Part 23
Ad assumere il falso nome di Giovanni Osca, Neruccio era stato spinto dallo stesso Anguissola, il quale gli aveva giudiziosamente fatto avvertire che se mai, per mala sorte, dovesse il Farnese aver vento de’ suoi legami di parentela col misero vescovo di Fano poteva prenderlo in diffidenza e avversione e macchinargli contro qualche tiro malvagio.
CAPITOLO XXXIX.
Il ticchio del Papa.
Erano dunque trascorsi tre anni dai casi che abbiam narrato nella precedente parte di questa nostra istoria, il che ci porta all’anno 1543.
Durante il tempo intercorso, quella scaltrita volpe di papa Paolo III non aveva smesso un attimo solo dall’adoprarsi, con ogni maniera avvedimenti e girandole, per sgrandire semprepiù le dovizie e la potenza della propria già doviziosissima e potentissima famiglia.
Egli era papa: sua figlia Costanza, signora di Castell’Arquato e dei dazi della Rochetta; Guid’Ascanio, il primogenito de’ costei figli, era cardinale già da nove anni e, da otto, vescovo di Parma; Carlo, il secondogenito, Gran Priore di Lombardia e Generale delle così dette Galee della Religione; Sforza, il terzogenito ed erede, governatore di Parma e di Piacenza, e, pel suo matrimonio con Luigia Pallavicino, signore di Torchiara e Felino; Paolo, il quarto, ed Alessandro, il quintogenito, scrittori di lettere apostoliche, a sei anni il primo e ad otto il secondo; Alessandro, il primonato legittimo di Pierluigi, era cardinale sino dal 1534; Ottavio, il cadetto ed erede, marito a Margherita d’Austria e duca di Camerino; Ranuccio, il terzogenito, nel procinto d’essere nominato arcivescovo di Napoli e cardinale; Vittoria, l’unica figliuola, duchessa d’Urbino; Orazio, il bastardo, militante in Francia e promesso ad una figlia naturale di Francesco I e di Diana di Poitiers; il loro padre Pierluigi, poi, era duca di Castro e di Nepi, marchese di Novara, gonfaloniere e capitano generale della Chiesa.
Ma tutto ciò non bastava al cupido Vicario di Cristo. In ispecie, pel suo prediletto ed idolatrato sterpone e’ vagheggiava assai più; voleva la ducea di Milano, ch’era sempre di Spagna, governata dal nepote di Vittoria Colonna, quel don Alfonso d’Avalos marchese di Pescara e del Vasto, che, in quello istess’anno aveva fugato da Nizza il corsaro Barbarossa e il conte Francesco d’Enghien, per essere quindi sconfitto da quest’ultimo a Ceresole.
Paolo III se l’era fisso in animo risolutamente e, malgrado il primo scacco subito a Nizza, in occasione del suo primo colloquio con quell’altra volpe dello imperatore Carlo V, voleva ad ogni costo ritentarne la prova.
Nessuna variazione era intervenuta nel riparto e nel reggimento de’ varî stati d’Italia e dell’estero da quanto ci siamo ingegnati di divisare sino dal principio di questa nostra narrazione, senonchè, ai 20 di genaio del 1539, morto il benemerito Andrea Gritti, il corno dogale della republica di Venezia era passato sul capo di Pietro Lando e, ai 28 giugno del 1540, aveva cessato di vivere il duca di Mantova, Federico II Gonzaga «lasciando dietro di sè Francesco III, primogenito, che a lui succedette nel ducato; Guglielmo, che dopo Francesco regnò; Lodovico, che, passato in Francia, divenne duca di Nevers; e Federico che fu poi cardinale; i quali erano tutti in età pupillare, per cui il cardinale Ercole, loro zio, con la duchessa Margherita, loro madre, prese il governo di quegli Stati.» L’Europa civile riassumevasi sempre in quella grande rivalità che manteneva Francesco I di Francia in continua lotta con Carlo V di Spagna, oscitando fra’ quali, a mo’ di pendolo, come aveva ognor fatto, l’astuto pontefice prefiggevasi aumentare ogni dì più la esorbitante influenza della sua casa.
Laonde — quando, nel principio del 1543, dopo le non troppo felici sue imprese contra de’ fiaminghi e de’ barbareschi, l’imperatore venne a sbarcare a Genova — egli provide subito a mandargli incontro, per complimentarlo e sollecitarlo di un nuovo colloquio, lo stesso suo diletto figliuolo, che vi andò con grande pompa e numeroso seguito, del quale, oltre al Filareto ed a’ capitani Anguissola ed Osca, faceva parte il suo nuovo segretario Annibal Caro, da pochi mesi entrato al suo servizio.
Poche parole rispose Carlo V alle felicitazioni e meno ancora alle suppliche, che Pierluigi gli rivolse in nome del proprio padre. Tra un silenzio e l’altro, gli promise tuttavia di trovarsi nella primavera o nella state a Bologna, a Parma, od a Piacenza, dove sarebbesi potuto effettuare il desiderato convegno.
Già, nello intermezzo, ne aveva avuto luogo un altro a Lucca il 10 settembre 1541. Ivi — con l’imperatore e col papa — erano pure accorsi Ercole II d’Este, duca di Ferrara, e Cosimo de’ Medici, duca di Firenze, i quali rischiarono metter la città e le corti a subbuglio, per un litigio insorto fra loro circa alla precedenza nell’ossequiare Carlo V. Ercole volle passare il primo e Cosimo se ne imbizzarrì in siffatto modo che — malgrado la nota sua cautela e prudenza — non seppe astenersi dal suscitare uno scandalo. Il che prova come spesso anche i grandi uomini sieno molto piccini.
Carlo V «portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest’abito modestissimo — come osserva il Segni — un’ambizione superiore a quella di Ottavio Augusto, monarca del mondo.»
E tra papa Farnese e Carlo di Borgogna — vuoi per ambizione, vuoi per astuzia — l’andava, come suol dirsi da galeotto a marinaio. Il francese Luigi XI e lo spagnuolo Roderico Borgia non avevano, per nulla, spinto a sì eminente grado quell’arte del simulare e dissimulare, che ha poi assunto il dignitoso nome di diplomazia. Que’ due avevano studiato bene addentro cotesti loro archetipi e perfezionatone l’arte, cosicchè, se l’uno era fino, l’altro non l’era manco.
Come già a Nizza, tra il maggio e il giugno del 1538, Carlo V seppe così lavorare di scherma anche in questa seconda occasione, che tutte le armi insidiose del gran prete di Roma gli caddero ai piedi spuntate, senza neppure scalfirgli la «cappa di panno nero.»
Paolo III — camuffandosi, come voleva il suo sacro carattere, a semplice e disinteressato paciere — tornò più volte a trarre in campo il retaggio di Valentina Visconti, siccome quello che costituiva la cagione precipua de’ dissensi e delle guerre tra la casa di Francia e la casa di Spagna, proponendo — quale unico mezzo per comporre tale rivalità — il cederlo ad altri; mettere, insomma, in pratica il vieto proverbio che, fra i due litiganti, il terzo gode. Nè questo terzo meglio si poteva trascegliere che nell’amato suo Pierluigi, il quale — per rendere servigio al proprio padre ed aiutarlo nel pietoso còmpito di rappaciare l’Europa — sarebbesi volonteroso addossato l’onere di governare quelle provincie.
Un freddo risolino tutto peculiare all’ibrido dominatore della Spagna, della Fiandra e della Germania, accoglieva quelle strane proposte e rilevava, col trasformarsi in tagliente soghigno, tutti i sottintesi, che si chiudevano nel loro pretenzioso carattere di mansuetudine e di sacrificio.
Quel ghigno sembrava dire:
— Lo credo anch’io che il tuo beniamino si sobbarcherebbe, senza troppe schifiltà, al governo di quelle provincie, che sono una delle più belle gemme della mia corona!
E però — senza risponder mai nè affermativamente, nè negativamente — lasciava cascar nell’aqua la conversazione; mutava quasi inavertitamente soggetto e faceva menare il can per l’aia al desolato pontefice, il quale — rodendosi di rabbia, ma occultando il proprio dispetto sotto quella vernice di indifferenza e di bonomia, in cui era sommo maestro il fondatore della Compagnia di Gesù — dovette ritornarsene a Roma con le pive nel sacco.
Non si scosse, per altro, dal suo proponimento, al quale tornò, come abbiamo detto, con anche maggiore insistenza di prima, due anni dopo aver subìto quella seconda sconfitta.
Il 1542 trascorse senza gran che di rimarchevole. «Provossi in questi tempi — come ce ne informa l’Isnardi nel _Diario Ferrarese_ — il flagello delle locuste, specialmente in Lombardia» — morì a Edimburgo re Giacomo V Stuard, e ne fu erede quella disgraziata sua figlia Maria, per la quale il trono di Scozia doveva rimutarsi in un ceppo patibolare; — l’imperatore sanzionò l’acquisto che, due anni prima, don Ferrante Gonzaga aveva fatto di Guastalla, pagandola ventiduemila dugent’ottanta scudi di oro a quella nuova Messalina, che fu la figlia di Ercole Gonzaga, conte di Novellara, il quale se n’era reso padrone nel 1522, scannandone il legittimo signore, Achille Torelli, per sospetto d’adulterio con la propria moglie; — a Piacenza il legato pontificio monsignor Vegerio venne sostituito dal cardinale Oberto Gambara da Brescia legato della Gallia Cispadana; — ed il cardinale Guid’Ascanio Sforza di Santafiora, vescovo di Parma, cedette i propri feudi al fratello Sforza Sforza, signore di Castell’Arquato, con che questi si assumesse di sostenere e definire le gravi liti, ch’egli medesimo aveva iniziato con la possente casata dei Rossi di San Secondo.
Del resto, ripetiamo, nulla intervenne in detto anno meritevole di particolare rimarco, senonchè Francesco I di Francia — irridendo al proprio agnome di _Cristianissimo_, con lo stringersi in alleanza all’islamita Solimano, il _Grande_, il _Conquistatore_, il _Magnifico_ od il _Legislatore_, che si voglia chiamarlo — ruppe nuovamente guerra allo imperatore Carlo V, ed inviò in Piemonte, contro il marchese del Vasto, l’ammiraglio Claudio d’Annebaut, barone di Retz, con un grosso di truppe, che da’ cesarei venne, in breve, battuto, sconfitto, disperso.
D’un tale rinfocolarsi delle ire franco-spagnuole pensò novellamente il papa poter fare suo pro’, ritornando alla carica onde ottenere pel suo prediletto figliuolo l’agognata ducea di Milano, ed intanto mise fuori ed accreditò la voce ch’egli intendesse nominarlo signore di Parma e di Piacenza.
Sino dai primi giorni del 1543 Luca Contile, infatti, scrivendo a Ippolito Curzio: «Non mi accade dirvi — annunziava — che il signor duca di Castro è fatto duca di Piacenza, et di Parma. Io me ne rallegro per più rispetti, primieramente perchè sono affetionatissimo alla casa Farnese, et perchè verranno in coteste bande una schiera di virtuosi amici miei.» De’ quali rallegramenti noi non possiamo troppo rallegrarci con la memoria di messer Luca Contile.
Tale voce, tuttavia, non è facile lo appurare per qual vero fine fosse posta inanzi dal furbo pontefice. Chi riteneva avess’egli renunziato alla vagheggiata speranza di ottenere la ducea milanese pel duca di Castro, onde farne investire il costui figliuolo Ottavio, assegnando realmente a quello, in compenso, i possessi pontifici di Piacenza e di Parma; chi opinava, invece, non fosse quella che un’abile manovra per intimidire l’imperatore e forzargli la mano: e questa era la versione più universalmente accettata.
Forte della favorevole risposta che lo stesso Pierluigi gli aveva recato da Genova, Paolo III, si mise subito in moto per tradurre in atto i propri progetti, e, corse su le tracce dell’imperatore, col quale voleva ad ogni costo conferire; ma che sempre sguizzavagli di mano come pesce nell’aqua.
Nella prima domenica di aprile ricorrente il dì 8 giunse a Piacenza, accompagnato da’ suoi nepoti cardinali Alessandro Farnese e Guid’Ascanio Sforza, dal legato Oberto Gambara, dai cardinali Pisani, Santacroce e Savelli e da interminabile processione di vescovi e prelati.
La domenica successiva recavasi a Castell’Arquato a render visita alla propria figliuola Costanza di Santafiora.
Poco dopo transitava per Parma, dove il buon cardinale Michele Ghisleri, che cinse poi, a sua volta, la tiara, col nome di Pio V, arrovellavasi nel sostenere publicamente le famose trenta questioni controverse risguardanti l’autorità papale: prova questa che, sin d’allora, degl’anti-infallibilisti ce n’era più d’uno.
Passò, quindi, a Ferrara, dove fece solenne ingresso nella domenica successiva.
Finalmente, non essendo mai riuscito ad aggavignare la sacra ed imperial persona di Carlo V, se ne ritornò, ad aspettare gli eventi, in Bologna, d’onde sguinzagliò, per ogni intorno, lettere ed emissari, cospiranti tutti al sospirato suo scopo.
E dàlli e dàlli riuscì infine a conseguirlo.
Carlo V accondiscese ad un novello convegno pel quale venne prescelta la rôcca di Busseto.
CAPITOLO XL.
Gli esploratori.
Verso la metà del secolo XV, la possente casata scendente da quell’Uberto Pelavicino, che — insieme a Buoso Doara ed Ezzelino da Romano — fu tra’ più validi sostentacoli del ghibellinismo svevo in Italia; possedeva sul parmigiano ed il piacentino — oltre all’avita Busseto — Bargone, Borgosandonnino, Cortemaggiore, Costamezzana, Fiorenzuola, Gallinella, Monticelli d’Ongina, Polesine, Ragazzola, Ravarano, Roccabianca e le Fontanelle, Scipione, la Selva del Bocchetto, Solignano, Specchio, Stagno, Tabiano, Varano de’ Marchesi e Varano de’ Melegrani, o de’ Melegari, con Monte Salso, Vianino, Vigolo de’ Marchesi e Zibello.
Assunto il più onesto nome di Pallavicino, la famiglia durò riunita in solido fascio sino alla morte del prolifico Orlando avvenuta nel 1479, per scindersi allora in altrettanti disgregati dominî quanti i costui sette figli maschi. In tale divisione, Busseto toccò al primogenito Pallavicino, poi, da questi, in linea di primogenitura, scese a Cristoforo e, da Cristoforo, a Gerolamo, il quale era appunto signore al momento in cui Carlo V decise recarsi nella sua rôcca per abboccarvisi con papa Paolo III.
Laonde, sino da vari giorni inanzi a quello, in cui presumibilmente doveano giungervi gli ospiti augusti, era per tutta la rôcca un ire e redire di artegiani, fanti e famigli, intesi a sgomberare, a spolverare, a restaurare e mettere in buon assetto i quartieri.
Nè sollecito manco e manco febrile, comechè più silenzioso, era il movimento che si rimarcava nel vicino chiostro de’ Minori Osservanti, dove pure sapeasi che, del seguito dello imperatore e del papa, molti avrebbero dovuto prendere alloggio.
E già da parecchi giorni, sì nel convento chè nel castello, tutto trovavasi apparecchiato al solenne ricevimento senza che dello arrivo dei due sommi monarchi si avesse per anco nissuna precisa contezza.
Correva il 19 giugno 1543 ed il sole volgeva al tramonto, quando due stranieri, montati su magri ronzini, giunsero alla porta del monastero e chiesero del padre guardiano. L’uno d’essi era un meschino omicciattolo, dal grifo di faina e l’occhio del gatto, vestito completamente di bigio, come un onesto merciaiuolo olandese; l’altro un ragazzo male in arnese, sudicio e tinto in volto, come uno spazzacamino, che a quello pareva servire da fante.
Il guardiano, nella costante attesa di qualche messo, o staffetta, che gli annunziasse il corteo imperiale, o pontificio; a pena inteso come i sopravegnenti procedessero da Parma, che subito mosse loro incontro ansioso, nella ferma fiducia, si trattasse delle persone aspettate. Ma s’ingannava.
Alle sue premurose dimande:
— Fostre Referenscie — gli rispose il piccolo ometto, che prese pel primo la parola in uno strano e male intelligibile gergo — non afere tinansce che pofere pegadore fiacciante per il monto con suo fetele scutiere.... altro non timandare che un poche de ricofere e un poche ti misericortia.
Il superiore del convento non seppe trattenere un atto di dispetto e, — stringendosi nelle spalle:
— Non mi avete fatto dire — osservò — che provenite da Parma?
— Da Barme, da Barme — fece l’altro, nel quale i lettori avranno già ravvisato quella buona lana di mastro Pellegrino di Leuthen — noi fenire tritte tritte da Barme.
— E non sapete nulla di Sua Beatitudine, il nostro Santo Padre?
— Non sapere?.... tutto sapere!... Sua Peatitudine aferla feduta arifare a Barme, tofe bresentemente si drofa.
— E vi è stato detto quando intenda recarsi in questa nostra città?
— Tetto! tetto!... cranti e moltissime cose escermi state tette; ma io non potere carantire ferità cose statemi tette.
— Siete tedesco, voi, se non erro.
— Sì, sì, tetesche, molto tetesche, e molto difote Santa Peata Fercine Santissima e Nostre Signore Ciesù Penedetto!...
Era evidente che Pellegrino studiavasi d’apparire assai più soro e scimunito di quanto realmente non fosse, e doveva necessariamente avercene delle buone, o cattive ragioni, che non tarderemo a conoscere.
Pertanto il padre guardiano, che non poteva rifiutare asilo a straniero pellegrinante per motivo di religione e tanto divoto della Beata Vergine e di Nostro Signor Gesù Cristo: dètte ordine al frate portinaio di lasciarlo entrare, in uno col suo valletto, d’assegnar loro un posto in foresteria e di trattarli convenientemente.
Il portinaio era un vecchio laico, già stato questuante della comunità, posto in quescenza alla custodia de’ chiavistelli del gran portone d’ingresso, perchè le gambe, che gli facevan sotto giacomo giacomo, non gli consentivano più di gire cotidianamente a zonzo per la borgata e i dintorni con la bissaccia in collo e il bordone tra mani, per ritornarsene carico delle spoglie opime carpite alla buona fede de’ grulli. Ma se aveva logori e fuori d’uso i muscoli duttori delle anche, non così poteasi dire di quelli della lingua, che serbavano tutta l’elasticità e l’instancabile vigore de’ primi anni.
Fra Simpliciano da Voghera ciaramellava altrettanto da solo, quanto, riunite, tutte le ciammengole d’un quartiere de’ Camaldoli di Firenze. I vassalli e familiari di messer Gerolamo Pallavicino gli avean posto nome _Il parlatore eterno_ e dicevasi in convento ch’ei non si chetasse dal cinguettare nemmanco quando dormiva.
Fu, dunque, costui che si mise a’ fianchi di Pellegrino di Leuthen e del suo giovane servidore e — dopo mostrato loro i poveri sacconi su’ quali avrebbero potuto passare la notte — li menò in giro pel convento, istruendoli, com’era suo costume, di quanto esso accoglieva di più ragguardevole in fatto d’arte e di storia.
In sagristia trasse fuora dal cassabanco un grosso volume rilegato in cartapecora e, squadernandolo sovra uno de’ stalli:
— Questo, vedete — disse loro — è il libro delle note, dove, sin da quando la nostra religione venne introdotta a Busseto, i padri cominciarono a segnare le vicende della comunità e i fatti più rimarchevoli del luogo; ora sono io, che lo tengo, e non fo per laudarmi, chè la vanagloria è sempre stata uno dei peggio peccati, ma non lo si è mai visto tenuto in uguale bell’ordine!
E, curvatosi sul libro, tolse in mano una grossa penna d’oca; la intinse nel calamaruccio di stagno, che trovavasi su lo stallo; quindi — voltosi a Pellegrino:
— Piacciavi, messere — gli disse — declinarmi il riverito vostro nome e quello del compagno vostro, affine io li registri qui, di seguito agli altri, come di forastieri, che albergarono nel nostro convento o l’onorarono di loro presenza.
— Foi tite mio nome? — fece il tedesco, per guadagnar tempo — oh, mio nome molto tificile a scrifere!... mio nome essere Gotifredo di Wranchgotzhausen.
— Troni e dominazioni! — sclamò fra Simpliciano, quasi avesse udito pronunziare il nome di Satanasso — Golfitrido di Vransgosgagus!... sembrano parole arabiche, che il Signore le danni!
Nondimeno, s’ingegnò del suo meglio a mettere in carta qualche cosa che somigliasse a quella stramba cacofonia.
— E il compagno vostro? — domandò quindi a Pellegrino.
Il tedesco — anche più impicciato a questa seconda, che nol fosse stato alla prima dimanda — lanciò di sghimbescio uno sguardo furbesco al suo giovane fante, il quale si fe’ inanzi ardimentoso e, con voce argentina:
— Il mio nome? — chiese.
— Appunto — affermò lo zoccolante portinaio, sempre curvo sul suo grosso registro — come ti chiami?
— Lazzaro d’Alpinello — gli rispose il ragazzo, scambiando col suo principale una ironica occhiata di scherno.
— E i luoghi di vostra nazione? — riprese il frate.
— Io — fece Pellegrino — essere nate a Katzenellenbogen tra l’Odenwald e Wettergau nell’Assia.
— Ed io — soggiunse il ragazzo — a Santa-Maria-Capua-Vetere in Campania.
Il pover’uomo — a dover scrivere tale filatessa di nomi — sudava caldo, come lo avessero aggiogato a un aratro. Comunque, se la cavò del suo meglio e, deponendo la penna, mise un grosso e sonoro respiro, quasi avesse compiuto una delle dodici fatiche di Ercole.
— Pelle porcate Pussete! — sclamò allora il tedesco, tanto per non lasciar morire la conversazione e darle un nuovo indirizzo.
— Borgata? — brontolò il portinaio, drizzando maestosamente l’arco del dorso ed atteggiandosi ad una grottesca fierezza d’accatto — una borgata Busseto? ma che Iddio vel perdoni, messere! e non sapete che è città da oltre due lustri?...
E — sfogliettato il prezioso volume, nel quale aveva allora scombiccherato il nome e la patria dei due forastieri, sino a trovare una pagina su cui posò trionfalmente l’indice destro:
— Leggete un po’ qua — riprese a dire — leggete qua, dove il mio precessore ha annotato il fatto lo stesso giorno 4 marzo 1533 e.... vedrete!
Lazzaro d’Alpinello si piegò sul libro e lesse ad alta voce la seguente nota, che trascriviamo testualmente:
«Nota che lo serenissimo imperatore ritornando de Ungaria a casa sopravene che alogiò qui in Buxeto e per sua solla benignità ha creato questo castello in cittate; passando dico a dì 4 de marcio a hore 22 et allogio un dì et una nocte e per perpetua memoria ellese cavallier spron d’oro chiamato hestor P.no et in cassa nostra alogiò 4 lancichi nechi et la dove il magistro teneva scolla el ducha de la guardia de essa Maestà Cesarea alogio anchor lui et hera in la ditta citta alogiati ancora lo ducha de millan et lo ducha de Savoia et ant.º de leva et da poi partendosi sen ando in alexandria dove nui havesimi li provillegi.»
L’_hestor P.no_ significava Ettore Pallavicino, il quale apparteneva alla famiglia de’ marchesi di Pellegrino, che vivevano di que’ giorni in Busseto come semplici privati.
Si desuma da ciò in quale guisa il dabbene fra Simpliciano da Voghera dovesse avere imbastardito i nomi di Gotifrido di Wranchgotzhausen, di Katzellenbogen, di Odenwald e di Wettergau.
Erano intesi a quella poco amena lettura, alloracche s’udì risuonare, a più riprese, il campanello del portone d’ingresso.
Lo zoccolante s’affrettò ad accorrervi, lasciando i due seguirlo adagio ed al buio pel corridoio, che, dalla sagristia, menava al cortile principale, dove — raggiuntolo pochi momenti dopo — si trovarono di fronte a un nuovo personaggio.
Era costui un uomo di mezza età e di mezza statura, dal volto bianco, sbarbato ed abatesco, i cui occhietti d’un nero cupo, senza luce nessuna, pareano due macchie d’inchiostro sur un nitido foglio di carta. Vestiva egli modestamente di bruno, con sopra un gamurro a capperuccio di saio marrone alla maniera marinaresca e, nello entrare in convento, era sceso da un piccolo, ma buon cavallo maggiaro. Interrogato, e dal guardiano e dal portinaio, del suo essere, nome, patria e procedenza, e di che richiedesse; egli dichiarò, a sua volta, andare in pellegrinaggio per la salute dell’anima e pel desiderio ardente d’umiliarsi al pontefice; chiamarsi Manfrone Aretusio da Vespolate; provenir di Cremona, dove in quel torno trovavasi di stanza l’imperatore, e non domandare che ricovero e nulla più.