Terremoto

Part 2

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Sino da’ primi rumori, i valletti della Curia e dell’Anzianato, s’erano posti in salvo, l’un dopo l’altro, o nella chiesa o nel palazzo vescovile; attalchè, grado grado, non rimaneva più un solo sprazzo di luce a diradare le tenebre. — Intanto gli armigeri del Vicelegato e della Corte di Giustizia — respinti per le strade adiacenti que’ più arrischiati de’ curiosi, cui la paura non avea fatto spuntare le ali — ritornarono in mezzo alla piazza, nel proposito di far cessare la zuffa e d’impadronirsi de’ tumultuanti. — Ma, caduto nel proprio sangue uno de’ Camia e rifugiatisi anche costoro nella cattedrale, solo i Nicelli ed i loro aderenti restavano sul terreno; di maniera che il tafferuglio si poteva considerare finito. — Senonchè il Baiardi e il Balestrieri, che, pe’ castighi frequentemente patiti, avevano il sangue grosso contro il Vicelegato, non paghi ancora del trambusto promosso, vollero compier l’opera, ribellandosi ed opponendo resistenza a’ suoi birri; e così, tra il buio pesto della notte, ammenando giù colpi da ciechi, all’uno squarciarono sconciamente il viso, all’altro fracassarono bestialmente le gambe; poi — battendosi in ritirata — si evasero con gli amici per le minori viuzze, che toccano al fianco settentrionale del duomo.

Pochi minuti dopo, i soli gemiti dei feriti e dei morienti rompevano il silenzio di quella notte funesta.

Affrettiamoci, intanto, a dire che il giorno 12 del susseguente mese di maggio, raunatisi gli anziani, deliberarono unanimi il partito di dimostrare la «displicentia» grande per la «noglia» causata al pontefice dall’orrendo caso occorso, nella notte fra il sabato e la domenica delle Palme, con lo imporre e promettere «talea di quattrocento ducati d’oro da pagare a ciascuno che amazarà gli capi, cioè Andrea Baijardo et Maximiliano Balistrero, et gli altri loro sequaci cento per ciascuno di loro come rebelli de N. S. et inimici de la patria propria.» — I Nicelli e i Camia, siccome assai meno noti e non cittadini di Parma, andavano compresi tra i «sequaci» del Baiardi e del Balestrieri.

Come parve sedato il tafferuglio, si schiusero le porte della cattedrale, e papa Paolo III, seguito da tutta la sua Corte e da’ più ragguardevoli rappresentanti della cittadinanza, traversò la piazza portandosi al Vescovado; mentre i confratelli della Misericordia raccoglievano d’in sul lastrico i morti ed i malvivi.

Il nostro giovine soldato erasi frattanto mantenuto in fazione su la porta del Battistero, nel vano della quale stava rimpiattata, gemendo e piangendo sommessamente, la leggiadra creatura, ch’egli aveva preso in tutela e su la quale non sapeva astenersi dal volgere, tratto tratto, sguardi improntati del più vivo interessamento. — Avrebbe voluto e non osava indirizzarle la parola, e, siccome gli pareva di scorgerla sempre più accuorata ed inquieta, cominciava a sentirsi in qualche imbarazzo sul partito, cui meglio gli convenisse appigliarsi; quando — all’uscire del corteo pontificio, che tornò a rischiarare la piazza con le sue faci — vide un vecchio gentiluomo guatare ansioso tutto all’ingiro e, preceduto da un fante che recava una torcia, dirigersi verso di lui: nel tempo istesso la giovane sua protetta slanciarsi dal proprio ripostiglio e corrergli incontro a braccia aperte.

Il vecchio se la strinse al seno affettuosamente, chiedendole sollecito ove fosse riparata e per qual modo scampata ad ogni pericolo e — come lo intese — si avvicinò premurosamente al soldato e:

— Il tuo nome, giovinotto? — gli dimandò.

— Neruccio Nerucci — questi rispose.

— Bene! — soggiunse il vecchio, traendosi di collo e porgendogli una pesante catenella di oro — serba questa in ricordo nostro: quanto a noi, stà riposato che nulla al mondo potrà mai farci dimentichi del servigio che tu ci hai reso!

E, con la fanciulla ed il servo, tirò via alla volta della Piazza maggiore.

Quella, per altro, prima di andarsene, rivolse al suo difensore un così tenero sguardo di viva riconoscenza, che a lui riuscì anco più caro del prezioso monile.

Rimasto solo, stette in forse un momento, poi lasciò egli pure la piazza.

CAPITOLO III.

Il nipote del vescovo di Fano.

Benedetto Varchi — nelle ultime pagine delle sue _Istorie Fiorentine_ — narra per filo e per segno come, nell’anno precedente, il duca Pierluigi Farnese, recatosi a zonzo per le Romagne, in compagnia di Giulio da Piè-di-Luco e di Nicolò Orsini, conte di Pitigliano, perpetrasse il più nefando de’ misfatti su la persona di Cosimo Gheri da Pistoia, vescovo di Fano.

Chi ha scorso quelle pagine, conosce abbastanza lo abbominevole caso: chi no, meglio lo ignori.

Sappia unicamente che — per la vergogna del sanguinoso oltraggio patito — il giovine ed infelice prelato cadde sì gravemente infermo che — scorso un mese da quello — trovossi ridotto in fil di vita.

Non contava egli allora nessun altro congiunto fuori di un nipote, solo di un lustro a lui minore d’età.

Era questi l’unico figliuolo di una sua sorella sposatasi giovanissima ad un cittadino pistoiese, che dissidî di parte aveano tratto ad esulare e che, accasatosi da prima in Cortemaggiore, come operaio tipografo presso Benedetto Dolcibello da Carpi; rimasto vedovo, era passato col figlio a Busseto, dove morì nel 1535, mentr’era castellano e mastro di casa di que’ marchesi Pallavicino.

Suo cognato, che trovavasi in quel torno semplice vicario a Borgo San Sepolcro — saputone a pena la immatura fine — s’affrettò subito ad avvocarne presso di sè il figliuolo, che non toccava per anco i suoi sedici anni, e lo tenne poi sempre al suo fianco, servendogli, a un tempo, e da secondo padre e da fratello maggiore.

L’indole del giovane orfano era forse più che altro proclive agli esercizi del corpo ed alla vita militare; ma così sotto la tutela del padre, che le dure sperienze avevano reso aborrente da agitazioni e da rischi, e tanto più sotto quella dello zio prete, tutto mitezza evangelica e amore intenso pe’ suoi prediletti studi di latino e di greco; egli dovette, suo malgrado ed anche con qualche mostra di buona volontà, occuparsi esclusivamente di lettere e d’arti.

Pertanto queste — comunque imparate a rintronico — ma più in ispecie il salutare influsso delle parole e degli esempli che il buon sacerdote gli andava del continuo porgendo, valsero possentemente ad ingentilirne la congenita selvatichezza, a rammollirne la tempra, a renderlo vievia così dolce e mansueto, che non lo si sarebbe tenuto capace di torcere il collo ad una pollanca senza provarne ribrezzo.

Lo zio, che avrebbe aspirato ad identificarselo il più che gli tornasse possibile, lo confortava eziandio a consacrarsi decisamente alla carriera ecclesiastica, la quale se, da un lato, meglio di ogni altra conforme a’ gusti del dabben sacerdote, poteva, dall’altro — massime di que’ tempi — sodisfare interamente anche le più sconfinate ambizioni. Ma il giovine, benchè non osasse manifestargli tutta la sua repugnanza, lo teneva in pastura con risposte evasive, cercando a furia di pretesti, di far conciliare insieme il deliberato proposito di non secondarlo e il vivo desiderio di non causargli un troppo acerbo dolore con un formale rifiuto.

Il giovine, malgrado avesse di assai mitigato il proprio carattere naturalmente vivace ed incline al fantastico, pure — ne’ suoi medesimi studi — lasciavasi il più sovente regolare da quello, ed a’ libri ascetici e filosofici, ond’era stipata la biblioteca vescovile dello zio, preferiva di gran lunga le storie di Tacito e di Livio, il _Cortegiano_ di Baldassare Castiglioni e i versi del Petrarca e, meglio ancora, i poemi cavallereschi del conte Matteo Boiardo da Scandiano e di messer Lodovico Ariosto, che, di que’ giorni appunto, cominciavano a farsi tanto di voga.

Fingendosi nel pensiero le guerresche vicende, che pur sempre travagliavano il mondo, pari a quelle poeticamente descritte in siffatte sue letture; tra i polverosi stalli della sagristia e le fredde chiostrate dell’episcopio, e’ non sognava che Durlindane e Belisarde, Vegliantini e Frontini.

Era l’anima di un cavaliere errante, che si dibatteva entro il corpo di un semplice chiericuzzo.

Quando il suo misero congiunto soggiacque alle bestiali violenze del Farnese, egli trovavasi nella prossimana borgatella di Cartocceto, dove — tre dì inanzi — lo aveva mandato lo stesso suo zio, per recare a quel proposto taluni amuleti e reliquie venuti di Terrasanta.

Una staffetta gli fu subito spedita acciò lo istruisse prudentemente dell’orrendo accaduto e lo sollecitasse ad immediato ritorno. Nè di questo eravi mestieri, perchè il giovine — udita una volta la funesta novella — rompesse ogni indugio ed, inforcato il suo modesto ronzino, non gli lasciasse smettere il trotto chè non fosse giunto, trafelato ed ansimante, appiè della scala del vescovado.

Ivi, sceso di sella, divorò i gradini a quattro a quattro.

Era in su l’imbrunire.

Cosimo Gheri, pallido come cadavere, giaceva sul proprio letto.

Non una parola venne profferita tra il nipote e lo zio che alludesse alla triste circostanza. — Bastò lo scambio di una semplice occhiata a renderli intesi a vicenda di quanto avrebbero dovuto soffrire amendue, se l’uno avesse ascoltato, l’altro narrato i particolari della vituperevole scena, ond’era stato la vittima.

E si tacquero.

Solo il vescovo sporse la mano tremante dalle lenzuola e la stese al nipote, come per ringraziarlo del suo sollecito accorrere. Questi glie la strinse, cuoprendola di baci e, caduto ginocchioni appiedi del letto, ruppe in singhiozzi.

Quaranta giorni dopo, il misero Cosimo Gheri entrava nella sua estrema agonia.

— Figliuolo — egli diceva con voce spirante al nipote che, pure in quell’ora, gli stava genuflesso al capezzale — lascia che in questi brevi momenti che mi rimangono ancora di vita, io ti rinnovi le mie esortazioni ed i miei consigli.... meglio accetti riescono dalle labra di un moribondo e più profondamente s’imprimono nel cuore!

— Dite, dite su, zio — gli rispondeva il giovine, raffrenando a stento le lagrime — ogni vostra parola sarà per me una legge, un altro vangelo, ma non state a ripetermi, in carità del Signore, che siete presso a morire!

— È inutile che ti faccia illusioni!.... mi restano pochi minuti a pena!.... nè di ciò devi affliggerti.... è una grazia della suprema provvidenza questa di ottenere la morte, quando, nella vita, ogni scaturìgine di bene m’è inaridita per sempre!

— Oh, il Farnese.... l’infame!

— Chetati, chetati!.... te l’ho già detto che io non amo udirti favellare in tal guisa!

— Ma io detesto quell’uomo, ecco! io l’odio di un odio legittimo e vi giuro, zio... sì, lo giuro su questo vostro letto di patimenti e di angosce; lo giuro su quel crocifisso che tenete fra mani.... dovunque lo trovi, dovunque il raggiunga, vendicherò nel suo sangue le atroci torture che vi ha fatto soffrire.

E si drizzò in piedi.

— No, no — soggiunse allora il vescovo, sollevandosi con un ultimo sforzo sino a sedere sul letto — per la salvezza dell’anima mia non pronunziare di simili bestemmie!

— E un così nero delitto dovrà rimanere impunito?

— Perdoniamo, figliuolo... obbediamo a’ sublimi precetti del divin redentore!

— Ma il redentore, a sua volta, si lasciò sopraffare dalla sua collera santa e flagellò di funate i profanatori del tempio.

— Cristo era un Dio!

— Ed io nol sono, ed io non sono che una fragile creatura umana e, perciò appunto, nemmanco la suprema sapienza può esigere da me quanto è attributo esclusivo della divinità.

— Ho perdonato io: devi perdonare tu pure.

— Oh, mai.... mai!

L’accento di energica risolutezza col quale il giovine ripetè questo semplice monosillabo sbigottì siffattamente Cosimo Gheri, che ricadde accasciato sul proprio letto, e:

— Misericordia del cielo — sospirò sommesso tentando congiungere le mani convulse all’atto della preghiera — perchè non affrettate il mio trapasso così da risparmiarmi questo nuovo tormento?.... perchè dalla persona che mi fu la più cara sovra la terra debbo ascoltare propositi d’ira insensata, che sgomentano il mio spirito, che mi turbano l’agonia?

— Oh, no, no, perdono — fu sollecito a sclamare il nipote, cui già rimordeva la pena causata all’infelice suo zio — non c’è nissun proposito in queste mie parole!.... sono uno sfogo, una espansione del mio dolore.... nient’altro! Oh, non ve ne date pensiero!

Un sorriso lieve come bagliore di tramontano crepuscolo sfiorò le smorte labra dell’agonizzante, che:

— Grazie, oh, grazie, figliuolo! — mormorò stentatamente — mi hai fatto del bene.... sì, codesta tua remissione mi ridà un po’ di calma.... ma non basta.... non basta! tu lo hai giurato... solennemente giurato sul legno della santa croce.... e un primo giuramento non si proscioglie che per via di un secondo anche più solenne.... e tu me lo devi.... oh, non rifiutarmelo, se vuoi vedermi spirare tranquillo!...

— Ma sì, ma sì — fece il nipote, cercando di rassecurarlo e di schermirsi ad un tempo — come vi ho detto, zio, quelle parole mi sono sfuggite nell’impeto del dolore; ma non dovete dar loro importanza di sorta.

— E tanto meglio.... tanto meglio!... così potrai farmi, in tutta coscienza, la formale promessa che ti domando.... potrai giurarmela su questa medesima croce...

E, in così dire, cercava brancicando su le lenzuola il piccolo crocifisso che gli era sfuggito di mano:

— Giurami — soggiunse quindi, a pena se ne fu impadronito — giurami che rinunzierai alle tue stolte idee di vendetta.... che dovunque ti avvenga d’incontrare, di raggiungere quell’uomo.... il signor duca di Castro.... tu non tenterai nulla in suo danno.... tu gli perdonerai!...

Il giovine stornava gli sguardi per non affisarli in volto allo zio e si teneva muto ed immobile come una statua.

Ma quello:

— Oh, non esitare — continuò a dire, con voce già resa afonica dall’agonia — non lasciarmi morire con lo sgomento e la disperazione nell’animo.... giurami.... giurami che gli perdonerai.... giurami che gli hai già perdonato!...

E fatto un altro e più penoso sforzo per raddrizzarsi di nuovo, non riuscendovi, con la mano che restavagli libera, afferrò intanto la mano del nipote.

Al gelido contatto, questi rabbrividì in tutta la persona, come se côlto dal fricasmo della terzana, e con un senso indefinibile di angoscia tôrse lo sguardo sul povero moribondo, il quale — non potendolo più della voce — gl’indicava con gli occhi vitrei e semispenti il sacro legno che gli tremolava tuttavia fra le dita.

Il giovine non resse a simile vista; una pietà profonda lo strinse al cuore; allungò la mano sul mistico simbolo della redenzione e già era sul punto di pronunziare il suo secondo e più solenne giuramento; quando Cosimo Gheri, che — a quell’atto aveva dato segno di rasserenarsi, — lasciò sfuggire di un tratto e il crocifisso e la mano del nipote, e s’arrovesciò supino sopra il guanciale.

Con moto irresistibile, il giovine lo seguì della testa; lo stette a contemplare un istante preso da una specie di vago terrore; lo palpò su la fronte, alle mani, quasi non prestasse fede a’ propri occhi, lo sentì freddo, rigido, stecchito, ed, allora, vinto dall’affanno ma senza lacrime, ricadde alla sua volta in ginocchio.

Cosimo Gheri non era più.

Cresciuto di povera gente, tratto dalla sua eccessiva pietà a dividere i benefizi e le decime tra’ suoi diocesani peggio conciati dalla fortuna; il buon vescovo non lasciava dietro di sè che una lunga e copiosa eredità di rimpianto; attalchè suo nipote non soltanto rimaneva isolato nel mondo, ma con l’isolamento rincarato dalla miseria.

Su le prime, per altro — assorbito qual’era dall’intenso dolore della sciagura che lo aveva colpito — nemmanco davasi pensiero della triste sua situazione; continuava a soggiornare nell’episcopio; si compiaceva di abitare quelle medesime stanze, di assidersi su que’ medesimi scanni, che — per così dire — serbavano tuttora l’impronta ed il profumo del suo caro estinto.

Sono le voluttà del dolore.

Ma non istette guari chi si pigliasse lo ingrato incarico d’illuminarlo sul vero e misero suo stato: e fu il governatore della città, un frate sbandito della Mirandola, che — per la sua cupidigia e sordida tirchieria — erasi guadagnato il nomignolo di _Vescovo della Fame_.

Costui lo fece chiamare ed, avutoselo inanzi, gli intimò brutalmente di lasciar sgombri gli ambienti del vescovado e di sbrattare il luogo issofatto.

Fu allora che — senza nobiltà di casato, senza nè beni di fortuna, nè aderenti, nè più casa e focolare domestico — il meschinello, gittato nudo e crudo sul lastrico dalla ruvidità del governatore, richiamò a presidio della disperata sua situazione le proprie fantasticherie giovenili e fermò in animo di dedicarsi al mestiere delle armi.

Barattò, quindi, la sua lunga cappa e le sue negre calze da chierico e tutto il resto dal berretto alle scarpe, contro le vesti e gli arredi soldateschi d’un lanzo, che gli furono ceduti da mastro Efraimo d’Ancona, rigattiere ambulante, e con que’ pochi che gli guernivano il borsello, s’avviò alla bella pedona ed a piccole giornate in busca di migliore ventura, pigliando per Pesaro, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Modena e Parma.

E adesso il lettore lo avrà già indovinato. Il nipote del vescovo di Fano, della misera vittima di Pierluigi Farnese, altri non era che Neruccio Nerucci, il giovine soldato che imparammo a conoscere nell’ultima delle mentovate città, quando vi giunse Sua Beatitudine papa Paolo III.

CAPITOLO IV.

Una occhiata in giro.

Quanto eragli occorso in circostanza della zuffa tra i Camia ed i Nicelli per la mula papale, aveva suscitato nel cervello del nostro Neruccio un tumulto d’insueti pensieri e forse nell’animo un primo e nuovo ed incompreso affetto.

Orbato della madre sino da’ suoi più teneri anni, privo di una sorella, di una congiunta; l’elemento feminile non aveva mai esercitato nessuna influenza su la monotona e triste sua vita trascorsa sino a quell’ora sequestre dal mondo, al fianco, prima, di un padre operaio, poscia, di uno zio sacerdote. Laonde la leggiadra fanciulla inseguita dal Farnese e, per un momento, affidata dal caso alla sua salvaguardia doveva necessariamente produrgli un’assai viva impressione.

L’ultimo sguardo lanciatogli da quella giovinetta nell’atto di staccarsi da lui, eragli parso come un’arcana promessa e gli aveva fatto germogliare nel cuore tutto un vivaio di care speranze, delle quali, per altro, non giungeva a comprendere nè la natura, nè il vero obbiettivo.

Ci volle la notte ed il sonno per restituirgli la calma.

L’indomani gli parve aver sognato.

Pure l’imagine diletta gli si riaffacciava pertinace alla mente; ma egli si studiava cacciarnela quasi pensiero molesto.

Ed, invero, a quale pro’ trattenersi a vagheggiarla? — Sapeva egli solo chi ella fosse? — L’avrebbe mai più riveduta nell’avvenire? — Il suo destino non lo spingeva forse lontano da quella terra, in cui l’aveva per la prima volta incontrata?.....

Partì, infatti, il dì successivo da Parma e, pei monti del piacentino, si diresse in Piemonte, dove prese soldo, alla fine, nelle milizie di don Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, governator di Milano per Sua Maestà Cattolica il re di tutte le Spagne.

Prima di più oltre procedere, o — a dir meglio — prima d’internarci nel drama di cui non abbiam fatto che presentare taluno de’ personaggi principali a’ nostri lettori; gettiamo, per un momento l’occhio su una carta geografica d’Italia e vediamo in qual maniera si trovasse frazionata nella primavera del 1538.

È uno studio che — se non altro — può tornare alquanto proficuo a quei non pochi giovanetti, i quali — per esser nati ieri ed aver trovato la patria risorta a dignità di nazione e fatta una, senza loro fatica — non sanno capacitarsi della via lunga, penosa ed accidentata che dovette percorrere per giungere a tanto; onde — per un’arcadica ubbia imparata a strafalcione dalla prima mala copia di Robespierre che abbiano il malanno di rasentare — si arrischiano a cimentarne le sorti come si trattasse di nulla.

Si curvino alcuni istanti con noi sovra l’italico stivale, che oggi si disegna su la carta d’Europa con una sola linea unicolore e veggano come — a que’ dì — fosse in siffatto modo screziato da offrire tutti quanti i colori dell’iride.

Facciamoci dal Piemonte che — sin d’allora — cominciava a manifestarsi siccome stella polare degl’italiani e che Carlo III il Buono, duca di Savoia, recuperò da’ francesi nel 1539, in forza del trattato di Cambrai conchiuso tra Carlo V di Spagna, suo cognato, e Francesco I di Francia, suo nipote. — Questi, tuttavia, oltre al mantenersi in possesso delle valli di Oulx e di Fenestrelle, antiche dependenze del Delfinato, erasi creato arbitrariamente tutore di Gabriele, ultimo de’ saluzzesi, e ne teneva il marchesato per sè; mentre quello di Monferrato — morto improle nel 1533 Giangiorgio Paleologo che il reggeva indipendente — passava, dopo tre anni di litigio, a Federico II Gonzaga, duca di Mantova, Pizzighettone, Goito e Canneto.

Il Milanese, che stendevasi dall’Alpi alla Sesia, dalla Brenta al Po, abbracciando Pavia, Lodi, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina con le contee di Bormio e Chiavenna, Angera e Geradadda — per testamento del suo duca Francesco II, ultimo degli Sforza — era scaduto alla Spagna, che vi teneva a governo il sunnominato marchese del Vasto.

La serenissima di Venezia possedeva, tra l’Isonzo ed il Mincio, dal litorale Adriatico alle foci eridanie, le provincie di Bergamo, Brescia, Verona, Padova e Vicenza, la marca Trevisana con Feltre, Belluno, Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria meno Trieste città imperiale, la contea di Gorizia, Zara, Spalatro, le isole fronteggianti la Dalmazia e l’Albania, quelle di Veglia e di Zante. — Fuori d’Italia poi, in Grecia, occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea, Morone, Corone, Napoli di Romania, Argo e Corinto, varie isolette dell’Arcipelago e, finalmente, le isole di Cipro e di Candia. — Ne reggeva il dogato quello istesso Andrea Gritti che — già capitano e proveditor generale della republica — cacciò gl’imperialisti da Padova ed i francesi da Brescia e che — battuto a sua volta e menato prigioniero a Parigi da Gastone di Foix — seppe sì finamente destreggiarsi con re Luigi XII da volgerlo in favore della sua patria e stipulare secolui un vantaggioso trattato di pace.

Genova non occupava di territorio italiano chè la esigua striscia delle sue due Riviere, il marchesato del Finaro e la Corsica. In compenso — da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana — esercitava i suoi commerci col Levante per una serie di scali toccanti, da un lato, sino alla Cina, dall’altro, alle coste del golfo arabico, e molti ancora ne teneva nella Romania, nella Macedonia, nell’Arcipelago, nelle Sporadi e nell’Anatolia. — Da trent’anni, il settuagenario Andrea Doria avea dato un migliore assetto ed una nuova costituzione alla sua republica, escludendo da’ publici affari le antiche e faziose casate degli Adorno e de’ Fregoso. — Onnipotente nella sua patria, che da lui ripeteva il riconquisto della propria indipendenza, per alcun tempo erasi legato a’ francesi; ma poi — scontento della costoro iattanza e massime della malafede del loro monarca — si dètte animo e corpo a Carlo V di Spagna, del quale si rese uno dei più devoti e validi campioni.

Ferrara, Modena e Reggio obbedivano al duca Ercole II d’Este, figliastro alla famigerata Lucrezia Borgia, che il Gregorovius, addì nostri, ha tentato riabilitare, e marito alla celebre Renata di Francia.