Terremoto

Part 31

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Ma di quelle sei condizioni, i congiurati non si chiamarono per sodisfatti. E’ sapeano bene — per lunga sperienza — che — nel volersi sottrarre alle prepotenze di un Pierluigi Farnese, per affidarsi alla protezione di un Ferrante Gonzaga — il misero burchiello delle loro aspirazioni e speranze rischiava molto d’andar sbattuto fra Scilla e Cariddi, imperocchè si potesse dire di quei due che, se quello un galeotto, e questi un marinaro. Laonde — mentre si ribellavano contro le bricconate dell’uno — studiavano premunirsi contro le presumibili insidie dell’altro.

Non tornava, per altro, agevole troppo il condurre don Ferrante a fare in tutto e per tutto il piacer loro e — prima che fossero giunti a mettersi secolui di accordo — ce ne volle del bello e del buono.

Intanto sopravenne novella cagione d’indugio.

Il Duca Ottavio — come n’ha lasciato scritto il buon padre Affò — partitosi dalla Corte Imperiale senza aver nulla rilevato delle trame già ordite giunse in questi giorni a Piacenza vicino al padre. Questo inaspettato arrivo parve di grande ostacolo all’impresa, della quale impazientissimo dimostravasi l’Auguissola, e davasi a conoscere deliberato di ultimarla a tutto costo. Conobbe don Ferrante macchinare i congiurati fra loro di voler ammazzare Pierluigi; della qual cosa mostrò dolersi, e chiesta la mente loro, e raccomandata la persona d’Ottavio genero dell’Imperatore a’ medesimi, ebbe in risposta che non si assicuravano di poterlo salvare.

L’odio dell’Anguissola, semprepiù aizzato dalla recente vista d’Olimpia Marazzani, e quello di qualcun altro fra’ compagni suoi, era giunto a tale, che — ne’ loro sanguinarî proponimenti — e’ chiarivansi pronti ad ogni estremo, pur di finirla. Ma il Gonzaga fece tanto «che promisero di star a segno sino alla partenza di Ottavio.»

Il duca di Camerino arrivò a Piacenza su i primi di agosto, poco dopo, cioè, che sua sorella Vittoria fu andata sposa a Guidobaldo Dalla Rovere, duca d’Urbino, e che il suo fratello naturale Orazio s’ebbe impalmato in Francia la figlia adulterina di re Enrico II e della contessa d’Estampes; e vi si trattenne sino al penultimo giorno del mese istesso, nel quale trasse per alla volta di Roma.

Nel frattempo, e col proposito forse di conciliare un po’ al padre l’animo de’ cittadini, che ben gli riconobbe alieno ed avverso, massime in causa del pazzo dispendio occasionato dalla costruzione del castello; e’ si mostrò oltre ogni dire manieroso ed affabile e cercò mansuefarli con ogni maniera divertimenti e sollazzi, tra cui una grande giostra tenuta il giorno di San Bartolomeo. Ma non approdò: pochissime dame v’intervennero e le sue blandizie caddero tutte a terra come freccie spuntate.

CAPITOLO LV.

P. L. A. C.

Oltre il Po, tra Piacenza e Casalpusterlengo, sorgeva allora un vecchio castello feudale, di cui si veggono anche oggidì le ruine, che apparteneva a don Luigi Gonzaga, signore di Castiglione delle Stiviere e cognato del conte Giovanni Anguissola.

Ivi — nella notte del 9 settembre 1547 — trovavasi un grosso di signori, per il più piacentini, radunati intorno a due emissarî di don Ferrante, ossia il suo segretario Gaspare Gozzelini, di nostr’antica conoscenza, ed il suo capitano Federigo Gazino.

I signori, che a questi facevan corona, toccavano circa la quarantina ed — oltre il conte Anguissola ed il nostro Neruccio, sempre celato sotto il pseudonimo di Giovanni Osca da Valenza — erano: altri due Anguissola, il conte Francesco Maria ed il cavaliere Annibale; due Cavalcabò, Vincenzo e Carlantonio; due Pallavicino, i marchesi Alessandro e Camillo da Scipione; il conte Olderigo Scotti, il conte Agostino Landi, Giuseppe del Pozzo, Franceschino Malvicini, Gianluigi Confalonieri, Diogene Doria, Vincenzo da Narni, Giuliano Mancini, Gaspare Paveri, Filippo Arcelli, Giulio Ziani, Pierantonio Gramigna, Giorgio di Verona, Gianluigi Lusardi, Francesco Mandola, Battista Rosignoli, Giovanni Buratto, Antonio Mannini, Pietro da Monza, Francesco Dell’Angiolino, Giacopino Musso, il capitano Antonio Ugoni, Ercole Malerba, Girolamo Solero, Aurelio Buzzoni, Domenico Barili, Francesco Maria Marconi, Andrea Bracco ed Opilio Pallini.

Fatto silenzio, dopo un primo scambio di saluti e di strette di mano, il Gozzelini si trasse un largo foglio di tasca e lesse:

«Oltra gli altri capitoli concessi et sottoscritti di mia mano sotto li 30 di luglio proximo passato al conte Giovanni Angusciolo, e agli altri, che intervengono nel trattato di dar a S. M. Cesarea la città di Piacenza, si concedono li due infrascritti: e prometto che S. M. li osserverà, et farà osservare.

«Il primo, che Sua Maestà ridurrà l’entrate di detta città pertinenti alla Camera a quel segno, che erano in tempo che detta città era ad obbedienza della Sede apostolica, et che si exigeranno in quel modo, et forma, et per quella sorta di officiali, et ministri, che si exigevano in detto tempo senza alterar in ciò cosa alcuna.

«Il secondo, che S. M. farà, che tutte le cause da mille scudi abasso s’habino a decidere in Piacenza per li officiali deputati da S. M. in essa città, senza poter essere tirate a Milano, nè in la prima, nè in la seconda, nè in la terza instanza, così come si osservava al tempo della Sede Apostolica.

«Dato a Milano il 3 di agosto 1547.»

Come si vede, l’Anguissola preoccupavasi principalmente degli interessi della sua città natale. Ma tutto ciò non era ancora bastevole per tranquillare le sospettose paure degli uni e per appagare la cupida avarizia degli altri. Di tutti i tempi, le congiure non sono mai altro che la cospirazione ad un medesimo fine di tanti e disparati rancori, interessi e propositi. Chi mira solo a trar vendetta di un nimico aborrito, chi a liberare la patria da una esosa tirannide, chi a salvare sè stesso da minacciata rovina, chi a sgravar di balzelli e la città e gli averi propri, chi un po’ all’uno, un po’ all’altro, un po’ all’altro ancora. Bisognava dunque contentarli tutti, e gli otto capitoli sino allora concertati non riuscivano sufficienti all’uopo. Però l’Anguissola avea, di bel novo ed a lungo, dovuto tirarsi pe’ capegli col governatore di Milano e co’ suoi delegati e non era approdato a qualche buon risultamento, se non giuocando a rimpiattino con la testa del giovane Ottavio Farnese. Aveva detto: «O concedermi quanto desideriamo od ammazziamo anche lui!» E Don Ferrante — onde salvar la testa al genero del suo augusto signore — aveva dovuto concedere.

Finita che il Gozzelini ebbe la sua lettura:

— Non basta!... non basta! — sorsero a protestare diversi ed, in particolare, i fratelli Pallavicino ed il conte Scotti.

— Lo so, che non basta — fece alteramente l’Anguissola — ed eccovi perciò appunto messer Federigo Gazino, che sta dando mano ad un secondo foglio per leggervi ciò che vi manca.

Il Gazino, infatti, s’era avanzato nel mezzo il circolo de’ cospiratori, e si teneva una carta sotto il naso, in atto di leggere.

— Silenzio!... badiamo!... — mormorarono taluni.

Ed egli lesse:

«Capitoli concessi al conte Gio. Angosciolo in Milano a li VII settembre.

«Oltre gli altri capitoli concessi per me in nome di S. Maestà al conte Giovanni Angosciolo seguendo l’effetto del trattato di Piacenza, si concedono anchora li due infrascritti, cioè:

«Che de li omecidii, che seguissero in la città il giorno del _caso_ (!) non sarà adomandato conto nè ragione, nè similmente di robbe, et denari, che fussero stati acquistati in qualsivoglia modo, ma che tale robbe, et denaro saranno tenuti per acquistati a buona guerra.

«Perchè la città di Piacenza dice, che in tempo dei Duchi di Milano era assai aggravata in le cose dell’estimo, si promette fare, che sia disgravata, et reducta a quello, che si troverà convenirsi di ragione, et oltra questo, che in le impositioni, et graveze extraordinarie, che s’imponeno a lo stato di Milano, sarà sempre della terza parte de la portione, che toccasse ad essa.»

I congiurati si dichiarano pienamente sodisfatti.

— Ora — soggiunse il Gozzelino trattosi in mezzo a loro — l’alto ed illustre mio signore ha già reso d’ogni cosa partecipe l’augusta persona dello imperatore Carlo V e tiene già in pronto quattrocento cavalli bene agguerriti, onde, a pena spiccia la faccenda di Pierluigi, volare all’occupazione di Parma... guai se a questo non si provedesse!... restando Parma in potere del papa non è a dubitarsi che subito guerra ne scoppierebbe e bisogna evitarla a ogni costo.

— E Sua Maestà — interpellò il conte Landi — ha dato l’adesione sua agl’intendimenti del magnifico vostro signore?

— No, messere il conte — fece scaltramente il segretario — ma il mio signore ha saputo trovare il modo di farne senza... ed eccovene la prova in questo brano di lettera, che io medesimo ho scritto per lui alla Maestà Sua.

E lesse ghignando ciò che segue:

«..... come la M. V. vederà, v’è un capitolo, per il quale mi si dà un giorno di tempo, et non più ad accettar o no l’offerta, in virtù del qual capitolo vengo posto in necessità di accettarla senza consulta di V. M. per non lasciarla andare in mano de’ francesi. Et per questa via pare a me, che non solamente io vengo scusato del fatto; ma V. M. molto più justificata, che non seria in caso, ch’el negocio si diferisse fin a poterlo consultare con essa: perchè aspettando a quel tempo a far l’effetto, pareria fatto di ordine et con sentimento di lei; dove facendosi di presente non si può conjetturare che essa vi habbia avuto parte.»

Un mormorio d’ammirazione scorse per l’assemblea. Tutti s’inchinarono dinanzi alla politica scalabrina del duca di Guastalla, il quale preludeva, trecento anni sono, all’arti oggidì tanto decantate dei Talleyrand, dei Metternich e dei Bismark.

— Egregiamente! — sclamò il Confalonieri.

— E come divisate menare a fine l’impresa? — ripigliò il Gozzelino.

— Oh, semplicemente — fece l’Anguissola — domani istesso la faremo finita.

— Domani? — susurrarono alcuni meravigliando.

— Sì, sì — continuò il capo del complotto — ogni remora ormai può tornarci fatale e disastrosa.... domani!... Cinque di noi, designati dalla sorte, capitaneranno i restanti.... procediamo immediatamente al sorteggio.

Francesco Maria Marconi che — come uomo di lettere — aveva recato seco il necessario; trasse la carta, le penne d’oca ed un piccolo calamaio di peltro e — situato il tutto s’un largo tavolo, che occupava un canto dello stanzone — invitò i compagni a scrivere ciascuno il proprio nome su di altrettanti quadrucci, che, arrotolati, vennero quindi raccolti, come in un bossolo, entro il morione del capitano Antonio Ugoni.

Opilio Pallini — perchè il più giovine de’ radunati — s’ebbe allora l’incarico di rappresentare la cieca figlia del caso ed estrasse cinque rotoletti dall’elmo.

Lo stesso Gozzelino — come il più imparziale, perchè non attivamente implicato nella congiura — sciolse le cartoline e ne proclamò ad alta voce il contenuto.

Il primo rotoletto diceva:

— Pallavicino conte Alessandro.

Il secondo:

— Pallavicino conte Camillo.

Il terzo:

— Landi conte Agostino.

Il quarto:

— Anguissola conte Giovanni.

Il quinto:

— Confalonieri Gianluigi.

— Fatalità e destino! — gridò il conte Scotti, a pena ebbe udito que’ cinque nomi.

Il conte Olderigo Scotti si dilettava un poco d’alchimia e di scienze occulte ed era però tenuto nell’alto concetto di una sorta di mago.

— Perchè? — gli chiesero alcuni.

— Badate alle iniziali di que’ cinque nomi — rispose lo Scotti — Pallavicino, Landi, Anguissola, Confalonieri; PLAC.... _Placentia_: nessuno meglio di loro avrebbe potuto rappresentare e fare le vendette della nostra città: è Dio che lo vuole!

— Plac.... Plac!... — ripeterono molti — ebbene: sia questa la nostra parola d’ordine, il nostro segno d’intelligenza.

— Domani mattina all’alba — fece solennemente l’Anguissola — troviamoci tutti su l’altra sponda del fiume.

— A domani!... a domani!... — risposero i congiurati.

— Ed ora.... separiamoci!...

Ed uscirono dal castello alla spicciolata.

CAPITOLO LVI.

Dio non paga il sabato.

Arrivato il primo al castello di Luigi Gonzaga, il nostro Neruccio fu l’ultimo ad uscirne. E fu l’ultimo per molte e diverse ragioni. Anzitutto il suo amico Anguissola lo avea incaricato di regolare e dirigere tutto ciò che concerneva quel loro notturno e misterioso convegno. Gli era occorso però di precedervi gli altri, affine di disporre alquanto la sala, che li doveva accogliere, e le scuderie, in cui riporre le loro cavalcature. Così gli facea d’uopo rimanervi dopo tutti, onde chiudere le porte dietro di loro ed invigilare a che nulla mancasse al momento della loro partenza.

Il castello, di cui Luigi Gonzaga avea rimesso le chiavi al proprio congiunto era affatto inabitato e diserto.

Poi, a trattenere Neruccio, concorreva una serie di tristi pensieri, di penosissime conghietture.

Un segreto impenetrabile erasi sempre addensato intorno a Terremoto e alla donna, che, secondo il dire della gente, il colosso avea strappato dalle carceri della cittadella.

Chi poteva essere questa donna?... cos’era accaduto di lui?

Tali le domande, che, da lunga pezza, gli mulinavano in cervello, ed alle quali non avea mai potuto fare nessuna risposta.

Nel convegno di quella notte, per altro, qualche sprazzo di luce s’era insinuato fra le tenebre de’ suoi dubî e delle sue paure. — Taluni de’ congiurati credeano saper qualche cosa di quanto sì vivamente lo interessava. — Chi diceva la donna una delle molte concubine di Pierluigi, che — stanca di vivere al di lui fianco — avea fatto scappare di cittadella un prigioniero, mettendogli a patto di pigliarsela seco nella fuga: gli uomini del duca li avrebbero inseguiti, raggiunti e massacrati tutti due. — Altri pretendevano, invece — ed era tra questi il capitano Ugoni — che quella fosse una povera creatura, rapita e tenuta captiva dal duca, e da un antico servo di sua famiglia, un gigante, a ciò che si narrava, tratta prodigiosamente a libertà ed a salvamento. E questa versione rispondeva a puntino alle supposizioni di Neruccio, o — direm meglio — all’intima voce del suo cuore.

Il misero giovine sbattuto da un continuo alternìo di timori e speranze per mezzo il pelago delle incertezze; era rimaso a meditare su i proprî casi, dimentico omai che i suoi compagni lo avessero da lungo abbandonato.

Si scosse, finalmente, ed uscì dal castello; ma — nel mentre girava intorno alla sua muraglia esterna, per raggiungere il proprio cavallo, che aveva attaccato ad un albero, onde non ingombrare di troppo le anguste scuderie — un romore improviso lo colpi e lo trattenne.

Era il calpestio di due persone, che s’avvicinavano, camminando caute e sarebbesi detto in punta di piedi. Egli si schivò rapido dietro il pilastro di una stecconaia e stette ad osservare.

Quando gli furono presso, scôrse ch’erano due uomini di bassa statura, i quali si accostavano in silenzio a un punto della campagna, in cui spiccavano due forme nere: i loro cavalli.

Nel passargli accanto, l’uno richiese all’altro sommessamente:

— Afete botute ascoldare?

— Parola per parola — gli rispose l’interrogato — a momenti vi narrerò tutto: oh, è una cosa tremenda!

La voce di costui produsse uno strano effetto su l’animo di Neruccio: credette riconoscerla e — senz’attender altro — sgattaiolò pian piano sino a raggiungere il proprio cavallo e gli balzò in sella.

Nel tempo medesimo i due sconosciuti avean fatto altrettanto e già si slontanavano di trotto.

— Sono spie! — pensò Neruccio.

E — cacciati gli sproni ne’ fianchi del suo cavallo — si slanciò a briglia sciolta dietro di loro, gridando a squarciagola:

— Traditori! traditori! fermatevi!

A tale intimazione, anche coloro, cui veniva indiretta, si dèttero a scappare con tutta velocità e si sarebbero indubiamente sottratti amendue al pericolo, che li minacciava, se il cavallo di uno di loro — incespicando contro un grosso macigno — non fosse d’improviso traboccato a terra.

L’altro tirò via ed, in breve, disparve.

Neruccio raggiunse il cavaliero caduto, scese di sella e lo sollevò.

Affisandolo in faccia, comunque al debole chiarore della notte, subito lo riconobbe: era la stessa persona, con la quale s’era scontrato e battuto ne’ pressi di Perugia, era la terribile Olimpia Marazzani.

Come?... perchè in quel luogo?

Facile a spiegarsi.

Da parecchio tempo, profittando della circostanza che l’Anguissola, suo spauracchio, trovavasi a Genova per la faccenda de’ Fieschi; ell’aveva lasciato Castro e gli abiti muliebri, per rimettersi in ispoglie virili e recarsi a Piacenza. Pellegrino di Leuthen le era — come di solito — compagno.

Ritornato il conte, la prudenza avrebbe dovuto consigliarla ad allontanarsi di nuovo; ma il contegno di lui e di alcuni altri gentiluomini di corte la pose in allarme. Ella sola per prima e forse unica concepì il sospetto che qualche oscura cosa stessero insieme macchinando a pregiudizio del suo amante e signore e si propose spiarne, scuoprirne, sventarne le trame.

L’astuto tedesco serviva egregiamente a’ suoi fini: e’ sapeva — come suol dirsi — dove il diavolo tenesse la coda e le forniva i più esatti e minuti particolari su le abitudini e le pratiche di coloro ch’ella si prefiggeva di tener d’occhio.

Per tale via seppe del convegno loro al castello di Luigi Gonzaga. Vi si recò di buon’ora; fece nascondere il proprio ed il cavallo di Pellegrino dietro un fitto d’alberi e — mentre questi stava in vedetta, acciocchè nessuno potesse sovraccorli e sorprenderli alla sprovista — ella s’insinuò strisciando carpone fino al vano di una finestra, d’onde si ripromise, e le riuscì, infatti, di udire e vedere tutto ciò che si dicesse e facesse dai congiurati.

Terminati i loro armeggiamenti, ella si trattenne ancora a lungo al proprio posto, non volendo scostarsene, sino a che tutti, insino all’ultimo, se ne fossero iti. Ma non fece attenzione o — per meglio dire — non potè pensare a Neruccio, che accidentalmente soltanto erasi tanto più degli altri indugiato.

Come l’ebbe riconosciuta:

— Ah! ah! — sclamò egli in tono di trionfo — la Marazzani?... colei, che io ho scannato alle porte di Perugia?... colei, che è morta e seppellita nel convento de’ padri Agostiniani?... ah! ah! ora tu più non mi sfuggi!

Ed — abbrancatala a’ fianchi — la sollevò di peso e la trasse con sè sul proprio cavallo.

Olimpia fremeva di rabbia: era pallida come un cadavere.

— Per Iddio! — fece il giovine capitano, come si fu messo all’ambio — è un onorevole mestiere quel che tu fai; ma la tua mala stella ti vieta di cavarne alcun frutto!... Tu se’ la druda di quello scellerato del Farnese; tu hai voluto interessarti più che a donna non si competa delle faccende sue; hai sperato scongiurare la tempesta, che si aduna sovra il suo capo maledetto, hai sperato prevenirlo in tempo; sottrarlo al pericolo, che lo minaccia; salvarlo; ma tutto indarno: eccoti ridotta all’impotenza!

— Lo so; oh, lo so! — disse la donna, co’ denti stretti — traggiti pure lo stile di cintola ed assestamene un colpo nel cuore, ch’io nè implorerò misericordia, nè metterò il più debole lagno: sono parata a tutto!... La vita è guerra continua che gli uomini si menano a vicenda: quando l’un prevale e l’altro soggiace, questo, se ha senno, non debbe dare a quello anco il godimento della propria umiliazione. Ed io non tel darò, stanne certo. Uccidimi, è il tuo dritto; ma non allegrartene tanto, che, prima che io muoia, t’ho già fatto tanto male in prevenzione, da lasciartene grossa parte in retaggio.

— Che male m’hai tu fatto?

— Non se’ tu l’amante di Bianca della Staffa?

— Sì... lo sono, lo fui!

— Ebbene, mio bel capitano, conosci tu quale sia attualmente la sorte di quella dilettissima tua?...

— Oh, darei una parte del mio sangue a saperlo.

— Non darai nulla e lo saprai parimente.... Ti ricorda della sua disparsa da Castel Leone di Cremona?... fui io, io con Pellegrino di Leuthen, che la indussi in abbaglio, la eccitai a seguirci e la tradussi in balìa di Pierluigi Farnese.

— Oh, ma perchè... scellerata?

— Perchè la sua ritrosia, la sua castimonia mi ferivano nell’amor proprio; m’erano come un rimbrotto; perchè volevo avvilirla.

— Iniqua.

— E ci sono riuscita, e più ancora di quanto non isperassi.... Ella volle bensì scampare, per tutte le vie, al destino, che le sovrastava; strillò, si svelse i capegli, battè del capo nel muro per darsi la morte; ma a nulla le valse; c’ero io, io, che prestavo mano ed aiuto al mio vendicatore e, fra tutti due, riuscimmo ad averne ragione.

— Infame!

— Da quel giorno, o.... piuttosto.... da quella notte, ella languì in un ritiro della cittadella di Piacenza; ma, da quella notte.... fu madre.

— Che dici tu?

— Il vero, mio bel capitano, null’altro che il vero.

— Anima d’inferno!

— Ultimamente, uno de’ suoi antichi vassalli, il suo fedel Terremoto, giunse a strapparla da quel ritiro e la trasse, con la sua creatura, nella propria casuccia del Valnurese....

— Ah, non mi hanno, dunque, ingannato!

— No, no; ma a nulla le valse.... gli sgherri del duca s’ebbero ragione del formidabile villano e gli ritolsero la sua signora.... Ti ricordi il giorno, in cui tu e l’Anguissola, reduci da Milano, veniste alla presenza del duca?... ti ricordi che, in quel momento, arrivò il Trentacoste e gli mormorò all’orecchio una notizia, che parve ricolmarlo di gioia?...

— Ebbene?

— Ebbene: Trentacoste gli annunziava appunto che Bianca della Staffa era stata ritolta al gigante e riconfinata nella sua muda.

— Maledizione!

— Nevvero ch’io t’ho preparato un sorridente avvenire?

— Ma vero è altresì che io ti scannerò in questo punto medesimo.

E sguainò ferocemente il pugnale.

— Fallo — disse Olimpia imperterrita e quasi con un soghigno di sfida — ci sono pronta.

Neruccio era demente d’odio. Stette un momento col ferro sospeso sul petto di quella femina scellerata; poi — rinvaginandolo:

— No — soggiunse, crollando il capo — la morte è troppo poco pe’ tuoi misfatti: ci vuole di peggio.

Olimpia allibì.

— Cosa intendi fare? — gli chiese.

— Lo saprai fra breve!

E spronò il cavallo al galoppo, e non disse più verbo.

Traversato il Po s’un burchiello menato da quattro uomini della sua compagnia d’arme; e’ giunse pochi istanti dopò a Piacenza.

Nella sua qualità di capitano a’ soldi di monsignore il duca, e’ comandava un corpo di ottanta lanzi, che tenevano caserma presso l’entratura della città. Il suo pensiero di vendetta era infernale.

Arrivato dinanzi alla caserma; smontato d’arcione, trascinandosi dietro Olimpia; penetrò, con essa, dentro i quartieri e — a mezzo del trombetta — fece svegliare e raccorre i propri uomini d’arme.

Come se li ebbe tutti d’attorno, affollati nella più grande sala del luogo, e’ spinse loro trammezzo la Marazzani, sciamando:

— Figliuoli! costei, che vedete sotto abiti d’uomo, non è, invece, che una donna, una giovine donna, che vi abbandono.... fatene ciò che volete.

Olimpia mise un urlo.

E noi tireremo una pietosa cortina su ciò che ne fecero ottanta lanzichenecchi, la maggior parte spagnuoli, svizzeri e tedeschi.

Ed egli — Neruccio — tenendosi, con le bracci conserte, su la soglia del vasto stanzone, assisteva al mostruoso saturnale.

La misera — cui, nella lotta, erano cadute di dosso sino all’ultime vesti — anelante, sfinita, più morta che viva, si dibatteva, si trascinava carpone, cercava inutilmente svincolarsi da’ sordidi amplessi di quei brutali: e’ se la palleggiavano come monelli un cervo volante.

Alla fine Neruccio credette prudenza lo intervenire e:

— Figliuoli — soggiunse — badate che la presenza di costei in questo luogo è un periglio per tutti... se l’accaduto si conoscesse, io n’avrei il patibolo e voi le vergate.

Non avea conchiuso il suo dire, che ottanta ferri balenavano sinistramente su l’ignudo corpo della misera vituperata; ed uno le penetrava dritto nel core; e l’altro le spiccava, d’un manrovescio, il capo dal busto; ed altri la colpivano, la frastagliavano, la recidevano in cento pezzi.