Terremoto

Part 26

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— Avete ragione, avete ragione! — rintostò il monarca, con un leggero tono d’impazienza — nulla ho, del resto, impromesso che io debba assolutamente attenere: posso mutare divisamento, senza mancare alla fede giurata.

Ferrante Gonzaga si morse a sangue le labra, per occultare la gioia del proprio trionfo.

Egli trionfava infatti.

Facilmente aveva indotto Ercole II d’Este che, siccome figlio della celebre principessa Renata, era parzialissimo di Francia, a fare il proprio piacere, con l’agitargli dinanzi alla mente lo spauracchio della perdita del milanese. Sinchè questo ambito e contrastato territorio rimaneva nella casa di Spagna; un rovescio qualunque poteva, in un prossimo avvenire, retrodarlo alla casa di Francia; ma se — per isventura — ne veniva investito Pierluigi Farnese, a sostegno del quale sarebbesi adoperata tutta la influenza papale, quella speranza cadeva per sempre. Utilissimo, quindi, anche agl’interessi di Francesco I, che lo sterpone di Paolo III fosse così screditato agli occhi del monarca spagnuolo da fargli rinunziare definitivamente al pensiero di quella perigliosa investitura.

Ercole II sostenne la propria parte con pieno convincimento di adempiere a un debito di fedele alleato e rincupì, per conseguenza, le istesse tinte usate da Terremoto nel dipingere il carattere e narrare le laide imprese del duca di Castro.

La partita era vinta.

L’indomani istesso Carlo V ritirò la sua parola e il desolato Paolo III dovette contentarsi di mettere inanzi — a mo’ di rappresaglia — il proprio intendimento di far eleggere il figliuolo signore di Parma e Piacenza.

CAPITOLO XLIV.

Bianca ed Olimpia.

Rompeva l’alba dell’ultimo giorno in cui gli augusti ospiti di messer Gerolamo Pallavicino dovevano lasciare la rôcca di Busseto. Fra Simpliciano, l’onesto laico blaterone, portinaio de’ Minori Osservanti, aveva già iscritto sul registro del convento la seguente nota:

«Dil 1543 a dì 24 Zugnio Vene papa Paulo Terzo a bux.to a parlamento Cum Carlo quinto Imperatore di Roma e Cum il papa (sic). Vi hera 24 Cardinali Vescovi Sig.ri gentiluomini Uno n.º grande cum sua M.tà Inperialle Vi hera ’l ducha di ferara (_Ercole II d’Este_) il ducha di mantova (_Francesco III Gonzaga_) il principe di piemonte (_Emanuel-Filiberto_) dùn ferrando gonzaga (_il Gonzaga tratto da noi in iscena_) il marchese del guasto In quel tempo governatore del Stato di Milano (_Alfonso d’Avalos marchese del Vasto_) il duca otavio fernesso (_Ottavio Farnese, duca di Camerino_) e madama filiola del Inperatore (_Margherita d’Austria_) Vi hera puoi Uno n.º Infinito di gentilomini e Signori e duchi di Spagna. Secondo che fu dito dapuoi fu tratato di far ducha di parma e di piasenza Piero aloysio fernesso filiolo di Papa Paulo Terzo.»

I ricovrati nel convento istesso, vale dire: Manfrone Aretusio, che sappiamo ora altri non essere che Gaspare Gozzelini, segretario di don Ferrante Gonzaga, il nostro Terremoto, Pellegrino di Leuthen ed il suo Lazzaro d’Alpinello, avevano sgombrato già il luogo, pigliando ciascuno per direzioni diverse.

A metà circa della strada maggiore della città, a destra scendendo verso il Po e di rimpetto alla casa dei Dordoni, sorgeva intanto una impalcatura, su cui situavasi, con alquanti suoi fattorini, quello istesso Tiziano Vecellio, che già vedemmo a Parma in estatica contemplazione delle bellezze architettoniche e scultorie del battistero, il quale — per incarico avutone dallo stesso imperatore e dietro preghiera de’ signori del luogo — ivi dipinse a fresco l’incontro dei due sovrani avvenuto nella rôcca. Il dipinto comprendeva gl’intieri ritratti di Carlo V e di Paolo III e quello di moltissimi tra i principi e cardinali, che loro facevano corona. L’opera riuscì insigne e degna in tutto e dello importante subbietto e del valido pennello che lo aveva trattato, ma il tempo, frusto a frusto, compiè in seguito l’opera sua distruttrice ed ora, di quel dipinto del caposcuola veneziano, non rimane più il minimo vestigio.

In quella istessa mattina, su la via, che dalle foci della Ongina mena a Busseto, procedevano due giovani signori, montati su focosi e bene equipaggiati cavalli di Barberia e vestiti in parte da gentiluomini in parte da soldati. Avevano cappello piumato in testa, in luogo del morione; brache e maniche a sbuffii; ma, sul giustacuore, una lucente e niellata corazza, ed al fianco un lungo spadone, la daga e il pugnale.

A un certo punto della via, costoro videro venirsi incontro un gran diavolo d’uomo, che pareva schiacciasse del proprio peso il gramo ronzino sul quale trovavasi in arcioni.

— Non mi sbaglio — sclamò il più giovane dei due cavalieri, a pena lo scorse — è lui, senza dubio; è Terremoto.

— Il salvatore della vostra diletta? — gli chiese il compagno.

— Sì, conte — rispose quello, cacciando gli sproni ne’ fianchi del proprio cavallo — quello istesso che vi aiutò a rapire donna Olimpia Marazzani dal castello de’ Santafiora.

Queste poche parole scambiate fra i due giovani cavalieri, basteranno, crediamo, acciocchè i lettori riconoscano in essi il conte Giovanni Anguissola ed il nostro Neruccio Nerucci.

Dopo la guerra del Sale, eglino due aveano continuato a rimanersene a’ soldi del signor duca di Castro, nella fiducia sempre di riuscire alla scoperta di quanto si riferiva alle donne de’ loro pensieri.

Ma le loro speranze erano sempre andate deluse.

O li lasciasse di presidio al suo castello di Nepi, o li inviasse a fare incetta di uomini e cavalli nei dominî della Chiesa per conto dello stesso pontefice, o se li avesse al fianco in questa o quella spedizione, come quando si recò egli a Genova a complimentare Carlo V; Pierluigi Farnese mai si era lasciato sfuggire dal labro una sola parola, che a quelle due donne si riferisse; nè l’Anguissola potè mai più rivedere al di lui fianco quella misteriosa creatura, ch’eragli apparsa dallo sportello di una carrozza in piazza del Sole a Perugia, e nella quale aveva creduto ravvisare la fatale sorella dello abate di San Savino — Neruccio — dal canto suo — pigliando voce da vari de’ suoi subalterni, era giunto, nel frattempo, a conoscere nei loro più minuti particolari tutti gli avvenimenti, che avevano accompagnato e seguito la evasione di Bianca dal campo papalino e dalla taverna della Magione. L’uno e l’altro dovettero però rinunziare alle loro idee di vendetta, il primo perchè trovavasi completamente all’oscuro su la sorte toccata alla sua donna; il secondo perchè, più che del vendicarla sentivasi preoccupato dallo intenso desiderio di averne contezza e rivedere la sua.

Per queste ragioni, eglino chiesero più volte licenza al Farnese di correre il mondo, per loro private faccende, licenza che il principe, il quale, malfermo sempre in salute, scorreva la maggior parte del tempo nel suo castello di Castro, non ebbe mai motivo di rifiutare.

In tali occasioni, l’Anguissola erasi più volte restituito a Piacenza e ne avea perlustrato i dintorni, massime quelli del Valnurese, nello intento di rintracciarvi qualche novella di Olimpia; e Neruccio — che nascondevasi sempre sotto il pseudonimo di Giovanni Osca da Valenza — era ritornato prima a Perugia, poscia sino alle falde di Monte Osèro, al casolare della Chiappa, tentando, dal canto suo, di scuoprir qualche cosa che riflettesse la sua Bianca, od almeno il costei servitore. Ma nè l’uno nè l’altro aveano mai approdato a nissun favorevole risultamento.

Le mute ruine dell’abazia di Cogno San Savino e le diserte mura del tugurio, dove abitava un tempo la famiglia Rinolfo, null’avevano potuto rispondere alle ansiose domande dei due giovani sconsolati.

A Castell’Arquato, dove l’Anguissola erasi pure sospinto, correva sempre insistente la voce che Olimpia Marazzani fosse prodigiosamente disparsa da quella rôcca fin dalla notte in cui egli stesso ne l’aveva rapita, e che mai più avesse dato segno di sè.

A Perugia, dove Neruccio aveva chiesto informazioni su la famiglia della Staffa, eragli stato risposto trovarsi essa ricoverata a Siena sotto il patrocinio di quella republica.

Là pure si condusse il nostro giovine avventuriero; vide ed interrogò il vecchio messer Bartolomeo della Staffa; ma neppur questi seppe dirgli alcunchè su la nepote, ch’egli già non tenesse dal labro di Terremoto, e cioè: dello strano e proditorio modo in cui altri aveala strappata dal suo fianco, mentr’egli abbandonava la patria, per dannarsi a volontario ed interminabile esilio.

Delusi, scorati, e’ riedevano da quelle loro infruttuose escursioni al castello di Nepi dove teneano stanza consueta ed ivi scorrevano il tempo nel parteciparsi a vicenda i loro timori e le novelle e ripullulanti loro speranze.

Erano state queste, che mentre trovavansi a Piacenza con lo stesso loro signore — li avevano condotti a domandare una nuova licenza ed a correre l’oltre Pò, in traccia anco una volta di quelle notizie, che sfuggivano sempre alle loro ricerche.

Toccata Cremona, ed ivi risaputo come le corti del papa e dello imperatore si trovassero riunite a Busseto, vi si diressero per curiosità più che per altro, decisi di ritornare a Piacenza per questa via.

Fu in tale congiuntura che s’imbatterono in Terremoto, il quale — per contro — ritornava a Cremona, dove aveva lasciata la sua signora.

Terremoto mostravasi, in cera, oltremodo stravolto e agitato.

— Finalmente! — sclamò Neruccio, facendo arrestare di botto il proprio cavallo — finalmente vi ritrovo, dopo tre anni, dopo tre lunghi anni.

— Ah, messer Neruccio!... — fece il colosso rasserenandosi alquanto in sembiante — voi? voi?... è la bontà della suprema providenza, che vi manda a me in questo momento.

— Spero bene sia la providenza che ha consentito questo nostro incontro; ma perchè mi dite codesto in un tono tanto solenne?... cos’è accaduto?... madonna Bianca?...

— È appunto a lei che mi riferisco col pensiero, nel ringraziare la providenza.

— Ov’è dessa?

— A Cremona.

— E corre qualche pericolo?

— Oh, lo temo, lo temo forte!

— Quale mai?

— Non so; ma sotto il travestimento di certo tale, che stimavo a tutta prima un ragazzo, ho creduto scuoprire una donna che m’ha messo nel core la più grande paura.

— Una donna?... quale donna?

— La medesima, di cui vi narrai, che si trovava, insieme al Farnese, nella rôcca di Castell’Arquato, quando, in quella notte....

— Olimpia Marazzani? — interrogò vivamente lo Anguissola, che non aveva durato fatica a riconoscere, in Terremoto, il valletto, che accompagnava la fanciulla, a cui, in quella istessa notte, egli aveva prestato uno de’ suoi cavalli.

— Non so se tale sia veramente il suo nome — fece Terremoto — ma è quella donna, senza dubio.

— E voi l’avete rivista? — insistè l’Anguissola.

— Oh, sì, sì, sono sicuro di non m’essere ingannato.

— E dov’è?

— Adesso lo ignoro, ed è di questo che temo; ma sino a ieri, trovavasi, al paro di me, nel convento dei Minori Osservanti a Busseto.

— Oh, corriamovi subito!

— Inutile! ella non ci è più!

— E dov’è ita?

— La mia paura è che sia ita a Cremona insieme a quel dannato tedesco.

— Quale?

— Pellegrino di Leuthen.

— Oh, narrateci — soggiunse Neruccio — narrateci tutto per filo e per segno, poichè dalle vostre parole, non giungiamo a comprender bene quanto v’è intervenuto.

— Ed io vel narrerò volontieri — disse il dabben Rinolfo — ma patto che voi facciate voltar groppa alle vostre cavalcature e mi accompagniate del miglior trotto che io potrò far avanzare questa mia brenna, sino alla città di Cremona.

— Non ce ne metteste nemmanco la condizione voi stesso — fece il conte — che noi medesimi lo esigeremmo.

E, senza perdersi in maggiori parole, così lui come Neruccio, fecero dar di volta a’ loro cavalli, e postisi a’ fianchi del gigante, ripresero la strada già battuta.

CAPITOLO XLV.

Imprudenze di Terremoto.

— Per dirvi tutto — così cominciò il gigante indirizzandosi a Neruccio — e’ conviene mi rifaccia a quella notte indiavolata, in cui vi trovai prigioniero in una casipola delle vicinanze di Perugia.

— Nella casa del chierico — aggiunse Neruccio, guardando all’Anguissola — la notte in cui io ferii la Marazzani e nella quale voi mi traeste prigione.

Terremoto espose allora minutamente tutto quanto eragli occorso, e nel campo pontificio, e nella taverna presso il Trasimeno, e come, nella medesima notte, fosse giunto a strappare, prima dalle mani del Farnese, poscia da quelle de’ suoi scherani, la giovane e perseguitata sua signora ed a fuggire secolei su gli stessi cavalli di que’ loro persecutori.

— Dall’osteria di mastro Luca — continuò Terremoto — facendo galoppare a briglia sciolta i cavalli, che avevamo tolto a’ nostri stessi persecutori; giugnemmo, senza cattivi incontri, a Castiglion Fiorentino, d’onde, riposatici alquanto, tirammo di lungo a piccole giornate sino a Firenze.... a tutta prima il mio intendimento si era di fissarmi in quella leggiadra città, dove avrei sciupato tutt’il mio tempo ad ammirare le statue della Loggia dei Lanzi e le pitture di palazzo della Signoria.... non perchè ne comprendessi alcunchè, ma perchè le mi paiono sì belle e portentose creazioni del genio umano che non si rifinirebbe mai più dal contemplarle.... ma donna Bianca, che, delle faccende del mondo, ne ha sempre saputo e indovinato assai più di me, come naturalmente debb’essere di nobile e culta donzella in paragone di un rustico e misero servo qual mi sono io; donna Bianca mi fece giustamente osservare non esserci troppo a fidarsi del carattere ambidestro e sornione del duca, messer Cosimo de’ Medici, il quale, siccome stava in quel torno girandolando certe sue non so quali macchine a proposito del sanese, per cui, dopo aver fatto il viso dell’armi al pontefice, tornava a mostrarglisi oltremodo manoso; non ci sarebbe stato nulla a stupire se, per amicarsi casa Farnese, e’ fosse entrato nella briccona idea di tradirci.... da stare a Firenze, dov’erano pur ricovrati varî altri fuorusciti perugini, cercammo conoscere il luogo in cui erano iti a pigliar stanza messer Bartolomeo, lo zio di madonna, ed i suoi, e chi ci disse a Siena, chi a Pisa, chi a Città di Castello; ma, anche a questo riguardo, la mia signora osservò molto saviamente che, se il figliuolo del papa durava nelle sue mire sovra di lei e s’ostinava a perseguitarla, la prima città, su cui avrebbe rivolto il pensiero e le ricerche, quella appunto sarebbe stata, che serviva di refugio a’ suoi parenti: meglio però il risolversi a trovare altrove un più sicuro asilo... per un momento, l’uzzollo grande in cui io mi sentivo di rivedere il mio paese natale e di riabbracciare, se ancora in vita, il mio povero e vecchio padre, mi suggerì il progetto di ritornare nella Valle di Nure.... oh, ci sarei volato ad ali aperte col core giubilante!... non so che sia, ma quel cantuccio di terra, in cui s’è aperto gli occhi alla luce e si son dati i primi vagiti e mutati i primi passi, non so che sia; ma pare il più bello e meraviglioso paese del mondo.... senonchè mi prese paura di que’ feroci de’ signori Nicelli.... e non per me tanto, che prima e’ m’abbiano a far stirare le cuoia ci dee correre parecchio tempo; eppoi.... eppoi....

E con tale sua reticenza, che aveva la pretesa di essere fina e maliziosa, il buon Rinolfo alludeva alla famosa predizione fattagli a Gallarate da Gerolamo Cardano.

— Ma — continuò — la paura era tutta per madonna Bianca, contro della quale chi sa quali rappresaglie avrieno potuto que’ maladetti.... ci decidemmo, quindi, per Ferrara, dove la mia signora sapeva trovarsi, da tempo, varî amici e aderenti così dei Camia come dei della Staffa e dove, secondo il suo dire, la duchessa madre che, per buona sorte, erasi fatta allora allora rinnegata ed eretica, non avrebbe mancato di proteggerla contro le ire del papa e i capricci del su’ degno figliuolo.... rimessi però in cammino, dopo un brevissimo soggiorno a Firenze, valicato l’Abetone, rasentata Bologna, arrivammo, pochi dì dopo, a Ferrara, dove non solo i vecchi amici della sua famiglia, ma la istessa corte di messere il duca d’Este, accolsero la mia giovane signora con una premura tale, che.... non canzono!... mi vennero, per la consolazione, le lagrime agli occhi.

A questo punto Neruccio non potè astenersi dal domandare:

— E perchè avete abbandonato quella ospitale e secura dimora?... perchè, adesso, siete qui voi, in mezzo alla via, e madonna Bianca trovasi sola a Cremona?

— Non ci è sola, messere — fu sollecito a rispondergli Terremoto — ella è parte del seguito di Sua Magnificenza la duchessa di Ferrara, la quale s’è recata colà, insieme al suo illustre consorte, per complimentarvi anzitutto Sua Maestà Cesarea il Serenissimo imperator Carlo V... di là, come ha fatto il duca, la duchessa pure doveva portarsi a Busseto per ossequiare Sua Beatitudine il papa; ma, al momento istesso in cui apparecchiavasi a partire, è giunta una staffetta del signor Gerolamo Pallavicino, che annunziava essere tale e tanto il numero delle persone accorrenti al suo castello, ch’egli non avea modo di tutte ricovrarle convenientemente, onde ne dava avertimento massime alle dame, acciocchè provedessero a’ casi loro, per non doversi poi dolere dei troppo scomodi che avrebbero altrimenti patito.

— E voi? — fece Neruccio.

— Quanto a me, è altra cosa — disse il gigante — io fui destinato dallo stesso signor duca ad accompagnare l’uomo di fiducia di un amico suo, messer Gaspare Gozzelini, segretario del signor don Ferrante Gonzaga e dovetti però staccarmi per la prima volta dalla mia signora.... con che cuore vel lascio ideare.

— E da che traete argomento a temere?

— Da una circostanza, messere, di cui giudicherete a vostra volta, che mi ha posto le fiamme dell’inferno nel core.... oh, a Busseto ho commesso delle grandi imprudenze!...

— Spiegatevi: toglietemi d’ansia!

— Io c’ero andato, come v’ho detto, al seguito di messer Gaspare Gozzelini, che il suo padrone spediva inanzi a fiutare il terreno e ad iscuoprire come stessero apparecchiate le cose, prova sia che, in luogo di scendere col suo vero nome al castello signoriale, dove avrebbe avuto posto segnato, e’ chiese asilo ai Minori Osservanti, cui si dètte a credere per un Manfrone Aretusio, che forse non ha mai esistito, fuori che nel suo cervello maliziuto, tutto pieno di quelle trappole, che sanno inventare gli uomini di lettere e di toga.... eravamo a pena nel dormentorio, che un monellaccio, ivi pure giunto e ricovrato di fresco, tentò mettere le ladre zampe nelle tasche di lui per derubarlo: io, comunque al buio, lo indovinai allo strisciar de’ piedi e lo azzannai ben fermo, giusto nel punto in cui stava per fare il suo fiocco.... il convento si levò a romore; accorsero i frati; accorse il Gozzelini, ch’era uscito per certe non so quali sue faccende; ed accorse eziandio il padrone del ragazzo da me colto in flagrante.... questo padrone era una mia vecchia conoscenza, mastro Pellegrino di Leuthen, un tedesco che bazzicava frequentissimo in casa il mio ottimo signore di Camia e che io ho sempre ritenuto per uom dabbene e da potersene fidare.... per questo mi portai garante al Gozzelini non solo di lui ma anco del suo valletto, il quale era un giovincello tra i diciotto e i vent’anni, affatto imberbe e con la faccia già per sè brunazza e olivigna tutta impillaccherata di negro untume, come fosse un magnano od un carradore.

— E chi era? — chiese con premura l’Anguissola.

— Consentite, messere — fece il gigante — ch’io proceda col più d’ordine che posso, se non volete mi confonda per via e più non sappia dove vado a riuscire col naso.... vi basti che, da quel momento, cominciarono le mie madornali imprudenze.... la prima è stata quella di dar retta alle scaltre sobbillazioni del segretario di don Ferrante Gonzaga.

— E cosa tendevano? — interrogò Neruccio.

— Eh, messere — gli rispose Terremoto — alla cosa più giusta, più onesta, più santa di questo mondo.... tendevano a farmi dimandare udienza al sommo imperator Carlo V, onde rivelargli tutto quanto era occorso alla mia povera signora, in causa del figliuolo del papa, e a dimandargli protezione a vantaggio di lei.... ben mi pareva che, trovandosi donna Bianca al securo, e omai da oltre due anni, presso la corte del magnifico signor duca di Ferrara, non ci fosse proprio il bisogno di una simile pratica; ma il segretario, col suo dire condito e artifizioso, tanto me ne seppe infinocchiare e su le braccia lunghe della famiglia Farnese, e su i possibili tradimenti de’ piccoli signori, e su questo e su quest’altro, che io cascai tutto d’un pezzo nel bertovello e mi lasciai trascinare sino dinanzi allo imperatore.

— E all’imperatore diceste ogni cosa?

— Il gran tutto, messere.

— E la chiamate una imprudenza cotesta?

— Sì, messere, perchè, intanto, se la faccenda è stata riferita al signor duca di Castro, io ho, come si usa dire, dato de’ calci al cane addormito e richiamatolo su le nostre peste; e poi, a non contar altro, ho indicato a tutto quel nugolo di gente attornianti il sovrano che madonna Bianca trovasi adesso a Cremona, e precisamente insieme alla corte della signora duchessa d’Este, per cui chiunque le voglia male sa dove si ha da dirigere per trovarci il suo conto.

— E voi credete?...

— Eh, lasciatemi terminare, messere, che vedrete come non sia questa nè la sola, nè la più marchiana delle imprudenze che io mi abbia commesso.... v’ho parlato del tedesco Pellegrino di Leuthen, ch’io aveva imparato a conoscere presso de’ miei signori, i Camia, e ch’io stimavo per uomo onesto e di garbo: ebbene, con costui nel convento de’ Minori, mi sono lasciato andare a tutte le più baggiane confidenze: nulla gli ho taciuto delle peripezie toccate alla mia giovine signora, e de’ casi atroci avvenuti alla famiglia del suo avolo, e de’ pericoli corsi, prima a Castell’Arquato, eppoi a Perugia, in causa di quel dannato di monsignor Pierluigi, e finalmente com’ella avesse trovato ricetto e protezione appo i magnifici signori d’Este e come fosse presentemente, insieme alla duchessa, a Cremona.... il tedesco, con quella sua aria melensa e que’ suoi grugniti, più da maiale, salvando, che non da cristiano, mi ha rivolto un mondo di interrogazioni, alle quali io, soro, mi son dato premura di rispondere il più potessi diffusamente, sempre nella fiducia di parlare a un amico.

— E invece?

— Invece, m’ho poi avuto modo di capacitarmi ch’e’ non mirava se non a farmi cantare, per trarre partito delle mie confidenze e forse a danno della sventurata mia signora.

— Da che lo deducete?

— Da una scoperta, che ho fatto staman’istesso, dopo averci pensato su tutta la notte.... stavo iersera poco prima del bruzzolo, chiaccherando, come al solito, con mastro Pellegrino, il quale mi domandava i più minuti particolari circa la condizione, in cui si trova la mia signora presso Sua Grazia la duchessa di Ferrara, e circa l’altre persone che le stanno dintorno.... a un tratto, mastro Pellegrino mi lasciò ed io, rimasto solo, m’accostai, così per avventura ad una finestra della foresteria prospicente sul cortile interno, sotto la quale è suggellata una piccola fontana a vasca di marmo.... dinanzi a questa, tenevasi curvo un giovinetto, che delle due mani si andava lavando la faccia.... lo sbirciai e riconobbi il ragazzaccio da me sovrappreso in atto di rubare, al momento stesso del mio arrivo nel monistero, quel lesto fante di valletto, che non avevo poi più riveduto a’ fianchi del suo padrone.... per lavarsi bene la faccia ed il collo, e’ s’era discinto e sbottonato il giustacuore, dallo sparato del quale, tra le pieghe rimosse della camiciuola, chinato siccome teneasi, lasciava travedere una parte del seno.... io fui per mettere un grido: quel giovinetto era una donna!...

— Olimpia Marazzani? — sclamò l’Anguissola.