Part 28
— Tunque, fostre eccellensce tefe sabere tue goncistore state tenute Sua Peatitutine per fostre facente.... fostre fetelissime secredarie, messere Abollonie Filarete fatta crante berorascione in fostre fafore; ma Antalot e Marquina, ministri serenissime imberadore, niente folere.... folere infece infestite feute fostre tegnissime figlie, signor tuca di Camerine... tenute tunque prime goncistore alli totici questo mese e trofate molte, crante, ostinatissime obbosiscione... gartinali di Cupis e di Purgos fatta obbosiscione abertamente; gartinale di Pologna timantate crascia tacere; gartinali Bisano, Garpi e Satolete barlate molto contro e gartinali Trifulscio, Garaffa e Armagnac niente interfenuti goncistore.... oh, faccente brese pruttissime bieche!...
— Per la croce di Dio, pare anco a me! — sclamò Pierluigi.
— E com’è andata a terminare? — chiese, non senza qualche ansietà, il dottore Viustino.
— Antata derminare — rispose il tedesco — come tofefa antare derminare.... Sua Peatitudine fatte gorrere molte splentite bromissione gartinali regalcitranti.... settimana topo tenute segonto goncistore.... e allora tutti borborati abbrofata brobosiscione e, con crante, crantissimo blauso di tutti, fostre eccellensce broglamata tuche di Biacensce e di Barme.
— Davvero! — gridò il neo-monarca, balzando nuovamente in piedi, comunque un po’ a stento, acciaccato qual’era dai turpi malanni che lo affliggeano del continuo.
E ricascò subito su la propria sedia.
— Daffero! daffero! — confermò il tedesco — guante io lassiate Rome, Sua Peatitutine stare già brebarate foi espetire suo lecato ed emissario ingompensato bortarvi pone nofelle.
— Ah, finalmente! — sospirò Pierluigi.
E il Viustino, facendogli eco:
— Sia ringraziata la bontà del Signore.
— E guella tel suo Ficario — concluse filosoficamente Pellegrino di Leuthen.
Senz’attender altro, il Farnese inviò tosto persone di sua fiducia a render palese il lieto avvenimento a’ più ragguardevoli principi e così: Vincenzo Buoncambi a re Francesco I di Francia e il conte Agostino Landi alla serenissima di Venezia.
Su i primi del settembre — come lo aveva annunziato il tedesco — giunse a Piacenza l’emissario papale. Era quel medesimo Bernardino de’ Castellari, vescovo di Casale, detto _Monsignor dalla Barba_, che già ci accadde di vedere a Perugia, dov’era ito a seppellire la guerra del sale e le libere guarentigie di quella nobile contrada. Monsignor dalla Barba poteasi considerare, a buon dritto, quale uno augello di malo augurio, la cui presenza rispondeva mai sempre a qualche grave calamità di popolo. Egli, infatti, e sottomettere nel 1532 i ribelli anziani di Ancona, cui impose a legato un Benedetto degli Accolti, che, per conseguire il governo di quella città, aveva promesso pagare alla Camera Apostolica l’annuo canone di ventimila scudi; — egli — come vedemmo — a sostituire il medesimo Pierluigi nel governo della soggiogata Perugia, che assoggettò alle più dure taglie e privò de’ più antichi istituti, sino a cambiarle il supremo magistrato in un _Conservatore dell’obbedienza alla Chiesa_; — egli, finalmente, apportatore al duca di Castro ed a’ piacentini dei brevi papali che quello costituivano duca di Piacenza e di Parma: nunzio egregiamente scelto a tanta sventura di popolo!
Il giorno ventitrè dello istesso mese di settembre, il vescovo dalla città, Monsignor Catellano Triulzio, il teatino Rocco de’ Tamburini, il conte Jacopo Mandello e secoloro, Antonello Manzio, Alberto Penna, Giannantonio Fasolo e Paolo Notari, cittadini piacentini, aventi insieme, quali testimoni, gli altri cittadini Agostino Fasolo e Giovan Battista Peragò; si portarono, con Monsignor della Barba, in cittadella dove questi presentò solennemente i brevi papali al novello duca, il quale trovavasi in letto.... dicono taluni cronisti, con la podagra; ma tutti sanno di quale razza di podagra si trattasse.
Il Consiglio Generalissimo della città avea dato incarico, perchè al nuovo signore prestassero giuramento di fede ligia e leal sudditanza, al priore cavaliere Barnaba Del Pozzo, agli anziani: cavaliere Marco Antonio Barattieri, conte Anton Maria Anguissola, Aurelio Cicala, Marco Antonio Zanardi-Landi, Giovanni Stefano Anguissola, Giovanni Bartolomeo da Fontana, Antonio Morselli, Giovan Battista Bonino, Benedetto della Corte e Gabriello da Cinquate, ed ai dottori in legge: Lazzaro Tedaldi, Alessandro Viustino, Pier Maria Pavesi, Marco Antonio Scotti, Pellegrino Casati, Fabio Capallati, Dionigi Rocca, Lodovico Anguissola e Battista Morselli.
Tutte cotali cerimonie vennero seguite da tre giorni di publiche feste con spari, giuochi pirotecnici, processioni, torneamenti e con la promulgazione di un bando, a tenore del quale rimaneva prescritto che tutti gli anni il ventitrè di settembre si dovesse in ugual maniera solennemente festeggiare.
Ma i bandi soventi propongono e chi dispone è quel grande laceratore e costitutore insieme di tutte le legalità che ha nome il volere del popolo.
CAPITOLO XLIX.
Il duca di Piacenza e di Parma.
Quale sia stato il governo o — piuttosto — lo sgoverno, che lo sterpone di papa Paolo III fece de’ bei paesi balestrati in sua balìa da un sinedrio pretesco; nessuno lo ignora.
Noi ci limiteremo, quindi, ad un breve e sfuggente cenno cronologico desunto dalle cronache de’ tempi, tanto perchè — anche que’ pochi tra i benigni lettori nostri, cui mancassero le nozioni istoriche, che vogliamo ammettere nei più — possano formarsi una idea del modo di procedere di Pierluigi come sovrano regnante.
Inteso egli pertanto a disporre la propria corte, designò a suoi segretari intimi e partecipanti: Apollonio Filareto, Annibal Caro, Anton Francesco Rainerio, Francesco Monterchi, Giovan Battista Pico, Davide Spilimbergo, Gandolfo Porrino, il filosofo Giovanni Pasini, il piacentino Bartolomeo Gotifredi, il Zuccardi, il Tebalducci. In cima a tutti pose il Filareto ed, a reggere la podesteria, chiamò da Parma il dottore in legge messer Francesco de’ Cusani.
Per l’amministrazione della giustizia cui sovratendeva Annibal Caro, eresse pure un Supremo Consiglio, o Tribunale, composto di sette giureconsulti, il quale teneva udienza nel palazzo grande di piazza, publiche il lunedì ed il venerdì e segrete il mercoledì e visitava i carcerati il sabato.
Tale Supremo Consiglio — che aveva a presidente quel Claudio Tolomei da Siena, che fu poi vescovo di Curzola, a consiglieri: Alessandro Viustino, Bernardo Bergonzio da Parma, Tomaso Avogadri da Novara, Pier Filippo Martorelli da Osimo, Salvator Pasino da Colle di Toscana e Francesco Campello, detto comunemente _Cecchino da Spoleto_ con titolo ed autorità di capitano di giustizia, ed a segretario il gentiluomo milanese dottore Anton Francesco Rainerio — tale Supremo Consiglio, ripetiamo, cominciò a funzionare, tenendo la sua prima seduta publica il giorno nove di novembre.
Pierluigi istituì, inoltre, il Maestrato delle Entrate, specie di Ministero delle Finanze, che doveva invigilare su le rendite della Casa Ducale ed i privati interessi del principe e gli dette a presidente messer Pier Paolo Guidi ed a consiglieri il piacentino Giovanni Bosello ed il parmigiano Angelo Cantelli.
Da principio, soleva il novello principe recarsi in su le rive del Po ed ivi, tenendo corte alla consuetudine medioevale, rendere egli in persona giustizia. In tali solenni occasioni, gli erano compagni, scorta e consiglio, il conte Sforza Sforza di Santafiora, suo nipote, Sforza Pallavicino da Fiorenzuola, il cavaliere Giovan Francesco Asinelli, consigliere di guerra, Pier Filippo Martorelli, il presidente del Magistrato delle Entrate, Alessandro Tomasoni da Terni, maestro di Campo, che è quanto dire: ministro della guerra, il dottor Fabio Copallati, il marchese Camillo Sforza-Fogliani, Bartolomeo da Villachiara, suo primo ministro, e la pleiade de’ segretari.
Il buon popolo — sempre facile a sperare ed illudersi — prese per moneta di buona lega quelle menzognere parvenze di ordine e di legalità assunte da monsignore il duca e ne benaugurò pel proprio avvenire. Ma — al solito — non istette gran pezza a doversi persuadere di aver pigliato un madornalissimo granchio a secco. Pierluigi era sempre Pierluigi: la volpe perde il pel non il costume.
Mutando però repentinamente ed intenzioni e pratiche, cominciò a mandar fuori un suo nuovo bando col quale intimava a tutti i feudatari, che aveano possedimenti e castella nel territorio della ducea di rendersi ad abitare nelle principali città e di non rimanersene ne’ loro feudi, sotto comminatoria della confisca de’ beni e di pene personali, che molti non potettero sfuggire.
Quindi ordinò la famosa _Tagliata_ che egli stesso aveva già intrapreso sino da quando trovavasi in Piacenza come capitano delle armi di Santa Chiesa. Per tutto il paese dove quella _tagliata_ dovevasi effettuare, leggevasi inciso su colonnette di pietra «INTRA HOS FINES NEMO STRUCTURAM, ARBOREM, VITEM HABEAT. QUI SECUS FAXIT GRAVIS MULCTÆ REUS ESTO.»
In circostanza delle gazzarre carnevalesche festeggiate con una grande giostra su la piazza della cittadella e con altri publici giuochi e sollazzi, il ticchio gli venne di comandare a tutti i suoi maggiori vassalli che dovessero convenire in città in compagnia delle rispettive loro consorti. E così da siffatte esorbitanze, a cui non tutti consentivano d’ottemperare trasse argomento a sevire contro di questo e di quello.
Perchè il conte Gerolamo Pallavicino, signore di Cortemaggiore, non s’era affrettato a mettere stabile dimora a Piacenza, profittò di saperlo assente, per farne arrestare la madre, Lodovica d’Erasmo Triulzio, e la moglie, Camilla d’Ottaviano Pallavicino, e tenerle a lungo recluse nel vescovado di Piacenza, mentre inviava suoi uomini ad occupare la terra di Cortemaggiore.
In pro’ del Pallavicino, s’interposero moltissimi distinti Signori vuoi presso di Carlo V e vuoi della republica veneta, e tanto più che la di lui moglie trovossi in istato di gestazione. Ma siffatte pratiche a null’approdarono. Pierluigi schermivasi ora accusando il sere di Cortemaggiore di quattro distinti omicidi, ora di parteggiare segretamente per la Francia e lo stesso papa — cui s’erano pure rivolti quegl’intercessori — chiarivasi del medesimo aviso del figliuolo, trovando opportuno il sostener prigioniera donna Camilla, onde impedire a Girolamo ogni successione e dichiarando che la gravidanza di lei altro poteva non essere che una maliziosa simulazione.
In pari tempo, altre gravissime cagioni di sdegno suscitò il Farnese nel nobile conte Giovanni Dal Verme, pretendendo da lui i balzelli per le sue terre di Romagnese, che questi giustamente riteneva piuttosto milanesi che piacentine.
Ed altre ancora nelle possenti casate degli Anguissola, de’ Landi, de’ Scotti e dei Fontana, col voler eleggere egli stesso il Vicariato di Provigione che — per antichissime consuetudini e dritto — perteneva a quelle quattro famiglie.
Arroge i vizî nefandi di cui Pierluigi era macchiato, e il suo continuo insidiare all’onore ed alla domestica pace di quanti gli stavano intorno.
Ciò doveva naturalmente alienargli in breve l’animo di tutti ed accumulare una tremenda tempesta sul maledetto suo capo.
Scoppiò frattanto il moto de’ Fieschi.
Ma — prima di divisarne i casi — diciamo, in breve, da che muovesse ed in che veramente consistesse.
CAPITOLO L.
La congiura dei Fieschi.
Come già ci avvenne di accennarlo — Genova era stata accomodata da Andrea Doria di una nuova costituzione detta _legge del Garibetto_, ma — in onta a ciò — oltre ad essere divisa in parte guelfa a ghibellina «come — a dire del Varchi — generalmente tutte le terre d’Italia» eralo ancora in nobili e popolani, questi ultimi in cittadini e plebei e i cittadini, dal canto loro, in mercatanti ed artefici.
Le famiglie, nobili o no, che aveano primeggiato negli affari politici, voleano accrescere la loro potenza altre aggregandosene, meno illustri, ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza d’interessi e di fazione, s’erano costituiti de’ così detti _Alberghi_, portando medesimo cognome e stemma, associati ne’ litigi, nei contratti e nelle votazioni.
La fazione guelfa era capitanata dagli Adorno, la ghibellina dai Fregoso, ed il popolo, parte schieravasi con quelli, parte con questi, i quali prevalsero a lungo e — durante il loro predominio — a nessuna persona nobile o di parte guelfa furono accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo fu sempre il doge sino dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie partorirono la servitù, e la servitù comune ritemprò la fratellanza degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.
Quando, dunque, la genovese indipendenza venne assecurata dal disinteresse di Andrea Doria, ossia: nel 1528; dodici così detti _riformatori_, istituiti per istabilire un nuovo governo, tolsero a’ ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche, accomunandolo a tutte le antiche case possidenti e contribuenti e costituendo così i _gentiluomini_, e decretarono che ciascuna delle ventotto famiglie, avente in Genova sei case aperte, formasse un _Albergo_, al quale — come a nocciolo — s’aggregassero le stirpi meno facoltose, insieme misturando guelfi e ghibellini, nobili e plebei, di maniera che le prosapie cessassero dal rappresentare i partiti e si scomponessero le casate degli Adorni e dei Fregoso, che perpetuavano gli antichi secolari rancori.
Tali ventotto _Alberghi_ uscirono così: Calvi, Centurioni, Cicala, Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grilla, Grimaldi, Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro, Negroni, Pallavicino, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola, Usodimare e Vivaldi. E dai medesimi _Alberghi_ si scelsero annualmente a sorte quattrocento senatori e cento se n’elessero per voti, a’ quali cinquecento spettava il nominare alle altre cariche: e dagli _Alberghi_ stessi doveva uscire il doge, primo de’ quali fu un Oberto di Lazzaro Cattaneo.
Sibbene il Doria avesse ricusato d’essere principe; pure i benefizi grandi che da lui ripeteva la patria e le sue eccelse virtù gli assecuravano una specie di dominio, per cui teneva in porto propri navigli e propri soldati su quelli ed a custodia del suo palazzo. Egli per altro giammai trascese le condizioni del semplice cittadino, ma coloro istessi che ne rispettavano la benemerenza, forte temevano non voless’egli trasmettere la propria autorità al nipote Gianettino, cui aveva ceduto il comando delle galee e che, quantunque valentissimo capitano di mare, era uomo superbo e dissoluto, il quale, della potenza dello zio e della grazia dello imperatore, usava ed abusava a sodisfacimento di sue passioni.
Di tale preminenza di Giannettino grandissimo dispetto concepiva Gianluigi Fieschi, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, disordinato, cupido, non di liberare la patria, ma di dominarla, una delle solite riproduzioni di Catilina, il quale — mentre piaggiava i Doria — accontavasi col sire di Francia, col papa e con Pierluigi Farnese, novello duca di Piacenza e di Parma, per disfare ciò che l’imperatore aveva composto e scassinare in Italia la potenza imperiale, che pareagli minaccia per tutti.
Sotto altri caratteri, era sempre lo antico guelfismo, che tornava a pullulare, il principio anche a questi dì nodrito ed accarezzato da uno de’ nostri più grandi filosofi e che — per quanto si siano industriati di dimostrare i preti ed i pretofili a puntello del loro predominio e a sfregio, spesso, delle più lampanti verità storiche — è sempre stato una delle più esiziali piaghe d’Italia.
Le simpatie che Pierluigi Farnese manifestava pel cospiratore genovese avevano, per altro, un ben diverso obiettivo: e’ non era di tempra da preoccuparsi troppo delle alte quistioni politiche e da far servire le proprie azioni a qualche magnanima idea, buona o cattiva che fosse. Ciò che lo spingeva stava unicamente nell’odio che gli s’era andato man mano accumulando nell’animo contro Carlo V ed i costui prediletti, massime contro il duca don Ferrante Gonzaga, nuovo governatore dello Stato Lombardo dopo la morte di don Alvaro De Luna.
Verso quest’ultimo, in ispecie, egli sentivasi mosso dal più profondo livore.
Già — sin da quando Carlo V non volle piegarsi, nel convegno di Busseto, ad assegnare a lui il ducato di Milano — egli riseppe come la repulsa fosse stata precipuamente causata da’ maneggi e dall’arti messe in pratica dal Gonzaga. — Poi vi si aggiunse altro argomento di sdegno. — Nel 1513, egli avrebbe desiderato conseguire da Giovanni di Homodes, gran maestro dell’ordine gerosolimitano di Malta, il priorato di Barletta nel proprio minor figlio Orazio, che — in quel torno — trovavasi a militare in Francia, dov’era in trattative di matrimonio con una Diana, spuria di Francesco I e della celebre duchessa d’Etampes. Nel più bello, in cui ferveva l’operio del papa e de’ suoi emissarî per l’ottenimento di quella lauta ed importantissima commenda; ecco farsi inanzi l’aborrito Gonzaga, il quale mercè l’appoggio dello imperatore — giunse a strapparla improvisamente dall’unghie già parate al ghermire del giovine Farnese, per farla, invece, allogare al proprio figlio Vicenzo. Poi — come tutto ciò non bastasse — e’ se lo aveva adesso vicino, perchè residente a Milano, e vicino tanto importuno che, ben frequente, gli rompeva le ova nel paniere, e metteva bocca e mani nelle faccende sue come accadde a proposito delle pretensioni del conte Giovanni Dal Verme, circa i tributi del Romagnese, che quello pure sosteneva essere territorio lombardo; e come accadde a proposito del marchesato di Soragna, scaduto dalle mani dei Lupi in quelle de’ Meli, e sul quale esso Gonzaga armava le più insistenti pretese.
Nè a Soragna sola limitavansi probabilmente le ambiziose mire di costui, dappoichè scrivesse allo inviato imperiale Natale Muzj: «Io mi ricordo che quando voi foste in Genova ad incontrarmi, mi diceste da parte di S. M. che, alla morte di questo Papa, voleva recuperar Piacenza et Parma da le mani di Pierluigi, come membri di questo Stato».
Quanto allo imperatore direttamente — malgrado che Pierluigi fosse stato formalmente e solennemente investito dalla suprema autorità pontificia degli Stati di Piacenza e di Parma egli continuava a non designarlo mai altrimenti, anche nelle sue publiche scritture, che col semplice titolo di duca di Castro, ed i suoi furieri, nel segnare in Ratisbona l’alloggio del dott. Boncambi, segretario del duca, scrivevano onninamente: _alloggio del signor segretario di Castro_.
Tutte cotali cose insieme riunite cacciavano nel cuore del malandato ed atrabiliare Pierluigi Farnese siffatta dose di fiele ch’egli non è a stupirsi se accolse con grande premura e con massima gioia le domande d’aiuto fattegli dai Fieschi, che intendevano muoversi contro la costituzione e la supremazia dei Doria portando così un colpo fatalissimo alla causa dello imperatore e degli amici suoi.
Per altro — ambidestro ed anco, per natura un cotal po’ pusillanime — e’ metteva studio precipuo nel serbare occulto il vero animo suo e se — nel segreto — accedeva sollecito alle istanze dei cospiratori genovesi — in publico avea cura di appalesarsi più di chiunque divoto all’impero ed amico schietto di casa Doria.
Gianluigi Fieschi, intanto, era andato preparandosi il terreno in patria, col captivarsi le simpatie de’ marinai e degli artegiani, largheggiando secoloro in carezze e quattrini e — sotto specie di allestire navigli per una sua spedizione contro de’ barbareschi — faceva venire da vari suoi feudi tutte le persone più fide ed arrisicate su le quali poteva contare. S’era al finire dell’anno di grazia — o di disgrazia — 1546.
CAPITOLO LI.
Novelle gesta di Terremoto.
Gli apparecchi apprestati da Gianluigi Fieschi e da’ suoi trovavansi al punto, che non eravi più ragione alcuna per indugiare l’arrischiosa impresa.
E’ fermarono, infatti, di cimentarvisi e scelsero per tale uopo la notte istessa del capo d’anno.
Lasciamo parlare per noi quell’accurato annalista di Lodovico Antonio Muratori, il quale ha benissimo riepilogato tutto quanto su tale impresa ce ne lasciarono scritto, Uberto Foglietta, l’Adriani, il Campani ed il Mascardi. Nemmanco il Cappelloni, nella sua _Storia delle tre Congiure_, aggiugne particolari di maggiore interesse.
Gianluigi Fieschi «chiamati seco a cena molti dei suoi amici nobili popolani, e svelata ad essi l’intenzione sua, gli ebbe quasi tutti seguaci nell’impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell’Arco, con ispedire dippoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di S. Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la Darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un tumulto e strepito de’ remiganti e marinai che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto svegliato dallo strepitoso rumor della Darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione tra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d’entrare, per sua mala ventura v’entrò, perchè immantenente fu da’ congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso che la città era sossopra, e udirsi gridare _Libertà_ e _Fieschi_, perchè molti della vil plebe s’erano uniti per isperanza di dare il sacco alle case de’ nobili (solita storia!). Però, come potè, posto sopra una mula, si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinola.»
Tra i non molti familiari e clienti, che gli facevano corteo nella precipitosa fuga, rimarcavansi due cavalieri, i quali erano stati i primi due che — correndo a spron battuto — fossero giunti al palazzo Doria con le notizie della sollevazione popolare e di quanto accadeva in città.
Alle vesti, agli arnesi, al parlare sembravano costoro estranei al luogo ed, infatti, quando l’ottuagenario _Padre della patria_ dimandò loro a chi dovesse il segnalato servizio:
— A due forestieri — gli rispose il più attempato — io sono il conte Giovanni Anguissola, piacentino, e l’amico mio è il capitano Giovanni Osca di Valenza.
— E come mai — fece il Doria, mentre si lasciava aiutare da’ famigli ad inforcare con le gambe gottose il piccolo mulo, che dovea trarlo a salvezza — come mai tanto interessamento e sollecitudine per me, che neppur conoscete?
— Non tanto per amore di voi, messere — gli rispose l’Anguissola — quanto per l’odio intensissimo, che ci anima contro il signore nostro, Pierluigi Farnese, il quale.... per nimicizia che ha verso l’imperatore e massime verso sua eccellenza don Ferrante Gonzaga.... si è secretamente legato a’ Fieschi e cospira con gli avversarî vostri.
— Ah! gli scellerati — mugolò il venerando uomo, incitando al corso la sua grama cavalcatura — non potendo battere il cavallo, tirano colpi alla sella.... e intanto m’hanno ammazzato Giannettino, il mio Giannettino, ch’era tutto il mio amore, la mia speranza, la mia gloria, il bastone della mia decrepitezza!
— Questo è uno degli affanni che opprime noi pure — interloquì il capitano Osca o, per meglio dire, il nostro Neruccio Nerucci — col trionfo de’ nemici vostri, noi veggiamo prossimo anche quello dell’abborrito principe, cui abbiamo giurato odio implacabile, ed un simile pensiero ci mette le più crude smanie nel core.