Terremoto

Part 24

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Pellegrino di Leuthen e quest’ultimo giunto si guatarono scambievolmente in cagnesco, come se l’uno fiutasse nell’altro un avversario, un nimico, e non ismisero più un attimo dal tenersi d’occhio ed invigilarsi a vicenda. Se l’uno s’accostava ad appiccar discorso col pettegolo zoccolante della portinaria, e subito facevasi inanzi anche l’altro a metter bocca nella conversazione e ciascuno, se interrogato dal laico, lavorava destramente di scherma, per dire e non dire e non porgere mai troppo esatti ragguagli sul proprio conto, senonchè Pellegrino ed il proprio valletto non parlavano quasi mai d’altro che di Sua Maestà Cesarea l’augusto imperatore Carlo V dicendone mirabilia; mentre Manfrone Aretusio aveva, di rimpatto, sempre su le labra Sua Beatitudine Papa Paolo III ed i varî membri della illustre famiglia Farnese, cui tributava i più strampalati encomi.

Un tale contegno nulla poteva offrire di straordinario e di rimarchevole pe’ buoni Minori Osservanti, che nessuna cagione traeva a dubitare de’ loro ospiti; per contro, nelle istesse persone, che, avendolo assunto artatamente, sapevano di mentire e misuravano gli altri alla loro medesima stregua, destava i più gravi sospetti.

Ciascuno, dal canto proprio, rimuginava conghietture in cervello; ma che si azzoppavano tutte contro l’interrogativo:

— Chi può mai essere costui?

Tanto pensava Pellegrino di Manfrone e altrettanto Manfrone di Pellegrino.

Calata la notte, suonato il coprifuoco, ognun di loro si ridusse in foresteria, cercando, o simulando cercare un po’ di riposo sul rispettivo giaciglio loro assegnato.

Trascorse un’ora.

Nel chiostro regnava il più profondo silenzio; tutti parevano immersi in un sonno da ghiri, quando, pian piano, in peduli, trattenendo il respiro, facendosi lume con le mani, tre individui uscirono, l’un dopo l’altro, dal dormentorio e — per gli ànditi e le chiostrate — s’avviarono verso quella parte del cortile, dov’erano le scuderie.

Inutile dichiarare chi fossero.

Andava inanzi, pel primo, Manfrone Aretusio; al quale teneano dietro — a qualche distanza e per altra via — Lazzaro d’Alpinello e Pellegrino di Leuthen; ma nè questi sapevano di lui, nè quello di loro.

Giunti i due ultimi presso la scuderia, ch’era illuminata internamente da una fumigosa lanterna, parve loro veder passare davanti al lume di questa l’ombra di una forma umana. Ristettero però alquanto in forse e, prima di penetrarvi, come n’erano intenzionati, vi misero dentro l’occhio, facendo cautamente capolino dalle due bande dell’uscio.

Uno sguardo fuggiasco bastò ad insegnar loro con chi avessero a fare. L’ombra umana era l’Aretusio, che li aveva preceduti nella scuderia e che, in quel mentre, s’aggirava intorno a’ loro ronzini, palpandone ansioso le gualdrappe e le selle. Il furbo s’era avuta la loro istessa idea: quella, cioè, di assecurarsi se, tra gli arnesi delle loro cavalcature, non tenessero per avventura, celato alcunchè, atto a metterlo in via onde scuoprire chi veramente eglino fossero. Riusciva, dunque, frustraneo ch’e’ tentassero, dal canto loro, quella medesima prova, dappoichè tornasse ovvio non foss’egli stato cotanto soro per fornire a chi reputava suoi avversarî lo identico mezzo di rappresaglia, che sperava trarre da essoloro.

Paghi laonde di essersi con ciò cerziorati che quello sconosciuto era un loro nimico e di non avergli dato in mano appiglio alcuno che potesse servirgli d’arme a loro danno; stavano già per battere pianamente in ritirata, allorchè s’avvidero come — forse per camminare più libero e spiccio — il loro emolo avesse svestito il suo gamurro marinaresco e fosse in semplice farsetto.

— Affrettiamoci! — mormorò imperativamente l’Alpinello, chinandosi all’orecchio dell’antiquario prussiano — s’egli ha seco taluna cosa, che possa giovare al fine nostro, è fuori dubio che la tiene nascosta nel borsello aggiustato alla sua cappa: corriamo ad impadronircene!

— Ciuste! ciuste! — farfugliò il tedesco — ma, se indante noi fruchiamo sue gabbe, lui arrifarci atosse imbrofisamende?...

— Ci si rimedia presto! — disse l’Alpinello, serrando adagio l’uscio della scuderia e facendone scorrere il chiavistello esterno.

Poi — trascinandosi dietro Pellegrino per una manica del suo grigio corsetto — riguadagnò frettolosamente il dormitorio, dove, sempre tastoni, si dètte a ricercare il punto in cui trovavasi il giaciglio dell’Aretusio. La bolgetta, appesa al gamurrino di costui, che formava lo scopo precipuo delle sue ricerche, fu — per sua buona sorte — il primo oggetto nel quale andò casualmente ad imbattersi.

Gongolante di gioia, allungò resoluto la mano, nello intendimento d’impadronirsene; ma — in quel medesimo punto — si sentì ghermire a mezzo il braccio come da una tenaglia di ferro.

Così improvisa, così violenta, così dolorosa fu quella stretta, che il ragazzo non potè padroneggiare il proprio spasimo e si lasciò sfuggire un lungo gemito di angoscia.

In pari tempo, una voce rauca insieme e sonora come il muggito d’un bove:

— Accorruomo — gridò — al ladro! al ladro! al tagliaborse!

Pellegrino, che — per non impacciare il valletto nella progettata rapina e non correr rischio di muovere qualche rumore — s’era già corcato sul suo saccone, in attesa de’ risultati; a quel gemito, a quel grido indovinò, senz’altro, cosa fosse accaduto, e lesto lesto, riprese la verticale e s’avacciò a trovar l’uscio di nuovo e a ricacciarsi allo aperto.

Il coraggio non era, certo, mai stata la dote prima, per cui brillasse il nostro scaltrito cimelista; ma nel caso del momento, non era tanto viltà d’animo, quanto raffinata furberia, che quella fuga gli consigliasse.

Come vedremo, nel darsela a gambe, ei preparavasi astutamente alla riscossa.

Intanto, all’alto richiamo di chi aveva azzannato l’Alpinello, accorsero diversi frati, con alla testa il guardiano ed il portinaio in coda, i quali trovavansi già in moto pel chiostro, trattivi da altre grida e da un assordante frastuono, ch’erano giunti quasi nel medesimo tempo alle loro orecchie.

Tale baccano lo aveva fatto l’Aretusio, il quale — vistosi a pena rinserrato, o per isbaglio, od a tradimento, entro la scuderia — erasi dato a martellarne l’uscio a suon di pugni e di calci ed a chiamare al soccorso vociando a perdifiato.

Liberato da’ monaci, ch’erangli subito volati in aiuto, egli pure entrò secoloro nel dormentorio, che si rischiarò d’improviso alla luce de’ lumicini, ch’ei recavano tra mani.

Dietro loro, sporse inanzi la faccia il gaglioffo di Leuthen, per riconoscere se, con le sue conghietture, avesse côlto nel segno ed uno strano spettacolo gli si parò inanzi agli occhi.

Lazzaro d’Alpinello, il suo giovane familio, coi capelli irti, il volto livido, gli occhi sbarrati, il respiro mozzo per lo spavento, teneasi ginocchioni presso l’uno de’ tettucci, in un canto del vasto stanzone, stretto sempre a’ polsi dalla ferrea mano dell’uomo, che avea posto il convento in allarme.

Dal suo valletto, Pellegrino portò lo sguardo su di costui ed una esclamazione di meraviglia fu sul punto di tradirlo.

In quell’uomo aveva riconosciuto una sua antica conoscenza.

Niente altri che Terremoto.

CAPITOLO XLI.

Il convegno di Busseto.

Parma, che era stata indicata, dopo Piacenza, per la tanto attesa intervista del papa con l’imperatore — malgrado la scelta di Busseto fatta posteriormente da quest’ultimo — nodriva sempre la speranza che il fausto avvenimento potesse avverarsi tra le sue mura, tanto più che aveva già l’onore di ospitare l’ottima donna Margherita, duchessa di Camerino, la quale eravisi espressamente condotta, per riabbracciare l’augusto suo genitore ed insieme il duca Ottavio, suo marito, che aveva sino a quell’ora militato in Fiandra per l’imperatore istesso.

Tale speranza accrebbesi poi e si convalidò maggiormente quando si seppe della venuta del papa.

Paolo III, infatti, era partito da Bologna su l’albeggiare del lunedì, 11 giugno, e — dopo aver fatto tappa a Spilimberto, a Scandiano ed a Montecchio — giungeva in Parma verso il mezzogiorno del venerdì; ma, forse perchè memore sempre del funesto caso occorsogli ivi istesso cinque anni inanzi, non volle nè entrarvi pontificalmente, nè visitare la cattedrale, prima di scendere al Vescovado, dove lo stava aspettando, insieme a Margherita d’Austria, il nepote vescovo, cardinale di Santafiora.

Malgrado ciò, l’Anzianato e la Curia vollero ugualmente cavarsi il ruzzo di festeggiarne solennemente l’arrivo e — nella persistente fiducia che anche l’imperatore dovesse alla fine optare per la loro città — disposero tutto in guisa che rispondesse alla ipotesi del sospirato convegno.

Così su la maggiore porta del duomo vedevasi un grande cartellone riquadro, su cui, a caratteri cubitali scritto:

_STATE DUO PUGNATE DUO_ _VICTORIA VESTRA EST._

Nel palazzo vescovile, a mano dritta di chi entrava ne’ quartieri apparecchiati anch’essi come se Carlo V avesse pur dovuto alloggiarvi, era dipinto «un pontefice con una gran croce in mano, e da piedi il Regno Mundi con queste parole: PAVLO. III. SALVO. SALVA. RES. PUB. Da la manca vedevasi un Imperatore à l’antica, il quale con ambedue le mani un Mondo teneva al petto con due ali con questo scritto IMPERATOR STELLIS NON SVBIICITVR SED IOVIS IVDICIO GVBERNATVR, et sopra l’Arco di detta porta questa orationetta: QVEM ADMODVM HOC VNO HOSPITIO, AMBO ORBIS MAGNA LUMINA HOSPITES CONVENISTIS ITA DEVS OPT. MAX. PERPETVA ANIMORVM CONIVNCTIONE PRO CHRISTIANA SALVTE SOSPITES DIV CONSERVET. Dentro poi su l’arco dè la prima scalla questo detto: AD SUMMOS HONORES ET ORBIS IMPERIUM NISI PER GRADVS PROBITATIS ET VIRTUTIS ASENDIT NEMO. Sallito dopo sopra ad una loggia videsi fabricato un Camerino di tavole tutte coperte di Ginepro con queste lettere in cornice: PER MVLTA LVSTRA HOS TVOS ANTIQVOS LARES PRÆPOTENS DEVS FAXIT INCOLVMIS SÆPE VISAS, et nel cortile di detto palazzo appicciato ad una loggia in un scuto dentrovi l’Armi di N.ro S.re et l’Imperiali queste parole: IVSTITIA ET PAX SE OSCULATE SVNT.»

Per le vie maggiori e minori della città era una frega, un viavai, un brulichio di gente, che s’arrestavano e s’interrogavano l’un l’altro, per sapere se maggiori o minori le probabilità di veder giungere tra loro anche il temuto imperatore Carlo V.

Nella istessa piazza del duomo, moltissimi facevano capannello intorno ad un vecchio signore, che, dal camiciotto di velluto nero e dal beretto alla raffaellesca, dalla lunga barba ondeggiante, che rammentava un po’ quella di Leonardo da Vinci, e, sovratutto, dallo interesse pieno di ammirazione, col quale contemplava le stupende proporzioni architettoniche, le slanciate colonnette ed i bassorilievi massonici del battistero; riconoscevasi facilmente per un artista.

E lo era infatti.

Era quel celebre allievo di Sebastiano Zuccato, di Gentile Bellini e di Giorgione Struzzo, che, già a quell’ora aveva di tanto superato ed eclissato la fama de’ propri maestri; era il veneziano Tiziano Vecellio, nato a Pieve del Cadore nel 1477 ed, a sua volta, in cammino, per concedere a Carlo V quel tesoro, che non avean potuto ottenere nè papa Leone X, nè re Francesco I di Francia; il tesoro del suo pennello.

Gli astrologi — genia che, di que’ tempi, faceva ancor meglio i propri affari, che non oggi le sonnambule magnetizzate — rispondevano alle ansiose dimande del popolino, che lo avverarsi de’ loro desiderî dipendeva dallo stato del cielo, il quale, se mantenevasi sereno, avrebbe determinato la venuta dell’imperatore; se no, l’avrebbe resa impossibile.

Stavano tutti in tale trepidante aspettazione, allorchè — come ne ha lasciato scritto l’ingenuo cronista — «circa le XXI hore in un subito scopersesi un sì fiero Temporale che per un quarto d’hora altro non si vide che pura grandine grossa la minore a guisa d’ovo, e tal’una se ne trovò; che sola pesava sette et otto oncie: Taccio di quei che mi hanno detto haverne pesato di X. XI. In fin’in XIII. Vncie si che à tre miglia di lungo et quattro di largo da una banda di detta Città un vago; pur di che si sia frutto, non vi ha lasciato pesti più viandanti: de’ quali ad uno ha cavato un occhio, morti assai animali menuti. Vn Prete Fiamingo sfratato, il quale in ginocchione sopra la porta de la stanza scongiurando con spesse croci detto maltempo, sì bellamente il percosse in viso la grandine che supino in terra come morto cadè. Depoi soggionse una terribiliss.ª acqua si, che pareva che ’l ciel scoppiasse.»

Laonde — stando a’ pronostici de’ leggitori nel gran libro de’ cieli — la venuta dell’imperatore non doveva più aver luogo. Nè lo ebbe di fatto, che — avutosi egli la notizia dello arrivo in Parma di papa Paolo III — gli spedì immediatamente, con posta sforzata di quaranta cavalli, il marchese don Alfonso di Pescara e del Vasto, governator di Milano, ad annunziargli la scelta definitivamente da lui fatta della rôcca di Busseto.

Udito ciò, il papa inviò immediatamente i cardinali di Santa Croce e di Parigi, quali suoi legati all’imperatore, quindi, il mercoledì 19, si mise a sua volta in cammino inanzi giorno: pranzò a Soragna; cenò e dormì alla Castellina e «Il dì dipoi — sempre al dire del buon cronista — partete à la volta di Bussetto, et à l’incontro le venne lo Ill.mo S.r Duca di Ferrara vestito di raso chermesi, e trine d’oro. I suoi paggi e staffieri à la sua divisa verde lionato e bianco, accompagnato da Infiniti gentilhuomini bene in ordine, il quale venia di cremona da Sua M.ta per visitare Sua B.ne la quale co’ i R.mi Farnese, S.ta Fiore, Pucci, Mantua, Savello, Sadoletto, Ridolfi, Acquaviva, Gambaro, Burgos, Grimani, Inghelterra, Salmonetta, et molti altri Prelati entrò in detto Castello a XII hore senza Pompa, ed andò scavalcare à la Rocca, alloggiamento diputato per S. S.ta et M.ta Ces.ª»

Come seguito d’onore, il papa aveva seco seicento fanti italiani, oltre la solita guardia ordinaria de’ lanzi, o svizzeri, e trecento cavalli. Scesi al castello, i cardinali sopramentovati andarono pontificalmente ad incontrare sino alla distanza di mezzo miglio verso il Po «il gran Cesare, che di Cremona partite la mattina à la volta di Busseto, vestito d’una Casacha di damasco nero co’ orli piccioli di veluto, et un semplice capeletto d’ormesino in Capo, a cavallo di una belliss.ª Cavalla Ginetta bigia bardata tutta di veluto nero; a Cui avanti andavano molti gentil huomeni, Dopo loro i Paggi tutti vestiti di veluto nero beniss.i a Cavallo, con Zagagliette in mano: poscia i quali seguivano gli Ill.mi S.ri Duca di Nazara, Duca di Alberques, conte di Feria, Mons. gran Vella, Don Ferrante gonzaga vice Re di Sicilia et il Prencipe di Sulmona co’ molti altri S.ri Spagnuoli et Italiani, Dopo questi seguivano gli Ecc.mi S.ri Duca di Ferrara à man destra al S.r Duca di Camerino con loro Paggi e staffieri vestiti a loro liverea: i quali appresso seguiva un paggio di Sua M.ta solo vestito come gli altri suddetti a Cavallo d’un belliss.º Sauro, in mano ritta portava una Zagaglia in cima una bandirolla di taffetà rosso et oro. Seguivalo depoi sua M.ta in mezzo de gli suddetti R.mi legati S.ta Croce e parigi, a cui dietro andavano il R.mo Geneva et l’Arcivescovo di san giaco; i R.mi Vescovi di Gieu, di Usén, e di Ras figliuolo de ’l granvella con molti altri prelati S.ri Prencipi, conti e cavaglieri d’ogni lingua. Dopo seguiva la guardia ordenaria di cento cavalli burgognoni con casache di veluto nero, et due altre compagnie simili, de quali una ha per Cap.no il S.r Federico savello ben’in ordine.»

Carlo V — ricevuto l’omaggio della corte pontificia — entrò nella rôcca, tra i cardinali Jacopo Sadoleto di Modena e Grimani di Venezia e «n’andò per far riverenza à N. S. il quale gli venne incontro à Capo de le Scalli, et quella accostatosele per basiarle inchinevol.te i S.mi Piedi, sua B.ne messale le mani al collo gratamente il ricevette co’ un soave bascio in guancia.»

Poscia l’imperatore si accomiatò «et n’andò à pranso, et prensato che fù à XVIII ò XIX hore ritorno da Sua S.ta et ambidue soli entrorno in Cam.ra ove per sino à le XXII hore stettero in segreto ragionamento, E così seguentemente ogni giorno dopo pranso continuamente andando l’un da l’altro senza esser visti per porte Segrete fino à hora di Cena stavano insieme.»

Lo stesso cronista da cui prendiamo questi particolari ci fa sapere come a Busseto si trovassero pure donna Margherita d’Austria, duchessa di Camerino, e donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato.

Due porte — continua il cronista — eranvi nella rôcca «guardate l’una da la banda di Sua M.ta da Imperiali, l’altra da la; che stava Sua S.ta da Thedeschi et soldati Italiani. La metà del detto Castello era assignato à spagnuoli e l’altra à gli Ecclesiastici, similmente la campagna, da una de le bandi à soldati, e cortigiani Imperiali, e l’altra à Papisti.

«Durò final.te detto abboccamento (con gran discomodo de Cortigiani, à quali oltre il gran caldo che patevano gli convenia riposarsi la notte sù le pagliadi) da ’l Giovedì a XXI, che entrarono in Busseto sino al Lunedi à XXV del passato (giugno) che cavalcò S. M.ta à XX.ti hore, ed andò a Cremona: et simil.te il medesimo di N. S.re montato à cavallò andò à Cena et à Dormire à Soragna; D’indi il dì seguente gionse à le XII hore in Parma à pranso: Ove ha Celebrato la festa di San Piero, et il dì seguente partete à la volta di Bologna.»

CAPITOLO XLII.

Il lupo e la volpe.

In quello istesso ambiente della rôcca di Busseto, che il cronista battezza del semplice nome di «camera» e ch’era veramente la così detta sala de’ negozi, noi troviamo, dunque, Sua Maestà Cattolica l’imperatore Carlo V, e Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese stretti in segreto ed animato colloquio.

Erano seduti a’ due lati di un piccolo tavolo dai piedi a spirale, coperto di un ricco tappeto di velluto paonazzo e di un cumulo di carte e di libri, sul quale l’imperatore si appoggiava del gomito sinistro, prestando la massima attenzione a quanto gli andava sciorinando il suo sacro interlocutore.

— La Maestà Vostra, lo vede! — diceva questi — facendo conoscere al Cristianissimo il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso se, in tempo che ella forniva la impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il mediterraneo e, per conseguenza, pure di Francia, le avesse rivolto contro le armi; io sono riuscito a tenerlo per alquanto tempo tranquillo; ma sino dal cessato anno i suoi umori bellicosi sonosi di bel nuovo risvegli ed in quattro oppositi punti ha fatto attaccare dalle sue genti i domini della Maestà Vostra.... il delfino Enrico, suo primogenito, con poderoso esercito, s’è accinto ad assediar Perpignano, mentre il duca d’Orléans, suo cadetto, se l’è presa col ducato di Lucemburgo: e il duca di Cleves col duca di Longueville son passati nel Brabante, mentre il duca di Vendôme penetrava in Lombardia... vero che i generali della Maestà Vostra seppero tenere a scacco il nimico, il quale pressochè dovunque s’è avuta la peggio; vero, che da quando Francesco I ha commesso il turpissimo atto di stringersi in lega con l’infedele, insultando così a quella santa religione cattolica, che gli è stata madre e di cui dovrebb’essere uno de’ più strenui difensori, non è più possibile che il Signore Iddio sia mai più con le sue armi; ma non manco è vero che le insensate sue smanie e la sua iattanza mettono del continuo a repentaglio la pace publica e procacciano a cristianità tutta una infinita serie di mali!

Carlo V — accarezzandosi il fulvo pizzo con quell’atto che gli era sempre abituale, massime allorchè meditava — faceva un legger cenno affermativo del capo, senza nulla rispondere.

— Di più — continuò il papa, senza mostrarsi sconcertato da un tale silenzio — nel tempo istesso che il monarca francese mette insieme il più di gente che può, per ritentare le sue pazze imprese, Khair-Eddin, il Barbarossa, sta allestendo una formidabile schiera di galee per piombare novellamente su le misere coste del mediterraneo.... la Maestà Vostra, per contrapporre un valido ostacolo alle forze congiunte di Francia e di Turchia, s’è bene stretta in alleanza, con Arrigo VIII, re d’Inghilterra; ma che ne proviene?... la minaccia di nuova, lunga, micidialissima guerra, con grave iattura de’ poveri popoli, con manifesta offesa d’Iddio, il quale vuole precipuamente la misericordia, il perdono e la pace fra tutti i suoi figli.

Il discendente di Ferdinando ed Isabella i Cattolici proseguiva a tormentarsi la barba, senza muover verbo.

— Egli è però — riprese a dire Paolo III dopo una pausa — che io torno a fare appello all’animo mite e generoso di Vostra Maestà, affinchè voglia piegarsi a’ miei paterni consigli ed aiutarmi nell’arduo, ma santissimo còmpito, di comporre gli animi a reciproca benevolenza e di ristabilire la pace nel mondo.

— In qual maniera? — domandò allora Carlo V, affisando il pontefice negli occhi con lo sguardo freddo e penetrante de’ suoi occhi neri ed opachi.

Il Farnese fece uno sforzo sovra sè stesso, per rendersi impenetrabile, ed, incrociando le mani e sporgendo in fuori il labro inferiore, assunse un’aria anche più spiccata di unzione e di mansuetudine.

Indi soggiunse:

— In una maniera, che, già varie volte, mi sono permesso di accennare alla Maestà Vostra.

— Vostra Beatitudine — fece il monarca spagnuolo — intende, senza dubio, riparlarmi della ducea di Milano.

— Appunto! appunto!... — s’affrettò a dire Paolo III — è sempre cotesto il soggetto primo, od almeno il pretesto, di tutte le guerre combattute tra la Francia e l’impero: tolta di mezzo quella ducea, e sarebbe rimossa la cagione di ulteriori conflitti.

— Ah, tôrla di mezzo! — borbottò Carlo V, rimettendosi a stiracchiarsi i peli della barba — tôrla di mezzo.... è presto detto!

— Indubiamente — osservò subito il papa — che io non dico di dare ascolto alle pretese di Francesco I... sarebbe consigliare una umiliazione, quasi una viltà, che dee ripugnare all’animo eletto e giustamente orgoglioso della Maestà Vostra; ma io dico....

— Di investire qualcun’altro di quella ducea, eh?

— È sempre stato il mio pensiero!

— Non ho pena a crederlo.

— E sarebbe il partito meglio acconcio.

— Per Vostra Beatitudine!

— Ed anco per la Maestà Vostra.

— Ne ho i miei serî dubi!

— Che la Maestà Vostra s’affidi interamente e ciecamente nei lumi e nella sperienza del suo indegno padre in Nostro Signor Gesù Cristo.

— Me lo impone Vostra Santità come domma, come atto di fede?

— Non sino a cotesto punto: prego e non impongo.

— E quale sarebbe la persona, che Vostra Beatitudine, mi consiglierebbe d’investire di quella ducea?

— Una persona, che, s’è cara al mio cuore, lo dev’essere pure a quello di Vostra Maestà Cesarea: il giovine monsignor Ottavio Farnese, duca di Camerino.

Era cotesta una manovra furbesca del papa, alla quale Carlo V non era probabilmente preparato, dappoichè, malgrado la storica sua presenza di spirito, non seppe fare a meno dal trasalire e:

— Don Ottavio? — sclamò meravigliando — far Duca di Milano, don Ottavio.... quel fanciullo? oh, che Vostra Santità non ci pensi!

— Badi la Maestà Vostra — soggiunse il pontefice, con un fino soghigno — che io le ho appunto proposto un fanciullo, non un uomo, affinch’ella possa moderarlo a tutto suo piacimento e continuare, per mano sua, a tenersi ugualmente in pugno il dominio ed il governo del milanese.

— Ed è precisamente in cotesto che sta il peggio guaio della proposta: cedendo il milanese, per quanto possa fare a fidanza con la malleabilità e l’ossequenza del cessionario, io lo perdo: ed, in ugual tempo, la istessa persuasione che, per tal modo, io ne serbi parimente governo e dominio, toglie ogni importanza alla cessione.... il cavalleresco sire di Francia non s’accheterebbe, di certo, ad un simile componimento, che rivestirebbe, per lui, tutta l’apparenza di un intrigo.