Terremoto

Part 22

Chapter 223,716 wordsPublic domain

In quel medesimo punto ne usciva un drappello di cavalieri, alla testa de’ quali uno a lei ben noto.

Era il suo Pierluigi, che i paterni comandi, recatigli il dì inanzi da una staffetta, richiamavano sollecitamente a Roma, per la grossa faccenda dell’insurrezione perugina.

Siccome procedevano al passo, ella potè seguirli rifacendo la propria via e giungere nuovamente con essi fuori della terra murata.

Uscitane, si accostò resolutamente al Farnese, e gli si dètte a conoscere.

Con un grido di gioia vivissima, il principe se la strinse fra le braccia ed — ordinato ad uno de’ suoi armigeri di cederle il proprio cavallo e di ricondursi alla rôcca, d’onde sarebbesi unito più tardi alle genti del Trentacoste — volle che sempre gli cavalcasse al fianco fino in vista delle porte di Roma.

A Roma, la fece scendere e pigliar stanza in una sua misteriosa casuccia, che teneva in Ripetta, pei suoi segreti ritrovi, ed egli s’avviò al Vaticano, per ivi apprendere dalle sacre labra paterne il motivo del suo richiamo.

Ed ecco in quale guisa abbiamo trovato Olimpia Marazzani, in veste maschile e sotto nome di capitano Tre-Grazie, nel campo pontificio militante contra Perugia.

Nel suo cinismo, il Farnese non aveale taciuto la scoperta fatta da Pellegrino di Leuthen della giovine della Staffa e lo intendimento suo di sollecitare il comando di quella impresa guerresca, onde farla servire alle turpi sue mire su di costei, ed Olimpia, con cinismo anche maggiore e nel cieco aborrimento che le ispiravano il candore e la verginità della innocente fanciulla; ne lo aveva tanto più incalorito, col promettergli di seguirlo e di impiegare ogni suo sforzo pel conseguimento di quel perfido scopo.

Come vi si fosse adoprata, lo abbiamo pur visto.

Trasportata ferita e fuori de’ sensi entro la casipola del chierico perugino, il conte Giovanni Anguissola la sollevò di sua mano dalla incomoda barella, su cui l’avevano stesa i suoi uomini, e la depose, col massimo garbo e con tutte le maggiori cautele, sul letticciuolo, che Bianca doveva trovare, pochi istanti dopo, chiazzato di sangue.

Fattosi apportar aqua entro il morione d’uno dei suoi, e messo in brandelli un canevaccio, che rinvenne in un canto; il conte stava già apparecchiato a lavare e fasciar le ferite di quella donna, che aveva tanto amato e che forse amava tuttavia; quando i clamori sollevati nell’accampamento papalino dalle grida di Pierluigi per la fuga di Bianca e l’irruente calpestìo de’ cavalli, che si mettevano su le peste di Terremoto; gli ispirarono il giusto timore di poter essere scoperto e privato anche una volta di Olimpia, attalchè — con quel suo pronto e repentino risolvere, ch’era una sua particolare caratteristica — riposta la trafitta su la lettiga e fatti legare nuovamente i polsi a Neruccio, dètte ordine alla sua scorta di seguirlo, con questo e con quella, sino alla vicina Perugia.

Ignorava che Bartolomeo della Staffa se ne fosse già allontanato; faceva, nel caso, assegnamento sopra di lui come mallevadore e, per sottrarsi alle possibili indagini del Farnese, stimava ottimo consiglio il riparare senz’altro colà.

Vi trasse, dunque, securo e — per porta Borgne, lasciata omai, al paro delle altre, senza presidio di sorta, fra il confuso viavai di soldati baglioneschi, che ne uscivano alla spicciolata, e di genti del contado, che, avuto sentore della reddizione, vi rimettevano timidamente il piede, dopo tanti giorni di paurose angoscie — potè facilmente penetrarvi inosservato.

Suo proponimento era quello di cercar ricovero presso qualche monistero, epperò si rivolse ad uno de’ suoi seguaci, ch’era perugino, affine gli servisse di guida. E questi lo menò, tra quella porta e lo Spedale del Cambio, per una viuzza rimota e diserta, presso un alto e negro edifizio, dalle cui ampie finestre traspariva un fioco bagliore di luce.

Era un convento di frati agostiniani.

La barbuta, che andava inanzi, bussò replicatamente alla porta maggiore.

Il frate portinaio ne schiuse lo sportellino; udì di che si trattasse; ne riferì al padre guardiano e, poco stante, spalancata la porta, intromise il lugubre convoglio sotto le severe chiostrate del reclusorio.

Alla donna ferita, che l’Anguissola dichiarò essergli sorella, il padre guardiano assegnò la sua propria cella e fece chiudere in altra il nostro misero Neruccio, che lo stesso Anguissola designò come uno scellerato assassino, nemico di Dio e della santa religione cattolica.

Nei conventi era abituale, di que’ tempi, l’esercizio della medicina e della chirurgia. Fu però chiamato il frate meglio pratico in esse al capezzale di Olimpia, che, in quel punto, era rientrata in sè stessa.

Com’egli le si curvava sopra, per esaminarne le ferite; ella — con leggero soffio di voce — gli mormorò all’orecchio:

— Buon padre.... ditemi in pericolo anche più di quanto nol fossi.... fate di rimaner solo alcuni istanti con me.... ho gravi cose a dirvi!

Il monaco, infatti — dopo aver compiuto quelle locali ispezioni, che la scienza gli suggeriva, ed applicata su le ferite della paziente una larga benda imbibita di balsamici unguenti — andò a susurrare alcune sommesse parole al padre guardiano; indi — volgendosi al conte Anguissola, che attendeva trepidante il risultato di quella sua prima investigazione:

— Messere — gli disse — egli è forza v’allontaniate alcun poco e mi lasciate solo con madonna, al fine io tenti sovra di lei di un particolare specifico mio, il solo forse abile a salvarla e che non comporta nessuno possa frastornarmi mentre lo sto amministrando.

— Ma io — soggiunse subito il conte, cui grandemente crucciava il pensiero di non potere assistere a quella medicazione — io non farò atto, non muoverò verbo, che possa sturbarvi!

— Talvolta, messere — gli obiettò il frate, con piglio severo — il dovere propone e il sentimento dispone.... come fratello, voi dovete acerbamente penare de’ patimenti della sorella vostra e se.... diamo l’ipotesi.... ell’avesse a soffrire anche maggiormente, e a metter lagni strazianti e forse....

S’arrestò un momento perplesso; poi — abassando vieppiù la voce:

— Forse a soccomberne.... — continuò.

— Per la croce! — fece allora l’Anguissola — voi, dunque, credete?...

— Nulla io credo — concluse solennemente il frate — temo molto, ma e molto spero anche e dai soccorsi dell’arte e da quelli d’Iddio!

Il guardiano con un suo cenno imperativo mozzò sul labro del conte ogni ulteriore rimostranza e lo costrinse ad uscire secolui dalla cella, nella quale il monaco curante rimase solo a fianco della donna affidata alle sue cure.

Quanto intervenisse fra loro due non è ancor tempo di dirlo.

Fatto è che — in capo ad alcuni momenti, i quali parvero secoli all’Anguissola, che, nell’ansietà dell’attesa, arpentava a passi concitati le buie chiostrate del grande cortile — il monaco uscì cautamente dalla cella, recando in mano la lampada che la rischiarava, e si diresse verso lui.

— Ebbene? — gli chiese subito il conte.

— Ella dorme — gli rispose il frate — le ho amministrato il mio specifico e confidiamo che la divina providenza dia a questo tanta efficacia da poterla salvare.... ma, sino allo spuntare del sole, conviene lasciarla affatto tranquilla; che nessuno l’accosti: il minimo romore, la più lieve scossa, potrebbe riuscirle fatale e cagionarle la morte!

— Oh, non temete!...

— Il reverendo padre guardiano ha assegnato a voi ed alle genti di vostro seguito parte de’ letti della foresteria: ritiratevi, dunque.... ritemprate nel riposo e nel senno le vostre forze affiochite da una dolorosa trepidazione....

— Oh, il sonno!... esso sfuggirebbe dalle mie ciglia!... piuttosto, userò meglio del mio tempo, ingannando le mie ansie, con una visita al prigioniero, che ho qui condotto; m’è giocoforza conferire con lui!

— Ve ne farò schiudere la cella!

Pochi istanti dopo il conte Giovanni, preceduto dal portinaio, entrava nell’angusta cella, in cui stava chiuso il nostro Neruccio.

Là si trattenne sino al rompere del giorno.

A pena, traverso la piccola finestruola, vide il cielo illuminarsi de’ primi e grigi barbagli dell’alba, uscì sollecito dalla cella, lasciandola schiusa e si diresse a quella di Olimpia.

Anche di questa l’uscio era aperto.

Su la soglia tenevasi il padre guardiano con le braccia incrociate sul petto.

Dall’interno emergeva un fioco chiarore come di molti cerei accesi.

Il conte ebbe una stretta al cuore.

Non osandolo della parola, interrogò dello sguardo il guardiano.

Questi, tacitamente del paro, gli rispose congiungendo le mani ad atto di prece ed alzando gli occhi al cielo con un lungo sospiro.

Non c’era più dubio!

Olimpia era morta.

Nè ciò ancora bastava.

Nel punto istesso che egli, smarrito, fuori di sè per lo schianto improviso, col cervello in fiamme, il pianto che gli faceva groppo alla gola; mutava un passo per introdursi in quella funebre stanza, e contemplare, per l’ultima volta, le adorate sembianze di quella donna che lo aveva reso tanto infelice; vide uscirne una lunga fila di frati, due de’ quali recavano su le spalle una bara tutta coperta da un ampio drappo nero.

Quella vista gli tolse completamente l’uso della ragione.

Stese le braccia, mise un rauco grido e stramazzò a terra svenuto, svegliando gli echi delle chiostrate col cupo tintinno della sua pesante armatura.

Quando rinvenne, varî de’ suoi uomini d’armi, tra’ quali Neruccio, gli stavano prestando le loro cure.

Chiese timidamente di Olimpia.

Era già sepolta.

Volle allora essere guidato nel tempio attenente al monistero e conoscere la pietra sotto la quale giaceva la salma della sua diletta e, su quella genuflesso, stette a lungo piangendo.

CAPITOLO XXXVIII.

Una disumazione.

Quale accade soventi ne’ primi istanti che susseguono a grave sciagura, il conte Anguissola, lasciando il convento degli agostiniani, non provava più nessuno degli antichi suoi sentimenti: tutto raccolto nel dolore atroce della perdita di Olimpia, persino l’odio, che avea giurato al Farnese, eragli interamente caduto dal core. E siccome non aveva accettato il patto impostogli a Castel Torsciano suo primo intendimento diveniva quello di eluderlo, senza tuttavia mancare alle leggi dell’onore, e di ritornarsene in patria.

A tal fine, si abboccò con Alessandro Vitelli, sotto i cui ordini erano stati posti gli uomini di Ascanio della Corgna e di Andrea d’Arezzo e, mercè lo sborso di un centinaio di ducati, potè facilmente ottenere da lui di essere sciolto dallo assunto impegno.

Stava, quindi, per abbandonare Perugia, pigliando le vie di Firenze e di Bologna, affine di restituirsi al suo castello di Grazzano nel piacentino; quando un caso altrettanto strano che inaspettato, mutò affatto ordine alle sue idee e gli fece renunciare ad un tale divisamento.

Trovavasi un mattino insieme al nostro Neruccio, in piazza di Sopramuro, per la quale doveva transitare il signor duca di Castro, co’ suoi capitani e architetti, onde recarsi ad ispezionare i luoghi, su cui gettare le fondamenta della nuova fortezza.

Veniva questi inanzi a lungo seguito di ufficiali delle sue truppe e di maggiorenti della città e fiancheggiato, a destra, da monsignor Bernardino dalla Barba, ed, a sinistra, da una carrozza a quattro ruote tirata da due magnifici cavalli.

Al momento istesso, in cui la splendida cavalcata sfilava di fronte al conte Anguissola, una persona, che tenevasi chiusa entro la carrozza, sporse rapido il capo dallo sportello e subito lo ritrasse; ma non così sollecitamente che quello non avesse agio di contemplarne le sembianze e di emettere un alto grido.

In quelle sembianze aveva creduto riconoscere Olimpia.

Nel primo ed immenso suo stupore, il conte stese inanzi le braccia e tentò muovere un passo per seguire il veicolo; ma, da un lato, glielo impedì la folla stipata di popolo, che gli faceva argine: dall’altra, la carrozza che erasi immediatamente richiusa e si slontanava veloce.

Affrettiamoci ad avvertire il lettore che, tra il conte Giovanni Anguissola e il nostro Neruccio Nerucci, era corso patto di calda e leale amicizia.

Simile trasformazione ne’ sentimenti del conte, riguardo al giovine capolancia, dovevasi al colloquio avuto tra loro nel chiostro degli agostiniani, mentre Olimpia stava agonizzando.

Interrogato su le ragioni che lo avevano spinto ad infierire contro costei, Neruccio espose candidamente i varî casi della propria vita: il suo intenso amore per Bianca della Staffa; il suo odio ed il perchè del suo odio contro Pierluigi Farnese.

Tanto bastò perchè l’Anguissola si sentisse attratto verso di lui da vivissima simpatia; gli chiedesse perdono dell’inflittigli maltrattamenti, lo sciogliesse di prigione e gli si profferisse amico e parziale per tutta la vita.

Fu dunque allo stesso Neruccio, che egli espresse i suoi dubi circa la misteriosa ed inesplicabile apparizione che, in quel punto, lo aveva sì profondamente commosso.

Cosa pensarne?

Neruccio stette un momento in forse: quindi esclamò:

— Badate, messere, che si dànno à questo mondo delle assai meravigliose somiglianze.... non vi scaldate troppo la fantasia per ciò!... considerate, d’altronde, che se colei, che avete mo’ mo’ travista, fosse la vostra donna Olimpia de’ Marazzani, ella non potrebbe essere, in pari tempo, sepolta nella chiesa del monistero.

Simili parole furono per l’Anguissola come una rivelazione.

— Sepolta? — diss’egli, quasi ragionando fra sè — e se la non ci fosse?... perchè, infatti, quella sollecitudine estrema di allontanarmi?... come può darsi ella non abbia un attimo solo recuperato gli spiriti ed, in quello, espresso il desiderio di rivedermi e parlarmi?... e per qual motivo si sono affrettati così a porla nel sepolcro che, quando a mia volta sono rinsensato, ella fosse già seppellita?... quà sotto, messer Neruccio, vi ha un mistero senza dubio ed io vuo’ penetrarlo a ogni costo: mi aiuterete voi?

— Sono a servigi vostri per cotesto come per tutto.

— Ebbene: per questa sera, è uopo raggranellare gli stessi uomini, ch’erano seconoi l’altra notte: nessun di loro ha lasciato ancora Perugia, dovendo tutti partirne insieme a monsignor Pierluigi.... non ci tornerà faticoso il raccapezzarli.

— Mi pongo subito all’opera.

— Ed io fo il medesimo dal canto mio.... a questa sera.

— Dove?

— Alla taverna del _Re Osco_, in cui siamo albergati.

— A questa sera, dunque!

E si separarono, pigliando ciascuno per due vie diverse.

Nel cuore della notte — mentre la città era quasi affatto diserta — una schiera d’armati avvicinavasi pianamente allo Spedale del Cambio e picchiava a più riprese su la porta di quel medesimo convento, che poche notti prima aveva dato asilo e tomba ad Olimpia de’ Marazzani.

Comunque il mese di giugno toccasse omai la metà del suo corso e facesse però un caldo soffocante; que’ uomini erano tutti ravviluppati in ampli ferraiuoli, come nello stridore del verno, e da certe punte, che uscivan loro disotto gli estremi lembi di questi, sarebbersi detti in moto, non per visitare un sacro recinto di preghiera e di pace, ma per attaccare e pigliar di assalto qualche formidabile fortilizio.

A’ loro colpi, il portinaio si affacciò allo sportello.

Il capo della schiera declinò il proprio nome, espresse il motivo che lo adduceva e chiese del padre guardiano.

Poco stante la porta girò su i suoi cardini e gli armigeri penetrarono nel cortile.

La porta si richiuse.

Il padre guardiano era alla loro presenza.

— Che volete da me? — domandò egli al loro duce.

— Padre — gli rispose costui, in atto umile e reverente — con questo picciol novero di seguaci, io sto sul punto di recarmi su le galee di Sua Maestà Cattolica l’imperatore di Lamagna, per combattere contro le ladre bulime del Barbarossa, che infestano le coste italiane di Calabria e di Puglia; ma, prima di partire, io e questi miei fidi intendiamo sciorre un voto solenne su la funebre pietra che cuopre la infelice spirata non ha guari in questa vostra casa ed offrire un ultimo tributo alla sua memoria.... compiacetevi, dunque, o padre, di guidarci alla tomba, che chiude le spoglie mortali di donna Olimpia de’ Marazzani!

Inutile il soggiungere che chi aveva parlato in tal guisa era il conte Giovanni Anguissola.

Ma alle sue parole, il guardiano rimase un momento interdetto, come non sapesse cosa rispondere e stesse mendicando pretesti.

— Ebbene — soggiunse, con qualche vivezza, il conte, dopo una breve pausa — voi non ci rispondete?... è forse contrario alle discipline della regola vostra quanto noi sollecitiamo dalla vostra cortesia?

— Oh, no, di certo — s’intromise a dire Neruccio, che, per aver vissuto parecchi anni al fianco del misero suo zio, vescovo di Fano, s’intendeva assai bene di faccende chiesastiche e di consuetudini monacali — conosco gli statuti dell’ordine e nulla può vietarlo al reverendo padre guardiano di questa pia comunità!...

— E dunque? — fece impazientemente l’Anguissola.

— Dunque — conchiuse il frate, cui le dichiarazioni di Neruccio mozzavano i sotterfugi a fior di labra — sono pronto a compiacervi.

E — fattosi rimettere la lanterna dal portinaio — accennò all’Anguissola di tenergli dietro e mosse verso la chiesa.

Ivi, indicò al conte una delle grandi pietre funerarie che cuoprivano gli avelli, dicendogli semplicemente:

— È qui.

Pronunziati a pena tali due monosillabi, uno strano movimento si operò nei seguaci dell’Anguissola. Due rinchiusero tosto l’usciolino della piccola porta, per la quale erano tutti penetrati nel tempio, e vi si collocarono contro come in sentinella; altri due si posero a’ fianchi del padre guardiano, fissandolo in faccia con minaccioso cipiglio, mentre un terzo gli toglieva la lanterna di mano; e i rimanenti — lasciato cadere il ferraiuolo, e mettendo così in mostra i poco promettenti arnesi, ond’erano armati: leve di ferro, marre e piccozze — si avvicinarono alla lapide mortuaria.

Il frate comprese subito di che si trattasse e, levando alto le braccia, con un grido di orrore, volle slanciarsi inanzi, per impedire la nefanda profanazione; ma uno de’ suoi due custodi lo azzannò violentemente per l’omero e, forzandolo a rimanersene cheto:

— È inutile, padre — gli disse — quel che vogliam fare lo faremo a ogni modo, strepitiate o non strepitiate: meglio dunque, e per voi e per noi che vi teniate tranquillo!

— Ma è un sacrilegio! — strillò il guardiano, tentando sciorsi dalla stretta brutale.

— Non ci pensate, padre — gli rispose l’armigero, ghignandogli sotto il naso — lo piglieremo su la coscienza nostra e ce ne faremo assolvere da Sua Beatitudine in persona nell’occorrenza del primo anno santo!

Dietro gli ordini del loro duce e del suo amico Neruccio, gli altri uomini d’arme avevano frattanto già compiuto il còmpito loro. Lavorando in molti, ad un tempo, con le leve, i picconi e l’arco dell’osso, erano giunti a scassinare e rimuovere la funebre pietra, scoperchiando così la tomba sottostante, dalla cui apertura un lezzo nauseabondo di putredine invase tutte le navate del sacro recinto.

L’Anguissola non attese altro: prese in mano la lanterna, e d’un balzo, saltò in fondo alla orribile fossa.

Così la chiesa si trovò di bel nuovo immersa completamente nel buio e, a chi vi avesse potuto spinger entro uno sguardo, ben strano e pauroso sarebbe apparso lo spettacolo di quelle ombre mobili a pena e susurranti intorno all’orifizio di quel fetido cavo, da cui usciva, come vapore luminoso, un debole sprazzo di luce rossastra, che ne schiarava fantasticamente i ceffi arcigni e malaugurosi.

Alcune parole profferite dall’Anguissola, mentre rovistava tra i putridi resti e le ossa umane disseminati pel colombario, avertì Neruccio che il suo novello amico er’approdato a buon fine con la sua temeraria incursione nel regno de’ morti.

— Non m’ero ingannato! — aveva egli detto.

E, subito dopo, facendo forza del braccio su l’orlo della sepoltura, ne usciva sollecito, impartendo l’ordine a’ suoi uomini di ricuoprirla immediatamente.

Mentre questi obbedivano; egli si avvicinò al padre guardiano, e, rimettendogli in pugno la lanterna:

— Padre — gli disse, con un ghigno angoscioso — Dio vel perdoni, ma voi mi avete detto menzogna!

— Quale? — balbettò il monaco, abbassando gli occhi, sotto lo sguardo di fuoco del suo accusatore.

— Quella che mi annunziava la morte di donna Olimpia Marazzani.

— Io non vi ho mai detto fosse avvenuta.

— Ma quella bara?

— Era vuota.

— E donna Olimpia?...

— Altro non posso soggiungere; me lo vieta il segreto della confessione!

— E sia — fece alteramente il conte — oramai mi è noto quanto m’importava sapere.

E uscì dalla chiesa e dal convento, sempre seguito da’ suoi.

Non sarà d’uopo al lettore di sagacissimo acume per indovinare a che si dovesse la menzogna del padre guardiano.

Olimpia aveva detto al frate curante com’ella appartenesse a monsignor Pierluigi Farnese, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa e fattagli preghiera d’essere a questi restituita, sottraendola possibilmente per sempre al suo rapitore, ma nel segreto e senza che il medesimo potesse averne nocumento o fastidio.

La simulazione del suo decesso fu l’unico spediente, che il frate medico giudicasse idoneo a prendere, come si suol dire, due colombi a un baccello.

Ne conferì col guardiano, cui nulla di meglio potevasi offrire della propizia opportunità di rendere segnalato servigio allo stesso figliuolo del Santo Padre e — mentre il conte trattenevasi in colloquio col nostro Neruccio — tra eglino due e la stessa Olimpia venne concertata la comedia che il più de’ monaci recitarono in buona fede, senza nemmanco sapere si trattasse di un gioco.

Al momento istesso, in cui Pierluigi, ceduto il governo a Monsignor Bernardino della Barba, disponevasi a lasciar Perugia, per far ritorno a Roma e, di là, recarsi in Abruzzo contro i ribelli Colonna; il suo segretario Apollonio Filareto gli andò ad annunziare ed introdusse alla sua presenza due gentiluomini stranieri, che domandavano conferire secolui.

Erano due giovani alti, bruni, un po’ somiglianti tra loro, comunque l’uno paresse di alquanto più attempato dell’altro, e vestiti nell’elegante e sfarzoso costume de’ cavalieri spagnuoli dell’epoca: tocco piumato in capo; giustacuore di raso, con maniche a gozzi e sparati; ampie brache a liste ed a sbuffi, allacciate poco al di sotto dell’inguine su fini calzoni di serica maglia; breve mantelletto di velluto bordato d’oro e ad alto collare trattenuto da un aureo cordone e da borchie cesellate infisse agli spallacci; lunga e sottile spada al fianco destro ed, al sinistro, pendenti dalla cintola, il borsacchino a nappe e ricami e la misericordia.

Posto piede nella maggior sala del palazzo del Priorato, dove risiedeva sempre il Farnese, costoro gli si inchinarono nobilmente, senza torsi di capo il berretto, secondo la costumanza spagnuola ed attesero in silenzio ch’egli si degnasse interrogarli.

— Chi siete? cosa volete? — li richiese egli, infatti, dopo averli squadrati a lungo d’alto in basso, con aria di palese diffidenza.

— Quanto a me — rispose il più attempato — sono Giovanni Anguissola, piacentino, conte di Grazzano, cavaliere dello speron d’oro e senatore milanese: l’amico mio è don Giovanni Osca da Valenza, gentiluomo spagnuolo.

— Di che mi richiedete?

— Dell’alto onore di militare sotto gli ordini vostri, in servizio del Sommo Pontefice e di Santa Madre Chiesa.

— E null’altro?

— Null’altro!

— Sarete sodisfatti.

Da quel giorno, Giovanni Anguissola — nel quale non era più possibile che il Farnese riconoscesse il Cavalier Nero, perchè spoglio della sua bruna armatura — ed il valenziano Giovanni Osca — nel quale il lettore avrà, per contro, facilmente ravvisato il nostro Neruccio Nerucci — furono ammessi a far parte di quello esercito pontificio, che poi — come abbiamo già detto — menò a buon fine la guerra del sale contro Fabio ed Ascanio Colonna.