto, in un periodo di carestia si mangiarono tante persone che fu chiamato quel tempo «la stagione da mangiare gli uomini» e che in Francia nel 1090 e in Egitto nel 1200, pure in tempo di carestia, si andava a caccia delle persone per venderne la carne!...
— È orribile!
— Ma storico, Anna. Del resto anche oggidì di quando in quando giunge la notizia di scene di cannibalismo avvenute fra naufraghi. Le cronache marinaresche sono piene di sì orribili pasti, fortunatamente consigliati non dalla golosità, ma dalla fame.
— I selvaggi dicono che è eccellente la carne umana? — chiese il tenente, che da qualche minuto assisteva alla conversazione.
— Tutti sono d’accordo nel lodare il gusto squisito e la delicatezza della carne umana; però dicono che quella della razza bianca è amara e troppo salata.
— Speriamo allora che ci risparmino, se abbiamo la disgrazia di cadere nelle loro mani.
— Troveranno qualche mezzo per farci diventare eccellenti, signor Collin, — disse il capitano ridendo. — Io so che gli isolani delle Figii hanno un modo speciale per ingrassare i loro prigionieri e renderli più succulenti.
— Compiango i compagni di Bill se hanno avuto la sfortuna di cadere, in questo frattempo, nelle loro mani. Purchè non sia invece una mezza fortuna.
— Perchè, tenente? — chiese il capitano sorpreso.
— M’intendo io, signor Hill.
— Spiegatevi, — disse miss Anna.
— Non ora. —
In quel momento dietro di loro si udì una specie di grugnito. Il naufrago stava a tre soli passi di distanza e forse aveva inteso le parole del tenente.
Fortunatamente per lui, nessuno lo vide fissare sul tenente due occhi che mandavano cupe fiamme e stringere i pugni con tale forza, da farsi entrare le unghie nelle carni.
Si allontanò silenziosamente senza essere stato scorto e andò a sedersi a prua, ma i suoi occhi correvano sempre, però con diversa espressione, da miss Anna al signor Collin.
Cosa mai meditava in quel momento quell’enimmatico personaggio, sul cui viso si leggeva ad un tempo una strana tenerezza e si vedevan lampi d’un odio profondo? Gli avvenimenti dovevano fra breve dirlo.
Nel pomeriggio il vento crebbe di violenza, e il barometro si abbassò bruscamente, mentre le onde provenienti dal sud, si facevano più frequenti e sempre più alte. Si vedevano accavallarsi sull’orizzonte mostrando le loro creste coperte di candida spuma e venivano a rompersi con violenza contro la _Nuova Georgia_, la quale rollava e beccheggiava vivamente.
Le tigri, quasi presentissero la vicinanza di una tempesta, si mostravano assai inquiete, e già nella stiva si udivano incessantemente rintronare le loro rauche urla, facendo impallidire i marinai che non si erano ancora abituati a quegli sgradevoli concerti.
Il capitano per non lasciarsi cogliere alla sprovvista da quell’uragano che da due giorni andava raccogliendo le proprie forze, per scatenarsi chi sa mai con quale furore, fece imbrogliare le alte vele di pappafico e contra-pappafico e fece ammainare i coltellacci e gli scapamari che aveva fatti spiegare al mattino per guadagnare velocità. Non ancora soddisfatto, fece rinforzare i paterazzi e legare solidamente le imbarcazioni, la cui perdita poteva diventare funesta, e le gabbie delle tigri onde nel rollío o nel beccheggio non si rovesciassero spezzando, le sbarre.
— Temi qualche tifone? — gli chiese Anna, che di rado lasciava la coperta della nave.
— Sì, e non ti nascondo che questo uragano mi dà molto da pensare, trovandoci noi in un mare cosparso di isole e di isolotti, e per di più d’una profondità che mette i brividi.
— Ha dei baratri immensi l’Oceano Pacifico?
— Spaventevoli, Anna; una nave che andasse a picco non lascerebbe spuntare di certo la sommità dei suoi alberetti.
— In quale punto è più profondo?
— Secondo gli ultimi scandagli, la maggiore profondità si troverebbe a mezzogiorno del Kamtschiatca, penisola della costa asiatica. Là lo scandaglio avrebbe toccato fondo a 8515 metri.
— Otto chilometri e mezzo di profondità!
— Pare però che vi siano dei baratri profondi quattordici e perfino sedici chilometri.
— Ma tutti gli Oceani hanno tali abissi?
— La profondità media del Grande Oceano toccherebbe i 4380 metri; ma si sa che fra le isole Figii, Tonga e Samoa esiste un abisso di 8102 metri secondo taluni e di 8280 secondo altri navigatori; quella dell’Atlantico toccherebbe i 4022 verso il nord e i 3927 verso il sud; quella dell’Oceano Indiano i 3627 e degli altri due Oceani i 3803. Forse in avvenire queste profondità diverranno maggiori, poichè si difetta ancora di scandagli precisi.
— Ma la vita a simili profondità deve essere nulla.
— E perchè mia cara?
— Per la grande pressione che deve esercitare una massa così immensa d’acqua.
— Un tempo si credeva a questo, anzi aggiungerò che si riteneva che l’acqua si comprimesse talmente pel suo peso, da raggiungere una densità paragonabile a quella del ferro o del piombo. Si riteneva che una palla di ferro gettata in un mare profondo non giungesse fino a toccare gli abissi, ma si arrestasse fra gli strati acquosi, poichè non si era pensato che l’acqua è appena compressibile e che anche sotto le più potenti pressioni la sua densità è minima. Io so che recenti esperimenti hanno dimostrato che la pressione è così leggiera da non essere d’impedimento nemmeno ai pesci che hanno l’abitudine di vivere alla superficie dei mari. Ed infatti, se questa forza fosse così enorme come si credeva, come vivrebbero i crostacei che abitano il fondo degli abissi marini? Bisognerebbe che fossero più solidi del ferro, mentre non lo sono affatto.
— La dimostrazione è chiara, padre mio. Ma.... to’, piove.
— Il tempo si mette male. Ritirati, Anna, chè fra breve avremo un uragano dei più furiosi, e il ponte sarà spazzato dai colpi di vento. —
Infatti il tempaccio si avanzava rapidamente, invadendo la vôlta celeste e sconvolgendo il grande Oceano Pacifico che stava per smentire ancora, il suo tranquillo nome datogli da Magellano.
L’equipaggio era tutto salito in coperta pronto a sostenere la lotta, e si vedeva interrogare con ansietà le nubi e le onde. Quei lupi di mare presentivano una fiera tempesta. Solo il naufrago, che stava sempre seduto a prua su di un ammasso di cordami, pareva tranquillo e sogghignava ad ogni muggito delle onde, fissando con due occhi di fuoco il tenente Collin quasi che meditasse un sinistro progetto.
CAPITOLO SESTO.
Il delitto del naufrago.
L’Oceano Pacifico montava a vista d’occhio; si sarebbe detto che una forza misteriosa, irrompente dagli abissi immensi del fondo, lo sollevasse. Montagne d’acqua, poichè ora potevansi chiamare con tal nome, venivano dal sud accavallandosi le une sulle altre, coperte da un immenso lenzuolo di candidissima spuma, e venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i fianchi del vascello, il quale si rovesciava violentemente ora sul babordo ed ora sul tribordo con mille scricchiolii, ed ora s’impennava come un cavallo vigorosamente spronato.
La tinta del mare aveva perduto il suo azzurro brillante ed era diventata cupa, quasi volesse gareggiare colla tinta nerastra dei nuvoloni che correvano disordinatamente, accumulandosi negli immensi spazii del cielo.
Il vento, che poco prima era ancora costante, pareva che fosse impazzito e balzava bruscamente dal nord al sud, dall’est all’ovest, accennando a prendere un violento moto circolare. Sibilava attraverso i mille cordami della _Nuova Georgia_, scoteva con furore i boscelli rugosi delle manovre, faceva crepitare le vele e curvare perfino gli alberi.
Il capitano Hill, consultato il barometro, vide non senza una viva emozione, che segnava la cifra straordinaria di 705 millimetri!
— È un vero tifone quello che sta per assalirci, — disse al tenente Collin, che si era messo accanto al timoniere.
— Ma come nascono questi tifoni che si sono acquistati una così triste celebrità nei mari del Giappone, della China e del Grande Oceano? — chiese il tenente.
— Nascono generalmente dall’incontro di due o più correnti d’aria contrarie, le quali provocano un movimento rotatorio che è pericolosissimo per le navi che si trovano nel mezzo.
— Si estendono per un largo tratto?
— Per quattrocento o cinquecento chilometri, comunemente; ma si sono osservati dei cicloni di mille chilometri, e temo che quello che sta per piombarci addosso sia così immenso, poichè la depressione barometrica è considerevolissima.
— Ordinariamente quale direzione hanno?
— Vanno dal sud-ovest al nord-est, e il loro movimento circolare, nell’incontro delle due correnti, è da destra a sinistra.
— Sicchè avremo qualche tromba marina.
— È probabile, tenente; anzi faremo bene a preparare il nostro piccolo cannone.
— Volete spezzarla colle palle?
— Basta la detonazione, il più delle volte, per romperla d’un sol colpo; la palla sarebbe inutile, poichè non farebbe che attraversare la colonna d’acqua.
— Ma è pericoloso per una nave che si trova a breve distanza.
— Sì, è vero, poichè la massa liquida nel precipitare sul mare solleva cavalloni enormi; ma tutto si deve tentare piuttosto di lasciarsi avviluppare da quelle furiose colonne liquide, che sono dotate di tale potenza rotatoria da trasportare con loro i più grandi vascelli e da sollevarli. —
Un grande lampo che fendette la massa delle nubi come se fosse una gigantesca scimitarra, seguito poco dopo da un cupo rimbombo che si perdette nei lontani orizzonti, troncò la conversazione.
Il capitano Hill abbandonò il posto e salì sul ponte di comando col portavoce in mano, pronto a comandare la manovra, mentre il tenente Collin si portava a prua dove gli uomini si disponevano ad ammainare i fiocchi e a prendere terzaruoli sulle vele basse.
L’uragano si avvicinava con rapidità straordinaria, sconvolgendo il mare e il cielo. Impetuosi colpi di vento, dopo d’aver sollevate e sferzate le onde che montavano sempre con tremendi muggiti, giungevano l’uno addosso all’altro sulla _Nuova Georgia_, la quale fuggiva con la rapidità d’un immenso uccello, verso il sud-ovest.
Il sole era scomparso da qualche ora, e una profonda oscurità pesava sul Grande Oceano. Però al balenar dei lampi, si vedevano volteggiare, sospinti dalla forza del ciclone, i grandi albatros, con le loro piume bianche e nere, il becco grosso e tanto robusto, da spaccare il cranio ad un uomo, e con le loro ampie ali che misuravano non meno di cinque metri. Si vedevano lottare contro il vento, volteggiare disordinatamente sopra i flutti e si udivano, fra i fischi ed i muggiti della natura irritata, le loro grida rauche e discordi.