Terremoto

Part 27

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— V’ho già ripetuto, messere — fece Terremoto — che di nome io non la ho mai conosciuta, nè tampoco la riconobbi al momento, comunque avessi agio di esaminarne accuratamente le fattezze, che l’aque della fontana aveano monde dello untume onde, a bello studio, erano state brutte.... solo mi ritrassi con una incerta e vaga reminiscenza, la quale mi è andata frullando in capo tutta quanta la notte e m’ha impedito di chiuder occhio.... sentivo, comprendevo non esser stata quella la prima volta, in cui m’ero imbattuto in quel bruno e fiero volto di femina; ma giammai veniami fatto di ricordarmene nè il dove, nè il quando.... questa mattina soltanto, risvegliandomi come di sobbalzo, dopo un breve e leggero pisolare di pochi minuti, le idee mi si sono schiarate tutte d’un tratto: nel dormiveglia, tra il fosco e il chiaro la imagine di quella medesima donna m’è riapparsa, quasi per incanto, dinanzi agli occhi della fantasia, e proprio tal quale la ho vista la prima volta, vale dire: nel giugno del 1549, a Castell’Arquato, in casa i Santafiora, mentre aiutava quello scellerato di Monsignor Pierluigi a usar violenza alla mia giovine signora.....

— La Marazzani, dunque? — rintostò il conte Anguissola.

— E sarà bene la Marazzani — riprese, come un po’ uggiato l’ottimo Rinolfo — se voi sapete ch’ella si noma in cotesta maniera.... io ci ho niente a ridire, ma, vel ripeto, di nome non ho mai saputo come la si chiami.... il fatto è solo, che, entrato in un grande sospetto, sono balzato immediatamente giù dal mio saccone e corso a ricercare del tedesco, per addimandargli stretto conto di quel suo servitore ermafrodita; ma il mio sospetto ed il mio tentativo, onde appurarlo, giungevano troppo in ritardo: i buoni Minori mi risposero che sì questi che quello aveano lasciato insieme il convento sino dalle prime ore d’iersera e s’erano diretti per la strada maggiore verso il Po.... il mio sospetto s’è rimutato allora in una terribile certezza: quella mala femina non poteva essere camuffata da uomo senza qualche iniquo intendimento; mentr’ella stava risciaquandosi la faccia alla fontana, apparecchiandosi così alla già divisata partenza, il tedesco, suo complice, m’interrogava e mi scavava sotto il terreno per conto suo.... forse, chi può divinarlo? anche quel trappolone di messer Gozzelino è del complotto!... già, quella sua pallida cera e que’ suoi neri occhiolini, privi di luce come quelli del pesce morto, non impromettono nulla di buono.... senza dubio, que’ due si sono recati a Cremona, con qualche malvagio intendimento a pregiudizio di madonna.... perciò, senz’altro maggiormente indugiare, sono montato sul mio gramo ronzino e mi son subito posto in viaggio, pregando, dal più profondo del cuore, Gesù Benedetto e la Santissima Vergine dei sette dolori di farmi giungere in tempo!

— E vi giungeremo in tempo! — sclamò Neruccio, infliggendo un forte colpo di sprone a’ fianchi del proprio cavallo.

— Oh sì, che vi giungeremo! — gli fece eco l’Anguissola, imitandone l’esempio.

E partirono con la velocità di due saette scoccate dalla faretra.

Ma, a breve tratto, dovettero arrestarsi per attendere il loro colossale compagno di viaggio, il quale — in causa appunto della misera cavalcatura ond’era provisto — non poteva seguirli che camminando a piccolissimo trotto.

CAPITOLO XLVI.

L’incognita di Castro.

Carlo V, — nella breve sosta che fece a Cremona, prima di condursi al convegno di Busseto, — avea preso stanza in quel celebre Castel Leone, eretto da’ cremonesi in loro difesa contro l’avversaria Milano, presso le cui mura la superba metropoli lombarda subì, nel 1213, quella memorabile disfatta, che le fece perdere persino il carroccio, e nelle cui sale il famigerato Cabrino Fondulo esercitò, in seguito, gli atti più crudeli della sua tirannica signoria.

A Castel Leone — oltre il seguito dello imperatore — convennero pure, affine di rendere omaggio al medesimo, diversi principi italiani, tra quali il duca Ercole d’Este con la moglie e la costei corte, di cui faceva parte Bianca della Staffa: e sappiamo per qual motivo non si rendesse questa insieme al duca a Busseto, rimanendo invece, con la duchessa e l’altre dame, a Cremona, in attesa ch’egli vi facesse ritorno.

Delle girandole montate da don Ferrante Gonzaga in pregiudizio di Pierluigi Farnese, non ci sarà d’uopo porgere molti schiarimenti al lettore, ond’egli se ne renda pienamente capace. Sapendo, anche per le voci insistenti che ne correvano, come — nel chiedere un abboccamento all’imperatore col solito pietoso artefizio dell’adoprarsi pel ristabilimento della pace — scopo precipuo di Paolo III quello si fosse di conseguire pel suo beniamino la investitura del milanese, cui egli stesso, il Gonzaga, avidamente agognava; pensò spedire inanzi a Busseto il suo fedel Gozzelini a mo’ di scandagliatore e di dargli a compagno il membruto Terremoto, che si fece imprestare dal duca di Ferrara, sì per giovarsene nel modo che abbiamo poi visto e sì perchè, in ogni perigliosa evenienza, a quello servisse di valida scorta e difesa.

Diremo, invece, come in Busseto si trovassero Pellegrino di Leuthen ed Olimpia Marazzani.

Morta, sepolta e resuscita a Perugia, Olimpia erasi ricongiunta al suo Pierluigi e — mentr’egli debellava i faziosi Colonna — tenutasi ascosa nella di lui casa di Ripetta, d’onde poscia aveva tratto al palazzo ducale di Castro, costrutto nel 1537 da Antonio Picconi, e che il suo augusto amatore aveva fatto in quel torno abbellire espressamente per lei da Jacopo Meleghino.

Ivi ella tenevasi nel massimo riserbo ed acciocchè i molti curiosi del piccolo luogo non potessero giugnere a riconoscere chi veramente ella fosse, mai mostravasi in publico se non con la faccia coperta da una maschera di velluto.

Però non andò guari che venne denominata la _Incognita di Castro_, nè altrimente fu nota che sotto un tal nome.

Le cagioni di un simile contegno si comprendono ovviamente: ella voleva sfuggire alle indagini, che avesse fatto di lei l’Anguissola, e ad ogni contatto con lui.

Nella situazione d’animo, in cui ella trovavasi rispetto al suo antico amante, annidavasi un mistero psichico ch’ella istessa mai era giunta a spiegarsi; per l’uomo, che le aveva consacrato i più caldi affetti e che, per suo amore, s’era macchiato di un nero delitto di sangue, ella provava a un tempo — lo abbiamo già detto — e simpatia e repugnanza. Questa l’aveva sempre distolta dal darsi interamente a lui e spintala tra le braccia di un altro: quella le vietava di atteggiarglisi a nimica aperta e di arrecargli alcun male.

Il saperlo tra gli uficiali a’ soldi del Farnese viemmaggiormente la pose in apprensione ed impiccio.

Come schivarne l’incontro?

Confidarsi anche parzialmente a Pierluigi avrebbe equivaluto ad intorniare l’uomo, che voleva preservato, di rischi e pericoli senza fine: un sospetto, che fosse sbucciato in core del principe poteva facilmente convertirsi per quello in una minaccia di morte.

E per qual via premunirsi altrimenti?

La fede cieca che il Farnese riponeva ne’ suoi astrologi e dottori, le suggerì un ottimo spediente. Col di lui istesso danaro si accaparrò il concorso di un di costoro, dal quale si fece solennemente prognosticare dipendere la sua vita e la sua felicità dalla sua nè troppa vicinanza nè troppa lontananza dal conte Giovanni Anguissola; le stelle collegare il suo al destino di costui; ogni sciagura, o danno, o malore, che a questi intervenisse rimutarsi inevitabilmente in suo malore, danno sciagura: ned esservi laonde più acconcio mezzo a preservarla, se non ch’egli vivesse tranquillo nella condizione e nel luogo in cui si trovava, ma senza che giammai, per niuna cosa al mondo, potesse aversi secolei il minimo contatto.

Tali canzonature venivano congegnate nella casa di Ripetta, dove — al suo ritorno dalla guerra del Sale combattuta in Abruzzo — Pierluigi n’ebbe pienamente a contezza. Sollecito della donna sua ed uso a non discutere, nè a revocare mai in dubio i sentenziati della scienza astrologica; fu egli stesso allora che imaginò di ricovrare Olimpia nel suo palazzo di Castro, esortandola a non uscire mai per le vie se non col volto larvato, e che — per tenerglielo più possibilmente, senza che il fosse troppo, discosto — assegnò per stanza all’Anguissola il castello di Nepi.

Per via di tale accorgimento, le faccende procedettero, infatti, senza mai dar luogo a inconveniente nessuno, e di guisa tale che il conte Anguissola erasi quasi indotto a ritenere d’aver sognato quando eragli parso di rivedere Olimpia su la piazza di Perugia.

Allorchè si trattò del convegno tra il papa e l’imperatore, Pierluigi trovavasi appunto a Castro ed esponeva all’amante sua i dubi forti che lo ingombravano, circa la riuscita del novello tentativo che l’augusto suo genitore proponevasi fare in suo vantaggio. Noto, com’eragli, il poco buon concetto in cui lo si teneva dallo universale, e’ vedeva un emolo, un avversario, un nimico anche in ciascun membro del numeroso suo parentado, persino negl’istessi suoi figli, e temeva però si mettessero al fianco dell’imperatore ed anco di suo padre, ma specie del primo, uomini intesi a scalzarlo ed a lavorare sott’aqua per attraversargli la riuscita. Dolevasi, quindi, di non avere nel luogo, in cui l’importantissimo e decisivo abboccamento doveva effettuarsi, nessun servitore fedele, o schietto amico, che perorasse per lui od, almeno, invigilasse l’andamento delle cose e, nel caso, lo tenesse istruito de’ pericoli che il minacciassero.

Stando in simili angustie, nè sapendo a qual partito appigliarsi, l’arrivo a Castro del nostro vecchio conoscente, il tedesco di Leuthen, gl’ispirò il pensiero di spedire appunto costui su le calcagna del papa e dello imperatore e di affidarsi a lui per quell’uficio di cui non sapeva chi meglio incaricare.

Pellegrino — per la sua qualità di creato e spione de’ Farnesi — era uno de’ pochi — a non dire: il solo — che fosse a parte del segreto d’Olimpia e conoscesse chi veramente ascondevasi sotto la maschera della _Incognita di Castro_.

Tale circostanza fece scattare una ardimentosa idea nella calda fantasia di quella donna, vaga ed amante più che altra mai di agitazioni e d’arrischiate imprese: questa, di farglisi occultamente compagna nella spedizione a cui lo destinava il Farnese.

E così fu.

Mentre Pierluigi lasciava Castro, per recarsi a Piacenza; ella travestivasi da ragazzo del contado e, così camuffatta, partiva, a sua volta, per Bologna prima e quindi per Parma, in compagnia di Pellegrino, d’onde — al momento dato — si portò, come vedemmo, a Busseto, nel convento de’ Minori Osservanti.

La faccia, le vesti, i modi del Gozzelini non mancarono di svegliare subito i suoi sospetti e di eccitarla e tenerlo d’occhio e a studiare qualche spediente per venire in chiaro delle sue intenzioni. Fu nel mettere in atto il più ardito di tali tentativi, quello, cioè, d’impadronirsi del suo borsello e delle carte, che il medesimo potesse contenere; ch’ella cadde tra le grinfe di Terremoto e che ne susseguì la scena di cui fummo testimoni.

L’incontro fra il gigante e Pellegrino ed il riconoscimento di quello da parte di Olimpia, che ravvisò subito in lui l’uomo formidabile da cui era stata atterrata nel castello de’ Santafiora, le fece nascere il desiderio d’iscuoprire, per di lui mezzo, cosa fosse intervenuto di Bianca della Staffa. Il tedesco, sotto il manto dell’amicizia che avea professato per la famiglia di costei e della fiducia, che, necessariamente doveva però a quello ispirare, servì di mezzano a tali suoi finì. Risaputo, per siffatta via, tutto quanto risguardava la giovane amante del nostro Neruccio, e visto risolversi in isfavore del suo Pierluigi tutto lo armeggio de’ cotidiani colloqui che avevano avuto luogo tra il papa e l’imperatore; ella decise di abbandonare alla chetichella Busseto e di condursi in Cremona, dove tentare un’altra volta d’impadronirsi di colei, contro la quale sentivasi sempre animata da un cieco e quasi istintivo livore.

Il rimanente ci è noto.

CAPITOLO XLVII.

Triplice alleanza.

Neruccio, l’Anguissola e Terremoto giunsero a Castel Leone di Cremona, che volgevano tuttavia le prime ore del mattino.

I due giovani uficiali si tennero in disparte, mentre il colosso, ch’era ben conosciuto dalle genti del luogo, introducevasi nel castello.

Vedendolo entrare affrettatamente e con sul volto quell’aria interrogativa che accompagna sempre le ansiose agitazioni; talune donne, attinenti alla corte della duchessa d’Este e che furono le prime a badargli, credettero giungess’egli apportatore di qualche infausta novella e gli si fecero incontro premurose, chiedendogli a dieci voci:

— Ecchè?... perchè di ritorno voi solo?... chi v’ha spedito inanzi?... cos’è mai accaduto?... che è mai che qui vi conduce?... qualche malanno è forse toccato a monsignore il duca?...

— No, no, — s’affannava a risponder loro il buon Terremoto — nessuno mi spedisce.... non precedo nessuno.... non ci sono, almeno spero, malanni di sorta....

— Ma che è, dunque?...

— Nulla, vi replico, madonne.... piuttosto io mi piglierò licenza di domandare a voi se mi sappiate dire ove si trova, in questo momento, donna Bianca, la mia signora.

Le damigelle si guatarono l’uaa l’altra di sottecche, con fare stupito, quasi mormorassero tra loro:

— O intendiamo noi di sghimbescio, o costui, poveraccio, ha egli dato il cervello a rimpedulare!

Terremoto girava l’occhio da questa a quella, meravigliando a sua volta della inesplicabile loro meraviglia e cominciando a sentirsi il petto sbattuto dal batticore.

— Vi domandavo — riprese esitante — se mi saprete indicare....

— Eh, v’abbiamo inteso, mastro Rinolfo — lo interruppe una di quelle — ma solo non ci sappiamo spiegare il fine recondito di cotesta vostra domanda.

— Fine recondito?... e che v’ha di strano in questo, che io, ritornando dopo alcuni giorni di assenza, chiegga a cui primo incontro: dov’è la mia signora?

— Ma egli è che, maestro, dov’ella sia il dovreste sapere voi medesimo assai meglio di noi.

— Io?... oh marchiana cotesta!... e come?... e per qual ragione?

— Per la ragione semplice, che ella è partita da Cremona stamane istessa al primo crepuscolo, con la persona da cui l’avete mandata a ricercare.

Terremoto non fiatava per lo sbigottimento.

— Partita?... — farfugliava tra denti, che un’ansia mortale gli facea sbattere come per freddo — partita al crepuscolo?... con una persona che io?... ma chi è codesta persona?...

— Eh, gua’?... — fece la donzella — la persona istessa, che è venuta per conto vostro a richiederla.

— Un vecchietto — soggiunse una delle costei compagne — una specie di castaldo, che scortica la lingua nostra alla maniera de’ tedeschi.

— Ah! — sclamò con un grido Rinolfo.

E, con atto di suprema disperazione, si cacciò ambo le mani tra i cerfugli cascanti dalla bionda capellatura.

Le damigelle lo contemplavano esterrefatte come se avessero dinanzi un fenomeno.

— Ma come.... come? — ripigliò a dire il povero uomo, dopo la pausa di un istante — com’è accaduto che donna Bianca abbia seguito quel farabutto di tedesco, senza sospettare che sotto alle sue parole indiavolate ci potess’essere qualche bertovello?

— Gli è facile a spiegarselo — fece una di quelle — come ve lo abbiamo detto testè, il vecchierello che voi chiamate tedesco, è venuto qui insieme ad un suo fante....

— Ah.... c’era pur seco un fante?

— Sì, certamente; ma questi nemmanco è entrato nella rôcca.

— Era egli un giovinotto sbarbato, con due grandi occhioni neri e lucenti, le sopracciglia copiose e ritte ed alcunchè di donnesco in tutta la persona?

— Che avesse del donnesco mal saprei asseverare, chè lo abbiamo sbirciato solo così alla sfuggiasca; ma giovine e con occhi e sopracciglia come voi dite, era per certo.

— Ebbene, ebbene?

— Il vecchierello, dunque, lasciato il suo servidore al di là del ponte, s’è fatto inanzi a domandare di donna della Staffa, soggiungendo ch’e’ veniva direttamente da Busseto, con una ambasciata vostra per lei.

— Ed a chi s’era rivolto per ispifferare di simili fandonie?

— A messere Amerigo de’ Coronei, il mastro di Sua Magnificenza la duchessa nostra; ma talune di noi... io, per esempio.... eravamo presenti.

— E che gli rispose mastro de’ Coronei?

— Nulla; senonchè io medesima andai al nostro dormentorio ed a madonna Bianca, che s’era a pena levata di letto, perchè un cotal poco indisposta...

— Ah, er’anco indisposta quell’angelo santo?

— Cosa da nulla, Rinolfo caro! un po’ di gravezza al capo buscatasi in una passeggiata che abbiamo fatto iersera lunghesso le rive del Po.

— Tirate inanzi.

— A donna Bianca, dunque, annunziai la persona che, per conto vostro, l’aveva richiesta.

— E donna Bianca?

— C’è tampoco a domandarlo? non così udì il vostro nome, che subito si lanciò fuori dell’uscio ad incontrare colui.

— E colui?

— Colui non le tornò nè ignoto, nè discaro, poichè ella a pena lo scorse, gli volò inanzi sclamando: oh, messer Pellegrino! oh, messer Pellegrino! e stette quasi per gittarglisi fra le braccia!

— Eh, mi spiego cotesto!... il manigoldo era già stato attinente e divoto e pressochè familiare della casa del suo misero avo.... ella non potea figurarsi che, ligio e venduto siccom’è alla genìa de’ Farnesi, dovesse tradire le antiche amicizie per darla in balìa del suo persecutore... è sì buona ed onesta madonna Bianca, che si rappresenta tutta l’umanità creata a sua similitudine!

— Sarà benissimo come voi dite; ma il fatto si è che ell’accolse il nuovo venuto con ogni più manifesto segno di attenzione e di simpatia e non l’ebb’egli così annunziato come venisse, per conto ed incarico vostro, onde seco menarla direttamente a voi, che ella corse subito alla duchessa, gliene chiese licenza e si apparecchiò senz’indugio a partire.

— Oh, la mia disgraziata signora!... e quale strada hanno dessi pigliata?

— Oh, non badammo a cotesto!... nevvero, voialtre?

— No, certo — risposero le compagne.

Ed una soggiunse:

— Ma egli è fuori dubio che avranno pigliato quella del Po’ se volevano traversarlo per arrivare a Busseto.

— Eh, che a Busseto non ci hanno fatto ritorno!

In quel punto sorvenne mastro Amerigo de’ Coronei.

— Messere — gli chiese tosto Terremoto, nella cui grossa cervice era balenata una idea — sapreste voi, per avventura, ove presentemente si trovi Monsignor Pierluigi Farnese?

— Il duca di Castro? — fece mastro Amerigo, pigliandosi il labro inferiore tra l’indice e il pollice della mano destra e stirandoselo inanzi con fare di sufficenza — eh, il duca di Castro, se memoria non mi falla, s’ha, in questo punto, da trovare a Piacenza, dove non so se più stia per ingaggiare cavalli e fanti a servizio dello esercito papalino, o per attendere quelle buone novelle che spera gli abbiano a giugnere da castel di Busseto.

— A Piacenza, voi dite?

— A Piacenza, a Piacenza.

— Non mi rimane più dubio!

E con questa conclusione gittata là in modo esclamativo, il gigante abbandonò in asso le dame e il gentiluomo della corte estense, per tornar frettoloso fuori del castello e raggiungere i suoi due compagni.

Con vivo interessamento da parte dell’Anguissola e con profondo dolore da parte di Neruccio, questi ascoltarono la triste narrazione che quello fece loro di quanto aveva risaputo nel castello.

Bianca era disparsa; Bianca era stata rapita da donna Olimpia Marazzani e Pellegrino di Leuthen; Bianca trovavasi probabilmente a Piacenza già in potere di Pierluigi Farnese.

Un siffatto persuadimento rinfocolava gli odî mal sopiti dei due sventurati amatori, a’ quali aggiungevasi Terremoto, che — a giudicarne almeno dagli atti irosi e da’ sonori sospironi, che gli uscivano dal colossale torace — appariva di loro non meno addolorato e sdegnato.

Senza pronunziar verbo, i due giovani capitani si strinsero espressivamente la mano, quindi — volgendosi, in pari tempo, al gigante, con uno sguardo che significava un invito:

— A Piacenza! — esclamarono a due voci.

— A Piacenza! — rispose Terremoto.

E partirono tutti tre al trotto, queglino de’ loro eccellenti corridori e questi del suo misero ronzino.

CAPITOLO XLVIII.

La investitura.

S’era in sul finire di agosto dell’anno così detto di grazia 1545 e nella città di Piacenza.

Entro un ampio salone di pianterreno, tappezzato in cuoio liscio e grezzo a borchiellature di rame, e col mobiliare più antico di un secolo della voga corrente a que’ dì; teneansi in colloquio due uomini, nell’uno de’ quali — alla barba puntuta, al naso piovente e alle volatiche onde avea chiazzata la pelle del volto — facile tornava il riconoscere il signor duca di Castro.

L’altro era messere Alessandro Viustino, dottore in leggi ed allora di lui rappresentante nel reggimento della podesteria di Novara.

Sin dal maggio, il Farnese trovavasi albergato nella casa di quella sua creatura, dove, senza fallo, attendeva gli pervenisse da Roma la buona novella.

La buona novella doveva essere la sua investitura nel ducato di Parma e Piacenza, pel trattamento della quale causa Sua Beatitudine il Papa avea già tenuto due distinti concistori.

L’ospite e l’ospitato stavano conversando delle difficoltà più o meno grandi, che il pontefice avrebbe potuto incontrare a spuntarla: quando un donzello — dopo aver bussato pianamente all’uscio — si fe’ inanzi ad annunziare l’arrivo di tale, che chiedeva istantemente parlare a monsignore il duca.

Pierluigi sobbalzò dalla sua scranna, con quel movimento irresistibile di ansietà che è tutto proprio delle prolungate aspettazioni e:

— Fa entrare, fa subito entrare — intimò al valletto.

Il quale poco istette ad introdurre un’altra nostra conoscenza, il tedesco Pellegrino di Leuthen.

Pellegrino giungeva direttamente da Roma.

Figurarsi se doveva essere il benvenuto!

Il duca gli corse incontro, come lo avrebbe fatto con una vezzosa dama di corte e — stringendogli tutte le due mani nelle sue:

— Ebbene, ebbene, mastro di Leuthen — gli addimandò premuroso — quali notizie mi recate?

— Pone! pone! — fece il tedesco, assidendosi s’uno scannello, che, nel frattempo, il Viustino gli aveva profferto — gasa Farnese gasa biù fordunate di gueste monte!

— Storia vecchia, Pellegrino: veniamo alle nuovità.

— Cranti, crantissime nuofità!... fostre eccellensce difenute nonne tue folte in una folta sola.

— Cosa volete dire?

— Foler tire che fentisette gueste medesime mese Sua Magnificensce tonna Marcherite t’Afstrie bartorito e tato alla luce tue cemelli, che patezzati coi nomi di Alessantre e di Garle....

— Ah, mia nuora?... brava! è di buona razza; ma di cotesto assai mediocremente mi preme... io bramerei piuttosto sapere come siano ite le faccende....

L’astuto raccoglitor di cimeli interruppe il duca d’un cenno e strizzando maliziosamente dell’occhio al Viustino che stava curioso in ascolto:

— Monscignore — riprese a dire — subone io dimendicarmi suoi inderessi.... ma sua eccellensce fare crantissime torte sue fetelissime serfitore.... gome!... io breferire bartoriscione tonna Marcherite t’Afstria a crante, imbordantissime afenimente fostre infestimente?... ah, monscignore....

— Bene! bene! vi chiedo scusa del dubio... ma spiegatevi, spicciatevi una volta.... chè vi caschi la lingua!

— Domine! domine! guante siede imbasciente!... se lincua tofesse cascare fostre tefotissime serfe, fostre defotissime serfe non essere gabace tarfi sbiecascioni tesiterate!...

— La vorrete finire una volta?

— Sùpito! sùpito! sùpito!...

— Ah, sia ringraziato il Signore!