Terremoto

Part 32

Chapter 323,748 wordsPublic domain

Di lì a un istante, di quella giovine donna feroce e superba non rimaneva più chè un ammasso di informe carname, che quei bestiali, altrettanto vili e paurosi quanto malnati, seppellivano in un canto del cortile entro una buca scavata lì per lì e coperta di poca terra.

Non solo Olimpia Marazzani non era più, ma nessuno poteva nemmanco sapere od imaginare cosa ne fosse seguito.

La vendetta di Neruccio s’era compiuta.

Dio non paga il sabato.

CAPITOLO LVII.

Ultime gesta di Terremoto.

Abbiamo lasciato il protagonista di questa nostra narrazione al momento, in cui rinchiudevasi affrettatamente, col navichiere Stefanaccio, entro la propria casuccia e ne sbarrava ed asserragliava accuratamente la porta. — Egli non avea preso abbaglio circa il rumore, che lo spingeva a quelle sollecite cautele: erano veramente gli uomini di Pierluigi, che s’inoltravano nella notte in busca di lui. — Li capitanava il Trentacoste ed il Bombaglino ed erano in numero di sedici, tutti a cavallo. — Chi li avea posti su la via era stato un villano presso cui Terremoto avea sostato un breve momento, per farsi prestare un cencio di mantello, col quale la sua signora potesse riparare dal freddo intenso sè e la propria creaturina. — Il villano stupido — assediato dalle interrogazioni de’ sgherri — non avea saputo schermirsi e s’era lasciato andare a narrar loro tutto quanto avea visto e sapeva sul conto de’ fuggitivi. — Il gigante — così avea detto — era persona del luogo, abitante al di là di borgo San Bernardino, al di là dello antico castello de’ Camia, in una piccola catapecchia del villaggio della Chiappa, che incontravasi alle falde di monte Osèro. — Trentacoste e Bombaglino non desideravano di più.

Erano scorse forse meno di dieci minuti, dacchè il gigante ed il navalestro s’erano ritirati, quando quelli giunsero sul luogo. Raccomandarono le loro cavalcature a un gruppo d’alte ed annose querce, che sorgevano alla loro destra, nel luogo istesso dov’era l’umile tomba della vecchia Rinolfo; quindi si sparsero in giro dintorno al tugurio e lo circuirono come d’assedio.

Trentacoste picchiò alla porta sbarrata.

Nessuno rispose.

Tornò a picchiare.

Uguale silenzio.

— Ah, ah! — disse allora — vônno fare i sordi? ebbene, ragazzi miei, introniamo loro le orecchie con un linguaggio più persuasivo.... gittiamo a terra la porta.

E — col calcio del moschetto — cominciò ad arietarla tremendamente, mentre quattro o cinque de’ suoi, che gli si erano aggroppati intorno, facevano altrettanto.

A quell’attacco, risposero tre o quattro colpi di fuoco e due di loro, mortalmente feriti, dovettero ritirarsi dalla impresa. I colpi partivano dall’alto del tetto, dove Terremoto erasi inerpicato col suo grosso archibugio.

Ma non era provisto di munizioni. Fece altri cinque o sei colpi, bucò la pelle ad altri due o tre de’ suoi persecutori; poi dovette gittare l’arma come uno inutile peso.

Gli armigeri farnesiani — sgomentiti al principio di quella improvisa aggressione — ritornarono ad assalire la porta ed anche con maggior furia di prima.

Terremoto era salito sul tetto, perchè il casolare non avea finestre, da cui poterli offendere e tener lontani. Da stare lassù ordinò a Stefanaccio che gli passasse per l’abbaino i pochi mobili e le poche suppellettili e masserizie, che si trovavano nella casa, e si dètte a scaraventar loro su la testa tutti quanti i diversi oggetti che questi, man mano, gli rimetteva. Erano frammenti di panche e di sedie, arpioni e cunei di ferro, accette e penniti, orci ed orciuoli, ch’egli lanciava a dovere, mirando e colpendo giusto, poichè il piano nevoso, su cui coloro spiccavano stipati dinanzi alla porta gli permettesse benissimo di distinguergli ad uno ad uno, il che essi non poteano fare di lui, che si perdeva, per così dire, tra l’ombre pesanti del cielo grigiastro.

La lotta durò per qualche tempo, durò — vale dire — sino a tanto che Stefanaccio ebbe un oggetto da consegnare a Terremoto. — Ogni novo proiettile, che rovinava su gli assedianti, spaccando a questo la testa, a quello schiacciando un occhio od il naso e molti mettendone però fuori di combattimento; causava loro momenti di confusione, di scompiglio, d’incertezza e li sforzava a tante successive remissioni de’ loro tentativi, dimanieracchè il complesso di questi mai poteva approdare a nissun resultato.

Ma quando Stefanaccio — pur rifrugando e rovistando ogni più riposto e recondito canto della casa — si fu avveduto che essa nulla più racchiudeva, allo infuori del modesto scanno, su cui teneasi accoccolata Bianca, con in braccia la sua bambina; — quando Terremoto dovette, di conseguenza, smettere dal mitragliare e tenere a stecco i proprî nimici; — questi, che non duravano fatica molta a indovinare il motivo di tale desistenza dalle ostilità, rimbaldanzirono di rimpatto e — con sempre maggiore accanimento — si gittarono tutti — meno due rimasi a guardia del posteriore della casa — a tempestarne la porta. — La porta — solidamente affortificata e puntellata nello interno — opponeva loro una seria resistenza. Ma l’impeto loro faceasi così forte e continuo, ch’essa molto a lungo non avrebbe potuto durarla. — Già, infatti, barellava su i cardini e — cigolando con malauguroso lamentìo — pareva essere giunta allo stremo delle proprie forze. Il chiavistello schiodato, la toppa smurata, sbalzavano sul pavimento; una parte della imposta si frangeva piuttosto che cedere e volava in ischegge; un urto ancora e il varco sarebbe stato dischiuso.

Stando inoperoso, acciapinato e pencolante dalla grondaia, Terremoto — se non vedeva od udiva — intuiva tutto ciò. — Il pensiero che — tra poco volgere di minuti — quella bulima di manigoldi avrebbe irrotto entro la sua povera casa, per impadronirsi e trarre nuovamente prigione la sua giovane ed amata signora; gli mise per tutto il corpo un fremito di sublime disperazione, quello istesso, che dee provare il suicida, quando — dal sommo della eminenza o della sponda del fiume — misura la sterminata altezza, o la profondità delle aque, per cui od entro cui sta per gittarsi a volo, onde spegnere anzitempo il corso dei travagliati suoi giorni. Gli parve che lo spettro del vecchio Giovanni il Grosso gli sorgesse inanzi mutilo scuoiato, lurido, come già n’avea visto l’osceno cadavere penzolo dalla croce presso le rive del Barbarone, a rimbrottargli la sua inazione, la sua vigliaccheria. Un sentimento, che avea quasi del rimorso, lo addentò al cuore e lo fece drizzar stecchito sul tetto, come se uno scatto lo avesse sospinto su di repente. In quel punto, i farnesiani davano l’ultimo cozzo alla porta, che, sfasciandosi, si spalancava: e in quel medesimo punto, Terremoto — dato nuovamente di pugno al suo archibugio — si lanciava giù a pie’ giunti sovra di loro, schiacciandone, massacrandone altri due col proprio peso.

La caduta impensata di quel vivente proiettile spaurì siffattamente i cinque o sei uomini, che soli si trovavano ancora a far forza dinanzi alla porta, da costringerli a rinculare in disordine, — Terremoto — che, nel cadere, aveva saputo mantenersi eretto — profittò di quel primo moto regressivo, per impugnare il moschetto a due mani nell’estremità della canna e girarlo intorno vertiginoso, percotendoli sconciamente del calcio. Così ad uno spaccò il cranio d’un colpo, a un altro lacerò in orrido modo la faccia. Quattro soli nimici gli restavano di fronte: il Trentacoste, il Bombaglino, che digrignava i denti e bestemmiava come un ossesso, memore tuttora delle botte cieche, che quel medesimo avversario gli aveva inflitto all’osteria della Magione, presso il Trasimeno, e due semplici scherani. Altri due tenevansi sempre a custodia della parte posteriore del casolare. I restanti della geldra o erano morti, o si trascinavano boccheggianti su la neve, contorcendosi fra spasimi atroci, o rantolando nell’agonia. Quattro soli nemici! Terremoto reputavasi già certo della vittoria e — roteando sempre il formidabile archibugio — s’avanzava minaccioso sopra di loro, omai securo di sterminarli.

In quella, il Bombaglino — che, al repentino assalto del gigante, era stato il primo ad indietreggiare ed a farglisi più d’ogni altro discosto — si trasse di cintola un pistolettone, lo prese alla meglio di mira tra lo incerto bagliore delle nevi e ne fece scattar la rotella.

Colpito proprio nel mezzo del petto, Terremoto mandò un urlo disperato, si rigirò su i talloni e traboccò a terra boccone, mormorando:

— Ah, l’inverno! — l’inverno!

Era morto!...

La predizione di Gerolamo Cardano s’era avverata.

Stefanaccio che — da stare dentro la casa — non poteva nè sapere, nè imaginare cosa accadesse al di fuori — trattovi da stimolo d’irresistibile curiosità — osò, in quel punto, affacciarsi e sporgersi inanzi dalla porta scardinata. Non lo avesse mai fatto.

Il Trentacoste, che — visto cader Terremoto — ritornava in quel medesimo istante alla riscossa, lo passò fuor fuora col proprio spadone.

Il misero navalestro stramazzò a sua volta tra i legni ed i ferri, che già sbarravano la porta e — portandosi le mani al seno trafitto:

— E il còfano!... il còfano!... — sospirò.

— Quale còfano? — gli chiese il Bombaglino, che dopo essersi assecurato con un calcio che il gigante era ben morto per davvero — sovraggiungeva tutto esultante.

— Il còfano — tornò a gemere Stefanaccio — quello.... della Torre Farnese.... oh! oh!...

E la voce gli si spense in un vomito di sangue.

I due capitani passarono sovra il suo corpo, seguiti da’ pochi satelliti che i colpi di Terremoto aveano risparmiato, e s’inoltrarono nello interno della casuccia.

Bianca della Staffa, pallida come una statua, tremante come una canna, sempre assisa su l’umile suo scanno, sempre con la sua bambina tra le braccia; li stava, per così dire, aspettando, come la vittima aspetta il carnefice, che dee tradurla allo estremo supplizio.

I due fidi di Pierluigi se la tolsero in ispalla, la posero in sella d’uno de’ loro corridori e — lasciati i loro uomini a curare i compagni feriti e a dar sepoltura ai morti — si rimisero di galoppo su la via di Piacenza.

CAPITOLO LVIII.

Il fine di Pierluigi Farnese.

Siamo agli sgoccioli.

Neruccio, che — da tanti mesi — si struggeva indarnamente su la presumibile sorte di Terremoto e della sua Bianca; Neruccio, cui le ciniche rivelazioni di Olimpia Marazzani avean posto l’inferno nel core; fu de’ primi a trovarsi al convegno, che i suoi complici nella ordita cospirazione contro Pierluigi, s’erano indetto pel dì successivo al loro ritrovo nel castello di Luigi Gonzaga.

Era il 10 settembre 1547.

Radunati tutti prima ancora del rompere dell’alba, l’Anguissola espose il proposito di compiere la impresa entro quel medesimo dì e di scegliere il mezzogiorno, siccome l’ora, «nella quale solevano le guardie di cittadella parte tornarsene alle case loro, parte spensierate, e disattente impiegarsi nelle ciarle, e nel giuoco.» Un buon numero de’ più animosi, fra’ quali — oltre agli altri quattro designati dalla sorte, vale dire: il Confalonieri, Agostino Landi ed i fratelli Alessandro e Camillo Pallavicino — si contavano il nostro Neruccio e Francesco Maria Anguissola; doveano essergli compagni nell’arduo cimento. Egli stesso, con altri pochi, proponevasi di penetrare nello interno de’ quartieri e di adossarsi il più grosso della faccenda. «Gianluigi Confalonieri prese l’assunto di stare alla sala per sopraffare le guardie, e impadronirsi del posto; e il conte Agostino Landi, ed Alessandro e Camillo fratelli Pallavicini si disposero a prender la porta di cittadella, levarne il ponte, e frenar coll’armi alla mano chiunque avesse ardito di far ostacolo.»

Ciò prestabilito si sciolsero, per intendere ciascuno ai dovuti apparecchi nell’attesa dell’ora deputata.

Ed ora diamo la parola al buon padre Ireneo Affò.

«Era da qualche tempo costume del Duca d’uscir la mattina per visitar i lavori della fortificazione; onde anche nel fatal giorno seguito da’ suoi cortigiani fece lo stesso. Pretendevasi dal Goselini, e scritto fu anche dal Villa, che il giorno addietro fosse a lui mandato da Cremona l’avviso d’una vicina congiura: contro alla quale volendosi premunire nell’atto, che ritornò alla cittadella per girsene a pranzo, diede ordine segreto al mastro di campo Alessandro da Terni, che avvertisse i cavalleggieri suoi di star pronti ad ogni comando, e ritornasse poscia dopo il desinare a lui.»

E qui osserveremo, che l’avviso della congiura non fu già mandato a Pierluigi da Cremona; ma datogli bensì da Pellegrino di Leuthen, il quale — sebbene nulla avesse potuto risapere di quanto la sua disgraziata compagna di spionaggio era giunta a scuoprire nella loro notturna escursione al castello Gonzaga — tanto, per altro, già conosceva della procella, che andava addensandosi sul capo del duca da potergli dire.

— Fostre Magnificensce stare molte ficilante.... suoi centilfomini stare macchinanto cranti macchinascioni... tonna Olimbia afer sorprese iersere crante complottascione.... io niente sapere positife; ma crante bericole minacciare Fostre Magnificensce!

Ed ecco il perchè Pierluigi aveva impartito ordini segreti a mastro Tommasoni da Terni.

Ma ritorniamo all’Affò.

«Il conte Giovanni, che seguito egli pur l’aveva nel giro della mattina, fermossi nell’anticamera, quasi in atto di volersi trattener ragionando col Duca, poichè avesse pranzato, e gli altri tutti dell’accompagnamento sbandati, e dispersi andarono pei fotti loro. Anche un buon numero di cortigiani mancava in quel dì, o partissi allora di corte dietro al segretario Apollonio Filareto, che per occasione di certe nozze dava di fuori un solenne banchetto. Sicchè non rimanevano che alquanti _Lanzi_ alla sala, i quali deposte le armi attendevano a ragionare, e giuocare, e le guardie della porta, e del ponte a tutt’altro attente che a badare a chi entrava, ed usciva. Il conte con aria d’uomo spensierato guatava da’ balconi risguardanti la piazza della cittadella, quando venissero i compagni. Ed ecco giugnere il Confalonieri con alquanti del suo seguito, che montate le scale unironsi a ragionare con quei soldati che le guardavano. Di poi entrarono con altre persone Alessandro e Camillo Pallavicini, che a guisa d’uomini di varie faccende parlanti fermatisi abbasso, ed aggirandosi nel cortile stavano attenti all’arrivo di Agostino Landi; il qual poichè venne, e ritiratosi in un salone terreno diè segno con un tiro di pistolla, esser venuto il momento di far faccenda, sorse per tutta la cittadella un feroce tumulto. Lanciatisi alcuni più forti, e risoluti alle catene del ponte, l’alzarono in un momento, ed occupate l’armi delle atterrite guardie a un tratto le sottomisero. Lo stesso fece nella sala il Confalonieri.»

Il conte Giovanni Anguissola colse il destro di quel momento di confusione e di trambusto, per penetrare con altri due, nella stanza del duca, il quale — al dire dell’autore delle _Tre Congiure_ — trovavasi con Camillo Fogliani e col dottore in leggi Giulio Coppelato. Per quanto all’uno dei due compagni del conte, lo stesso autore dice: «Accompagnava l’Anguissola, Francesco Maria Anguissola.» Per quanto all’altro, ce lo indica il Rossi, nelle sue _Storie Piacentine_, con le parole: «Il conte Anguissola entrò con Giovanni Osca da Valènza (vale dire: il nostro Neruccio) che dètte il primo colpo, e un altro.»

Fu, dunque, il nostro Neruccio — siccome colui, che, più d’ogni altro, sentivasi animato da odio acerrimo e profondo — quello, che si avventò pel primo su Pierluigi Farnese e lo trafisse d’una pugnalata. Allo infelice suo zio, al moriente Cosimo Gheri, vescovo di Fano; egli aveva quasi promesso di perdonare; ma non lo aveva ugualmente promesso alla tradita sua Bianca: con quel colpo, e’ vendicava, ad un tempo, e l’amante e il congiunto.

I due Anguissola seguirono il suo esempio e, con altre due pugnalate, stesero morto il Farnese.

Egli erasi drizzato a stento d’in su la sedia, che sosteneva le attrappite sua membra e — come Cesare alla vista di Bruto — aveva sclamato, scorgendo, l’Anguissola:

— Voi.... signor conte?

Ma non gli ressero le forze a dir altro; s’accasciò su la persona e ricadde cadavere a terra.

Facciamo parlare di nuovo il buon biografo bussetano.

«Udendosi un tanto sconvolgimento da’ cittadini si alzò ben tosto rumore. Alessandro da Terni venne con mille fanti sulla piazza, e dall’incerta plebe gridavasi = Duca! Duca! = I congiurati a chiarir il popolo, che il duca non v’era più, ne appesero fuori d’una finestra l’insanguinato cadavere, indicando d’aver tolto dal mondo un tiranno, e liberata la patria dall’oppressione. Nè per questo acchetandosi il tumulto, forse perchè non credevasi, che veramente quel fosse il corpo di Pierluigi, lasciato che l’ebbero penzoloni per alcuni momenti, precipitaronlo nella sottoposta fossa, onde in quelle sfigurate sembianze ravvisassero i cittadini, essere estinto colui, che chiamavano. Intanto Girolamo Pallavicino da Scipione, che aveva il segreto della congiura, girando per la città, e promettendo al popolo giorni in avvenir più tranquilli, fece non solo che ognuno si ritirasse, ma eziandio che una gran parte si disponesse alla difesa della libertà. Armata quindi la cittadella coll’artiglieria si diè segno co’ spari della medesima alle vicine città di Lodi, e di Cremona, esser il colpo già fatto, onde Girolamo Pallavicino di Busseto, il quale era governatore in Lodi, subito mandò la novella a Don Ferrante in Milano....

«Ma per dir le cose occorse la stessa giornata in Piacenza, osserveremo, che in quel primo tumulto volendosi il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città tener fedeli alla Chiesa, scrissero dolentissime lettere al Papa, ed al Cardinal Farnese pubblicate dal Fontanini, e dal Poggiali, ove manifestando l’acerbo evento, protestavano essere la città innocente, e voler perseverare nell’ubbidienza consueta. Fecero poi quanto poterono affin di tener vivo il partito farnesiano, ma con assai poco successo perchè prevalendo il favore de’ congiurati, e facendosi già creder vicine l’armi spagnuole, lo stesso Alessandro da Terni si ritirò nel castello, e lasciò di opporsi ad una piena; che non avrebbe potuto affrontare.

«Aveano saputo i congiurati impadronirsi d’una porta della città: però spogliata ch’ebbero, e saccheggiata delle cose più preziose la cittadella uscì l’Anguissola accompagnato dal Confalonieri, e da lui poscia dividendosi, e lasciandolo a guardia di dètta porta, recossi, come si crede, a Lodi ad incontrar il Gonzaga. Giaceva intanto inonorato, e vilipeso il cadavere del Duca in quella fossa con alcuni altri rimasti morti nel conflitto: del che prendendo compassione Barnaba del Pozzo dottor di leggi, e Prior del comune, andò con servitori suoi a levarlo, e fattolo portare nella vicina chiesa di S. Maria degli Speroni, detta di S. Fermo, ve lo fece tenere a porte chiuse tutta la notte, e la mattina seguente collocatolo in una cassa di legno, diedegli sepoltura.

«Radunato la stessa mattina, che era giorno di domenica, il popolo nella chiesa di S. Francesco per ordine degli altri congiurati, apparvero eglino a giustificarsi pubblicamente, e a protestare, che per solo amor della patria avevano posto a sì manifesto pericolo la vita loro. Fu il conte Agostino Landi, che arringò, e propose esser necessario di darsi sotto protezione di qualche gran potentato, per la difesa comune, escludendo però il Papa come di Casa Farnese, la Francia come troppo lontana, e lodando il collegarsi coll’Imperatore signor tanto potente, e vicino. Il tutto fu conchiuso in questa maniera, che il popolo ad essi, ed al conte Giovanni diede ampia autorità di capitolare con quella potenza, che loro fosse paruta più propizia, e meno dannosa alla città.

«Poco dopo giunsero milizie condotte da Alvaro di Luna, castellano di Cremona, ed altre ne arrivarono da Lodi, che introdotte dal Confalonieri per la porta da esso lui custodita si distribuirono in varj posti della città. Don Ferrante giunto da Milano a Lodi, non solo fu ivi incontrato dall’Anguissola, ma da altri malcontenti piacentini, già dal Farnese esiliati, tra’ quali qui si trovarono specialmente Girolamo Pallavicini da Cortemaggiore, ed Oliviero dalla Casabianca, cui avea posto il Farnese gravissima taglia; e da questi, e da molti signori accompagnato cavalcò a’ 12 verso Piacenza, ove assai bene accolto dai cittadini fece l’entrata. La prima delle sue cure fu di chieder conto del cadavere del Duca, e avendo inteso come fosse stato sì poco nobilmente sepolto, lo fece disotterrare, e visitato che fu, coll’intervento ancora di Girolamo e d’Oliviero già mentovati, i quali in quelle lacere spoglie trovar dovettero compiacimento della tanto desiderata vendetta, ordinò, che riposto in altra cassa chiusa, e munita del suo proprio sigillo, e di convenienti arredi coperta si trasferisse alla chiesa della Madonna allora de’ minori osservanti, e oggi de’ riformati.»

E.... _parce sepulto!_

EPILOGO.

E Pellegrino di Leuthen?..

Il maliziuto tedesco, non così fiutò il poco respirabile aere, che per lui si faceva in Piacenza, e vide la mala piega che pigliavano le faccende di casa Farnese, se la svignò alla chetichella e viaggiò diviato per alla volta di Roma, dove recò al pontefice la sconsolante novella. Intesa l’atroce morte del figlio, tardi conobbe il vecchio Paolo III di averlo amato troppo e troppo secondato coloro che incitato lo avevano ad ingrandirne sempre più la potenza e i possessi. Allora — come ha lasciato scritto monsignor Girolamo de’ Rossi — «si cacciò dinanzi il Gambara, et non lo volle mai più vedere, come quello che era stato autor di tanto male et per la Chiesa, et per la casa Farnese, a tal ch’egli (il Gambara) se ne andò a casa sua tanto sconsolato che in pochi giorni miseramente se ne morì, dicendo altro: Io insegnai bene al Papa et a P. Aluisi come dovevano fare per aver Piacenza et Parma, ma non gl’insegnai già che non vivesse da principe, e senza guardia come faceva».

Nè a ciò arrestossi il furore del Sommo Gerarca Cattolico. In pubblico concistoro uscì a dire: «Di Pietro Luigi Farnese Duca di Parma e Piacenza io Alessandro padre di lui, come padre non piglierò mai vendetta per tempo alcuno, ma sibbene come Paolo III Pont. Mass. e capo della Chiesa, di Pietro Luigi figlio, e Confaloniero di Santa Chiesa farò io vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andar al martirio come molti altri».

Senonchè anche i papi propongono, ma chi dispone è spesso quel Domeneddio, di cui si dicono vicari.

L’anno dopo tentò ben egli stringersi in lega con Enrico II di Francia contro Carlo V di Spagna, per forzarlo alla restituzione di Piacenza; ma nell’anno successivo, còlto da gagliarda febre su le prime ore del giorno 10 novembre, verso l’imbrunire del giorno stesso, cessò di vivere nella rispettabile età d’oltre ad ottantadue anni.

Lo scaltro tedesco lo servì sempre nel duplice uficio d’indagatore ed intracciatore di preziosi cimelî e di preziosi segreti, vale a dire: d’antiquario e di spia. È a lui che si dènno le prime escursioni e scoperte metallurgiche nei monti del piacentino, percorrendo i quali a quando a quando «potè accorgersi che il nostro suolo raccoglie nelle viscere, non che ferro e rame, ma anche oro ed argento» sicchè più volte avrà dovuto sclamare, col poeta delle _Georgiche_:

«Suolo felice, che

.......... _argenti rivos, ærirque metallos_ _Ostendit venis, atque auro plurimia fluxit!_

Morto il papa, Pellegrino volle pur continuare parimente nelle sue antiche funzioni; ma — come ne ha scritto il chiaro archivista Amadio Ronchini — era travagliato spesso dalla podagra e affralito da altri malanni, che indi a poco ne spensero la vita, non sappiam bene se in Bologna od in Modena.»

E il còfano dell’abate di San Savino?

Dopo il conte Giovanni Camia, Stefanaccio e Terrremoto n’avean recato il segreto sotterra. Anche donna Costanza Farnese di Santafiora, che di quel còfano teneva la chiave era premorta due anni inanzi. Nessuno però ne sapeva più nulla.