Part 33
Ma ciò che nessuno avrebbe più avuto ragione di imprendere, lo fece casualmente il furor popolare.
Caduto a pena l’esoso Pierluigi sotto il ferro de’ congiurati, varî del popolo uscirono dalla città ed — unitisi a moltissimi della campagna — trassero in quello di Borgo San Bernardino, sino alla Torre Farnese — odiato covo de’ gabellieri farnesiani, da cui procedevano tutti i balzelli, le taglie e le angarie — e la diroccarono dalle fondamenta.
Nel menarla a sacco, nello scassinarne le costruzioni, qualcuno smosse la famosa pietra riquadra di cui il morituro Giovanni il Grosso avea dato le precise indicazioni al navichiero della Nure e sotto la quale giaceva appunto il prezioso còfano di legno di sandalo borchiellato, a lui rimesso morendo dall’abate Marazzani di San Savino.
Chi primo lo scorse se ne impadronì, ma altri sopravennero a contenderglielo ed impegnarono con quello un litigio; conchiusione del quale si fu che — mancando la chiave e dovendosi ripartire il contenuto del còfano tra quanti avean partecipato alla demolizione della torre — lo si avesse ad aprire con la violenza anche a costo di mandarlo in ischeggie: l’importante era vedere e toccar con mano ciò che chiudesse nel corpo.
Ma — forzatane la serratura con la punta di uno stilo — rimasero amaramente delusi: esso non conteneva chè una ciocca di capelli bruni ed un grosso piego di pergamene e di carte scritte.
Imprecando, bestemmiando, taluno si studiò di deciferare quest’ultime; ma non potè riuscirvi, perchè scritte in latino ed anco assai male. Solo, quinci e quindi, gli parve rilevare il nome della famiglia Anguissola, misto a quello de’ Marazzani e de’ Sforza di Santafiora. Altri opinarono perciò fosse buon consiglio il recare il tutto al conte Giovanni, che — se mai vi trovasse alcunchè di confacente a’ suoi interessi — non avrebbe mancato di compensarli.
E così fecero.
Il conte Giovanni Anguissola, ch’era appunto reduce da Lodi, gittati a pena gli occhi su quelle scritture, riconobbe che, in qualche modo, lo risguardavano. Laonde fece pagar loro qualche ducato di oro e se le tenne. Scorrendole poscia a suo agio, apprese da esse un segreto che, più volte, gli fece correre un sudor freddo lungo la spina dorsale. Quell’Olimpia, ch’egli aveva tanto amato; quell’Olimpia, per cui avea concepito tant’odio contro il Farnese; quell’Olimpia, che si era sempre e quasi prodigiosamente sottratta a’ suoi amplessi, a’ suoi baci; non era già la nipote, o — com’altri volevano — l’amante dell’abate di San Savino; ma sibbene una figlia adulterina del defunto Bosio Sforza di Santafiora e della istessa contessa Anguissola, sua madre; Olimpia era però sua sorella. Quelle carte ne contenevano le prove.
Il misto di attaccamento insieme e di repugnanza, ch’ella gli aveva sempre dimostrato, potevasi, quindi, spiegare come una mistica voce del sangue.
Ma dov’era Olimpia?...
Neruccio non ebbe il core di palesargliene il misero fine, ned egli lo seppe mai.
E Bianca della Staffa?...
Al momento istesso, in coi Neruccio ed i due Anguissola trafiggevano Pierluigi Farnese, il più de’ loro complici, cui s’erano aggiunti anche molti individui del popolo, si sparsero con l’arme in pugno, per ogni più riposto ambiente della cittadella, impadronendosi delle più preziose suppellettili; liberando i prigioni, che gemeano in carcere; tutto mettendo a soqquadro.
Alcuni popolani, teneri delle gemme e delle coppe di oro e di argento, assai più chè della emancipazione de’ carcerati; si lanciarono nella parte più nobile del quartiere ducale e via — di stanza in stanza — giunsero dinanzi un uscio serrato, di là del quale credettero udire una voce. Con le piccozze, le partigiane e l’accette, ond’erano armati, abbatterono in un istante quell’uscio e procedettero inanzi; ma una giovine donna signorilmente abbigliata, pallida in volto come un cadavere, coi capegli irti in capo pel terrore, si oppose risolutamente al loro passaggio, respingendoli con tutte le sue forze e gridando disperatamente:
— No, no, scellerati.... no.... piuttosto morire!
Quella giovane donna era la misera Bianca.
Ella si conteneva in tal guisa, a cagione di un tremendo diverbio, che avea avuto il dì inanzi col suo tiranno, carceriere e carnefice.
— Comprendo — le avea detto il Farnese — comprendo il perchè de’ tuoi eterni sospiri e delle uggiose tue reluttanze: è quella disgraziata bambina; ma ch’io ci perda il mio nome se non te la fo strappare dal fianco per affidarla alle aque del Po.
— Oh, no, monsignore — avea gemuto la meschina — voi non farete una sì orribile cosa!
— È il solo mezzo che mi resti a farti mansueta; da lungo mi gironzola per lo capo e, un dì o l’altro, stanne certa, lo metto ad esecuzione.
E la lasciò sotto il peso di tale atroce minaccia.
Ella credeva però che gli uomini armati, che avevano fatto violentemente irruzione nel suo ritiro, fossero gli sgherri del Farnese, incaricati da lui di trarre a fine quel suo crudele divisamento.
Perciò s’opponeva al loro inoltrarsi; perciò li ributtava con tutta la vigorìa delle sue gracili braccia; perciò ripeteva con voce rauca e disperata:
— No, no.... piuttosto morire!
— E tu muori, dunque! — le rispose uno di que’ mascalzoni.
E — in pari tempo — le cacciò tutta quanta la lama della sua partigiana nel petto.
La meschina strabuzzò orrendamente gli occhi; levò alte le braccia e — barcollando — andò a cascare a piè del lettuccio, sul quale dormiva la sua creatura.
Compiuto il principale atto della propria vendetta, anche Neruccio s’affrettò a gittarsi per gli appartamenti ducali.
Col cuore anelo, ansiosamente sospeso fra le speranze e i timori, egli volava in traccia dell’amata sua Bianca....
Transitò, a sua volta, per le medesime sale, d’ond’erano passati, poco prima, i rivoltosi del popolo; giunse anch’egli dinanzi l’uscio scassinato; penetrò anch’egli nella stanza fatale....
— Nessuno!....
Solo — nel mezzo del pavimento — giaceva boccone una donna immersa in una larga pozza di sangue.
Un tremendo presentimento lo punse al cuore.
Si avanzò premuroso, piegò un ginocchio; sollevò quella caduta; la mirò in volto....
Era Bianca, era la sua Bianca....
Ma non era più che un cadavere.
E la bambina?
Disparsa!
Chi interroghi _Le famiglie illustri_ del Litta potrà forse rinvenire una traccia della figlia di Bianca della Staffa e di Pierluigi, in quell’Antea Alessandra Farnese, di cui il Litta fa menzione e della quale non è improbabile ci prenda vaghezza, altra volta, di narrare le vicende e la storia.
Neruccio Nerucci, ossia: il capitano Giovanni Osca da Valenza morì quattro anni dopo, nel difendere, contro l’armi francesi, il castello di Torchiara, sotto gli ordini del principe di Macedonia, che ne comandava il presidio.
FINE.
INDICE
PARTE PRIMA.
Camia e Nicelli.
Capitolo I. L’arrivo del Papa Pag. 1 » II. La bianca chinea » 11 » III. Il nipote del vescovo di Fano » 19 » IV. Una occhiata in giro » 28 » V. Castel Canafurone » 39 » VI. Giovanni il Grosso » 46 » VII. La via sotterranea » 53 » VIII. Sorpresa » 62 » IX. Prime gesta di Terremoto » 70 » X. Ciò che Terremoto aveva fatto prima e ciò che fece dopo » 79 » XI. Altre gesta di Terremoto » 90 » XII. Il pozzo delle cento taglie » 104 » XIII. Amore » 114 » XIV. Il cofanetto dell’abate di San Savino » 122 » XV. Il Crocefisso » 130
PARTE SECONDA.
Castell’Arquato.
» XVI. Un figlio di Papa » 140 » XVII. Il Cavalier Nero » 148 » XVIII. Olimpia Marazzani » 158 » XIX. Turpe mercato » 168 » XX. Per forza » 176 » XXI. Gli affari di Stato » 187
PARTE TERZA.
La guerra del sale.
» XXII. Questione di tre quattrini » 195 » XXIII. Pierluigi Farnese » 203 » XXIV. I Venticinque » 212 » XXV. Perusia Civitas Cristi » 219 » XXVI. L’esercito di Santa Madre Chiesa » 226 » XXVII. Il capitano Tre-Grazie » 233 » XXVIII. Castel Torsciano » 245 » XXIX. La taverna » 260 » XXX. Il ratto » 271 » XXXI. Un’altra Clorinda » 277 » XXXII. Terremoto ritorna in scena » 287 » XXXIII. Come Terremoto fosse ritornato in iscena » 295 » XXXIV. Nuove gesta di Terremoto » 302 » XXXV. La resa » 324
PARTE QUARTA.
La Congiura de’ Fieschi.
» XXXVI. Il conte Giovanni Anguissola » 328 » XXXVII. In qual modo Olimpia fosse morta » 339 » XXXVIII. Una disumazione » 347 » XXXIX. Il ticchio del Papa » 357 » XL. Gli esploratori » 365 » XLI. Il convegno di Busseto » 377 » XLII. Il lupo e la volpe » 384 » XLIII. Il genio malefico di Casa Farnese » 395 » XLIV. Bianca ed Olimpia » 405 » XLV. Imprudenze di Terremoto » 412 » XLVI. L’incognita di Castro » 422 » XLVII. Triplice alleanza » 428 » XLVIII. La investitura » 434 » XLIX. Il duca di Piacenza e di Parma » 440 » L. La congiura dei Fieschi » 444 » LI. Novelle gesta di Terremoto » 449
PARTE QUINTA.
P. L. A. C.
» LII. I prigionieri » 459 » LIII. Stefanaccio » 471 » LIV. Preliminari » 478 » LV. P. L. A. C » 485 » LVI. Dio non paga il sabato » 492 » LVII. Ultime gesta di Terremoto » 501 » LVIII. Il fine di Pierluigi Farnese » 507
Epilogo » 514
NOTE:
[1] Il Monte Ochino.
[2] Il capitano Lorenzo Villa.
[3] Il da Niceto.
[4] Il da Ebbio.
[5] Il marchese di Cattaragna.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.