Terremoto

Part 3

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Firenze, che val quanto dire: Toscana tutta — ad eccezione di Lucca e Siena che si reggevano a popolo — dacchè due anni inanzi erasi liberata da quell’anima nera del bastardo il papa Clemente VII, che fu il duca Alessandro — un po’ per amore e molto più per intrigo, aveva chiamato a signore il non ancor quadrilustre Cosimo de’ Medici, figliuolo a messer Giovanni dalle Bande Nere, creato duca nell’istesso anno dall’imperator Carlo V ed unitosi allora allora in matrimonio con donna Eleonora di Toledo.

Oltre del Milanese, anco le due Sicilie e l’isola di Sardegna spettavano a Carlo V di Spagna, scendente, per via del padre, dallo imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna e, per via della madre, da Ferdinando il Cattolico ed Isabella. — Così dall’ava paterna, aveva eredato gran parte de’ Paesi Bassi e la Franca Contea: dalla madre i regni di Leon e di Castiglia; dall’avo materno, que’ di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia e Sardegna; poi, da Massimiliano, l’Austria, la Stiria, la Carinzia, la Carniola, il Tirolo e la Svezia australe, che cedette poscia a suo fratello Ferdinando: arroge un lembo di Africa e metà buona di America e si comprende come potesse ripetere: sovra i miei regni mai non tramonta il sole! — Di Napoli era vicerè don Pedro di Toledo; di Sicilia, don Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla.

Tolgansi adesso Urbino e Camerino, quello del duca Francesco-Maria dalla Rovere e questo di suo figlio Guidubaldo, siccome marito di Giulia da Varano, che lo teneva dal padre; Sabbioneta, ch’era del duca Rodomonte Gonzaga; Mirandola, Quarantola e Concordia, dei conti Pico; Malta, dei cavalieri gerosolomitani; le signorie di Castiglione, del Finale di Modena, di Luzzara, Poviglio, Montechiarugolo, Masserano e alcune altre; un cento di feudi imperiali situati nelle Langhe, nel Genovesato ed in Lunigiana, e la microscopica republica di San Marino; e poi tutto il restante — di dritto o di traverso — apparteneva a quella istessa Chiesa, cui oggi si contendono persino le poche sale del Vaticano e di San Giovanni Laterano.

Ciò che maggiormente contribuì ad aumentare i dominî di questa — dopo le donazioni di Pipino il Breve, di Carlomagno e della contessa Matilde — furono le scellerate imprese di un altro figlio di papa, il duca Cesare Borgia, il quale — domati, a furia di tradimenti, di veleni e pugnali, i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani, i Riario, i Freducci, gli Sforza, i Malatesta, i Manfredi — aggregò al Patrimonio di San Pietro tutta Campagna di Roma, Sermoneta, Imola, Forlì, Fermo, Pesaro, Rimini e Faenza: Giulio II, nel 1513, vi aggiunse Perugia; Leone X, nel 1520, Bologna, e poi, come il dicemmo, Parma e Piacenza. — Così la Chiesa fece come il fiocco di neve che, dal vertice alla china del monte, si converte in valanga.

Forse il Valentino, per un’audacia tutta sua peculiare rimbaldanzita dall’essere figliuolo al pontefice, genero al re di Navarra e carissimo a quello di Francia e dalle molte spogliazioni già allegramente compiute; forse più ancora di lui quello scaltrito di messer Nicolò Machiavelli, segretario della Signoria Fiorentina, s’ebbero qualche proposito di raccogliere in un corpo solo le sparte membra d’Italia e di levarle il giogo straniero di collo; ma di sentimento patrio e nazionale, quale lo s’intende addì nostri, non se ne aveva nemmanco il più piccolo indizio.

Era cessata la lotta secolare e titanica fra il papato e l’impero; sminuita la tracotante indipendenza de’ signorotti feudali; spirato cioè il medio evo: di questo rimaneva tuttavolta la coda, che — dice il proverbio — è la più dura da rodere: le istituzioni abbastardite, ma non mutate; le nimicizie intestine non più nascenti da un principio costante, ma sempre vive ed acerbe; la stessa ignavia, gli stessi vizî, lo stesso ordinamento gerarchico nelle costituzioni sociali.

Si era nel periodo di transizione, il quale non aveva per anco assunto nissuna nuova e caratteristica fisonomia, allo infuori del sempre crescente gonfiare delle riforme religiose, scaturite — come tutte le altre invasioni — da’ settentrionali recessi, e di quella sorta d’immane duello, che — già da quasi vent’anni — si andava combattendo fra due personali ambizioni, che rinnovavano in grande le guerricciuole di casato dei tempi precedenti e cui lo sventurato nostro paese serviva spesso di palestra e sempre di pallio.

Francesco I di Francia, il quale già — come scendente dallo angioino Carlo di Provenza e da Valentina Visconti — armava pretese sul reame delle Due Sicilie e sul Milanese, che appartenevano a Carlo V di Spagna; al sangue grosso che però nodriva contro di questi, aggiunse altro maggior soggetto di risentimento e d’invidia, quando se lo vide anteporre dagli elettori di Aquisgrana che, nel 1519, lo proclamarono imperatore e re de’ romani. — Come la rana delle favole esopiane gonfiò talmente dinanzi al bue sino a schiattarne. — E non perennità di sfortuna, non esauste finanze, non reiterate sconfitte e prigionia della sua istessa persona, valsero ad acchetarne il rabbioso dispetto.

Era un francese puro sangue: tutto francese dalla radice de’ capelli alla pianta dei piedi: avventato, loquace, vago di lettere, di belle arti e d’amori, azzardoso in ogni sua impresa, vanesio, smargiasso, il proto-tipo de’ paladini ariosteschi, l’uomo di due secoli prima.

Il suo emulo, per contro, vario di qualità quanto di dominî; fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnolo per gravità e per buon senso, italiano; era l’uomo di due, di tre secoli dopo; l’uomo che — senz’anacronismo — avrebbe potuto esser padre del terzo Napoleonide, tanto — al pari di questi — era freddo, calcolato, di lunghi divisamenti e, nell’arte del menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, a nessuno secondo.

Naturale però fosse sempre sua la prevalenza.

Laonde — meno Venezia, riamicatasi alla Francia pel trattato di pace conchiuso dal Gritti; meno Ercole II Estense, legato a questa da stretti vincoli di sangue; e meno, se vogliamo, Carlo III di Savoia, che stava infra due, non tanto per simpatia maggiore dell’uno o dell’altro, ma forse perchè mal sofferente che stranieri la facessero da padroni in casa sua — tutto il restante d’Italia, direttamente od indirettamente, non solo gli obbediva, ma parteggiava per lui.

Tra’ ciurlatori nel manico potevasi, per altro, mettere in lista anche Paolo III, il quale — nel suo carattere di pontefice — non giungeva probabilmente a dimenticare come Carlo V — benchè spagnuolo — fosse divenuto il legittimo successore di quell’Enrico IV di Franconia, che ammanì tanto refe da dipanare a papa Gregorio VII, e di quel Federico II di Hohenstaufen che non ne dètte manco a Gregorio IX e ad Innocenzo IV. — Non sapeva ciecamente fidarsene: tuttavia ne temeva troppo la strapotenza, perchè avesse mai il coraggio di chiarirglisi aperto nimico — Stava, invece, a sportello; lavorava sott’aqua e giuocava con dadi segnati: uso codesto assai comune a’ successori di San Pietro, non pochi de’ quali seppero egregiamente valersi del _gesuitismo_ anche molto prima che i proseliti del da Loiola ne avessero conseguito privilegio. — E papa Farnese — volpe fina se ce ne avea una — doveva esser primo del numero, se fu egli stesso che, nel 1540, ne rilasciò il brevetto d’invenzione a Sant’Ignazio in persona.

Quando Paolo III mosse da Roma per condursi a Nizza, ferveva più che mai accanita la guerra in Piemonte, dove i francesi, col Montmorency — il famoso contestabile de’ _paternostri_ — e con Guido Rangone da Modena, occupavano tutto il paese tra Moncalieri e le Alpi; mentre gl’imperiali, col marchese Alfonso d’Avalos e Giangiacomo Medici da Trezzo, detto _Il Medeghino_, tenevano presidio in Asti, Fossano e Vercelli. Ma, in quel torno, volgevano allo imperatore poco prospere le sorti ne’ Paesi Bassi, che mal comportando di vedersi spogliati in uno con la libertà religiosa, anche delle comunali franchigie, si ribellavano contro la tirannide spagnolesca; nel contempo, il granturco Solimano — sospintovi dal re Francesco — invadeva l’Ungheria e — con l’aiuto dell’algerino Haireddin, _Barbarossa_ — minacciava Napoli e Toscana.

Il furbo Farnese colse a volo la propizia occasione di portarsi inanzi mediatore, non già per schietta e cristiana tenerezza di pace; ma perchè — certo di rendere per tal modo un servizio a Carlo V — si riprometteva di farglielo pagare al più alto prezzo. — Voleva tradurre in pratica il detto che, fra due litiganti il terzo gode, e conseguire dalla imperiale riconoscenza l’agognata ducea di Milano pel suo prediletto Pierluigi, l’ingrandimento della propria famiglia essendo, non solo il primo, ma quasi l’esclusivo suo pensiero. Nè di ciò tanto poteasi muovergli troppo acerbo rimprovero, perocchè «non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d’infamia, che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali».

Partito da Parma due giorni dopo la sanguinosa scena per noi descritta, egli giunse a Nizza il successivo 17 dello stesso mese di maggio e — non potendo penetrare in città, perchè chiusone il castello dal duca di Savoia — s’attendò ne’ dintorni, dove si trattenne per un mese di seguito, sprecando la sua più fina dialettica in appartati convegni or con l’uno or con l’altro, dei due regali antagonisti, senza mai approdare a nulla di concreto e di buono.

Finalmente, ai 18 di giugno — acchetandosi al fringuello dacchè sfuggitogli il tordo dal paretaio — potè comporre i due sovrani ad una tregua decennale stabilita — come oggidì si direbbe — su la base dell’_uti possedetis_.

Ma, di Milano, Carlo V non volle intenderne verbo.

Per quanto il papa si avvolpacchiasse in studiati argomenti ed artefiziose girandole, gli fece sempre le orecchie da mercante.

Solo — per non lasciarlo andare troppo scontento e con tutte le pive nel sacco — gli concedette il marchesato di Novara per Pierluigi, e — pel costui figlio Ottavio — la mano della sua Margherita di Austria.

Quindi si separarono.

Egli, l’imperatore, per correre a domare i riottosi fiamminghi, nel che raggiunse il suo scopo, e per combattere — in alleanza con le armi pontifice e con quelle di Venezia, che aveva tratto dalla sua — i turchi e gli algerini, nel che fece un buco nell’aqua: e il papa per ricondursi a Roma, e preparare le feste per le nozze del nipote e la conquista di Camerino, onde s’era prefisso infeudarlo.

Non fu, per conseguenza, se non tra la primavera e la state del 1539 che si cominciarono a provare i benefici influssi della tregua conclusa e che, dagl’imperiali in ispecie, molti uomini di truppa raccogliticcia vennero mandati in congedo.

Era tra questi il nostro Neruccio Nerucci, che noi seguiremo.

CAPITOLO V.

Castel Canafurone.

Sul confine piacentino verso il genovesato, alla destra dell’Aùto, poco prima del punto in cui questo modesto torrentello, che sgorga da’ pinacoli del Barbagelata, va a mettere foce nella Trebbia; sorgeva di que’ giorni, o — a più giusto dire — già cominciava a cascare in ruina un castellaccio dell’undecimo secolo, eretto nel più orrido a settentrione del Groppo della Vèzzera e appartenente a’ conti Nicelli, allora potenti e prepotenti in Valle di Nure.

Lo si chiamava Castel Canafurone.

Adesso non ne rimane altro vestigio che il nome.

E — sin d’allora — scassinato e cadente in più parti, con rotte le catene de’ levatoi e arrugginite a’ subbi quelle delle serracinesche, senza più nè mobilio, nè arredi, nè imposte di usci o finestre; lo si lasciava in balia de’ quattro venti abbandonato e deserto.

Le inevitabili leggende di scellerati delitti ivi compiuti in remotissimi tempi, e di spiriti maligni che vi convenivano la notte in diabolici sinedri, e d’ombre vagolanti e gementi che ne popolavano i più secreti penetrali; circolavano naturalmente accreditate più che vangeli per le circostanti campagne e non c’era familio, o servo che — indugiato per via, oltre lo imbrunire — non la pigliasse lunga, descrivendo un arco di circolo per evitarlo, o — se costretto a passargli di costa — non si lasciasse vincere dalla battissoffia e non iscongiurasse tutt’i santi del paradiso a tenergli lontani i cattivi incontri.

E come fondate sul vero quelle paurose dicerie, meglio lo avrebbe creduto chi vi fosse passato in su la mezzanotte del 4 giugno 1539, tanto n’era strano e spaventevole l’aspetto.

Su la bassa fronte del tozzo e diforme edificio, che disegnava la sua negra mole s’un cielo annuvolato e procelloso, brillavano altrettanti occhi di brage: erano le finestre del pianterreno, dalle quali traspariva una luce rossastra e fumosa come d’incendio. Dallo interno s’udiva un confuso frastuono d’armi e di persone e un alternarsi di voci minacciose e di esecrande bestemmie. Ci sarebbe stato a scommettere che là dentro si celebrasse la messa nera o, per lo meno, si ripetessero le mostruose orgie di sangue, per cui, cento anni prima, quel Gilles di Laval, ch’erasi guadagnato il nome di _Barbe-Bleu_, lasciò il capo sul ceppo.

Un mistero vi si nascondeva di certo.

Ma non mancava probabilmente chi proponevasi penetrarlo, perocchè vi fosse qualcuno che — strisciando catellon catellone fra l’intricatoio di licheni e di arbusti che circondavano il castello e ne vestivano il piede — cercasse accostarsi ad una di quelle sue finestre che davano luce.

Adagio adagio e proprio come la dònnola quando s’insinua nel pollaio, vi giunse finalmente e — mascherato dal fogliame d’un càppero che ne otturava gran parte del vano — vi spinse in mezzo la faccia e cacciò dentro lo sguardo.

L’ambiente era una lurida stanzaccia a vôlto depresso, che originariamente aveva dovuto servire di tinello pe’ famigli e gli armigeri, le cui pareti, annerite dalla fuliggine del tempo e luccicanti per le viscide striscie de’ lumaconi, annebbiava uno spesso velame di polverosi ragnateli. Vi si tenevano in giro una dozzina d’uomini da’ ceffi promettenti nulla di buono e più vestiti di armi che non di panni, taluni de’ quali — i peggio in arnese — reggevano a mano torce resinose, d’ond’emanava la luce rossastra che si travedeva di fuori.

Erano signori e servi.

A capo di quelli figurava uno, col quale femmo già conoscenza a Parma in occasione della contesa per la mula papale; era il compagno di Stefano Nicelli, il conte Giambattista Nicelli, marchese della propinqua terra di Cattaragna e signore eziandio delle crollanti mura di Castel Canafurone, che — una volta fattesi inette alla difesa — egli aveva derelitto e lasciava cadere completamente in isfascio.

Intorno a lui, stavano diversi altri Nicelli, tra i quali i conti Melchiorre da Niceto e Gianfrancesco da Ebbio: e — dallo atteggio di tutti e specie da’ loro discorsi — chiaro appariva come attendessero persone, con le quali s’erano dati la posta in quel luogo solitario e selvaggio.

Nè queste tardarono gran pezza ad arrivare.

Primo fu il capitano Lorenzo Villa, con dietro un centinaio d’uomini d’arme, uno de’ quali il nostro Neruccio: poscia, il conte Giovanni Nicelli da Monte Ochino, uomo prepotente e feroce, il quale, dopo di Stefano, vantava la maggiore primazia su le genti del suo casato.

Apparentemente era costui che gli altri aspettavano, poichè quasi tutti — al suo sovraggiungere — dèttero in una esclamazione di sodisfacimento: ed il marchese di Cattaragna, affrettandosi ad incontrarlo:

— Ebbene? — gli chiese con ansia.

— Ebbene — rispose il nuovo venuto, mentre gli altri gli formavano cerchio d’intorno — il tradimento è proceduto dai Santafiora e dai Camia!

— N’ero certo! — fece il da Niceto.

— Scellerati! — sciamò il da Ebbio.

— E come sono andate le faccende? — dimandò il marchese di Cattaragna.

— Ve lo dico subito — soggiunse l’interrogato — e, perdio, se avete sangue che vi scuota i polsi dovrete inorridirne con me. V’è noto come al nostro misero Stefano, nella sua qualità di capo delle nostre famiglie, grandemente premesse il portarsi a Piacenza, per ivi regolare co’ Mandelli e coi Landi le questioni pendenti su i dazi dello Spettine e della Crocelobbia e su gli scavi delle Ferriere; ma non vi si affidava, la cagione del malaugurato affare ch’ebbe l’anno scorso a Parma e che gli tirò su la testa la taglia di cento ducati. Stava appunto nella maggiore incertezza, quando, imbattutosi a Fiorenzuola nel Legato, cardinal Del Monte, gli parve saggio umiliarglisi e richiederlo d’un salvacondotto, che questi non gli ricusò. Ma Sforza Pallavicino, il signore del luogo, ne dètte subito aviso secreto a’ Santafiora di Castellarquato, i quali sapete quanto agognerebbero spogliarci ed impadronirsi de’ nostri feudi del Valnurese. Costoro però s’accontarono coi Camia e concertarono insieme la trama infernale. Quando Stefano, valendosi del suo salvocondotto, fu penetrato in Piacenza e mentre il Legato, per un intrigo de’ Santafiora, portavasi a Busseto presso Gerolamo Pallavicino, i Camia lo denunziarono codardamente all’Orsini di Farfa, luogotenente della legazione, il quale, senza tener calcolo del salvocondotto e senza nessun riguardo per quei molti nostri aderenti e parziali, che s’intromisero e lo scongiuravano a soprassedere fintanto almeno che si fosse ricorso a Roma ed avutone risposta; fece procedere alla cattura di Stefano e volle, senz’altro, mandare ad esecuzione il bando degli Anziani di Parma.

— Maledizione! — mormorarono cupamente taluni.

— Il ventotto dello scorso aprile — seguitò a dire il conte Giovanni da Monte Ochino — sono oggi trentasei giorni, il conte Stefano Nicelli, il nostro congiunto, il nostro capitano, l’amico nostro, s’ebbe mozzo il capo in cittadella e il cadavere abbandonato ignudo su la piazza, scherno alla bordaglia, ludibrio alle cornacchie ed ai cani.

Un sordo mormorio di mal represso furore tornò a circolare fra gli astanti.

— Il Farfa — continuò il Monte Ochino — fu compro dalle blandizie e dall’oro de’ nostri giurati nemici; ma siccome non voleva apparirlo e che costoro andavano sfrontatamente millantando d’aver cavato la castagna dal fuoco con la zampa del gatto; tanto per scagionarsi, e’ ne fece sovraccogliere due, Gilberto Camia e Alfisio Malvicino, e, dichiarando publicamente..... buono per cui ci crede!.... di non aver ceduto a nissuna subornazione, ma solo ottemperato agli ordinamenti, li dannò a quattro giorni di berlina, che queglino, come potete idearvi, scontarono del più lieto core, ben sapendo quanto mite ed insignificante fosse la pena in raffronto dello enorme benefizio ottenuto. Ecco in qual modo andarono le faccende!

Ed erano andate veramente così, come ce lo attesta il dabben cronista, il quale, dopo averci narrato essersi detto «che mirando la Santa Costantia filiola di nostro papa e signora de Castello Arquato farse signora della valle per esserne Stepheno da Nicelle il capo, che avendolo tolto via luio facilmente havrebbe ottenuto lo intento suo» — ingenuamente conclude: «pur sia come se volia, luio morse.»

I raunati accolsero le ultime parole del Monte Ochino con più chiassose manifestazioni di sdegno.

— Ah, scontarono di lieto core la pena! — sclamò ghignando il marchese di Gattaragna — penseremo noi ad infliggerne loro una più aspra.

— Altro che berlina.... le forche! — aggiunse il conte da Ebbio.

— E a filo di spada tutti i loro aderenti, i loro familiari, i loro servi! — urlò il da Niceto.

— E saccheggiate e diroccate le loro case — concluse il capitano Lorenzo Villa, il quale — naturalmente — pensava anzitutto al bottino.

— È appunto per codesto — disse il conte Giovanni — che vi ho dato convegno in quest’avanzo di rôcca ed incarico a voi, capitano, di raggranellarci il più possibile d’uomini d’arme.

— Ed io l’ho fatto, mi pare! — osservò spavaldamente il Villa, segnando della mano i suoi molti gregari che gli si schieravano dietro — ce n’è che vengono di Piemonte, ce n’è che vengono di Lamagna, ce n’è persino che vengono dalle coste di Barberia... e ce n’è d’italiani, ce n’è di svizzeri, ce n’è di spagnuoli.... una vera insalata cappuccina!

— Provenienza e nazione non ci fan nulla — fece il conte Giovanni — sappiano menar bene le mani ed arrisicare la pelle e, per noi, son tutti pari: la nazione cui apparteniamo noi stessi non è più ormai che il nostr’odio e la nostra vendetta!

— E come intendete regolarvi? — gli chiese il Cattaragna.

— Semplicemente — rispose, con riso feroce, il Monte Ochino — i Camia ci hanno colpito nel nostro capitaneo, e noi colpirli nel loro; che Giovanni il Grosso paghi per Stefano il Giovine: occhio per occhio, dente per dente.... la pena del taglione!

— E quando? — interrogarono più voci.

— Quando più presto si possa: se non stanotte, la notte di domani!

A queste parole, pronunziate solennemente dal conte di Monte Ochino, la forma umana, ch’erasi tenuta speculando ed origliando fuori della finestra, sgattaiolò carpone tra i rovi e le ortiche e sparve nell’ombra della notte.

CAPITOLO VI.

Giovanni il Grosso.

Da castello a castello.

È necessità questa, ed è, in uno, carattere distintivo de’ tempi che abbiamo impreso a descrivere.

Dalla crollante torre de’ Nicelli, passiamo alla rôcca dei Camia, sita in luogo avvallato e pantanoso su la riva sinistra della Nure, quattro miglia più in su di San Giovanni di Bèttola, tra Olmo e Revigozzo.

Ivi dimora Giovanni il Grosso, capo principale delle famiglie avverse a’ Nicelli, che contendono a questi il predominio del Valnurese.

È il mattino poco più tardi dell’alba.

Un omicciatto dalle grame apparenze, tutto da capo a’ piedi, vestito di bigio — traghettato che s’ebbe il torrente su la barchetta del navichiere — s’avvicinava al castello e — fattone scendere il ponte col declinare il suo essere — penetrava ne’ cortili e richiedeva del signor conte.

Seguiamolo.

In una piccola stanza tappezzata a scuri arabeschi, che, addì nostri, diremmo gabinetto, dove — su una grezza e pesante tavola di quercia voluminosi in folio de’ filosofi greci s’affastellavano con seste e fiale ed altri arnesi di matematica e di alchimia, tenevasi seduto il conte Giovanni Camia il Grosso, vecchio più che settuagenario, alto e corpulento, cui una lunga e candida barba dava severo aspetto di autorevole maestà, mentre un cotal risolino che gli errava continuo su le labra e negli occhi lo diceva ad un tempo benevolo ed astuto.

Noi lo trovammo già a Parma, compagno alla vezzosa fanciulla, che vedemmo fidarsi alla custodia del nostro Neruccio.

Era sua nipote.

Bianca — perocchè tale il nome di costei — era nata a Perugia da una sua figlia e da Sigismondo della Staffa gentiluomo di quella città.

Nel 1534 fu questi tra i non pochi che, nella notte del 1.º ottobre, ne apersero le porte al fuoruscito Ridolfo Baglioni e gli tennero mano ad impadronirsi del vescovo di Terracina, vice-legato pontificio, che, poscia, in uno co’ suoi auditori e cancellieri, venne posto a’ tormenti e decapitato su la publica piazza.

L’anno di poi, papa Paolo III vi spedì le sue genti capitanate da Alessandro Vitelli, il quale volse in fuga il Baglione, diroccò dalle fondamenta le sue terre di Spello, Bettona e Bastia e fece mettere a morte vari de’ suoi fautori, tra’ quali Sigismondo della Staffa.

Fu allora che Bianca trasse presso dell’avolo, insieme alla propria madre, la quale — uscita quasi di senno pel tragico fine del consorte — morì di crepacuore pochi mesi dopo.

Bianca della Staffa, orfana a quindici anni, rimase però sola col vecchio nonno, i cui molti figliuoli — uno de’ quali quel Gilberto, che udimmo menzionare dal Monte Ochino siccome dannato alla gogna in seguito del supplizio di Stefano Nicelli — vivevano con le mogli e la prole sparsi per altre terre e castella della valle di Nure.

Quando un valletto salì ad annunziare a Giovanni il Grosso la persona che chiedeva parlargli:

— Pellegrino di Leuthen? — fece questi, inarcando le ciglia — che diamine può mai volere da me?.... digli pure che salga!