Part 25
Paolo III durò somma fatica ad occultare, sotto una larva di rattristata remissione, la viva gioia che tali parole gli producevano. Costantemente fermo nella mira di conseguire il ducato di Milano pel suo Pierluigi, e’ non aveva messo inanzi quella proposta chè nell’intento di dimostrare allo imperatore la propria condescendenza. Considerando, per altro, come a lui poteva sorridere il progetto di contribuire allo ingrandimento del proprio genero, aveva provato, nell’affacciarla, un non so qual batticuore, per tema di vederla accettata. Era, quindi, col più grande sodisfacimento che s’udiva ribattere quelle medesime obiezioni ch’egli stesso aveva, prima di ogni altro, previsto.
— Comprendo! comprendo! — mormorò allora, scuotendo melanconicamente la testa — i motivi che m’adduce la Maestà Vostra sono di natura e di portata tali, che non saprei davvero in quale guisa combatterli!
Carlo V, che indovinava il giuoco dell’avido Vicario di Cristo e, come suol dirsi, lo vedeva venire, ebbe un sorriso di olimpica ironia, che sembrava dire:
— È qui che t’aspettavo!
— Riconosco anch’io — prosegui il Farnese — che il re di Francia non potrebbe tenersi sodisfatto della transazione e che il sacrificio da me richiesto alla Maestà Vostra non approderebbe al desiderato resultamento.
— Per cui?... — domandò, con leggero accento sarcastico l’imperatore.
— Per cui — fece l’altro abbassando gli occhi, quasi sentisse vergogna della propria ostinatezza — non ci sarebbe altro mezzo che.... il mio primitivo progetto.
— Il signor duca di Castro?
— Appunto, Maestà, mio figlio Pierluigi, quello istesso, che la Maestà Vostra si compiacque già di infeudare del marchesato di Novara.
— Ed è però che mi sembra che basti.
— Ma io nulla invoco in pro della mia famiglia; è il bene de’ popoli, è l’amore sviscerato al gregge cattolico, che, da buon pastore, unicamente mi muove!
— Nè di cotesto ho dubitanza veruna; ma siamo schietti, Santità.... si può egli dare che io affidi il retaggio de’ Visconti e de’ Sforza ad uomo della tempra del duca di Castro?
— Pierluigi è il più affettuoso, il più divoto, il più umile tra’ vassalli di Vostra Maestà Cesarea.
— Vuo’ ammetterlo; ma egli è pure quel medesimo che don Fernando d’Avalos dovette cassare da’ registri delle sue truppe per le brutture, ch’egli andava commettendo; è pure quel medesimo, su cui grava sempre la fama del turpe misfatto compiuto su la persona del vescovo di Fano.
— Trascorsi giovanili, Maestà; de’ quali la stessa potestà eclesiastica l’ha, per mio mezzo, pienamente assoluto.
— Ma è stato il pontefice, od è stato il padre che gli ha concesso perdonanza?
— Io mi sono richiamato in pensiero la sublime sentenza di quell’Uomo Dio, che rappresento su la terra: chi è senza peccato scagli la prima pietra sopra di lui! e la ho applicata e come pontefice e come padre!
— Sta bene, Santità; ma perchè un peccatore venga reputato degno del perdono ottenuto fa anche mestieri si appalesi pentito de’ peccati commessi.
— E Pierluigi lo è, lo è sinceramente.
— Ma non lo dimostra coi fatti.
— Ah, Maestà!...
— Santo Padre — fece risolutamente l’imperatore rizzandosi in piedi — non sarà mai che io metta il milanese in balìa del signor duca di Castro!
Il papa si alzò, a sua volta, dando evidente segno della più profonda tristezza.
Nel medesimo tempo si schiuse uno degli usci della sala de’ negozi ed una giovane dama vi penetrò titubante.
Era donna Margherita d’Austria, la figlia naturale dello stesso Carlo V, la moglie di don Ottavio Farnese, duca di Camerino.
— Ebbene? — chies’ella entrando e rivolgendosi al venerando suo bisavolo.
— Figlia mia — le rispose mestamente il pontefice — armate l’animo vostro di rassegnazione, poichè l’augusto vostro genitore non vuole assolutamente condiscendere alle mie ragionevoli proposte.
— Voi, mio padre? — soggiunse la principessa, passando dal papa allo imperatore — e perchè mai vi mostrate tanto ritroso e severo con la nobile famiglia, a cui m’avete imparentato?
— Ve ne prego, Margherita — disse con calma il monarca spagnuolo — non confondiamo questioni di parentado e di sentimento con questioni di politica e ragioni di Stato... Sua Beatitudine conosce i motivi, per cui io mi rifiuto dal secondare i suoi desiderî, e sa quanto sieno fondati e giusti.
— Eh, no, no — intervenne a dire Paolo III — io stimo invece che la Maestà Vostra si lasci sopraffare da una erronea prevenzione, o sobillare da maligne insinuazioni altrui.
Tacciare Carlo V di essere lo zimbello dei maneggi e raggiri di qualche intrigante, era il mezzo più sicuro per farlo andare in bestia. E ben sel sapeva il maliziuto pontefice, il quale contava, in tal guisa, di impermalirlo e di strappargli, per via di reazione e di ripicco, ciò che non aveva potuto ottenere per convincimento.
— Insinuazioni altrui? — sclamò l’imperatore aggrottando la fronte e smettendo dal tormentarsi la barba — no, Santità; nelle mie simpatie, come nelle mie avversioni, non m’ho altro giudice e consigliero fuori di me stesso.
— Voi, dunque, odiate il mio avo? — gli chiese ingenuamente donna Margherita.
— Non odio nessuno io — mormorò Carlo V con impazienza — sono troppo buon cristiano per nodrire simil fatta di basse passioni, io!... ma, per quanta benevolenza porti al signor duca di Castro, essa non può bastare ad acciecarmi al punto di crearlo duca di Milano.
— Ah, non dite cotesto, padre mio — gridò la principessa, gittandosi a’ suoi piedi in umile atto — ve ne prego, ve ne supplico, ve ne scongiuro!... se è vero che mi amate; se è vero, come frequentemente vi compiaceste attestarmi, che io v’ispiri un affetto vivo e profondo, non mi rifiutate la grazia, che imploro piangendo dalla vostra generosità; nominate duca di Milano il padre del mio consorte!
Carlo V oscillava incerto: sua figlia Margherita aveva sempre esercitato un grande impero sopra di lui. Egli l’amava teneramente; e il vedersela a’ piedi, udirla piangere in quel modo, era una tortura pel suo cuore di padre che non sapeva tollerare. Tuttavia gli ricorse il pensiero che quelle preghiere, quelle lacrime non fossero che una indegna comedia appresa alla giovine donna dagli stessi suoi nuovi congiunti. Conosceva troppo a fondo lo spirito obliquo e le manovre artificiose di costoro, per non dover diffidare anche di lei. Impose quindi forza alla propria tenerezza e, rialzando la figlia:
— È inutile — le disse — è inutile che voi vi umiliate in cotesta guisa.... moglie al figlio del duca di Castro od al figlio del duca di Milano voi sarete sempre Margherita d’Austria, figlia di Carlo V.
— Ah, padre mio!... — sospirò la futura governatrice del Brabante — se non cedete alle mie preghiere, egli è che non per nulla il Signore Iddio v’ha situata la testa al disopra del core.
— Margherita!
— Oh, si, si!... rispetto a Beatrice di Portogallo, che è duchessa di Savoia; rispetto a Renata, la cadetta del vostro avversario di Francia, che è duchessa di Ferrara; rispetto a Leonora, la figlia di un semplice vostro vicerè, che è duchessa di Firenze, e cinge quel medesimo diadema strappato dalla mia fronte dal pugnale di scellerato sicario; cosa sono io.... io, la figliuola del più grande e temuto regnator d’Europa?... una meschina duchessa di Castro, signora di Nepi e marchesana di Novara!
— Appartenete sempre a’ reali di Spagna, agli imperiali di Lamagna.
— Ma salga domani altro membro del Sacro Collegio alla cattedra di San Pietro, e questa famiglia de’ Farnesi, cui mi avete legato, scadrà così in basso, che i figli della vostra figliuola, i vostri nipoti, Maestà, saranno poco più di poveri gentiluomini di cappa e spada, vassalli degli stessi vassalli.
Co’ suoi sospetti Carlo V aveva perfettamente colpito nel segno. Margherita parlava infatti, indettata dal marito e principalmente dallo scaltro suo avo. Quand’ella andò sposa in Roma, racconta il Segni, che «si trovò su i principî malcontenta di un tal maritaggio» e che «essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro, suo primo marito, valeva più di Castro, e di quanto aveva casa Farnese.» Paolo III erasi però sollecitato di trar profitto di simile disposizione d’animo della giovine principessa, per accrescerne il malumore e rinfocolarne le ambizioni. Egli che le aveva posto sott’occhi l’avvilente divario fra il di lei stato umile e precario e quello d’altre principesse di assai minori natali; egli che le avea insinuato la paura della propria morte non lontana e de’ gravi danni che potevano conseguirne per tutta la sua famiglia; egli, finalmente, che l’aveva consigliata ad ascoltare, origliando dalla toppa dell’uscio, uno de’ suoi colloqui con l’imperatore e ad intervenirvi allora che ne giudicasse opportuno e propizio il momento, per aggiugnere alle sue le proprie istanze.
Carlo V indovinava gran parte di tali maneggi; ma l’amor suo sviscerato per la figliuola lo acciecava da un lato, mentre dall’altro le di lei savie e considerate riflessioni lo mettevano dassenno sovrappensieri.
Stette un momento in forse; rimeggiò il tu per tu fra il cedere ed il resistere; quindi — con quel fare ambidestro ch’eragli peculiare:
— Ebbene — concluse — mi sia provato che, dopo i trascorsi che ho addebitato poc’anzi al signor duca di Castro, egli s’è dappoi contenuto sempre quale si addice ad intemerato gentiluomo e leal cavaliere, ed io impegno la mia fede di imperatore e di re che lo fo duca di Milano.
Il papa, che aveva assistito, gongolante nell’intimo, ma senza darne alcuno estrinseco indizio, a quel decisivo battibecco tra padre e figlia e al graduale prevalere di questa su l’animo di quello; non seppe rintuzzare una esclamazione di gioia, che, tuttavia corresse a tempo, prima d’aver richiamato sopra di sè l’attenzione dell’imperatore, trasformandola in un atto di pio esaltamento, con lo incrociare le mani e volgere beatamente le pupille al soffitto.
Margherita pure si rasserenò tutta in viso e, stringendo e baciando le mani dello augusto suo genitore, si accomiatò giubilante.
Carlo V avea impegnato la sua reale e imperiale parola di creare Pierluigi Farnese duca di Milano, e però il lieto evento potevasi già considerare come avverato. Non istette, quindi, ad indugiare oltre il felicissimo Paolo III e ne spedì subito il fausto annunzio al figliuolo istesso che, in quel torno, trovavasi a Piacenza, in compagnia del suo segretario Annibal Caro.
Ma padre e figlio Farnesi istituivano i loro calcoli senza dell’oste, e non era impossibile dovessero rifarli. Eglino proponevano; ma chi disponeva era il loro genio malefico.
CAPITOLO XLIII.
Il genio malefico di Casa Farnese.
Se, per consiglio ed insinuazione di papa Paolo III, Margherita d’Austria erasi tenuta origliando a quel medesimo uscio, per cui l’abbiamo vista penetrare nella sala de’ negozi e risolvere in modo tanto felice la discussione impegnatasi tra l’imperatore ed il papa; un altro individuo, origliando in pari tempo dalla serratura di un altro uscio, ascoltava pure tutto quello interessante colloquio.
Era costui quello stesso Manfrone Aretusio, col quale abbiamo stretta conoscenza nel convento de’ Minori Osservanti.
Quest’uomo — udite a pena le conclusioni di Carlo V — s’affrettò ad allontanarsi e, sgattaiolando in punta de’ piedi per vari corritoi e stanze di servizio, si condusse in un piccolo gabinetto, dove sembrava starlo aspettando un cavaliere tutto armato di ferro dal capo alle piante, il quale, nell’occhio grigio e lucente, nel naso aquilino e grifagno, nella dura proeminenza dell’osso frontale, aveva scolpito l’indole fierissima e la consuetudine del comando.
— Ebbene? — domandò questi, come vide entrar l’Aretusio.
— Ebbene, eccellenza — gli rispose l’uomo dagli occhi di velluto — la comedia apparecchiata dal Santissimo Padre è sul punto di conseguire il pieno suo scopo.... donna Margherita è saltata in campo a tempo e luogo, e, con le sue smorfie, le sue moine, i suoi piagnistei, ha saputo piegare la ferrea volontà paterna a fare il suo piacimento.
— La sorniona! — sclamò il cavaliere, sferrando un pugno di rabbia sul tavolo, presso il quale tenevasi ritto — proprio vero il proverbio che ciò che donna vuole, il diavolo lo vuole?
— Per altro, il consentimento imperiale è subordinato ad una condizione.
— Qual’è... qual’è cotesta condizione?
— È la nostr’àncora di salvamento, eccellenza.
— Ti colga il fistolo!... e perchè mi fai spasimare con le tue lungagnaie!
— Sodisfo subito la vostra legittima curiosità; l’imperatore ha sibbene accondisceso a dare la ducea di Milano al signor duca di Castro; ma patto gli sia dimostrato, come due e due fanno quattro, che il medesimo ha mutato interamente costumi e non mena più la vita rotta e scandalosa di quand’era a’ soldi del signor marchese del Vasto, nè di quando si dava bel tempo co’ chierici ed anco i vescovi delle Romagne.
— Ha detto ciò Carlo V?
— Vostra Grazia può far conto che sieno le sue testuali parole.
— In tal caso siamo a campo vinto.
— Come intende diportarsi Vostra Magnificenza?
— Non ci son due modi, mi pare.... quell’accidente d’uomo, dal quale t’ho fatto accompagnare spedendoti qui ad esplorare il terreno, potrà deporre tutto quanto egli sa, ed il signor duca di Ferrara confermarne la testimonianza.
— Purchè l’imperatore non fiuti il maneggio!
— Gaspare mio, tu non hai d’uopo d’insegnare ai gatti ad arrampicarsi.... faremo le cose a modino.... dov’hai lasciato il tuo uomo?
— È sempre in convento, dove tien d’occhio quel ragazzaccio, che ha cercato di rubarmi le carte.
— E sai chi sia davvero cotesto ragazzo?
— È un tale Lazzaro d’Alpinello di Santa Maria-Capua-Vetere, scudiero o, meglio, servitore di un tedesco, che è in giro per divozione.... così almanco risulta dal registro de’ monaci, che mi son dato la cura di consultare.
— Ma perchè ti voleva rubare le carte?
— Chi sa!... da principio m’era sorto in pensiero che tanto lui, quanto il suo principale, non fossero che due emissari dello stesso Pierluigi Farnese; ma poi ho potuto convincermi dei contrario.
— In qual modo?
— Ecco qui: mentre l’uomo che Vostra Grazia ha stimato opportuno d’aggregarmi, coglieva in flagrante il piccolo napolitano e levava tutto il convento a subbuglio con le sue grida: accorse nel dormitorio anche il tedesco, il quale, saputo di che si trattasse, con una sua tartagliata infernale, si mise a rimbrottare nella più aspra guisa il proprio valletto, minacciando di cacciarlo, lì per lì, dal suo servizio!
— Poteva non essere che un giuoco!
— Fu tale diffatti anche il mio primo pensiero, per cui mi dètti a ghignare sarcasticamente, avertendo lo _slippete slappete_ che non mi lasciava pigliare al rocchio de’ suoi artefici; ma, a portarsi suo mallevadore intervenne in quel punto lo stesso vostro uomo....
— Il gigante?
— Appunto, quel diavolo di Terremoto, il quale mi dichiarò conoscer’egli personalmente e da lunga mano il tedesco e saperlo persona affatto inocua, una specie di antiquario, di raccoglitore d’antichi cocci e monete, del quale potevo ciecamente fidarmi: e la cosa finì lì!
— E tanto meglio!... quello, adesso, che ti rimane a fare si è di spedirmi subito il tuo Terremoto a presentare le sue lagnanze e le sue suppliche all’imperatore: esortalo ad essere franco, esplicito, resoluto, a non temere di nulla.... digli anzi che sua maestà sarà ben lieta di udirsi confermare dal suo labro tutte le bricconerie del signor duca di Castro, pel quale nutre la più spiccata avversione.... aggiugni che, se mai Carlo V mettesse pena a prestargli fede, sappia citare in tempo la testimonianza del signor duca di Ferrara.... io vedrò Ercole II, per informarlo in buon punto, eppoi sarò là a fare il resto.
— Vado immediatamente a preparare la mina.
— Chiamala piuttosto: la contromina.
— Comunque, spetta a Vostra Magnificenza l’appiccare il fuoco alle polveri.
— Sta riposato, che ho già la miccia accesa.
E si separarono.
Chi erano veramente cotesti due uomini che stavano cospirando a danno di casa Farnese?
Il cavaliere tutto armato di ferro era don Ferrante dei principi Gonzaga, da poco duca di Guastalla e vicerè di Sicilia per Carlo V di Spagna: l’altro, colui che conosciamo sotto il pseudonimo di Manfrone Aretusio, era il suo fedel segretario Gaspare Gozzelini.
Da poco erasi ritirato l’imperatore ne’ suoi quartieri, dopo il suo colloquio col pontefice, quando il suo ministro, cardinale Antonio Perrenot di Granvelle, gli annunziò la persona di un misero vassallo, che lo sollecitava di audizione e giustizia.
In altri momenti, Carlo V sarebbesi, senza dubio, rifiutato di riceverlo, per non sprecare il prezioso suo tempo nel dar retta alle vacue querimonie di un villanzone; ma in quello — null’altro avendo a fare che il tenere a sportello e mandar col ceteratoio Sua Santità papa Paolo III — vi si prestò di tanto maggiore buon grado che il soggiorno a Busseto cominciava seriamente ad infastidirlo.
Con Biagio Alfonso d’Alburquerques, col conte di Feria e vari cardinali, prelati e gentiluomini, trovavansi in quell’istesso momento al suo fianco Ercole II d’Este, duca di Ferrara, e Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia.
Al cenno adesivo dello imperatore, un usciere palatino introdusse il supplicante, ch’era lo stesso nostro Terremoto in persona.
Alla vista del formidabile ciclopo, tutti della corte imperiale — meno il Gonzaga e l’Estense che già il conoscevano — uscirono in una voce di paurosa ammirazione.
— Chi sei? — gli chiese l’imperatore, adagiandosi su d’un alto scanno.
— Sono un antico vassallo de’ signori Camia di Valdinure — rispose timido Terremoto — ed ho nome Arcangelo Rinolfo.
— Sei mai stato a’ soldi come uomo di guerra?
— Sì, Maestà Serenissima, ci fui con uno de’ miei buoni signori, a’ tempi delle levate per le guerre del milanese.
— Ed eri a Marignano, senz’altro.
— Sì, Maestà Serenissima, ci era.
— I francesi non l’hanno chiamata per nulla battaglia dei giganti: tu, intanto, dovevi esserne uno.
— Son grande e grosso, egli è vero, e nerboruto anche; ma ho l’animo buono e non abuso mai.... Dio scampi!... della forza, che m’ha concesso la providenza, per fare il male del prossimo mio.
— Sei un vero cristiano, dunque!
— E battezzato.... sì, maestà Serenissima!
— E qual’è il motivo che ti conduce alla nostra presenza?
Terremoto — a simil domanda — s’impensierì tutto e, chinando lo sguardo sul pavimento, si mise a torturare uno de’ bottoni del suo rozzo farsetto, quasi volesse farne scaturire le idee e le parole, difettanti al cervello ed al labro.
— Suvvia — lo inanimì il monarca, sorridendo di quel suo puerile imbarazzo — fatti core: sono l’imperator di Lamagna, re di tutte le Spagne e delle Indie anche; ma non è mai occorso ch’io abbia mangiato nissuno.... spicciati, dunque, e dimmi il fatto tuo.
— Mi vi sarei già accinto, Sire — balbettò l’Ercole valnurese — se un certo non so quale rispetto umano e la paura di recare offesa alla Serenissima Maestà Vostra non mi facessero groppo alla gola, attalchè peno un finimondo solo a metter fuora la voce.
— Si tratta, dunque, di cose assai gravi, onde tu abbia a lagnarti seconoi?
— Tanto, Sire, che le paion sino cose non verosimili e inventate da perfidia d’uomo.
— Chi riguardano coteste cose sì gravi?
— Un alto signore, un personaggio di nobilissima nazione, tale che, dell’umile e poveretto servo della Maestà Vostra, qui supplicante, potrebbe farsi, a suo agio, un solo boccone.... aup! così... come io farei d’un ovo al coccio, o d’una mela poppina!
— Il nome, il nome di cotesto alto signore e nobilissimo personaggio?
— Sua Eccellenza, il signor duca di Castro.
— Il figlio di Sua Beatitudine?
— Appunto, Maestà, il figlio.... il beniamino del Santissimo Padre.
Carlo V si drizzò in piedi come sospinto su da una molla e, dopo aver lanciato un torvo sguardo su le varie persone del proprio seguito:
— Non è, dunque, soltanto una querimonia — disse corrugando la fronte — è un’accusa, per cui ci sei venuto dinanzi.
— Maestà Serenissima — farfugliò il dabben Rinolfo sempre più sbigottito — io nè mi querelo, nè accuso; invoco solo dalla potenza Vostra, protezione e giustizia in pro della mia giovine signora donna Bianca della Staffa, nepote del fu messere Giovanni di Camia.
— Cos’ha ella a temere dal signor duca di Castro?
— Tutto Maestà, perocchè egli le insidia costantemente l’onore e non le ha mai concesso un attimo solo di pace.... guai per la mia povera signora s’io non fossi sempre arrivato in buon punto per strapparla dalle mani di quel suo persecutore.
— Come e quando è accaduto tutto ciò?
Terremoto, del meglio che seppe, narrò per disteso i vari tentativi compiuti dal Farnese, prima a Castell’Arquato, in casa i Santafiora, quindi a Perugia, in occasione della guerra del sale, per impadronirsi di Bianca della Staffa ed averla a sua posta, e come la meschina non ne fosse che quasi a miracolo scampata.
L’imperatore seguiva tale narrazione senza batter palpebra, ma in atto apparentemente freddo ed indifferente. Come Terremoto ebbe terminato:
— E chi mi sta mallevadore — gli disse severamente — che quanto tu mi racconti non sia appunto che una perfida insinuazione?
Terremoto stava forse per metter in pratica il suggerimento datogli dal Gozzelini, col declinare il nome d’Ercole II d’Este; quando questi istesso:
— Io — sclamò d’improviso, avanzandosi rispettoso verso l’imperatore.
— Il signor duca di Ferrara? — fece Carlo V.
— Io stesso, Maestà!
Carlo V si rabbuiò anche maggiormente in sembiante e, rimettendosi a sedere:
— Parlate pure, monsignore — disse al nepote di Lucrezia Borgia — cos’è che potete narrarmi in appoggio delle accuse di costui?
— Le cose istesse che egli ha esposto alla Maestà Vostra.
— E come sono a vostra cognizione?
— Pel caso, Maestà, che, quando madonna Bianca della Staffa, sottraendosi alle insidie del Farnese, sfuggì dalle mani de’ suoi sgherri, che l’avevano circuita e assediata entro una taverna sul lago di Perugia; ella trasse in cerca d’asilo, prima a Firenze, poscia a Bologna, e finalmente a Ferrara, presso la mia corte, dove così i Camia come i dalla Staffa si ebbero sempre aderenti e parziali.... io la impresi a proteggere e, sin d’allora, l’onesta e cara giovine mi raccontò delle patite sue tribolazioni ne’ termini istessi, che ha usato poc’anzi questo suo fedel servitore.
— E basta — fece l’imperatore, alzandosi di nuovo e congedando della mano quanti gli stavano intorno — penseremo al da farsi.
Voltosi quindi, a Terremoto, ch’era rimasto lì grullo ed impacciato, senza sapere a qual meglio partito appigliarsi;
— Quanto a te — gli disse — ritorna alla tua signora ed assicurala che il patronato nostro non sarà mai per farle difetto: ed ove ulteriormente si muova a suo danno, ricorra a noi; che noi sapremo sempre proteggerla e farle giustizia!
Il gigante credette nulla poter fare di più acconcio che profondersi in un ossequiosissimo inchino, dopo il quale uscì con gli altri dalla stanza imperiale.
Con Carlo V rimase solamente il vicerè di Sicilia, a cui quello istesso aveva ordinato di trattenersi.
Come furono soli:
— Eh? — fece quest’ultimo — cosa ne dice Vostra Maestà?
— Dico.... dico.... — borbottò Carlo V alquanto contrariato — dico che voi avevate perfettamente ragione: la volpe perde il pelo, mai il costume!
— Se domani la Maestà Vostra si lasciasse indurre a concedere la ducea di Milano al signor duca di Castro, non solo il re di Francia e i francesi, ma gli stessi abitatori delle provincie lombarde, non potrebbero pigliare un simile atto che quale il più sanguinoso degli oltraggi.... gittare il ricco e garrito retaggio di Valentina Visconti in bocca d’un figliuolo di papa?... ad uomo siffatto, famigerato già per tutta Italia, a cagione de’ suoi vizi e delle sue turpitudini, assoggettare le nobili popolazioni di quelle province?... tanto basterebbe, perdonatemi, Sire! ad alienarvi l’animo, se non di tutti, di molti!