Terremoto

Part 4

Chapter 43,727 wordsPublic domain

E chiuse il volume, cui stava leggendo, cacciandovi trammezzo come indice la lama di un pugnale, mentre il servo introduceva quel mal sagomato tedesco, che pure vedemmo a Parma, in occasione dello ingresso del papa.

— Ben venga il nostro mastro Pellegrino — gli disse affabilmente il conte Giovanni, appena lo scorse — qual vento vi sbatte quaggiù nella rôcca di Camia?

— Fente cattife, magnifiche messere — rispose il tedesco nel suo solito gergo, allungando il labro inferiore in aria sconsolata e crollando melanconicamente la testa — prutte notiscie.... crante prutte notiscie!

— Oh! oh! voi mi sbigottite, Pellegrino!.... forse che Sua Beatitudine si trova male in salute, o che Sua Maestà Cattolica non attiene le sue promesse?

— Niente! niente! Sua Peatitudine sempre fegete e ropuste, sempre ciofine malcrado fecchiaia.... Sua Maestà mantate da Parcellone tiplome infestitura marchesate Nofare Sua Eccellensce il tuca di Castre, con penscione tuemila seicento cinquanta scuti d’oro da cinque lire imberiali ogni scuto.... matrimonie brincipe Ottafie con tonna Marcherite celeprate Rome.... lui afute tucate Camerine da Cuitupalte dalla Rofere... Farnesi tutti gontenti, molto gontenti.... ma io barlare di foi, magnifiche messere, di foi che state minacciate crantissime tiscrazie.

— Io?

— Foi... foi, magnifiche messere!.... conti Nicelle, topo Stefene lasciate testa Biacenza, molto arrapiate, molto stegnate, molto tesiderio fenticascione.... oh, cente furba e cattifa conti Nicelle!.... supito capito fostro tratimente.... supito tetto: Camia fatto ammazzare Stefene, noi ammazzare Camia.... tente ber tente..... pena del taglione!

— Poter del mondo, mastro Pellegrino, voi mi parete la Cassandra, di cui stavo appunto leggendo le profezie in questi oscuri versi di Licofrone!... e d’onde viene che mi scioriniate di siffatte malinconie?

— Fiene, magnifiche messere, che Bellecrine stare ciorno e notte sempre ficilante per suoi poni batroni.... io bresentemente essere incaricato Santo Batre scantagliare medalli delle Ferriere.... io essere da fari ciorni in quelle barti.... ieri sera, passanto Gastelle Ganafurone fetute crante luciore fenire dalle finestre.... _der teifel!_ subito tetto a io metesimo, qui star cosa straortinaria e, biane biane, atace atace, antate ficine una di quelle finestre e fetute e sentite tutto quanto si facefa e ticefa di dentro... stare tutte Nicelle condurate, Mont’Ochine, Gattaragne, Eppie, Nicete e capitani e soltati, e tire e ciurare questa notte metesima folere voi assaltare e brentere fostre gastelle e foi e fostra cento e tutti fostri barenti e sequaci tutti bassare file di spate e rufinare fostre gase e rupare fostri guadrini e fare crante cenerale fenticascione sopra di foi!

Il conte Giovanni, che aveva seguito la tartagliata del tedesco con un misto crescente d’interessamento e di stupore, come quello si tacque, corrugò fieramente la fronte e, rizzandosi in piedi:

— Voi avete udito tutto codesto? — esclamò, ficcandogli gli occhi negli occhi.

— Udite e fetute come io fetere e utire foi metesimamente — rispose il tedesco.

— Erano molti?

— Aferne gontate tuecento.

— E dite che questa notte?...

— Folere foi assaltare e fare crante fenticascione sopra di foi.

— E sia: mi troveranno pronto a riceverli!.... intanto vi sono grato della vostra sollecitudine: uomo avvisato, mezzo salvato!

— Foi pone amiche conti Sandafiore; conti Sandafiore pone barente e niboti Sua Peatitudine; Sua Peatitudine mio pone batrone: io niente fatto chè mio tofere pono e fetel serfitore.

— Lo so, lo so: mi ripeteste codeste istesse dichiarazioni quando assumeste sopra di voi di denunziare al pro-legato la clandestina intrusione in Piacenza di quello sciagurato di Stefano....

— Ciustamente!... conti Sandafiore molto tesiterare sua scompariscione del mondo.... io molto tesiterare serfirli.... poi afere cento pelli ducali da cuataniare.

— Comunque sia e per allora e per adesso so di dovervi una gratitudine che non verrà mai meno.

— Troppe penefole.... troppe intulcente!

— Ma, dico: per giungere da Castel Canafurone sin qui, a quest’ora del mattino, dovete aver galoppato più di un cervo.... sarete stanco, affamato....

— Stanco no: oh, io afere campe di ferre.... fiacciare come temonio.... ma anche fame come temonio... fentricole parere porsa senza guadrini!

— E voi affrettatevi a ristorarlo — gli disse il conte Giovanni e — richiamato il valletto — commise a costui di menarlo dal credenziere con ordine gl’imbandisse quanto di meglio serbava in dispensa.

Chetàti, con un mezzo pollo allo spiedo, un quaccino dì segala ed un buon fiasco di vino del sito, i morsi dello stomaco; intascati, senza cerimonie, gli scudi d’oro, che il conte gli snocciolò in compenso del salutare suo avvertimento; mastro Pellegrino di Leuthen riprese la via dei monti, diretto, com’e’ diceva, ad istruire di quanto accadeva i feudatarî di Castell’Arquato.

Pellegrino di Leuthen — come lo avranno già avvertito i nostri lettori — sotto la maschera di metallurgo e antiquario, altro non era che un attivissimo spione del papa e di tutti i costui aderenti. — Paolo III, infatti, sino dal 1538, gli aveva dato incarico, con apposito Breve, di ormare e consegnare in potere della giustizia i non pochi falsari, che, abusando il nome pontificio, avevano preso a fare spaccio di apocrife patenti largitrici di dispense, di perdono e d’altro, per mezzo delle quali andavano squattrinando a scapito dell’altrui buona fede, e — più tardi — quello di scandagliare e studiare le miniere della valle di Nure; ma, nel medesimo, era segretamente istruito di tener d’occhio agl’interessi tutti di casa Farnese e di riferire a tempo e luogo, quanto gli accadesse notare che ne valesse la pena.

In altri termini, Pellegrino di Leuthen era niente più niente meno di ciò che al giorno d’oggi si chiama un agente secreto di publica sicurezza.

Mentre costui saziava il suo vorace appetito tedesco e si rimetteva in via per la montagna; Giovanni il Grosso — fatti venire i suoi familiari ed uomini d’arme ed impartiti loro gli ordini opportuni perchè procacciassero il necessario alle difese — aveva spedito procacci e staffette a cavallo a’ suoi figliuoli e congiunti, alfine che prima dello annottare convenissero tutti al suo castello.

Il sole non aveva, infatti, per anco raccolto i suoi ultimi raggi, che — alla spicciolata, l’uno dal monte, l’altro dal piano — vi giunsero tutti, di guisa che quando, alla ritirata serale, si rialzarono i ponti e si situarono le scolte su i merli, più di quattrocento uomini parati al combattere trovavansi chiusi entro la rôcca di Camia.

Ma quella notte trascorse, e un’altra, e un’altra ancora, senza che di nemici si avesse il minimo indizio.

Si ritenne allora che Pellegrino avesse preso un granchio a secco e, a poco a poco, i convenuti si licenziarono e fecero ritorno alle rispettive dimore: compagni al vecchio Giovanni non rimasero ultimi chè suo figlio Gilberto, suo genero Alfisio Malvicino, un Cristoforo Chinello, e un Battistino ed un Franceschino Zazzera, i quali pure — traendo ottimo auspicio da una quarta notte passata nella più completa tranquillità — cominciavano a parlare di andarsene l’indomani.

CAPITOLO VII.

La via sotterranea.

Ma la pace perfetta goduta in quelle quattro notti dagli abitanti della rôcca di Camia potevasi paragonare alla bonaccia di mare precurritrice quasi sempre di spaventose procelle.

Pellegrino di Leuthen — noi lo sappiamo — non s’era punto ingannato; e se i Nicelli riuniti in Castel Canafurone non avevano dato compimento a’ loro feroci propositi nel tempo e nel modo deputati, lo si doveva appunto allo averne egli istrutto Giovanni il Grosso e alle disposizioni assunte da costui.

Per mezzo de’ loro parziali, disseminati qua e là nella valle, eglino pure erano stati, a lor volta, messi in su l’avviso del frettoloso accorrere che i Camia facevano dai dintorni al castello paterno e avevano compreso come il loro divisamento di cogliere il nemico alla sprovista e di sopraffarlo fosse interamente frustrato. — Il vecchio Camia era avvertito: impossibile, quindi, trovarlo con le mani alla cintola; arduo già forse il solo avvicinarsi al suo covo senza destare l’allarme. — Due cose decisero però: l’una di aggiornare la loro spedizione; l’altra di affidarla piuttosto all’astuzia che alla violenza.

Come il più dei castelli medioevali anche la rôcca di Camia possedeva una via sotterranea, che — dalle sue casematte — andava a riuscire in un punto rimoto su l’alveo della Nure.

Destinata ad offrire uno estremo scampo quando il sostenere la piazza fosse reso impossibile; e del suo accesso nello interno della rôcca e del suo sfogo in riva al torrente, il segreto era gelosamente custodito dal signore del luogo, siccome quello da cui sapeva dipendere e la sua propria salvezza e quella de’ suoi.

Eravi tuttavia qualcun’altro che lo conosceva: l’ottuagenario Luca Rinolfo, antico castaldo de’ Camia, il quale, allora, viveva ritirato, con la moglie ed un unico figliuolo, nel vicino casolare della Chiappa appiedi di monte Osèro.

Fu sopra di costui che volsero il pensiero i Nicelli e principalmente il conte di Monte Ochino, che — se non certezza — ragioni molte inducevano a supporre dovesse Luca non ignorare del tutto il segreto di quella via.

Con un drappello de’ suoi tra’ più resoluti ed audaci, camuffati da villano al pari di lui, ma con le vesti soppannate di stocchi e pugnali, scese egli però la quarta sera dopo il convegno in Castel Canafurone sino alle falde del monte Osèro e — a notte chiusa — intorniò ed invase la modesta casuccia del vecchio castaldo.

Non ci tratteremo molto su i particolari di tale invasione.

Troppe scene di sangue sono destinate a cadere sotto la nostra penna, perchè non accogliamo, con piacere, la opportunità di accennarne a pena talune e di sopprimerne altre del tutto.

Basti al lettore, che gli sgherri del Monte Ochino colsero l’infelice vegliardo nel più intenso del sonno lo imbavagliarono per soffocarne le grida; lo avvolsero entro un lenzuolo per schermirlo dal freddo pungente della notte e — gittatoselo così su le spalle più a mo’ di cosa chè di persona — lo portarono via.

Il Monte Ochino, rimasto ultimo — mal sapendo come chetarne la consorte che strillava a squarciagola e per tema il compromettesse col denunziar l’accaduto — stimò del suo meglio assecurarsene il silenzio con due stilettate che la freddarono sul colpo quindi raggiunse i suoi cagnotti, i quali — col loro fardello umano su gli omeri — si erano intanto ridotti presso la sponda della Nure a pochi tiri d’arco dal castello di Camia.

Buon per costoro che il figlio delle loro vittime fosse stato costretto ad abbandonare i vecchi ed amati suoi genitori, per chiudersi nella rôcca insieme agli altri vassalli, e non dovesse chè due dì dopo apprendere in parte ed in parte indovinare l’atroce colpo che gli era toccato. — Sventura a loro se fosse stato presente! — E il Monte Ochino lo sapeva così che s’era fatto accompagnare da dodici scherani scelti fra’ più arrisicati; mentre — lui assente — due sarebbero stati più che sufficenti a sbrigar la bisogna.

Arcangelo Rinolfo — meglio conosciuto per tutta la valle sotto il nomignolo di _Terremoto_ — era, infatti, tale uomo da lottare da solo anche contra quei dodici e da fornir loro una brutta gatta da pelare.

S’imagini il lettore un colosso di due metri d’altezza, con un torace da cavallo meclemburghese, le spalle larghe e quadrate, il dorso leggermente curvo e le braccia e le gambe con quegl’istessi muscoli esagerati che si osservano in alcune statue del Buonarroto. — La testa aveva piccina, i capelli biondi, occhi cilestri, i lineamenti dolci e regolari e sarebbesi anche potuto dir bello, se un fendente buscatosi in guerra non gli avesse mozzato il naso e parte del labro superiore sì da renderlo orribilmente deforme. — Ad una forza eccezionale, prodigiosa, tale da accreditare le mitologiche e bibliche leggende dell’Ercole greco e dello israelita Sansone, accoppiava la destrezza del ginnasta, la elasticità di membra dell’acrobata: nessuno che — al paro di lui — fosse capace di sollevare enormi pesi, di abbattere una giumenta di un pugno, di puntarsi alla spalla una colubrina come altri un archibugio ordinario; ma e nessuno che lo sapesse vincere al corso e lo eguagliasse nella rapidità con la quale s’arrampicava s’un albero, o si lasciava scivolare giù da una fune.

Lo dicevano _Terremoto_ e, all’opera, lo era dassenno.

Sotto gli ordini di un Camia e al soldo di Spagna aveva militato più volte in Lombardia e operato prodigi di valore. — Pei suoi signori professava una devozione ed una reverenza che avevano del culto. Il suo carattere somigliava a quello dei cani di Terranova: non troppa intelligenza, ma una fedeltà a tutte prove. Ciò che non gli suggeriva il cervello, il cuore glie lo dettava; dove non giungeva con la mente, toccava col braccio.

Ci siamo dilungati alcun poco a ragionare di costui, appena ci accadde di nominarlo, per la parte rilevante che deve rappresentare in questa nostra istoria.

Torniamo adesso al suo misero padre, che inutilmente si dibatteva fra le braccia de’ suoi rapitori.

Come costoro l’ebbero steso supino su le ghiare del torrente e toltogli d’in su la bocca il bavaglio, il conte di Monte Ochino gli si chinò sopra col ferro sguainato in pugno e tinto ancora del sangue della sua vecchia compagna e:

— Suvvia — gli susurrò con voce sorda e imperiosa all’orecchio — tu sai dove si trova lo sbocco della via sotterranea che mena alla rôcca di Camia: o indicamelo subito, o tu se’ morto!

— Ah, è per codesto — rispose quasi tranquillamente l’antico castaldo — che voi mi avete in cotal maniera azzannato e tratto sin qui?

— È per codesto.... parla!

— Nemmanco se mi minacciaste di tôrmi di corpo l’anima che è del buon Dio e di darla al demonio: pensate la vita!

— Non vuoi?... bada, Rinolfo, che tu giuochi un’assai mala carta!... hai lasciato in casa la tua donna anch’essa nelle mani de’ nostri.... parli, ed è salva, e, salvo a tua volta, torni immediatamente a raggiungerla.... taci, ed è morta, morta con te, morta prima ancora di te.

— Oh, la mia Annalena! — sospirò il malcapitato senza null’altro aggiungere.

— Ti decidi! — soggiunse il Nicelli, coi denti stretti per l’impazienza.

— Lo sono.

— Ebbene?

— Penso che se io tocco gli ottant’uno al _Corpus Domine_, Annalena ne compie settantasette a Natale... abbiam vissuto sin di troppo amendue.... ella stessa preferirà sapermi morto e morire con me, a trascinar meco qualche anno ancora di grama esistenza esacerbata dal disprezzo e dall’ignominia.

Il Nicelli si rodeva pel dispetto e durava fatica a contenersi; tuttavia, facendosi forza:

— Sia pure — continuò — ma, dopo tua moglie, c’è il tuo figliuolo....

— Arcangelo? — fece il vegliardo, fissando gli occhi spaventati sul suo tormentatore.

— Appunto, quello smargiasso, quel cospettone, quello ammazzasette e storpiaquattordici del tuo figliuolo.... noi lo abbiamo ridotto al dovere... egli è laggiù, poco stante da Revigozzo, legato come un prosciutto mani e piedi ad un albero, che aspetta la sua sentenza.

— O Vergine Santa da’ sette dolori! — si dètte a gemere il meschino.

— Se parli — insistè cinicamente il Nicelli — sciogliamo lui pure e, prima che aggiorni, tornate a ritrovarvi uniti nella vostra capanna; se no, tienlo per ispacciato insieme a te e alla tua vecchia.

— Oh, ma no... ma no — mormorò l’ottuagenario, cominciando a sbattere i denti un po’ pel freddo, un po’ pel terrore — voi lo dite per spaurirmi; ma non è vero, non può esser vero!.... il mio Arcangelo è troppo destro, è troppo forte per lasciarsi pigliare.... e poi chi siete voi per volerci sì male.... a noi, povera gente?

— Chi sono?.... non mi riconosci alla voce?

— No, no.... prima d’ora non l’ho mai più udita!

— Sono Giovanni Nicelli.... il conte di Monte Ochino!

A questo nome, il disgraziato Luca Rinolfo rimase mutolo, allibito, con gli occhi sbarrati come se avesse dinanzi la Versiera.

E non c’era a stupirne.

Quanta fama godeva suo figlio di coraggioso e di forte per tutta la valle di Nure, altrettanta il Monte Ochino di feroce e di tristo. — Le costui minacce, che il vecchio s’era sforzato di considerare sino allora come un semplice spauracchio, gli apparvero in quel momento in tutta la loro disperante realtà; dietro gli sgherri che gli facevano corona gli parve scorgere orrendamente squarciati e sanguinanti i cadaveri della moglie e del figlio; sentì la fredda lama del suo carnefice penetrargli nel cuore: e lo spavento, l’angoscia lo vinsero così che si mise a piangere e a tremare in tutta la persona, come scosso dalla terzana.

Il Nicelli ghignò di diabolica gioia: quel pianto, quel tremito segnavano il suo trionfo.

Raddolcendo però del proprio meglio l’aspro metallo della voce:

— Perchè accuorarti? — gli disse — la tua sorte e quella de’ tuoi non è forse in tue mani?.... parla, e non avrai più nulla a temere nè per te, nè per loro.

— Ma, Eccellenza — balbutì, fra singhiozzi, il misero Luca — se v’hanno dato a credere che io vi possa giovare in cotesto, foste tratto in errore.... io so nulla; vi assicuro, Eccellenza, che so proprio nulla!

Era un ultimo tentativo.

— Ah, ti ostini in siffatto modo? — ruggì il Nicelli con piglio rabbioso — e facciamola dunque finita!

E, voltosi a due de’ suoi:

— A te, Bislacco da Grondone — disse loro — subito al tugurio di costui e scannami quel suo carcame di vecchia.... e tu, Picchione Scianchino....

— No, no.... — lo interruppe allora il vegliardo, stendendo le ignude braccia fuor del lenzuolo — no, magnifico messere... che restino, che restino e... dirò tutto!

— Ah, finalmente! — mormorò fra sè stesso lo scellerato e si pose in ginocchio per non perdere nessuna delle parole di Luca.

E questi cominciò sospirando:

— Poco più in qua della rôcca, c’è il navalestro, nevvero?.... ebbene. Eccellenza: da codesto luogo, camminando verso qui, dove siamo, contate dodici passi incirca e vi troverete a un punto della ripa, dove sorgono due grossi ed alti pioppi abbinati; tra l’uno e l’altro, proprio nel froldo, c’è una sorta di sassaia, che sembra formata dal caso... ivi è lo sbocco che voi cercate.

— Davvero?

— Quanto è vero che io soffro adesso le pene dell’inferno!

— Stà cheto — fece nel rialzarsi il conte Nicelli in tono di mal celato sarcasmo — stà cheto che cesseranno tra breve, non appena mi consti che non hai voluto ingannarci.

E andò a susurrare alcuni ordini all’orecchio di tre o quattro de’ suoi, i quali si allontanarono frettolosi costeggiando il torrente in direzione della rôcca di Camia.

Mezz’ora dopo ritornarono e scambiarono a bassa voce poche parole con lui.

Nel frattempo, il vecchio Rinolfo s’era andato congegnando in cervello tutto uno ingenuo piano di condotta, mercè il quale si confortava di uscirne pel rotto della cuffia, tanto nello interesse della sua famiglia che de’ suoi padroni, e di salvare capra e cavoli a un tempo. — Nella sua dabbenaggine, mai più supponendo che un personaggio della levatura del conte Nicelli potesse covare un tradimento a suo danno; e’ si vedeva già libero e restituito al suo casolare, d’onde sarebbesi avacciato alla rôcca per istruire Giovanni il Grosso di quanto eragli occorso e dello stremo a cui s’era visto ridotto per scampare la vita propria e de’ suoi. — Messer Giovanni non avrebbe mancato a mettersi in collera; ma poi, buono qual era — sbollito il primo furore — avrebbe finito per perdonargli ed avvisare al modo più acconcio affinchè i Nicelli non potessero trarre nessun profitto dello estorto segreto. — In tal maniera, tranquillava la propria coscienza e seco medesimo si rallegrava della usata scaltrezza.

Stava appunto in simili pensieri, quando gli stessi uomini del Monte Ochino, reduci allora dalla loro breve escursione — su di un cenno di costui — gli si accostarono e se lo tolsero nuovamente in groppa e — siccome egli protestava e chiedeva se il riconducessero a casa, o che intendessero fargli — per non essere importunati o compromessi da’ suoi clamori, gli cacciarono un’altra volta il bavaglio alla bocca.

Il meschino vegliardo comprese allora, ma troppo tardi di aver fatto assai male i suoi calcoli.

CAPITOLO VIII.

Sorpresa.

La rôcca di Camia — come il dicemmo — sorgeva su la destra riva della Nure ed era un largo edificio quadrato a duplice giro di mura, edificato in pietra serpentina, a listelli e cornicioni di smalagtite d’un lucido verdegrigio scavata su le sponde dello stesso torrente. — I quartieri gentileschi si elevavano s’un pianerottolo riserbato alle genti di servizio ed un sotterraneo, ed avevano sovrapposte le terrazze merlate per le scolte e le vigilie notturne e per la difesa. — La porta maggiore aprivasi su la fronte a settentrione ed una postierla di sussidio a levante verso la Nure, e tutte due mettevan capo, per lunghi e bassi androni, ad un ampio cortile centrale, nel cui mezzo la cisterna ed intorno gli appartamenti. — Nel braccio settentrionale erano la sala d’arme, quella de’ negozi e la biblioteca, che Giovanni il Grosso aveva arricchito di preziosissimi codici e delle migliori opere uscite allora da’ torchi dello Swenynhein, di Giovanni e Vindelino da Spira, di Nicolò Jenson, di Antonio Zarotto, di Giovan Vercelli, di Vincenzo Conti, del Minuciano, del Lavagno del Gallo, del Dolcibello e degli Aldi; a ponente trovavasi il suo quartiere particolare, a levante, verso la Nure, quello di sua nipote Bianca; a mezzogiorno, quello destinato a’ parenti ed agli amici che spesso convenivano al castello. — Una scala di stile bramantesco biforcavasi nel lato del cortile opposto a quello in cui sboccava l’andito principale d’ingresso, e andavasi a ricongiungere s’un pianerottolo a pesanti balaustrate che ammetteva a’ quartieri. Trammezzo le sue due prime branche, incontravasi l’altra scendente a’ sotterranei, nel più riposto de’ quali un pilastro mobile su la sua base mascherava l’entratura della strada secreta, di cui ci accadde parlare nel precedente capitolo.

Questi particolari su l’ubicazione della rôcca di Camia li abbiamo stimati opportuni per agevolare ai lettori la intelligenza dei fatti che siam per narrare.

Correva la quinta notte dalla visita di Pellegrino di Leuthen al signore di Camia e — siccome il suo avviso erasi tenuto in conto di un falso allarme — non rimanevano omai più con le genti del luogo chè Gilberto Camia, Alfisio Malvicino, il Chinello, i due Zazzera e pochi loro seguaci. — I medesimi vassalli del circostante territorio che — al primo sentore di pericolo — avevano dovuto convenire al castello; erano stati licenziati quel giorno stesso in sul cader della sera. — Tra questi, Terremoto, il figlio dello sventurato Luca Rinolfo.

Il cielo non era nuvoloso, ma coperto di una leggera distesa di nebbia biancastra, che ne velava le stelle e metteva per l’aria un caldo sciroccale, afatico e soffocante. — Non spirava alito di brezza. Tutto era immoto e silenzioso, immobilità e silenzio che avevano del malaugurio. — Solo, di tratto in tratto, s’udiva la sentinella ripetere il monotono suo grido di veglia e i cani della rôcca e que’ de’ dintorni risponderle co’ loro prolungati abbaiamenti.

Meno le guardie che presidiavano i terrazzi, tutti gli abitatori del castello trovansi raccolti nelle rispettive loro stanze ed immersi nel sonno. — Se qualcun altro vigilava, era Bianca della Staffa, la giovine e leggiadra nipote di Giovanni il Grosso, la quale — con quello istinto divinatorio tutto peculiare alla donna — presentiva probabilmente il pericolo.

L’istinto feminile in ciò tanto si mantiene sempre più vergine ed intatto: l’uomo lo attuta e lo perde a furia di temerità e di iattanza.