Terremoto

Part 29

Chapter 293,768 wordsPublic domain

— Attalchè — soggiunse l’Anguissola — a pena voi posto in salvo, ritorneremo a briglia sciolta su la città e, dovessimo pure lasciarvi la vita, tenteremo ogni sforzo per fare abortire l’iniquo tentativo macchinato da un branco di facinorosi, che si fortificano, accarezzando le più basse passioni della plebaglia, contro l’autorità vostra, quella dello imperatore e gli onesti privilegi che assennatamente voi riconquistate in pro delle classi elette e de’ gentiluomini!

— Fate! fate! giovani ardimentosi — sclamò il vecchio principe — voi avrete compiuto un’opera veramente pia, impedendo che questa nobile città ricaschi in arbitrio de’ miserabili, che ne fecero già tanto malgoverno.... oh! morirei contento anche in su l’atto, solo mi si annunziasse che un tale pericolo è rimosso e vendicato il mio Giannettino!

Diciamo ora il più brevemente possibile in quale guisa l’Anguissola e il Nerucci si trovassero a Genova giusto al momento in cui vi scoppiava il tumulto de’ Fieschi.

Giunti da Castel Leone a Piacenza, insieme a Terremoto, null’avevano potuto scuoprire in questa città che li mettesse su le tracce di Olimpia de’ Marazzani e della misera Bianca: tuttavia — lo avervi traveduto lo esoso Pellegrino di Leuthen, il quale sgusciava loro di mano come un pesce per l’aque e scompariva improvisamente subito dopo il loro arrivo — li fece persuasi non essersi male apposto il gigante nelle sue conghietture e l’una e l’altra donna, quella per amore e questa per forza, trovarsi in possesso di Pierluigi Farnese.

Spicciate le faccende che il trattenevano a Piacenza, Pierluigi non istette gran che a ritornarsene al suo castello di Castro, mentre i nostri due amici si restituivano a Nepi, in compagnia sempre del loro fido Terremoto.

Durante il viaggio, e’ s’erano posti a’ fianchi del duca, per indagare se l’una, o l’altra delle sospirate due donne, secolui si trovasse; ma non approdarono che a riconoscere il contrario: Pierluigi era completamente solo, nè lo accompagnavano che il suo primo segretario e due o tre de’ suoi soliti capitani.

Comunque, tornava positivo che Bianca era stata vittima di lui, e che la fiera nepote dello abate di San Savino avea servito a dargliela in balìa.

Contro di lui, dunque, e contro di costei, giurarono i tre di compiere, quando se ne offrisse loro il destro, la più atroce delle vendette.

Ma il destro si fece sempre aspettare.

Per quanto studiassero, vigilassero, spiassero; mai arrivarono a saper più nulla nè di Olimpia, nè di Bianca.

Al momento, in cui Paolo III si destreggiava col Sacro Collegio per la elezione del figliuolo a duca di Piacenza e di Parma; eglino vennero spediti, da quest’ultimo, in Lombardia, onde preparargli il terreno presso que’ non pochi gentiluomini che — possedendo terre e castella al di qua e al di là del Po trovavansi, a un tempo, sudditi di Sua Maestà Cattolica e di Santa Madre Chiesa.

Per via, Terremoto s’imbattè in Gaspero Gozzelini e lo riconobbe: costui, — riconosciutolo a sua volta e memore del segnalato servigio che gli aveva reso a Busseto — lo invitò a seguirlo a Milano, dove lo avrebbe presentato al suo signore, novello governatore di quella città. I due capitani, che non ignoravano quale segreto livore il Gonzaga covasse in seno contro il Farnese, accettarono di buon grado eglino pure quell’invito e si lasciarono trarre sino alla metropoli lombarda, dove — tra don Ferrante, l’Anguissola e Neruccio — si strinse un patto, che doveva essere indissolubile di odio comune e di comune vendetta contro il preconizzato sire di Piacenza e di Parma.

Siccome lo abbiamo accennato, alle prime proposte che gli vennero fatte da’ Fieschi, Pierluigi prestò sollecito orecchio e — comunque in publico li sconfessasse e non negligesse arte veruna per darsi a credere sempre ligio allo imperatore e parziale dei Doria — promise loro soccorso d’uomini e quattrini e — fra quelli — spedì loro, infatti, i nostri due inseparabili, che — secondo il consueto — si tolsero seco il buon Arcangelo Rinolfo.

Ed ecco in quale guisa si trovavano a Genova.

Ma eglino avean giurato al Gonzaga di non fare mai più cosa al mondo se non fosse in odio e pregiudizio e scorno del loro scellerato signore, epperò — toccato a pena il suolo ligure e presentate le loro credenziali a Gianluigi Fieschi — di null’altro più si preoccuparono se non di indovinare i costui progetti e, possibilmente, di attraversarli e sventarli.

Solamente la decisione d’insorgere nella notte istessa del capo d’anno fu presa troppo repentinamente perchè avessero agio di controminarla. Dovettero, quindi, contentarsi, — a pena scoppiata e quando Giannettino Doria cadeva scannato dinanzi alla porta della città — di correre a briglia sciolta alle case del vecchio principe, avertirlo del pericolo e provedere alla sua fuga ed alla sua salvezza.

Erano, per altro, giunti troppo tardi: la malaugurata impresa de’ Fieschi riusciva già troppo completamente, perchè lo scampo di quel nobile vegliardo potesse omai ispirar loro la più piccola speranza.

Le porte di San Tommaso e dell’Arco e quasi tutte le galee di Andrea Doria trovavansi già in mano dei rivoltosi. Non rimaneva più a costoro da prendere chè la nave capitana per intuonare securi l’inno della vittoria, e verso di quella inoltravasi tutto radioso in volto lo stesso Gianluigi Fieschi su di un leggero canotto spinto a volo dalle robuste braccia di sei rematori.

Al fianco di Gianluigi — che, tutto in arme da capo a piedi, stava ritto su l’agile barca, con le braccia incrociate e gli occhi cupidamente intesi verso la meta della notturna ed audace sua spedizione — tenevasi un uomo dalle atletiche forme, che — per contro — affisava lui in modo, non cupido, ma feroce.

Era Terremoto.

Gianluigi — vistolo a pena in compagnia delle genti, che gli aveva mandato in soccorso il duca di Piacenza, s’era affrettato a sceglierlo come suo valletto e particolare scudiero, per affidargli, diceva, certa speciali fatiche che solo la di lui erculea struttura e forza fenomenale avrebbero potuto sostenere.

Di fatto, lungo tutto il fondo del canotto, stavano accatastate varie grosse tavole d’abete che — una volta toccato della prora il fianco della galea — doveano venir lanciate tra quello e questa, onde insieme congiungerli, per montare all’arrembaggio.

E di siffatto lavoro l’incarico incumbeva a Terremoto.

Ai lati ed in coda del canotto, che portava il capo della fazione fiesca, venivano altre maggiori e minori barche, cariche tutte d’uomini armati, i quali — una volta che il gigante avesse adempiuto al còmpito suo — sarebbersi dovuti lanciare dietro il loro duce all’arrembaggio trucidando ed imprigionando le genti della nave capitana di Andrea Doria.

Sul ponte di questa stavano galeotti e soldati, in armi essi pure, ma forse più per mostra che per vero intendimento di oppor resistenza, disanimati com’erano dal vedere l’altre diecinove loro galee già in possesso de’ Fieschi.

E il capo di costoro, sempre ritto, immobile su la veloce sua barca, con le braccia conserte, gli occhi acutamente fisi, procedeva rapido quanto l’alcione, che sfiori le aque delle possenti sue ali.

Scorsero pochi minuti: la prua del canotto, i cui rematori aveano smesso i remi per dar di piglio a scuri e coltellacci d’arrembaggio, urtava blandemente contro il babordo della galea capitana, quando Gianluigi Fieschi, uscendo dalla sua contemplativa immobilità, si volse a Terremoto e:

— Da bravo! — gli gridò — mano alle tavole e presto!

— Subito! — rispose il gigante.

E si curvò un tratto, come per raccogliere la prima delle assi d’abete, che giacevano in fondo alla barca, ma, invece — spingendosi inanzi con l’impeto d’un montone infuriato — agguantò per gli stinchi il malcapitato Fieschi e — sollevatolo quant’era alta la sua propria persona — lo scaraventò lontano nel mare.

Il misero Gianluigi ricadde a capofitto tra l’aque; affondò, nè più ricomparve.

Forse, in altra occasione, avrebbe potuto salvarsi a nuoto; ma coperto com’era di ferro dalla radice de’ capelli alle piante de’ piedi, non gli fu possibile tentare un moto e dovette morire in su l’atto annegato come un cane.

Tutto ciò — com’è facile imaginarsi — avvenne nel fuggiasco volgere di un attimo.

Per altro, i rematori del canotto, testimoni della orribile scena — comprendendo subito di quale audace attentato fosse vittime la loro fazione — si scagliarono con le scuri ed i coltelli levati su Terremoto, gridando a squarciagola:

— Tradimento! tradimento!

Ma Terremoto era parato a quell’attacco: sferrando le formidabili sue mani chiuse contro i primi due, che gli turbinarono addosso, li abbattè d’un colpo, come bovi martellati su la fronte dal mazzapicchio del beccaio; indi si gettò a mare ed — abile nuotatore quale era — si mise, in poche bracciate, a considerevole distanza da proprî avversarî.

La notte favorì la sua fuga.

Seguitando a nuotare tra galea e galea, uscì dalla Darsena e si diresse al lito, su cui non tardò guari a metter piede.

Il grido mandato da’ canottieri, al momento in cui Gianluigi precipitava nell’aque, avea posto lo scompiglio su tutti quanti i navigli, che si trovavano in porto: i partigiani de’ Fieschi s’erano sentiti mancare il core; quelli dei Doria, per contro, avevano ripreso coraggio: su ciascuna delle galee impegnavasi una lotta corpo a corpo; i vincitori di pochi momenti prima, demoralizzati, infiacchiti, vinti da un panico misterioso, cedevano in breve la palma della male assodata vittoria: sgombravano le navi conquistate, riguadagnavano i loro legni e si davano rapidamente alla fuga. La voce del disastro correva intanto con la rapidità dello elettrico per tutta la città: i faziosi s’ascondevano tremebondi nelle loro case; quei venuti da fuori pigliavano ratti la strada de’ campi e ricovravano alle loro castella, d’onde tentare una velleità di resistenza; del numero i due fratelli dell’estinto Gianluigi.

L’ottuagenario Andrea Doria ritornò dalla Masone all’avito suo palazzo ed, afflitto sempre per la morte del nepote, ma racconsolato dal sapere la patria scampata al pericolo grave di cui la minacciavano i ribelli, si consacrò, con ogni premura, a repristinare gli ordini allora allora da lui medesimo istituiti ed inviò truppe, in pari tempo, a battere le rôcche nelle quali i rimasugli di quelli s’erano rintanati.

Così — mercè l’ardita mano del nostro Rinolfo — ebbe fine il tumulto de’ Fieschi, ch’era stato a un pelo dal rovesciare la benemerita prevalenza di casa Doria e dare la patria in balìa del partito democratico e della Francia, a detrimento de’ novelli gentiluomini e dell’autorità imperiale.

Il ghibellinismo trasformato, ma pur sempre vivo, tornava a trionfare e, coi Fieschi, anche Pierluigi Farnese subiva il suo bravo tracollo.

Rinstaurate le cose, Terremoto che non aveva nessun rischio a correre mostrandosi alla chiara luce del sole, fruga di qua, fruga di là, giunse finalmente a raccapezzare i suoi due signori e compagni, e con essi riprese la via pe’ monti che dividono il genovesato dal piacentino. Senonchè, lungo la strada — considerando come altri dei loro li avessero preceduti nel ritorno e reso però conto al Farnese del modo in cui erano ite le faccende — decisero di sviarsi alquanto per dare una corsa a Milano ed ivi istruire del vero accaduto monsignor Ferrante Gonzaga e secolui prendere nuove intelligenze.

Solo — in questa occasione — il conte e Neruccio pensarono non pigliar secoloro Terremoto e lasciarlo proceder solo per Piacenza, affinchè ivi potesse scandagliare lo stato delle cose ed informarli poi quando vi fossero giunti alla loro volta.

FINE DELLA QUARTA PARTE.

PARTE QUINTA.

P. L. A. C.

CAPITOLO LII.

I prigionieri.

Su la soglia di quel medesimo e misero tugurio della Chiappa, a’ piedi di monte Osèro, dove già scorreva una vita tranquilla e modestamente lieta la famigliuola dei Rinolfo e che, da lungo — dopo la morte del vecchio Luca — trovavasi muta, diserta, spalancata a’ quattro venti e dominio de’ topi e delle lucertole; teneasi adesso in atto sospettoso e quasi in vedetta il protagonista di questa nostra istoria.

Il verno era in tutto il suo stridore; le circostanti campagne e massime i colli ed i monti, coperti interamente da un altissimo strato di neve, biancheggiavano al raggio della luna, spandendo tutto intorno un luciore vivo insieme e melanconico, su cui spiccavano nere e taglienti le ombre pesanti della notte.

Non percepivasi suono il più lieve per quanto s’acuisse l’udito; la terra pareva una sterminata necropoli, in cui tutto fosse morto; gli uomini come gli animali, gli alberi come le erbe.

Solo — di tratto in tratto — uno squillo lontano, lontano, flebile come il sospiro ultimo di un moriente, fendeva l’aria diacciata e andava a perdersi per le convalli, ripercosso in vibrazioni infinitesimali, che pareano il tremolìo di un’arpa, toccata non dalla mano dell’uomo, ma dal soffio di tramontana.

Era probabilmente la campana di Cogno San Savino, che suonava l’_Angelus_ e le _Avemmarie_ della sera.

Dentro il casolare — nella più riposta sua stanza — ascondevasi una donna tutta imbacuccata in un grossolano ferraiolo virile, tra le pieghe del quale studiavasi amorosamente d’avvolgere una bambinetta poco più in su dei due anni.

Quella donna noi l’abbiamo vista una prima volta a Parma, sin dal principio di questa narrazione, in circostanza del solenne ingresso che vi fece papa Paolo III; l’abbiamo riveduta nella rôcca di Camia, al momento in cui vi facevano invasione e massacro i Nicelli; poi a Castell’Arquato presso i signori di Santafiora; poi a Perugia, durante la guerra del sale, e finalmente l’abbiamo perduta di vista a Castel Leone di Cremona, d’onde l’aveano presumibilmente allontanata le insidie di Pellegrino di Leuthen e di Olimpia de’ Marazzani.

Quella donna, era la nostra Bianca della Staffa.

Ma, ohimè, quanto cangiata!

Era sempre giovine, ma di quella giovinezza infelice che già fievolmente combatte contro gli assalti di una precoce maturità; — era sempre bella, ma di una bellezza pallida, meditabonda, severa, assai più fatta per ispirare la reverenza e la pietà che non i dorati sogni d’amore.

E stava seduta, o piuttosto, accoccolata s’uno scannello, con in braccio quella bionda creaturina, che sbatteva i denti pel freddo, e — a quando a quando — volgeva all’uscio uno sguardo insieme ansioso e trepidante, come sperasse o temesse di là dovesse giungerle qualche fausto od infausto annunzio.

Come accadeva tutto ciò?

Spiegamolo al lettore.

Terremoto — come frequentemente ci corse obligo di avertirlo — non brillava nè per intelligenza nè per perspicacia. Contento però d’aver contribuito — e come! — al rovescio de’ malaugurosi progetti macchinati dai Fieschi ed anche un poco da Pierluigi Farnese; e’ se ne riedeva a Piacenza, preoccupato solo di adempiere allo incarico affidatogli da’ suoi due signori ed amici, ch’era quello di speculare come si trovassero le faccende in seno alla novella corte farnesiana e di riferirne loro a pena fossero di ritorno.

Mai più s’imaginava il dabbene, che qualcuno degli uomini, spediti dal duca in soccorso de’ Fieschi e ch’erano retrocessi prima di lui, si fossero informati, inanzi di partire da Genova, dei particolari della morte di Gianluigi e ne potessero additare in lui l’uccisore.

Invece, tanto appunto era intervenuto e Pierluigi Farnese, che avea risaputo ogni cosa, non solamente sentivasi animato dal più acerbo sdegno contro di lui, ma eziandio contro il conte Anguissola ed il capitano Giovanni Osca, di cui egli era riconosciuto a corte come familiare e valletto.

Ned era questa la prima volta che Pierluigi concepiva sospetti sul conto di Terremoto.

Sin da quando lo rivide in Piacenza a’ fianchi di que’ suoi due capitani, gli parve di riconoscere in lui il formidabile gigante che — a due riprese — prima a Castell’Arquato, poscia a Perugia — gli aveva strappato di mano la giovine della Staffa.

Ma sì lungo tempo era intercorso, da un lato; dall’altro, non stimando di averlo più a temere; punto o ben poco se ne curò.

Adesso, per altro — udendoselo denunziare quale suo perseverante nimico e ministro primo di un delitto di sangue, che rovesciava, a un tempo, uno dei suoi piani meglio combinati — tutto il suo antico livore gli si risvegliò nell’animo feroce e — dal letto, su cui lo teneano chiovato gli abituali malanni — impartì l’ordine al Bombaglino ed al Trentacoste che — se mai quel furfante osasse ripresentarsi a Piacenza — venisse tosto arrestato e tradotto nelle carceri della cittadella.

Quando, dunque, il buon Terremoto — insciente affatto del destino che l’aspettava — fece ritorno in Piacenza, ivi trovavansi già in agguato gli sgherri dei due capitani del duca, pronti a rovinargli addosso a pena venisse loro dato di scorgerlo.

E siccome — dalle descrizioni, che ne avea fatto il medesimo duca, e dal ricordo di quanto era toccato a parecchi di loro nell’osteria della Magione, al Bombaglino in ispecie — sapevano con che razza d’uomo avessero a fare; ci si erano messi in molti, ed armati tutti sino ai denti, e muniti di un intero arsenale di funi e di catene, perchè — ad ogni modo — non riuscisse a scappar loro dall’ugne.

Nè, infatti — malgrado la sua forza fenomenale — egli vi riuscì.

Inerme affatto, sovraccolto alle spalle da mezza serqua di quegli eroi, imbavagliato, stretto da ceppi e da corde, alle braccia e alle gambe, prima ancora che avesse il tempo di orizontarsi e di sapere tra quali mani fosse caduto; egli non potè tentare che una debolissima resistenza e — in onta a questa — venne coricato su d’una carriuola, trasportato a braccia in cittadella ed ivi chiuso nella prima carcere che si trovò sgombra.

Al momento in cui Terremoto cadde in balìa dei sbirri di Pierluigi, che potevan essere intorno alle quattr’ore del pomeriggio, il duca — informato dell’avventuroso caso — nissun provedimento volle, o potè assumere a di lui riguardo, dappoichè stesse contorcendosi sotto gli spasimi delle sue sordide malattie e fosse, frattanto, inteso a farsi ripetere e confermare per la millantesima volta l’oroscopo trattogli dal suo astrologo nel 1537 e che leggeva: «Saturnus genituræ Dominus ab Jove recepitus tibi annos pollicetur 70, vel circiter.... Mors tua erat naturalis, sed provenient ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione, aut nimio coitu post crapulam,» e l’altro trattogli cinque soli anni prima e secondo il quale gli era presagito che Venere «tibi gaudia, et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dumodo nimiam bibitionem, crapulam, e crebrum, sive nimium coitum effugias» e simili corbellerie.

Terremoto venne però cacciato — come abbiamo detto più sopra — entro il primo carcere, che si trovò spiccio, ch’era una stambergaccia, al pianterreno della cittadella, avente luce da due piccole finestruole aperte su l’alto delle muraglie verso un cortiletto interno, e ch’era tutta quanta ingombra d’arnesi dalle più strane ed orribili forme.

Quella stambergaccia dal pavimento terreo ed umidiccio, dal vôlto basso, schiacciante ed affumigato era, difatti, la camera dei tormenti.

Gli scherani lo aveano, di prima giunta, buttato là dentro, perocchè tutte l’altre prigioni fossero occupate da altrettante vittime della farnesiana tirannide.

Lasciato solo, il gigante si guatò intorno intorno per riconoscere il luogo; osservò e palpò ad uno ad uno — non senza qualche ribrezzo — i cavalletti, gli eculei, le ruote, i cunei, i brageri e gli altri diversi stromenti di supplizio che a quello faceano da mobiliare e — visto giacere in un canto un saccone rimborrato di paglia, che — in mancanza di meglio — potea fungere da letto; com’era alquanto stracco per la camminata fornita, vi si sdraiò sopra e — con la tranquilla coscienza del giusto, malgrado i pericoli di morte, da cui era intorniato — non istette guari a lasciarsi vincere dal sonno.

Stringendo il verno, la notte era presto calata.

Terremoto dormiva forse da un paio d’ore, quando si destò di sobbalzo sotto l’impero di un pauroso sognaccio, che avea attinto tutte le proporzioni e i caratteri dell’incubo. Pareagli, dormendo, d’essere, a sua volta — come avea visto il misero suo signore Giovanni Camia — legato in croce a due legni e, da un orda di satanassi e di gnomi, che gli sputavano in faccia faville e brage ardenti, mutilato e scuoiato vivo.

L’orrore lo fece levar su un cotal po’ sul suo giaciglio di paglia e starvi alquanto tra lo sdraiato e il seduto, come in trepida attesa.

In quella tenzione de’ sensi, frammezzo il perfetto silenzio che regnava per la cittadella, gli giunse all’orecchio un gemito così fioco, così a pena percettibile, che sembrava un sospiro.

Prestò maggiormente attenzione e il gemito si rinnovò; catellon catellone si trascinò verso la parte, d’onde parea provenisse, e lo udì ripetersi anche più distinto, ed allora — per una di quelle repentine intuizioni, che son pur nel vero, ma delle quali arduo riesce il rendersi un conto esatto — credette riconoscere in quel languidissimo suono la voce della diletta sua signora.

Nè un siffatto pensiero gli ebbe così tosto attraversato il cervello che la riflessione soccorse a dimostrarglielo oltremodo fondato. Bianca era stata rapita da Castel Leone per ordine, al certo, di Pierluigi Farnese; Bianca trovavasi, dunque, in balìa di costui: nulla, quindi, di più naturale ch’ella pure gemesse sepolta entro quella tomba di vivi.

Ma un uomo della devozione, del carattere, della tempra, delle abitudini di Terremoto non poteva, non doveva arrestarsi a quelle semplici deduzioni. Sinchè si fosse semplicemente trattato di lui, egli poteva benissimo, con quella trascuranza ch’era un pochino distintivo de’ tempi, lasciar correre le faccende per la loro china ed anco affrontare indifferentemente la morte; ma — dappoichè si trattava della sua signora — mutava specie; bisognava, a ogni costo salvarla.

Il dubio di pigliar equivoco, di cadere in errore, non gli si affacciò tampoco alla mente: questa — o piuttosto il core — gli aveva detto che la sua vicina di carcere doveva essere Bianca della Staffa ed omai gli parea cosa certa quanto una verità matematicamente provata.

Non gli rimaneva, quindi, che trovare il modo di trarla a salvamento ed — anzitutto — quello di avvicinarla e parlarle, nè per ciò poteva scorgerne uno diverso dallo aprirsi un adito nel muro e penetrare sino a lei.

Chiunque altro si sarebbe sgomentato così ad un tanto temerario proposito, da non tentarlo neppure; ma Terremoto no.

Egli, invece — giovandosi del poco lume, che piovea nello stanzone dalle due finestruole — e che le nevi rendevano meglio efficace — trascelse, fra gli arnesi di tortura, ond’era circondato, tutti quelli che più potevano servirgli alla bisogna, come a dire: cunei e pungiglioni di ferro, mazzuoli e bracci di leva, e — con essi — si riaccostò di nuovo al punto della parete, da cui aveva udito più sensibile il gemito della supposta prigioniera, e si accinse risolutamente all’arduo suo cómpito.

Non rompeva ancor l’alba che egli già lo aveva ultimato.

Un foro riquadro d’un metro circa per ciascun lato lo metteva in comunicazione diretta con l’ambiente, da cui gli era giunto all’orecchio il gemito rivelatore.

Vi entrò carpone.

Non s’era ingannato.

In quell’ambiente trovavasi Bianca della Staffa, con tra le braccia una piccola creaturina. Senonchè l’ambiente, invece d’una prigione, era una magnifica ed ampia stanza da letto splendidamente addobbata, la quale di prigione non avea altro che i robusti usci serrati e le grosse spranghe di ferro che ne sbarravano le finestre.

Tenuta desta dallo inconsueto e strano martellare di Terremoto — da molte ore — stava Bianca vegliando, sospesa sempre, tra la paura e la speranza.

Dire quale tumulto di affetti suscitasse nel di lei animo l’apparizione improvisa del suo antico e fedele familio, non è attributo concesso alla fredda parola del narratore.

Ella fu sul punto di svenire.