Part 14
Nel transitare da Firenze a Roma, s’era soffermato per alquante ore in quella città; su la piazza maggiore aveva travisto Terremoto: pedinandolo, lo aveva seguito sino alla casa dov’era domiciliato e quivi — presa voce — risaputo che, insieme a lui, trovavasi pure la sua giovine signora, la quale, da vari mesi, aveva ricetto presso il proprio zio, messer Bartolomeo della Staffa, uno de’ più danarosi ed influenti di tutta Perugia.
Ed ecco qual era stato il recondito movente che aveva trasfuso in Pierluigi Farnese tanto belligero ardore.
CAPITOLO XXIV.
I Venticinque.
Dacchè la furberia sacerdotale ebbe studiato lo espilatorio sistema delle decime, dacchè — vale a dire — la vecchia terra gira intorno a’ suoi poli e che esistono sudditi e governi, le principali scaturigini del malcontento di quelli verso di questi, crediamo noi abbiano sempre risieduto ne’ publici gravami; e tanto più esclusivamente se risaliamo a quando certi sentimenti di nazionale amore e d’individuale dignità ed i conseguenti diritti a libertà ed uguaglianza non erano tampoco in germe nel cervello umano.
Di que’ giorni pròtasi di tutte le ribellioni furono quasi sempre i balzelli.
Ed uno — il soprassello sul sale — lo era appunto stato de’ gravi avvenimenti che Perugia andava incubando.
La vetusta città dell’Umbria, che le sacre consuetudini edilizie della estrusca lucumonìa, ond’era stata duodena frazione, avevano eretto a cavaliero di due colli tra il Tevere e il Trasimeno; non aveva assolutamente voluto saperne di quello aumento di gravezza, «fermamente deliberata — come i suoi _patres artium_ ne scrivevano a’ spoletini — prima supportare ogni estremo supplicio, che condescendere all’impie voglie, et injuste dimande, che universalmente i populi aggravano.»
A più riprese — come il vedemmo — i perugini avevano spedito oratori al pontefice, affinchè — in considerazione de’ loro privilegi — li esonerasse da quella nova gabella; ma — non approdando mai ad aversi in risposta che minatori comandamenti e censure — finirono a perdere ogni pazienza e a buttarsi per quella via che doveva brevemente condurli all’aperta rivolta.
Profittando, intanto, della minchioneria del vicelegato Aligerio, ch’era bonario oltre del convenevole gli proposero il partito, ch’egli assentì, di convocare un consiglio generale, il quale nominasse cinque rappresentanti per ognuno de’ cinque rioni della città deputati a trattare del rincarimento del dazio.
E il 26 marzo, raunatosi il popolo nelle chiese principali delle cinque porte, ch’erano: San Domenico, per porta San Pietro, San Fiorenzo, per porta Sole, Sant’Agostino, per porta Sant’Angelo, San Francesco per porta Santa Susanna, e Santa Maria de’ Servi, per porta Borgne, e fatte le votazioni; riuscirono eletti, pel primo rione: Giovanni Oraziani, Lorenzo Maria Baglioni, Bartolomeo di Monte Vibiano, Ciancio Ceccarini e Benedetto Tucci, detto _il capitano Bettuccio_; pel secondo: il dottore Pier Filippo Mattioli, Bernardino Montesperelli, Malatesta Ranieri, Nicolò Tei ed Alberto di Guidantonio; pel terzo: Vincenzo degli Arcipreti e della Penna, Cornelio degli Oddi-Novelli, Mariano Felice de’ Bizzocchetti, Cesare de’ Merciari e Bartolomeo della Staffa e degli Armanni — lo zio della nostra Bianca: pel quarto: Francesco Maria degli Oddi, Giulio della Corgna, Tindaro degli Alfani, Bernardo Dionigi e Giangirolamo, detto _il Guascone de’ Franchi_; e pel quinto: il dottor Marcantonio Bartolini, Annibale Signorelli, Polidoro Baglioni, Borgia Sulpizj e Marco Barigianni, che fu poi sostituito da Marco di Boncambio Boncambi.
Il dabben prolegato, che s’era avuta la stoltizia d’annuire a simile popolare manifestazione, s’accorse bentosto d’essersi scavata da sè medesimo la fossa. — I Venticinque, che — non a pena eletti — s’erano pomposamente fregiati del clamoroso titolo di _difensori della giustizia di Perugia_, s’addestrarono subito a scalzarlo d’ogni autorità: pretesero consegnasse loro le chiavi della città; vollero aprire e leggere prima di lui gli stessi messaggi governativi a lui personalmente diretti; attalchè il pover’uomo, sopraffatto dallo impreveduto, sbigottito dalla mala piega che pigliavan le cose, conscio omai di aver incapato in un grosso sproposito; giudicò prudente allontanarsi alla chetichella dalla città e tôrsi così via dal ginepraio.
I Venticinque, rimbalditi, s’insediarono nella Udienza della Mercanzia e del Cambio, ch’era in piazza di Sopramuro nel pianterreno del palazzo del Priorato e scrissero a Fuligno, a Todi, ad Assisi, a Trevi, a Spoleto, eccitandone i cittadini a collegarsi loro per «resistere alle tyranniche voglie;» ma null’altro conseguirono che vane parole. L’ultima delle mentovate città spinse anzi la mala parata sino ad inviarne la lettera allo stesso pontefice.
Non però i Venticinque si disanimarono. — Sbalzato di seggio il capo de’ priori Alfano Alfani e tratto in carcere il dottor Giambattista Petrucci da Bevagna, perchè — nella loro prudenza — s’erano chiariti avversi alla sedizione; posto in luogo di quello Brunoro Crispolti, con Cecchino Perinelli secondo priore; mutarono di sana pianta le istituzioni della città; non lasciarono che uno solo dei tre uditori di Rota: ordinarono che i delitti si riconoscessero dal Priorato col loro istesso concorso e le pene a publico benefizio; riavvocarono l’entrate del Chiusi e del Trasimeno, delegandovi ministri e controllori a nome del comune; nominarono un tesoriere ed un sindaco e coniarono que’ ducati e quattrini con da una parte, Sant’Ercolano, patrono della città, e dall’altra il simbolo della croce fiorita, che nella leggenda portavano scritto PERUSIA CIVITAS CRISTI, come a significare il carattere divino ch’erasi voluto dare alla rivolta.
Da un lato, un pontefice che, — prevalendosi degli attributi suoi di buono e solerte pastore — voleva ad ogni costo le pecorelle smarrite rientrassero all’ovile, per aver agio di tonderle bellamente e magariddio scorticarle e — siccome, malgrado i suoi richiami, s’impuntavano a brucare errabonde per l’erta dei colli — che s’apprestava a sguinzagliar loro addosso i suoi bravi mastini, bigi tanto da scambiarsi facilmente co’ lupi, e li aizzava così che — a’ fatti — dovevano parer tali daddovero e non badare pel minuto, se, nel rincorrere le agnella riottose, talune ne addentassero e ne sbranassero anche. — E tutto ciò nel nome del Signore, _ad majorem Dei gloriam_, per una gretta question di quattrini, per la incocciatura di un miserabile soprassello, ch’egli stesso dovette quindi a poco abbandonare, per sostituirvi la imposta diretta del _sussidio_, che già gli spagnuoli avevano intromesso a Milano, col nome di _mensuale_, ed a Napoli, con quello di _donativo_. — E mentre oggi e si strilla e si strepita, e si protesta, quasi ci levassero gli occhi o ci scuoiassero vivi, perchè — se non paghiamo le tasse — un percettore laico ci manda ad appignorare il mobilio, a sequestrare le merci, ad ipotecare gli stabili, e ce li vende al publico incanto, e null’altro ci fa — alla resa de’ conti — se non costringerci con bel garbo, a compiere il nostro dovere di buoni cittadini, senza nè un rimbrotto, nè uno sfregio, nè una villania, nè tampoco quel bricciolino di carcere, che forse ci meriteremmo; allora un rappresentante in terra di quel Dio, che le pagine vangeliche ci dicono tutto amore, misericordia, perdono, non solamente scaraventava contro i suoi sudditi morosi ogni flagello di guerra, ma li malediceva eziandio in loro stessi, ne’ loro ascendenti, ne’ loro discendenti, sino alla decima generazione.
Dall’altro, un popolo che invocava in aiuto Cristo contro il governo del suo Vicario.
Antitesi strane d’irreligione e di fede!
Ma non s’era più a’ tempi di papa Gregorio VII, quando una scomunica maggiore sbalestrata dalle soglie della basilica vaticana era bastevole per addurgli a’ piedi umile e guagnolante, come cagnuolo frustato, un possente imperator di Lamagna, che — scalzo, nudo il capo, co’ ginocchi tra la neve — ne implorava per tre giorni consecutivi il perdono.
Già, dugento anni prima il figlio della siciliana Costanza, quel Federico II di Hohenstauffen, che — italiano di cuore come di nascita — gittava le prime radici del nostro dolcissimo idioma, poetando con Ciullo d’Alcamo, co’ suoi sterponi Enzo e Manfredi e col suo protonotario Pier delle Vigne; aveva cominciato ad aprir gli occhi delle popolazioni mercè i tanti studi disseminati per la penisola ed appreso loro in qual conto si dovessero tenere le minacce e le ire papali, egli che scriveva al pontefice: «Tu vivi unicamente per mangiare; su i vasi e le coppe d’oro hai scritto _io bevo, tu bevi_; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che quasi rapito al terzo Cielo, parli ebraico, greco, latino; piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto su l’ali dei venti, e che l’impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti:» egli che al sentirsi dichiarato da papa Innocenzo IV ateo, epicureo, sacrilego ed eretico, scomunicato e scaduto dal trono, chiese gli si recasse la corona e — come sei secoli dopo il primo napoleonide — se la pose in capo, sclamando: «Guai a chi me la tocca!»; egli che a Nocera de’ Pagani fece diroccare una chiesa per erigervi sopra un palazzo, e, dov’era l’altare maggiore, ivi aprir le latrine.
Ed a’ giorni di cui ragioniamo l’autorità spirituale de’ papi era però sì scassinata e pencolante che ben conveniva puntellarla con le picche de’ fanti italiani, gli scoppietti de’ raitri e gli archibugi de’ lanzichenecchi, se la si voleva tuttavia far servire a’ temporali interessi.
Ed ecco il come i buoni perugini osassero ribellarsi, ed il perchè papa Farnese si raccomandasse alla persuasione delle armi per recondurli a far senno.
I Venticinque — risaputo dello avvicinarsi di Pierluigi — spedirono il dottore Giulio Oradini e Girolamo Comitoli a sollecitare l’imperatore Carlo V, che trovavasi in Anversa a sedare, a sua volta, la ribellione flaminga, perchè s’intromettesse mediatore di pace; ma il proverbio che lupo non mangi lupo era probabilmente in onore anche a que’ giorni, sicchè l’astuto monarca fece le orecchie da mercante e se ne lavò le mani. — Unico ausilio de’ perugini rimaneva, quindi, il loro compatriota e fuoruscito Ridolfo Baglioni, che tenevasi al soldo di Cosimo de’ Medici, duca di Firenze. Annibale Signorelli si recò presso di lui in nome de’ compaesani scongiurandolo ad accettare il generalato delle loro forze. Ned egli si fece troppo pregare. Senonchè pose tre condizioni, su per giù quelle famose del Triulzio, armi, vettovaglie e paghe sicure, che torna a dire: danari, danari, e poi danari.
Per metterne assieme il maggior dato possibile, i Venticinque si appigliarono ad ogni maniera spedienti: mandarono a pegno le suppellettili e gli argenti del Magistrato; imposero straordinari balzelli, il che fece dire al popolino essere scampati da Scilla per precipitare in Cariddi, e riuscirono così a raggruzzolare un cinquantamila di scudi.
Ma intanto Pierluigi Farnese, col legato monsignor Cristoforo Jacobacci, era giunto a Fuligno.
CAPITOLO XXV.
«Perusia Civitas Cristi».
Rompeva l’alba dell’8 aprile 1540, che era il secondo giovedì dopo Pasqua, ed una fitta di popolo d’ogni condizione — partendosi dall’arco di Augusto presso la porta Sant’Angelo — scendeva giù per la via nuova dalla parte soprana a quella di sotto della città, riversandosi ad oriente verso porta Sole, per arrestarsi prima sul largo della fontana, dov’era la podesteria, la corte di giustizia, le carceri ed il ginnasio, e quindi in piazza di Sopramuro, dove la cattedrale, il palazzo del priorato e le case della famiglia Alfani.
Precedeva la numerosa accolta, lunga ed interminabile processione d’uomini in bianco sacco, alla testa della quale cavalcava il priore, messer Brunoro Crispolti, recando in mano, s’un guancialetto di ormesino, le chiavi della città, e seguito dal vice priore, dai Venticinque, dal podestà, dall’auditore di Rota, dai capitani dell’armi e da molto numero di cavalieri e di gentildonne.
Fra queste notavasi la nostra Bianca. Ella camminava al fianco delle sue due cugine, le figlie di messer Bartolomeo di Giovan Bernardino della Staffa, uno de’ Venticinque, il più ricco, il più generoso, il più influente ed insieme il più caldo dei ribelli.
Su la porta meridionale del duomo sorgeva un grande crocifisso di legno nero collocatovi espressamente perchè servisse alla solenne consacrazione della città e che attualmente può vedersi ancora entro una speciale cappella di quel magnifico tempio: e fu verso di quello che si diresse la folla processionante.
Ivi giunta, il priore smontò d’arcione e — riprese dal collega le chiavi che gli aveva rimesso scavalcando — andò a deporle a’ piedi della croce, indicando così come Perugia, che non voleva più saperne del più o meno alto dominio di un sovrano di questa terra, imitava la sublime sì, ma poco pratica idea mandata ad effetto tredici anni prima da’ fiorentini, con lo affidarsi alla diretta tutela del Redentore.
Compiuta quella pia cerimonia e mentre gli uomini in cilicio si genuflettevano salmodiando intorno intorno al crocefisso, uno dei gentiluomini, che facevano codazzo ai Venticinque, balzò su la scalea, che ammetteva alla chiesa e — voltosi al popolo affollato:
— Fratelli — gridò loro con accento ispirato — ascoltatemi!
Tutti gli si accalcarono in giro premurosamente.
Era egli il giovane Mario di Lucalberto Podiani d’una delle famiglie meglio estimate della città.
— Ascoltatemi — ripetè egli, come s’avvide che gli si prestava attenzione — giorno per noi più solenne, più decisivo di questo non s’è mai dato!.... sinora i nostri anziani si sono limitati a piegar le ginocchia, a pregare, a formolare proteste; ma, da questo giorno, noi ci prepariamo a combattere e a combattere nel divino nome di Cristo!... è una lotta a cui ci accingiamo: lotta ardita, disastrosa forse, temeraria certo, ma sempre santa contro la più iniqua, la più odiosa delle soverchierie!...... spregiando le nostre guarentige, sconoscendo i nostri privilegi, soppeditando i nostri diritti, non la intangibile persona del Sovrano Pontefice, ma i malvagi suoi consiglieri, ma quei geni malefici sotto maschera sacerdotale, che Satanasso ha posto a’ fianchi della cattedra di San Pietro, perchè cospirino a sua rovina, perchè lavorino a scredito, a detrimento, a sfacelo della religione de’ nostri padri: vogliono assolutamente farci curvare la testa, umiliarci, avvilirci, calpestarci e, perchè noi, forti in coscienza del nostro buon dritto, rifiutiamo sudditanza ed infrangiamo il violato patto di fede ligia, e’ mettono assieme bandiere e battaglie di efferati mercenarî da spingerci addosso e sperano dalla forza brutale ciò che la ragione e la giustizia loro non consente!.... ma, per la croce d’Iddio, quando s’è gustato un momento solo il soavissimo frutto della libertà, ogni più rude sacrificio ha da sembrarci leggero per difenderne la pianta e, nel santo nome del Redentore, noi la difenderemo!... l’onore e il decoro nostro ci hanno ad importare anche più della vita, perocchè in essi stiano il decoro e l’onor della patria! figuriamoci che cotesta vendereccia accozzaglia di venturieri spagnuoli, italiani e tedeschi, di ladroni d’ogni paese che la Rota Apostolica avventa contra di noi, siano come que’ iattanti francesi che il superbo re Carlo VIII voleva introdurre di viva forza in Fiorenza con l’arme inastata, e, al paro del grande Piero Capponi gridiamo loro, a nostra volta: se voi suonerete le vostre trombe, e noi daremo nelle nostre campane!...
Il popolo scoppiò in un urlo d’approvazione.
— Le città de’ dintorni — continuò l’oratore — Fuligno, Assisi, Città-di-Castello, Città-della-Pieve, Nocera-Camellaria, Trevi, Todi, Spoleti, stanno per imitare l’esempio nostro; gli osservandissimi signori di Siena consentono a rifornirci del sale; Bologna c’inanima alle difese e ci consiglia a non cedere; il serenissimo signor duca di Fiorenza c’impromette suo aiuto; messer Ridolfo Baglioni non può tardare a giungere con le sue genti di guerra; Cristo è con noi; dunque.... coraggio, fratelli e quanti sentano carità cittadina, quanti nutrano dignità d’uomini, quanti abbiano braccio non attrappito da età, da malanni o da vergognosa paura, impugnino un’arme qual sia e si dispongano a combattere, a morire per la loro terra natale!
Un altro grido entusiastico della folla accolse queste parole, con le quali il giovine Podiani diè termine alla sua concione.
Nel punto istesso, un guerriero tutto in armi si slanciò al suo fianco e — volgendosi a’ signori del Magistrato che si teneano in prima linea:
— Intanto — disse loro — io, che non sono perugino e cui non scalda carità di patria, ma solo odio e vendetta, vengo ad offrirvi la mia mano, la mia spada e il mio sangue!
— Voi? — sclamò attonito messer Brunoro Crispolti — e chi siete voi, dunque?
— Uno straniero — soggiunse il sopravenuto — poco vi prema il mio nome che nulla potrebbe impararvi... vi basti che io domando combattere con voi e per voi contra dei vostri nemici!
— E se fosse uno spione — buccinò a fior di labra il cronista Boncambi, forse il più meticoloso e prudente de’ Venticinque.
— No, messere — gli rispose subito lo sconosciuto, che se non inteso, aveva indovinato il suo dubio — e a quiete e securtà vostra vi propongo un mallevadore.
— Quale? — interrogò il capo del magistrato.
— La nepote d’uno de’ vostri maggiori — continuò lo straniero — madonna Bianca della Staffa.
— Bianca — fece Bartolomeo della Staffa, dando un passo inanzi allo udir profferire quel nome e, della mano, accennò alla nipote d’accostarsi.
Questa si staccò dalle cugine e — tutta timorosa e confusa, perchè vedevasi fatta oggetto della generale attenzione — si avanzò sino al piede della scalea.
— Tu conosci costui? — le chiese allora lo zio, indicandole lo straniero.
Bianca lo affisò in volto in atto di stupore e rimase alcuni istanti a contemplarlo, senza far verbo.
I penitenti, genuflessi intorno alla croce, avevano smesso le loro salmodie: il popolo s’era chiuso in quello ansioso silenzio che è tutto particolare della aspettazione.
L’incognito frattanto sorrideva gentilmente del palese imbarazzo di Bianca e:
— Non è dalle sembianze — ripigliò a dire — che madonna mi possa riconoscere: ella non le ha mai scôrte che celate dal ferro di una bruna visiera...
— Oh, sì, sì! — lo interruppe premurosa la giovinetta.
E — stringendo la mano a Bartolomeo, con una effusione di gioia, che le si leggeva scritta su tutto il bel volto:
— È lui, zio! — soggiunse — quello istesso di cui vi dissi al mio arrivo; quello istesso che m’ha aiutato a tormi di casa i Santafiora; quello stesso, cui, non ha guari rinviaste il cavallo e la somma che giovarono me ed il mio servo per trarre sin qui... è il mio salvatore: il Cavalier Nero!
Un mormorio misto di ammirazione e di un non so che di misteriosa paura percorse la folla.
Tutti gli occhi erano rivolti su lo sconosciuto.
Quel nome di _Cavalier Nero_, che rispondeva sì bene al bruno colore della sua armatura ed alle fosche tinte della sua carnagione, non mancava di produrre una profonda impressione, massime sul popolo minuto sempre proclive allo strano ed al superstizioso.
— Ebbene — soggiunse allora Bartolomeo della Staffa superando la breve distanza, che lo separava dallo straniero, e porgendogli la mano — qualunque sia il vostro nome e la patria vostra, o messere, io vi professo viva e schietta riconoscenza per quanto avete fatto per quest’amatissima congiunta mia... chi adopera come voi, non può nodrire che nobili sensi.... amico nostro voi lo siete di certo, poichè ce ne porgeste già prova.... però il desiderio vostro sarà sodisfatto!
Ed elevando anche più la voce, acciò meglio lo intendessero ed i suoi colleghi ed il popolo:
— Io stesso mi porto vostro mallevadore, e voi combatterete con noi e per noi, per la più giusta e santa delle cause!
— Viva messer della Staffa! — strillò il popolo ad una voce.
— Grazie, messere! — fece l’incognito, inchinandosi — io non domando che d’essere posto in prima linea, dove sia più caldo il pericolo.
— E così sarete! — s’intromise il priore — se i papalini sieguono, com’è certo, la via di Fuligno, chi primamente n’ha a sostenere il cozzo e gli attacchi dev’essere Castel Torsciano.... voi, con Andrea d’Arezzo e Ascanio della Corgna, potrete esser terzo ad assumerne le difese.... vi piace?
— Nulla saprei chiedere di meglio!
E data tale risposta — il Cavalier Nero si tolse al gruppo, che lo circondava, e scese i gradini della scalea, per presentare i suoi ossequi alla giovine Bianca ed alle sue cugine.
Gli uomini in cilicio ricominciarono ad intonare i monotoni loro canti.
Il fitto della popolaglia assembrata s’andò — poco a poco — diradando.
La solenne consacrazione di Perugia al Redentore era compiuta.
CAPITOLO XXVI.
L’esercito di Santa Madre Chiesa.
Ma, nel medesimo tempo — come abbiam detto — Pierluigi Farnese si avvicinava.
Traendo via per la strada, che è tra Campagnano e Castelnuovo di Porto, tra Civita Castellana e Poggio Mirteto, tra Narni e Rieti, tra Cascia e Spoleto, fra Trevi e Montefalco, passando per Fuligno, era giunto sul monte degli Angioli presso d’Assisi, dove aveva posto il suo quartier generale.
Il sistema militare de’ tempi si andava grado grado modificando sì per la importanza sempreppiù prevalente delle armi da fuoco, sì per le profonde e radicali riforme suggerite dall’_Arte della guerra_ di quello ingegno versatile ed aquilino — uom di stato e filosofo, critico ed istoriografo, dramaturgo e stratega ad un tempo — che, per quattordici anni consecutivi, tenne i registri della Magnifica di Firenze.
Comprendendo tra’ primi di quanto danno e pericolo tornasse lo affidare la sorte delle imprese guerresche a’ condottieri e capitani di ventura; aspirando a costituire eserciti nazionali, onde opporre al tristo spettacolo di mercenarî stranieri la forza morale di italiani, che convincessero il prisco valore non essere interamente estinto fra noi; Niccolò Macchiavelli aveva proposto di combinare assieme i due sistemi della falange macedone e della legione romana, dando picche alle prime linee per respingere gli assalti della cavalleria e buone spade alle altre; di surrogare a’ fortilizî i campi trincerati ed i rapidi e decisivi attacchi alle lunghe e cautelose evoluzioni; di meglio regolare e distribuire le marce ed — anzichè scindere i corpi in avanguardia, battaglie e retroguardia, come si usava — di far precedere e seguire qualche manipolo di cavalli, mentre il grosso avanzasse in colonne serrate e parallele: idea cotesta non desunta dagli antichi e che formò poi una delle glorie di quell’altro genio non meno versatile ed eminentemente guerriero di Federico II di Prussia.
Fu il Macchiavello a preconizzare le _landwher_ e le _landsturm_, col voler sottomettere tutti gli uomini fra i diecisette e i quaranta al _deletto_, o coscrizione, sicchè tutti a un bisogno, potessero prendere le armi, nè però queste fossero professione speciale di alcuno; tutti il sentissero come un dovere santo, nè però corressero alle fila con improvido ardore; — egli a porre una gerarchia di gradi ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse, ad assegnar tamburi, vessilli, pennacchi, colori ed altri distintivi opportuni a conservar l’ordine; — egli finalmente, a far tradurre in atto dalla Signoria buona parte de’ suoi dettami, con l’armare diecimila contadini, cui dètte abito uniforme biancorosso, armi e suoni a modo de’ svizzeri e tedeschi e che s’esercitavano ogni giorno festivo nel comune e due volte l’anno in grandi mostre generali, come adesso le nostre milizie della provincia e del comune, sostituite alla riserva ed alla guardia civica.
Malgrado ciò — in molta parte d’Italia — l’antico sistema, comecchè imbastardito, era pur tuttavolta in onore.