Part 1
PARMENIO BETTÒLI
TERREMOTO
STORIA DEL SECOLO XVI
MILANO GALLI E OMODEI, EDITORI-LIBRAI. Galleria Vittorio Emanuele, 17. 1878.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano. Tip. Fratelli Treves
TERREMOTO
_PARTE PRIMA_.
CAMIA E NICELLI
CAPITOLO I.
L’arrivo del Papa.
Chi, sul finir d’aprile dell’anno di grazia 1538, nel pomeriggio del sabato precedente la domenica delle Palme, si fosse trovato fra le mura allora nuovamente instaurate della buona città di Parma, non avrebbe mancato di meravigliarsi dello insolito moto e della ressa tumultuosa che ne animava le vie.
Un’onda fitta — in cui uomini e donne, giovani e vecchi, laici e religiosi, cavalieri e pedoni, nobili e plebei, andavano necessariamente confusi — scaturendo, a mo’ di fiumana, dalla piazza maggiore e gonfiandosi vievia de’ confluenti che le tributavano le varie strade sboccanti in quella di San Michele; procedeva ansiosa, per questa verso la porta del medesimo nome, che aprivasi allora, come adesso, nel lato orientale della città.
A differenza delle folle de’ nostri giorni che — per la modestia e la uniformità del vestire — sembrano reggimenti di truppa o migrazioni di formiche; quelle de’ tempi andati offrivano le più gradevoli varietà e di tinte e di fogge: pannolani e sciamiti da’ smaglianti colori, bianchi zendadi, lucidi elmetti, piume svolazzanti, gonfaloni effigiati in testa alle associazioni artegiane e fratesche, pertugiane, archibugi, picche, bandierole, zagaglie; tutto un assieme variopinto e screziato da disgradarne la giubba, onde dovette camuffarsi quell’Angelo Beolco da Padova, che inventò la maschera dello Arlecchino.
Dal palazzo della Corte di Giustizia che guardava la piazza, sino alle mura terminanti la strada percorsa dalla moltitudine, tutte le case vedevansi pavesate a festa, e le chiese, ch’erano sette, adorne al di fuori di ricchi arazzi storiati, splendidamente illuminate di dentro, con le reliquie e gli argenti in mostra su le porte laterali, custoditi da scaccini e ramarri, e su la porta maggiore il proposto, i sacerdoti e i chierici in grande pontificato.
Tutte le campane della città suonavano a festa.
Era, senza dubio, uno insueto e solenne avvenimento, che traeva a subbuglio tutta quella popolazione, ed anco di natura gradevole, se si doveva giudicarne dal gaio insieme e premuroso affollarsi dei più. — E tale era infatti poichè si trattasse nient’altro che dello arrivo di Sua Beatitudine papa Paolo III, il quale — partito di Roma il 23 marzo — doveva transitare per Parma, d’onde, per Piacenza, portarsi a Nizza, chiamatovi dal vivo desiderio di comporre a pace que’ due grandi lottatori del secolo, che avevan nome Francesco I re di Francia, e Carlo V di Spagna, imperator di Lamagna e re dei romani.
Di un tanto arrivo Parma si allietava a due titoli: e per salutare il rappresentante di quella potestà, a cui — da poc’oltre un decennio — l’aveva ridata, insieme a Piacenza, la cessione fattane da Francesco II Sforza, duca di Milano, a papa Leone X; e per rivedere nel nuovo pontefice, eletto quattro anni innanzi, quello istesso cardinale Alessandro Farnese, ch’era già stato suo vescovo.
A degnamente riceverlo, sin dal primo luglio dello istesso mese, il Consiglio degli Anziani aveva fermato il partito di «poter trovare e spendere una somma di scudi cinquecento».
Però venivano in testa alla folla che sempre più si accalcava lungo la via principale, primo di tutti, il Magnifico messer Tarusi da Montepulciano vicelegato apostolico, in luogo del cardinale Gianmaria Del Monte, vescovo di Siponto, che un amorazzo con un’accattona del Valnurese teneva inchiodato a Piacenza; poi il podestà Gabriello Boccabarile, dottore in ambo le leggi; poi gli oratori eletti dalla comunità per baciare i piedi e prestare omaggio al Santo Padre in nome del popolo parmense, ch’erano i dottori Federico Del-Prato, Nicola Lalatta e Gianmarco Colla, i nobili Gerolamo Tagliaferri, Agostino Carissimi e Marcello Cautelli, il cavalier Francesco Baiardi ed il merciaiuolo Marco Garsi; e dietro: un codazzo di signori feudali, il collegio de’ dottori, i bacellieri dello studio, gli anziani del Comune e delle arti, il Capitan di Giustizia, i birri della Corte e gli uomini d’arme del patriziato.
Al popolo minuto, al servidorame, a’ villici convenuti dal contado in città, per assistere al festoso momento, mescevansi soldati di ventura, mercatanti ed artisti, fra i quali notavansi due personaggi, su cui ci è mestieri richiamare particolarmente l’attenzione de’ nostri lettori.
Era l’uno di essi un giovine poco più che quadrilustre, alto, pallido in viso, dagli occhi pensosi e melanconici, bruni come le chiome inanellate ed i leggeri mustacchi che gli ombravano il labro, dall’ampia fronte, il naso sottile, il portamento marziale. Una corazza di buffalo, che portava al disopra di un giustacuore di rascia a maniche sparate con sbuffi di tela rensa; una lunga spada a guaina di ferro e il pugnaletto che gli pendevano dalla cintola; un piccolo casco pure di cuoio a costoloni di acciaio e i grandi calzari che gli salivano su su fino quasi al ginocchio a mo’ di schinieri, dicevano chiaro come egli appartenesse al mestiere dell’arme. — Dal fare, a un tempo apatico e curioso, lo si sarebbe detto forestiere e nuovo giunto, e tanto più poteva tenerlo per tale chi ne avesse udito le dimande che — tratto tratto — volgeva a’ passanti sul nome delle strade, delle chiese, de’ palagi, delle persone.
L’altro era un gramo omiciatto su la quarantina, basso di statura, adusto, angoloso, giallastro, dagli occhi porcini, la fronte ed il mento scappanti, il naso a tromba e la bocca tutt’amore per entrambe le orecchie. — Vestiva giubbetto e brache d’un rozzo burello color di cenere e calze nere sbiadate e sdrucite. — Egli pure — a udirlo parlare — denotavasi forestiero, ma, non che a Parma, all’Italia. — Veniva infatti, di Germania e, precisamente, da Leuthen di Slesia, sua patria, donde — così almanco si mormorava — lo aveano costretto a fuggire non sappiamo quali imputazioni di ladroneggi e di broglio, e fra noi si andava accreditando quale antiquario e raccoglitore di medaglie e cimeli. — Ciò che veramente fosse ce lo dirà il seguito: ci basti, per ora, lo averne stretto la personale conoscenza e sapere ch’e’ rispondeva al nome di Pellegrino.
Poco più oltre la chiesa del Santo Sepolcro egli ed il giovane soldato vennero a trovarsi l’uno al fianco dell’altro e giusto nel punto in cui li costringeva ad arrestarsi il regurgito della calca, che indietreggiava e retrocedeva al sopraggiungere del pontefice entrato allora col suo seguito in città.
Due paggi a cavallo, in farsettino cremisi trapunto de’ _bei gigli d’oro_ di casa Farnese, aprivano il corteo, in capo del quale inoltravasi Paolo III, montato s’una bianca giumenta — simbolo di quel tributo di vassallaggio che il reame di Napoli doveva annualmente alla Santa Sede Apostolica — e seguito da un nugolo di principi, cardinali, abati, gente d’armi e staffieri.
Comechè lo immaculato candore della lunghissima barba, che gli scendeva sino a mezzo il petto, lo accusasse — qual’era — più che settuagenario; nella vivacità degli sguardi, nelle calde tinte del colorito, egli conservava tuttavia alcunchè di giovanile e di baldo e, nella fronte alta e rugosa, e nel naso lungo e piovente, il tipo caratteristico della sua possente famiglia: e tanto meno vecchio appariva da che un rosso cappello cardinalizio a cordoni e nappine di oro ne occultasse la quasi completa calvizie. — Sopra una sottana di fino saione bianco ricamato, che gli toccava il malleolo, portava un’ampia cappa di porpora a maniche bordate da ormesino: sul petto una massiccia croce tempestata di gemme sospesa al collo per una grossa catena.
Fu solamente alla sua vista che il giovine soldato parve riscuotersi; impallidì, corrugò fieramente le sopracciglia e, spintosi inanzi a suono di gomitate e rizzandosi su la punta de’ piedi per meglio vedere; domandò ansioso al tedesco, che aveva profittato dei suoi movimenti per avanzarsi a sua volta, chi fossero le diverse persone che accompagnavano il papa.
— Tirfelo supito, supito! — gli rispose premurosamente Pellegrino di Leuthen, che cincischiava l’italiano al modo di tutti i suoi compatrioti — quello fetete sua testra, star gartinale Jagope Satolete, motenese.... prafe gartinale nominate gartinale anne bassate.
— E quello alla sua sinistra? — chiese il soldato.
— Quello star gartinale Casbare Contareno, fenesciane.... altre prafe gartinale nominate anche anne bassate.
— E quel giovinetto, che a pena mette barba e che cavalca pure alla sua sinistra?
— Oh, quello.... più gartinale di tutti.... star suo nibote, gartinale Alessantro Farnese.... nominate guattro anni sono.... lui aferne solamente guattordici....
— E chi è quel piccolo, magro, vestito di nero, che gli vien subito dietro?
— Quello?... referentissime signor Recalcate.... lui scrifere prefi, polle, lettere, tutto... lui secretarie Sua Peatitudine....
— E quel garzoncello che gli sta al fianco?
— Il brincipe Ottavio Farnese.... _der bruder_, fratelle del gartinale Alessantre....
— E accanto a lui?
— Suo patre, il signor tuca ti Castre, figliuole del papa....
A queste parole, il giovine soldato, di pallido che era, si fece livido in volto, strinse le pugna, digrignò i denti e — come se tutta la tempesta d’odio profondo, che certamente gli ribolliva nel cuore, avesse potuto trovare uno sfogo pel veicolo de’ suoi sguardi — li affisò fulminanti su Pierluigi Farnese, che, in quel momento gli transitava d’inanzi, cavalcando un superbo ginetto di Spagna.
Pellegrino continuava indarno a sciorinargli la sua dotta nomenclatura delle notabilità che seguivano il papa; lo tirava per la manica, onde mostrargli i giovinetti principi Ranuccio ed Orazio, altri figliuoli del signor duca di Castro, e il loro precettore Baldassare Molossi da Casalmaggiore, detto _il Tranquillo_, e i capitani Giambattista Savelli ed Alessandro Tommasoni da Terni, e il segretario del duca, Apollonio Filareto, ed altri ed altri: il soldato non gli prestava più ascolto. Pareva che tutte le facoltà gli si fossero concentrate negli occhi, i quali — con fissità spaventosa — seguivano sempre il Gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, che andavasi intanto perdendo in mezzo alla folla.
Come lo intero corteo fu loro sfilato dinanzi, eglino pure — il soldato e Pellegrino di Leuthen — si risolvettero di piegare verso la cattedrale, dove quello doveva far capo; ma — per quanto studiassero di affrettare il passo e di mettersi per iscorciatoie — tale e tanta era la ressa che queste pure ingombrava, che non poterono giungervi se non molto in ritardo e quando già scesa la notte.
La piazza del duomo risplendeva d’infinito numero di torce, o infitte allo ingiro nelle muraglie, o recate in mano da valletti del vescovado e della comunità. — Su la gradinata adducente al magnifico tempio, che l’antipapa Cadalo fondava nel secolo XII, circondato dall’alto clero ed in solenne pontificale, il cardinale Guidascanio Sforza di Santafiora, che, a soli vent’anni, era già vescovo di quella città, stava aspettando nel Santo Padre il proprio avo materno.
Tanti nipoti del papa scombuieranno senza dubio la intelligenza del nostro lettore, ond’è che reputiamo debito nostro fornirgli qualche più preciso cenno sul conto dell’avo.
Nato da Pierluigi Farnese e da Giovanna Caetani, Alessandro, ch’era salito al trono pontificio il 12 ottobre 1534, doveva tutto il proprio credito alla celebre Giulia Bella, sua germana, una delle concubine di papa Alessandro VI, il quale, creatolo cardinale nel 1493, lo inviò nelle Marche suo legato apostolico. — Ivi il Farnese — per non parere da manco dell’ottimo e massimo suo protettore — s’imbizzarrì d’una Lolla Ruffina di Ancona, che lo fece padre di parecchi figliuoli, tra’ quali Costanza e Pierluigi. — Ma, per un buon papa di que’ giorni, non bastava lo aver prole, come se n’ebbe Rodrigo Lençol-Borgia e Giulio de’ Medici: gli occorrevano eziandio nepoti da farne altrettanti cardinali, vicari, priori e scrittori di lettere apostoliche. — Però, sin da molti anni prima, il Farnese aveva procacciato a prepararsene, maritando la figlia a Bosio II Sforza di Santafiora, signore di Castell’Arquato e dei dazi di Chiavenna e della Rocchetta, ed il figlio, nel 1519, a Girolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano. — Costanza, vedova da tre anni, aveva undici figli: Guidascanio, Carlo, Sforza, Mario, Paolo, Alessandro, Giustina, Camilla, Francesca, Giulia e Fausta; Pierluigi per contro, non ne aveva che cinque: Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria. — E l’ottimo avolo, che, più che papa, potevasi chiamar patriarca, appena cinta la tiara, s’affrettò a nominar cardinali i due primogeniti, Guidascanio di Costanza, che non contava sedici anni, ed Alessandro di Pierluigi, appena quattordicenne. — Poi creò il suo proprio figlio Gonfaloniere della Chiesa, gli dètte la signoria di Nepi e il ducato di Castro, compro da Gerolamo Estontevilla: ed in quel torno stava industriandosi per investire il nepote Ottavio della ducea di Camerino e fargli ottenere in moglie Margherita d’Austria, bastarda di Carlo V, che il pugnale di Lorenzino de’ Medici e la draghignazza dello Scoroncocolo avevano vedovata, dopo sette mesi di matrimonio, la notte del 6 gennaio dell’anno precedente.
Il giovane soldato, col quale abbiamo stretto testè conoscenza, erasi spinto giù per le vie secondarie che, da quella maggiore di San Michele, conducono al duomo; ma, impedito dalla fitta di gente che si accalcava dovunque, non eravi potuto giungere se non quando già vi si trovavano il papa e la sua corte.
Lungo la via, erasi separato da Pellegrino di Leuthen, che un orafo aveva trattenuto in cammino per mostrargli alquante vecchie monete di rame, scoperte negli scavi di fondazione delle nuore mura, e quando — rasentando il Battistero da quel lato in cui sorgevano, un tempo, le case de’ Salimbene — giunse a metter piede su la piazza della cattedrale; uno strano ed inatteso spettacolo gli si spiegò sotto gli occhi.
Era un agitarsi incomposto di fiaccole, un tempestoso scalpitar di cavalli, un accozzarsi di spade, un gridìo d’imprecazioni e di lagni, un fuggi fuggi generale di tutto lo immenso popolo ivi raccolto, un trambusto, un tumulto, una indescrivibile confusione.
In quello istesso momento, una giovinetta, che pareva fuggisse inseguita da un gentiluomo a cavallo, gli corse inanzi spaurita come invocando soccorso.
Il soldato la riparò dietro di sè, facendole scudo del proprio corpo, e, cacciata la mano in su l’elsa attese di piè fermo il cavaliere, il quale, per altro — visto appena quell’atto minatorio — fe’ voltar fianco alla sua cavalcatura, e si allontanò.
— Sempre lui! — mormorò trasalendo il soldato, perocchè, nel gentiluomo, avesse riconosciuto Pierluigi Farnese; e tratta la fuggitiva a ricovrare entro la più vicina porta del Battistero, vi si piantò ritto dinanzi a mo’ di sentinella.
Vediamo adesso cosa fosse accaduto.
CAPITOLO II.
La bianca chinea.
Quantunque il medio evo avesse compiuto la sua parabola con lo spirare del secolo XV e fossero insieme cessate le sanguinose lotte fratricide de’ guelfi e de’ ghibellini, che ne furono sintesi; non s’erano tuttavia ancora totalmente attutite certe rivalità di famiglia, che, da quelle fazioni, ripetevano il loro antico rancore.
Nel piacentino, in particolare, scoppiettavano pur sempre, sotto la cinigia de’ nuovi tempi, le mal sopite faville di quegl’intestini dissidi e, tra le possenti casate de’ guelfi Camia e de’ ghibellini Nicelli, emoli nel contrastrarsi il primato del Valnurese, durava sempre acerrimo l’odio, perenni gli sfregi e l’arrecarsi vicendevole danno.
Notammo già del basso amore che il legato pontificio risiedente a Piacenza nudriva per una misera mendicante di quelle istesse regioni. Ora, siccome costei era già stata vassalla dei Camia e dalle costoro famiglie frequentemente beneficata, egli, di rimpatto, mostravasi verso di loro sovrammodo benevolo e parziale; dal che un sempre maggiore argomento all’astio de’ Nicelli. I quali, irritati da un siffatto contegno e resoluti di muoverne querela alla istessa Sede Pontificia; come riseppero che il papa in persona, traendo di Roma, doveva trattenersi alcuni giorni a Parma, fermarono spedirgli il conte Stefano, loro capo principale, ed il marchese Giambattista da Cattaragna, affinchè gli denunziassero i tristi procedimenti del cardinal Del Monte e ne suscitassero le ire contro i loro abborriti rivali. — Ma del partito preso e dello scopo di tale deputazione questi s’ebbero vento e non mancarono, a tempo acconcio, d’inviargli eglino pure i loro più validi rappresentanti.
I due Nicelli contavano in Parma vari aderenti ed amici, primi tra’ quali un Andrea Baiardi ed un Massimiliano Balestieri, giovinastri arrischiati, lesti di mano e facili al sangue, che già più volte avevano stretto parentela con la berlina e sculacciato la pietra e — forse per quell’adagio francese che _qui se ressemble s’assemble_ — fu su costoro che quelli fecero il loro maggiore assegnamento, per trovare appoggio presso la persona del papa.
Abbigliati de’ loro abiti più sfolgoranti; tutti broccato, oro, gemme, pennacchi; seguiti da una serqua di ceffi patibolari in livrea; mossero quindi ad incontrarlo insieme alla folla e lo accompagnarono sino alla piazza del duomo, dov’era proposito di Stefano Nicelli il farglisi inanzi e presentargli certo suo memoriale.
Paolo III — sempre a cavallo della sua bianca chinea — andò ad arrestarsi appiè della gradinata, su cui lo stava aspettando il nipote cardinale, e — mentre questi gli reggeva umilmente la staffa — scese di sella. — Colse la propizia occasione il Nicelli per islanciarsi, nel duplice intento di stendergli il suo memoriale e sostenerne la mula pel morso, onore di que’ giorni ambitissimo; ma un altro il prevenne: un altro, che — circondato pure da congiunti e famigli — teneasi su la scalea poco discosto dal vescovo, si avanzò in pari tempo e, prima di lui, afferrò le briglie della cavalcatura papale.
Quell’altro era un Camia.
Misurando tutto il proprio svantaggio, Stefano Nicelli intravide, d’un tratto, di quale odioso maneggio fosse stato vittima insieme a’ suoi: i Camia, istrutti de’ loro intendimenti e forti dell’amicizia de’ conti di Santafiora e dello stesso vescovo di Parma, li avevano prevenuti e soverchiati in guisa, che non c’era più nulla a sperare.
Acciecato, quindi, da un subitaneo accesso di rabbia:
— Nicelli! Nicelli! — si pose a gridare e, dato un passo inanzi, ghermì quelle istesse briglie che già stavano in mano del suo avversario.
— Camia! Camia! — gridò questi, a sua volta, e, indietreggiando, trasse a sè la chinea, che — per non voler salire su la gradinata — cominciò a recalcitrare e a scuotere impazientemente la testa.
Alla chiamata di Stefano, accorsero subito i suoi, insieme al marchese di Cattaragna, capitanati dal Baiardi e dal Balestrieri, con nuda in pugno la spada: altrettanto fecero i seguaci del Camia al suo grido di allarme; onde ne nacque una colluttazione, una zuffa, un parapiglia d’inferno.
Il mastro di stalla pontificio — dabben galantuomo, più tenero delle sue bestie che non madre de’ figli — erasi intanto introdotto fra’ due litiganti, che a furia di strappate di morso, squarciavano brutalmente la bocca della sua preziosa giumenta, e si destreggiava in varie guise pur di riuscire a levarla loro di mano.
Non lo avesse mai fatto!
L’impetuoso Baiardi — tratto presumibilmente in abbaglio dallo incerto ed oscillante chiaror delle faci — credendo tôrre di mezzo il principale antagonista dell’amico suo; gli vibrò tale una stoccata nel petto da trapassarlo fuor fuora, sì che il meschino andò a ruzzolare boccheggiante traverso i gradini della scalea, mettendo gemiti disperati e contorcendosi nell’agonia.
A simil vista, il papa spaurito e commosso, corse a rifugiarsi entro la chiesa insieme a’ più del suo seguito; il magnifico messer Tarusio Tarusi impartì l’ordine a’ suoi uomini e a quelli del Capitan di Giustizia di far forza d’armi e di sgomberare la piazza; e la folla incalzata e sgomenta, cominciò ad agitarsi, a strillare, a fuggire.
Fu in questo punto che sovraggiunse il nostro giovine soldato.
La fanciulla, di cui s’era creato difensore e campione, non aveva assistito al solenne ingresso di Paolo III in città, ma ne aveva atteso l’arrivo da piedi della scalinata del duomo. — Erale compagno e scorta un vecchio signore di venerando e maestoso esteriore, il quale, non così vide il pontefice scendere d’arcione, che le si staccò dal fianco per essere ammesso tra’ primi al sommo onore del baciapiede. — In quello istesso momento scoppiò l’alterco a cagione della bianca chinea. — Le grida furibonde dei contendenti e, forse più ancora, certe occhiate di fuoco, onde la facea segno un gentiluomo del seguito papale venuto a situarlesi presso, spaurì siffattamente la giovinetta, che, senz’altro riflettere, si dètte a correre verso il Battistero, mentre il gentiluomo, o fosse per trattenerla o fosse per chetarla con rassicuranti parole, spronava il cavallo e le galoppava dietro, cagionandole un sempre maggiore sbigottimento. — Fu allora che intervenne il nostro giovine soldato e che il gentiluomo si allontanò.
Per chi, raffigurando in costui il signor principe Pierluigi Farnese, figliuolo di Sua Santità, duca di Castro e di Nepi e Gonfaloniere della Chiesa, del quale erano abbastanza noti i rotti costumi, si fosse arrestato a contemplare la sgomentata e fuggente fanciulla; facile sarebbe riuscito il trovare una ragione allo strano contegno di quello nella rara bellezza di questa.
Si narra d’uno statuario greco, il quale, volendo plasmare la più bella imagine di Venere, che mai fosse uscita da scalpello scultorio, ricorse allo spediente di modellarne le varie parti su di altrettante donne di beltà peregrina, senza che un simile avvedimento lo facesse approdare a nulla di buono. — Vera o fittizia che sia, questa leggenda giova, se non altro, a mostrare come non basti la innappuntabile perfezione delle forme a rendere una donna attraente, ove non congiunta a quella cara leggiadria dello assieme, che è già, per sè sola, la più efficace estrinsecazione del bello; è l’armonizzanza omogenea di contorni e di tinte, che i pittori dicono _intonazione_; la qualità che aumenta pregio alle gemme e che i gioiellieri chiamano _aqua_. Ed era appunto di cosiffatte doti, che si abbelliva particolarmente la giovinetta di cui favelliamo.
Per avventura, quella sua taglia sottile e flessibile, quel pallido sembiante, quei suoi grandi occhi bruni languidi e vellutati, ed una certa cascaggine di tutta la gentile personcina; tradivano in lei alcunchè di un po’ troppo gracile e dilicato. Ma queste leggere pecche — seppur tali apparivano agli occhi di chi sa di stare alla donna come broncone alla vite — venivano largamente compensate da una espressione di angelica dolcezza e di elevato sentire, che le traspariva da tutta la bella persona come profumo da fiore. — E le sue molte attrattive attingevano anco una grazia maggiore da una specie di vezzoso camauro, guarnito di trine, che le stringeva le copiose trecce, e da una veste di ciambellotto cilestrino a leggeri punti di argento, sparata nel mezzo della gonna, con maniche ampie e cadenti, e sovrammessa ad una semplice sottana di bianco zendado.
Tale era la fanciulla, che il nostro giovine soldato aveva impreso a proteggere e che — addossata ad una delle colonnette spirali fiancheggianti la porta del Battistero — teneva le mani incrociate, come pregasse, e gli occhi fisi verso il punto, in cui ferveva tuttora la mischia.