Part 5
Dacchè aveva risaputo della visita di Pellegrino e del motivo che lo traeva al castello, la poverina non s’era più data un momento di pace. — E poi, due sere inanzi, affacciatasi alla finestra della sua cameretta prima di coricarsi, l’era sembrato udire lontan lontano nel torrente degli strani e misteriosi rumori, come un picchiar cauto di martelli e di picche, e delle grida e dei gemiti, e tutto ciò le aveva dato al cuore una stretta.
Come tutte le donne de’ suoi tempi, Bianca non era nè vile, nè paurosa; ma, sino da’ suoi primi anni, la sciagura l’avea sì crudelmente sperimentata, che le pareva qualche nuovo danno le stesse sempre sospeso, come spada di Dàmocle, sovra la testa. — E siccome era sempre stata colpita ne’ più soavi affetti della sua giovine esistenza, era pe’ suoi cari non per sè che tremava.
Al vecchio nonno — di cui formava la delizia e che teneramente indulgeva a’ suoi capricetti — erasi provata di comunicare le proprie istesse impressioni e, con la sua dolce vocina, avea pur voluto metter bocca nelle discussioni di famiglia, per consigliare timore e prudenza a chi propugnava l’abbandono di ogni precauzione; ma non le si era voluto dar retta.
— Oibò, Biancuccia — le aveva detto, tra il serio e il faceto, lo stesso conte Giovanni — fai torto al tuo sangue!.... se la paura può tanto sovra di te, in fede, che non sei nè dei Camia nè dei della Staffa!... che diamine!.... s’ha a stare tutta la vita in su l’allerta e con la miccia in su l’archibugio e la battisoffiola in corpo d’essere soprappresi ad ogni volger di ciglia?... se veramente i Nicelli fossero stati complottando in Castel Canafurone, come mi bestemmiò quello _slippete slappete_ di tedesco, e nello intendimento di calarci addosso; e’ mi pare che ce n’abbiano avuto il tempo.... e d’avanzo! se non si sono visti sino a quest’ora, significa o che il tedesco, in causa della lingua, ha franteso sì con la vista come con l’udito, o che, nel frattempo, coloro hanno cambiato d’avviso.... ed, affè mia, sto per credere che la debba essere precisamente così!.... i Nicelli mi conoscono; sanno che, se ho acuti gli occhi della fronte, non li ho manco quelli del comprendonio; avranno subodorato la pratica di quel gaglioffo di mastro Pellegrino e si saranno dispersi con la coda tra gambe come cani scottati.
— E pure nonno — aveva voluto insistere la fanciulla — io mi ho un certo presentimento nel cuore...
— Bùbbole, bùbbole! — erasi affrettato a soggiungere l’ottimo vecchio — o che ti paion ragioni coteste, i presentimenti?.... le sono ubbie da lasciarsi alle crelie!... non sai tu che se le genti del contado ti dovessero udire a spropositare come adesso fai, ti leverebbero il nome che t’hanno affibiato di _Bella Perugina_, per rimutartelo in quello di _Brutta Spaventaticcia_?
E lì un ridere e un darle le berte di tutti i congiunti.
Però Bianca dovette intascare le vagheggiate speranze di convertire altrui nella sua fede; ma non per questo smise le sue molte apprensioni: ed anco in quella notte esse lo travagliavano tanto che, per quanto si voltasse e rivoltasse sul suo letticciuolo, non ci fu modo che il sonno scendesse a chiuderle le palpebre. — Fors’era il caldo eccessivo che la faceva smaniare in tal guisa; ma ella, al caldo, nemmanco pensava; secondo una sua arcana voce del cuore, doveva essere, invece, un funesto presagio: era lo spirito, non il corpo, che pativa d’insonnia.
Coricata già da varie ore e vagante col pensiero in mille diverse fantasticherie l’una dell’altra più paurosa; la stanchezza cominciava finalmente ad intorbidarle la mente e a indurla in quel pesante dormiveglia, che nasce dal tedio e che, il più delle volte è precursore del sonno, quando una violenta detonazione la scosse improviso e la fece sobbalzare seduta sul letto, con gli occhi sbarrati e fisi e le orecchie ansiosamente tese per lo sgomento.
Un calpestio precipitoso, un vociare confuso, un tintinnìo di spade, uno scoppio frequente d’armi da fuoco, un bagliore rossigno e divampante, che — dalle chiuse imposte dell’uscio — giungeva sino a lei; tenne dietro alla fragorosa detonazione.
Per quanto acuisse la propria perspicacia, Bianca nessun’altra spiegazione sapeva trovare a quel repentino tumulto, se non lo avverarsi de’ suoi presentimenti. — Pellegrino di Leuthen non s’era ingannato: dovevano essere i Nicelli, i Nicelli che invadevano notturnamente la rocca.
Ned alla sbigottita fanciulla s’appresentava partito degno di essere prescelto: restando, un’ansia divorante, una opprimente trepidazione, che le toglieva il respiro; uscendo, mali peggiori.
Ma il clamore cresceva; omai non poteva più restarle alcun dubio d’aver colto nel segno con le sue induzioni: al cozzo delle armi susseguivano urla feroci di minaccia, miste a grida strazianti e, fra queste, una voce che l’era famigliare, quella di suo zio Gilberto, che chiedeva pietà, misericordia. — Allora non ci resse più: balzò dal letto ed affrettatamente si accinse a vestirsi.
La pietà la spingeva: amore vince paura.
Erano, infatti, i Nicelli.
Riconosciuta l’esattezza delle indicazioni del vecchio castaldo, e’ s’erano avacciati, sin dalla notte precedente, a disgombrare l’accesso esterno della via sotterranea ed a cacciarvisi dentro per penetrare nel castello; ma, toccatone il fine, avevano dato del naso contro una muraglia, in cui non era apertura, nè apparenza alcuna di riuscita.
Dovettero allora decidersi ad aggiornare la loro impresa, per avvisare ad altri mezzi, il meglio acconcio de’ quali giudicarono la tremenda polvere, di cui è attribuita la invenzione al benedettino Bertoldo Schwartz: una mina.
Impiegarono però tutto il dì successivo a praticare gli scavi necessari appiè del muro che loro intercludeva il passaggio e — colmatili di polvere fulminante e ristoppati all’orifizio — v’insinuarono le micce, cui — nel cuore della notte — appiccarono il fuoco.
La detonazione, che aveva messo tanto spavento nel cuore di Bianca, altro appunto non era stata chè lo scoppiare di quelle mine, le quali avevano fatto saltare in rottami il pilastro che mascherava il vano d’accesso alla via sotterranea.
Per questa, i Nicelli ed i loro dugento seguaci — con le spade fra’ denti e la pertugiana o l’archibugio, nell’una ed una face accesa nell’altra mano — si precipitarono, come altrettante furie, entro il castello di Camia e, per le due scale, su fino ai merli più alti e via tra’ più riposti penetrali, trucidando proditoriamente nel sonno, o schiacciando col numero, quanti incontravano armigeri o servi.
Per buona ventura di molti di costoro, il castaldo che tuttavia non dormiva, comprese tosto di che si trattasse ed — abbassato il ponte della porta principale e rialzatene la serracinesca — se la dette a gambe prima che gl’invasori giungessero ad azzannarlo; cotalchè, per quell’àdito aperto, non pochi poterono evadersi e scampare alla strage.
De’ primi a svegliarsi fu pure Giovanni il Grosso. — Al frastuono, alle grida, indovinò a sua volta il pericolo che gl’incumbeva e — toltosi subito di letto ed infilata una palandrana, con quella maggior lestezza che gli consentivano i suoi settant’anni e la sua corpulenza, — accorse sul pianerottolo della scala, dove si vide immediatamente affiancato da suo genero Malvicino e da suo figlio Gilberto.
Il maggior nerbo de’ nemici, con alla testa il conte di Monte Ochino, si gittò sovra di loro.
— Scannatemeli quanti sono — gridava ferocemente costui — tutti, tutti, fuori del vecchio!... quello lo voglio vivo!... guai a chi gli torce un capello!
— Scellerato! — gli rispose Giovanni il Grosso — cento contro uno.... la sorpresa e il tradimento!... ecco le gloriose gesta della tua codarda genìa!
— Addosso! addosso! — rintostò il Monte Ochino, animando i suoi dello esempio.
Ma Gilberto Camia slanciossi, in quel punto, a far schermo al padre del proprio corpo e — siccome nel maneggiare una spada non conosceva maestro, addossatosi alla balaustrata, cominciò, con un rapido e vorticoso molinello, a farsi largo tra’ nemici, parecchi de’ quali cacciò a terra feriti.
Taluno di questi lo prese allora di mira con l’archibugio e fece fuoco; ma le palle deviarono dal segno: una tuttavia andò a colpirgli la spada a mezza lama e glie la mandò in ischegge.
Vedendosi disarmato e perduto, Gilberto si curvò lesto per raccogliere lo stocco d’uno dei caduti; ma nel contempo, il Monte Ochino, ch’erasi avanzato di un passo, gli scagliò in faccia la torcia resinosa onde era munito, sicchè il fuoco non solo gli arse i capelli e la barba; ma in breve gli si appigliò alle vesti e alle vive carni.
Lo spasimo gli strappò quelle urla disperate, che avevan sì fieramente impressionato l’animo di Bianca, e — traendolo quasi fuori di senno — lo spinse brancolone giù per la scala, come cercasse fuggire.
Dieci stoccate lo colsero alle reni e gli troncarono, in uno, i patimenti e la vita.
Nel tempo istesso, anche il Malvicino cadeva mortalmente ferito; mentre Giovanni il Grosso — sopraffatto dall’onda furiosa di armati che gli si pigiava d’intorno e costretto ad arrendersi — veniva legato mani e piedi e portato via in groppa da due nicelleschi.
Non più uno de’ Camia che non fosse o fuggito, o prigione, o morto, od agonizzante.
In quella, due nuovi personaggi misero il piede sul teatro di tanta carnificina: il nostro Neruccio, che scendeva da’ terrazzi, dove aveva compiuto il suo mestiere d’uomo d’armi assoldato; e Bianca, che usciva dalla sua cameretta.
CAPITOLO IX.
Prime gesta di Terremoto.
All’apparire di Bianca, il Monte Ochino mise come un ruggito di gioia selvaggia e, chinandosi su la balaustrata, gridò al vecchio prigioniero che i suoi trasportavano altrove:
— Sai, vecchio barbagianni?... ci ho qui anche la tua colombina, che viene a cacciarsi di sua sponte tra gli artigli del nibbio!... ah, ah, povera colombina!
E, ghignando d’un infernale cachinno, si lanciò contro la vezzosa fanciulla, che già s’arretrava atterrita, e:
— Fermati, fermati! — le intimò — e che non ti sorgesse mai per lo capo di opporci resistenza, o di commuoverci co’ tuoi squasilli!... e’ ti tornerebbe come il fare la zuppa nel paniere!... siamo Nicelli, intendi? Nicelli, conti e cavalieri, anco, se vuoi.... ma stanotte, tutt’altro che disposti a metterci in vena nè di cavalleria, nè tampoco di misericordia!
— Ah, messere! — sclamò Bianca, continuando a indietreggiare — le sono ben sconce parole coteste per la bocca d’un gentiluomo!
— Non sono in vena, ti replico.
— Ma del conte Giovanni, del mio povero nonno, cosa ne avete voi fatto?
— Fatto?... nulla!... è anco presto!... e’ viaggia carina!... oh, non pigliarti fastidio di lui! — stà riposata che, sinora, è il meglio sano di tutti!
— E mio zio Gilberto?
— Vedilo laggiù, che scoppietta come un lucignolo annaffiato.... oh, ce n’ha ancora per poco!... due guizzi e.... buonanotte!
— Santi del paradiso! — fece la giovinetta, incrociando le mani in segno d’orrore e mutando un ultimo passo indietro.
— Basta! — continuò il Monte Ochino, incalzandola — non cercar di fuggire!...
E stese il braccio per ghermirla.
— E voi, messere, non cercate toccarla! — gl’ingiunse una voce, armoniosa a un tempo, ma e resoluta, mentre una mano aperta gli si appoggiava sul petto ed un giovine soldato gli sbarrava la via.
Era il nostro Neruccio.
— Per la croce di Dio! — tuonò il Monte Ochino, rinculando di un passo e squadrando minaccioso il temerario, che lo arrestava in tal guisa — e d’onde vieni, e chi sei tu, traditore, perchè ti basti l’animo di dire: non voglio! ove io dico il converso e di levarmi sopra le mani?
— Ero al vostro soldo, messere — gli rispose tranquillamente Neruccio — ma, da questo momento, non più! combatto i miei pari, ma non presto il mio braccio contro femine imbelli.... anzi: le difendo; non le lascio oltraggiare sotto a’ miei occhi!... sono un uomo, come voi, come quanti vi attorniano, messere, e vi ripeto: non toccate a madonna, o vivaddio ve ne avrete pentire!
— Oh, grazie! — mormorò Bianca, riparandosi dietro di lui — qui, come a Parma, sarete voi che mi avrete salvato.
Con vivo sentimento di gioia, Neruccio riconobbe da quelle sole parole, come alla nobile donzella non fossero tornate nuove le sue sembianze, nè caduto di memoria il poco già fatto per lei. — In esse trovava un primo compenso a’ generosi suoi sforzi un maggiore eccitamento al suo coraggio.
— Ed io ti dico — gli gridò intanto il Nicelli — che, se non mi ti levi, e subito, da’ piedi; io ti fo pigliare a vergate da’ miei valletti ed impiccare al più alto merlo di questo nido di gufi.
E mise mano alla spada.
Neruccio fece altrettanto.
— Animo, animo! — soggiunse allora inframmettendosi, il capitano Lorenzo Villa — lasciamo andare le baggianate!
E rivoltosi a Neruccio:
— Che roba è cotesta? — continuò — io t’ho ingaggiato a’ confini, insieme ad altri, che venivate dal genovese, d’onde il signor marchese del Vasto, dopo la tregua, ha licenziato gli avveniticci... e vi ho forse taciuto di che si trattasse?.... no, eh?.... servire i magnifici signori Nicelli contro de’ Camia loro nemici, e di costoro forzare le castella ed ammazzarne quanti più si potesse.... patti: due ducati il giorno, le razioni e, in caso di sacco, bazza alle mani lunghe! chi piglia, piglia!.... o, dunque, cosa ci hai tu a sindacare, se a messer Giovanni, mio buon padrone, talenta per sua parte cotesta tua schifalpoco?
— Ci ho a sindacare — rimbeccò animoso il giovine soldato — che io conosco personalmente madonna, che le sono ligio e divoto e che non lascerò mai, me presente e me vivo le si arrechi fastidio di sorta.
— Fulmini del cielo! — urlò il Monte Ochino, facendo l’atto di avventargli addosso e dibattendosi tra le mani del Villa, che il ratteneva.
— Bella gloria — seguitò imperterrito Neruccio — e degna dassenno di così nobili sèri e di tanto apparecchio d’armi e di armati!.... vincere e vilipendere una misera ed innocente fanciulla, che null’altro saprebbe opporvi se non le sue preghiere ed il suo pianto!.... ma che nessuno di voi abbia nè sorelle, nè figlie?... io faccio bastevole conto degli stessi uomini che vi hanno venduto il loro braccio per non supporre che molti di loro debbano dividere i miei sentimenti e la repugnanza che m’ispira il vostro procedere!
— Sì, sì — esclamarono arditamente taluni, facendosi inanzi — hai ragione! ben detto!
Erano que’ medesimi, ch’egli s’era avuto commilitoni in Piemonte, i quali — per la sua valentia ed il suo alto sapere — s’erano abituati a tenerlo in conto più di superiore chè di semplice compagno.
Avvalorato dalla loro adesione, egli si accingeva già a concionarli, per raffermarne sempre più i favorevoli intendimenti; quando il Monte Ochino, che più non sapeva frenarsi, spigliatosi dalle strette del capitano:
— Una rivolta? — gridò — a me! a me!.... diamo una buona lezione a cotesti marrani!
E gli rovinò addosso, brandendo ferocemente la spada, mentre gli sgherri fidati della sua famiglia s’avventavano alla cernite raccogliticce che s’erano pronunziate per lui.
Ne nacque un’altra orribile mischia.
I lupi divoravano i lupi.
Contro a Neruccio ed alla sua protetta, che si trovavano allo estremo del corridoio parallelo alle stanze di costei, si slanciarono — in uno col Monte Ochino — il capitano Villa, il da Ebbio ed il marchese di Cattaragna; ma fortunatamente per lui, l’angustia del luogo non permise loro di schierarsi tutti quattro su d’una fila: egli però non s’ebbe di fronte che i due primi, e — siccome soltanto il capitano portava una face e che i soldati, nell’arruffarsi, erano scesi tumultuariamente, dall’alto della scala, sin giù nel cortile — venne a trovarsi con Bianca quasi nascosto nella penombra.
Comprendendo di quanto maggiore vantaggio gli avrebbero potuto tornare le tenebre complete, assestò, senza indugio, un vigoroso manrovescio sul braccio sinistro del Villa; gli fece scappar di pugno la torcia e ne spense col piede la vampa.
La notte li avvolse.
Traendo seco la fanciulla, che, in pari tempo, gli serviva di guida, indietreggiò rapidamente ed — infilati, prima il corridoio settentrionale, e, poi, quello a ponente — si propose di toccare il ramo della scala opposto a quello che aveva dato sfogo alla mischia de’ sgherri, prima che i suoi quattro avversari gli fossero alle calcagna.
Nè fallì nel suo intento.
I quattro — rimasi inopinatamente al buio — si impacciavano a vicenda: dovettero abbassare le armi per non correre il rischio di bucarsi l’un l’altro; procedere confusamente tastone lasciare che, intanto, Neruccio si slontanasse.
Seguendo le indicazioni di Bianca, questi, infatti, aveva attinto e superato il primo rampante della scala e già stava per profittare del tumulto dominante il cortile, per tentare d’attraversarlo inosservato; quando — ad un richiamo del Monte Ochino — i suoi scherani, che — sotto il comando del conte di Niceto — erano pervenuti ad aver ragione de’ ribelli; si riversarono in massa nel vestibolo e gli sbarrarono improvisamente il passaggio.
Dinanzi, una fitta siepe di spade, di picche, di partigiane, tutte pronte a ferire; dietro, i suoi quattro inseguitori che s’avacciavano alla riscossa e de’ quali s’udiva già il calpestìo. Neruccio si riconobbe perduto e, stringendo con effusione la mano della fanciulla, in pro’ della quale s’era così temerariamente esposto:
— Il vostro nome, madonna! — le susurrò a bassa voce — che, prima di morire, io sappia almeno per chi do questa mia povera vita!
— Oh, non mi parlate in tal modo! — gli rispose ella con tenerezza — io mi chiamo Bianca della Staffa; ma questo nome mi diverrebbe odioso, se non dovessi più udirmelo ripetere da voi!
— O Bianca! Bianca! — ripetè egli in uno slancio di sublime entusiasmo e, sollevatala sul braccio, mosse resoluto per gittarsi contro la barriera vivente che gl’impediva la via e schiudersi, ad ogni costo, un passaggio.
Ma non aveva così mutato un passo che dovette abbandonar la fanciulla, la quale lo vide vacillare, incespicare, cadere: un terribile colpo di punta ammenatogli alle spalle lo fece stramazzar boccone e ruzzolare sino a pie’ della scala, rigando i gradini di una striscia di sangue.
Era il Monte Ochino, che — sopravvenuto in quel punto — lo aveva conciato in tal guisa.
Povero Neruccio!
Bianca mise uno strido d’orrore e, sentendosi mancar sotto le gambe, s’abbrancò a’ balaustri della scala per non cadere a sua volta; ma il feroce Nicelli le fu subito sopra e — malgrado ogni sua riluttanza — se la tolse in braccio e la levò alto come trofeo. Poi sceso con gli altri nel vestibolo:
— Ed ora — gridò in tono di trionfo a’ suoi cagnotti — un tanto di saccheggio per vostro sollazzo e compenso!
L’agognata proposta venne accolta con un urlo di gioia selvaggia da quella immonda accozzaglia di farabutti, i quali — ringuainati i ferri e gittate l’armi più pesanti in un fascio — s’affrettarono a porsi in moto per l’opera di spogliazione che formava il precipuo obbiettivo del loro ladro mestiere.
In quella, un essere strano, meraviglioso, quasi fantastico, apparve improvisamente tra loro, come se sbucato di sotto terra.
Era un uomo di forme atletiche, di smisurate proporzioni, dal volto diforme e la testa, le braccia e le gambe completamente ignude, il quale — presentatosi appena e senz’altro profferire che una specie di sordo grugnito — s’avventò d’un balzo sul Monte Ochino e gli strappò Bianca della Staffa di braccio.
— Miserabile! — sbraitò questi, traballando per l’urto ricevuto e dando indietro di un passo.
— Ammazza! ammazza! — soggiunse il capitano Villa, precipitandosi con una picca in pugno sul nuovo giunto, il quale rinculava frettoloso tra le due branche della scala.
— Terremoto! Terremoto! — mormorarono sommesso i più paurosi de’ birri ritraendosi in disparte; mentre que’ molti de’ loro compagni, che o nol conoscevano, o non lo avevano ravvisato, inanimiti dalle grida e dallo esempio del capitano, correvano eglino pure sopra di lui.
Terremoto, con la sua preda in braccio, trovavasi già sul vano della postierla, che ammetteva a’ sotterranei, quando il Villa gli giunse presso e gli misurò un colpo della sua picca.
Il gigante, in luogo di continuare a retrocedere, spiccò un salto inanzi, stese il braccio destro che solo gli rimaneva libero ed, afferrata l’arma a mezz’asta mentre scendeva, glie la svelse di mano: poi, ghermitolo al petto, lo sollevò di peso come fosse un bambino e lo scaraventò contro l’onda d’armigeri, che giungeva in seconda linea con le spade appuntate. — Il corpo del capitano, rovinando sconciamente sopra di loro, produsse il medesimo effetto d’una granata: molti ne fe’ tentennare, molti cascare a terra, tutti li sbaragliò.
E Terremoto riprese la sua marcia regressiva.
A ritentare la prova sì mal riuscita al capitano, si fece inanzi il conte da Niceto, con una daga nell’una ed una pertugiana nell’altra mano, e — raggiuntolo quando già dispariva ne’ sotterranei — gli si gittò sopra, con tutta violenza, e con l’armi in resta, nella fiducia di trapassarlo fuor fuora. Ma il colosso — come il dicemmo — ad una forza eccezionale accoppiava una felina destrezza; per cui nè cercò sfuggirgli, nè fargli resistenza, ma — deposta a terra Bianca e respintala garbatamente da parte — si lasciò cader boccone subito al di là della soglia della postierla.
Tratto dalla irruenza della propria corsa, il da Niceto inciampò di tal guisa nell’ostacolo imprevisto, che, a sua volta, andò a dar del naso su’ gradini della scala, fracassandosi la faccia.
Terremoto allora — risorgendo d’un salto nel tempo stesso che quello tracollava — lo aggavignò con la mano destra alle reni, mentre con l’altra risollevava la donzella, e mantenendosi dinanzi il corpo di lui maniera di scudo — tornò a retrocedere, camminando a ritroso e sul fianco sinistro, sino allo sbocco del secreto cuniculo, rimasto aperto e senza presidio.
Malgrado ciò, i nicelleschi si misero ad aormarlo passo passo, nel persuadimento che una volta pervenuto a quello sbocco, o dovesse arrestarsi, o, qualora ne uscisse, offrir loro il modo di attaccarlo di ricapo.
Ma il Monte Ochino, che incoraggiava i suoi alla impresa, confortandoli di simile speranza, anco nello intento di liberare il congiunto; mostrava di non conoscere ancora con qual sorta d’uomo si avesse a che fare.
Costui, infatti, giunto allo estremo della intercapedine e senza punto uscirne, tornò a far sdrucciolare Bianca a terra; quindi — preso per così dire, il rincorso — rinnovò l’esperimento già sì felicemente tentato col corpo del Villa, lanciando quello del da Niceto contro i suoi medesimi difensori. Poscia, dato di piglio agli enormi massi, che costoro istessi avevano smosso dal froldo per schiudersi il varco e quante altre grosse pietre trovò a portata di mano nell’alveo del torrente, cominciò a fulminarli con tanto impeto e frequenza, che, non solo li costrinse a fermarsi ed a rinculare; ma ebbe in breve nuovamente otturato la foce della via sotterranea.
Allora si tolse in braccio anco una volta la sua giovine signora e — traverso stoppie e brugaie — si ricondusse al suo diserto casolare della Chiappa.
CAPITOLO X.
Ciò che Terremoto aveva fatto prima e ciò che fece dopo.
Il lettore ha pieno diritto di domandarci come e per quale miracolosa coincidenza il figlio di Luca Rinolfo fosse penetrato nella rôcca di Camia giusto a puntino per trarre a salvamento Bianca della Staffa, e noi ci affretteremo ad appagarne la legittima curiosità.
Congedato egli pure per la supposta inesistenza di ogni pericolo, n’era uscito sul pomeriggio del giorno istesso, e, ridottosi affrettatamente al suo povero abituro, verso cui lo attraeva l’intenso desiderio di riabbracciare i vecchi suoi genitori.
Lo scorgerne spalancata e penzolante su i cardini la porta, con segni manifesti di subìta violenza, gli fu come funesto presagio. — S’arrestò su la soglia, sporgendo inanzi la faccia a speculare nello interno e tese ansioso l’orecchio: il buio pesto, il silenzio di tomba, che vi dominavano, gli strinsero maggiormente il cuore.