Terremoto

Part 13

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Lasciando presso la sorella i figliuoli e la nuora, che, lo avrebbero raggiunto più tardi; egli parti da Castell’Arquato, con l’alba del dì successivo, accompagnato solamente dal suo segretario Apollonio Filareto e dall’altro suo capitano Alessandro da Terni.

Trentacoste e le barbute rimanevano in giro con Pellegrino di Leuthen senza che egli potesse averne nissuna contezza. Ed era ciò che maggiormente il cuoceva.

FINE DELLA SECONDA PARTE.

_PARTE TERZA._

GUERRA DEL SALE

CAPITOLO XXII.

Questione di tre quattrini.

Entro una delle più splendide sale del Vaticano, nel cui immenso camino dovuto al poderoso scalpello del Buonarroto arde un fuoco patriarcale, trovansi raunati quattro eclesiastici intorno l’ampio seggiolone coperto di cuoio dorato, su cui distende le arruginite membra un venerando vegliardo, che noi ricordiamo aver veduto altra volta.

Quando non fosse la sua lunga e candida barba, il vigoroso suo naso, la sua fronte scappante e corrugata, sotto cui balenano due occhi sagaci ed irrequieti, il tradizionale berrettino bianco, che gli occulta le calvizie, e lo scapolare di serico sciamito trapunto a chiavi d’oro, che, dalle spalle, gli s’incrocicchia sul petto; basterebbero a farcelo riconoscere per Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese.

Quell’omicciattolo smilzo, gialluto, butterato dal vaiuolo, tutto ravvolto in negra veste talare, che siede alla sua sinistra dinanzi un tavolo, sul quale fanno monte pergamene ed in-folio, e che tiene continuamente una enorme penna di oca fra dita, cui tormenta co’ denti e, per abitudine, intinge tratto tratto nel calamaio, comunque non se ne serva; quello è messer Ambrosio Recalcato, suo segretario particolare.

Dei due porporati, che gli stanno ritti in piedi di fianco, l’uno, il più basso di statura, il più accincigliato e tutto fronzoli e catenelle, è quel capo ameno, quel lezioso e galante cortegiano del veneziano Pietro Bembo, il petrarcheggiante autore degli _Asolani_, che — per copiare in ogni punto il suo archetipo — aveva cercato, nella leggiadra e men ritrosa Morosina, la sua Laura di Sade: l’altro è il sapiente Gerolamo Aleandro, quel medesimo che andò annoverato tra’ più strenui avversari del celebre agostiniano d’Erfurt e che — fatto prigioniero con Francesco I a Pavia — dovette snocciolare cinquecento be’ ducati di oro per recuperare la libertà.

Il primo tocca i suoi sessantanove anni, cinquantanove ne conta il secondo; e pure e’ non portano il cappello cardinalizio che da pochi mesi; mentre quel giovinetto non ancora trentenne, dall’alta persona, dalla fulva barba puntata, che sta secoloro confabulando, ne è proveduto da ben oltre un lustro.

Ma ciò non può destare la minima meraviglia, quando si sappia che questi è monsignor Alessandro Farnese, uno de’ figli del signor duca di Castro, il più diletto fra’ nepoti del papa.

— E chi sono, dite voi, messere Ambrosio — domandò Paolo III, voltosi al protonotario Recalcato.

— Sono: il dottor Marcantonio Bartolini, messer Sforza degli Oddi e messer Mariano Felice de’ Bizocchetti, che vengono in nome del priorato.

— Ed a che vengono?

— Allo stesso scopo che trasse qui, nel giugno dell’anno scorso, messer Lucalberto Podiani e messer Gerolamo Comitoli: per intrattenere la Beatitudine Vostra s_uper negotio augumenti salis_.

— Non è a credersi quanto cotesta gente dell’Umbrie sia cocciuta e recalcitrante quando si tratta di piegarsi a’ balzelli.

— Prova evidente di un fatto incontrastabile — fece sorridendo il forbito scrittore delle _Regole grammaticali_.

— Quale? — gli chiese il pontefice.

— Che non hanno abbastanza sale.... in cervello!

— Dite piuttosto, monsignore — osservò il protonotario — che il sale e’ non lo pagarono sinora che tre quattrini ogni libra.

— Ed io gliel’ho rincarato del doppio — sclamò Paolo III — gran che, dassenno!.... la questione di tre quattrini....

— Ma di molte libre — soggiunse il Recalcato.

— E perchè se n’hanno giusto a dolere que’ di Perugia?

— Perchè? — gli rispose l’erudito cardinal Bembo — perchè Perugia verso Roma fu sempre come adesso spagnuoli verso francesi... tra il III ed il IV secolo prima di Nostro Signore, alleata a’ sanniti, le mosse guerra per quattordici anni consecutivi e non ci vollero manco di due sanguinose battaglie per ammansarla; nell’anno 41 parteggiò per Antonio e per Fulvia contra di Ottavio, il quale non la ridusse a ragione che ricorrendo a’ sacrifizi umani; nel 1416 sfuggì alla Chiesa per darsi a Braccio da Montone; poi le si sottrasse di nuovo per amoreggiare co’ Baglioni.... e i Baglioni, credo io....

— Cercano sempre rimetterci lo zampino — concluse il segretario.

— Comunque sia — entrò a dire il cardinale Alessandro — è mestieri che Sua Beatitudine prenda il partito che giudica il meglio e risponda qualche cosa a costoro.

— Oh, la risposta è lesta! — soggiunse Paolo III — l’anno cessato s’ebbe a gittar danaro dalle porte e dalle finestre: il mio viaggio in Provenza, le feste pel mio ritorno, quelle pel matrimonio di mio nipote Ottavio con donna Margherita d’Austria, la pazza guerra che ho dovuto muovere a quello scervellato di Guidubaldo dalla Rovere perchè mi cedesse Camerino, insomma: un profluvio di spese.... e poi io non vuo’, certo, smettere da’ lavori del mio palazzo apostolico, perchè codesti muli dell’antica Etruria ci fanno la bocca brincia!

— Se la Santità Vostra è così decisa — fece Alessandro Farnese — e’ mi pare che il più spiccio sarebbe riceverli e rinviarli con Dio!

— Ed è ciò appunto che voglio — disse il pontefice.

E — voltosi di nuovo al suo segretario:

— Messere Ambrosio — continuò — fate, dunque, che vengano.

Il Recalcato — ficcatosi la penna inseparabile tra l’orecchia e la tempia sinistra — uscì dalla sala, con l’aria mesta e compunta di chi s’accinge a cosa onde già conosce l’esito negativo, e dètte l’ordine ad un camerlengo d’introdurre i deputati perugini.

Un minuto dopo il dottore Marcantonio Bartolini, Sforza degli Oddi e Mariano Felice de’ Bizzocchetti si trovavano alla presenza di Sua Beatitudine papa Paolo III, che si degnava ammetterli al bacio della santa pantofola.

Vestiti di semplice pannolano nero, con nudo il capo e dimessi nel volto come negli atti, i tre rappresentanti il priorato di Perugia si prosternarono dinanzi al pontefice, baciandogli, l’un dopo l’altro, la punta del piede destro, ch’e’ protendeva s’un cuscino di velluto chermisino a passamani e nappine di oro: e rimasero in quell’umile giacitura, sinch’egli:

— Su, su, figli miei — disse loro con la sua voce melliflua ed insinuante — rimettetevi della persona e sentiamo quale mai grave argomento vi conduca presso di noi.

— Noi veniamo alla Santità Vostra — cominciò a dire il dottor Bartolini, rizzatosi pel primo — commessi dal capo del magistrato, messere Alfano degli Alfani ed anco dal reverendissimo prolegato, monsignor Mario Aligerio, a deporre ai santissimi piedi della Beatitudine Vostra una rispettosa e fervida supplica in nome dei priori.

E s’inginocchiò una seconda volta per stendere al papa un largo piego di pergamena allacciato in croce da una fettuccia di seta a’ cui lembi erano saldati grandi suggelli di piombo.

Paolo III non lo toccò neppure della punta dell’indice; ma, con questo, fe’ un semplice cenno al Recalcato, che s’avanzò sollecito a riceverlo in suo luogo.

Quindi:

— Qual è il subbietto di cotesta supplica, — chiese dolcemente al Bartolino, che stava raddrizzandosi di bel nuovo.

— Il sale, Santità — gli rispose questi — il sale sempre!.... con la eccessiva carestia di tutte quante le biade e questo alidore ostinato che ne dà il mal prognostico pe’ futuri raccolti; la miseria... una miseria squallida, sempre crescente, tale da stringere il cuore, domina su la nostra povera terra, la quale, per via de’ suoi priori ed anco per l’umile nostro labro; invoca dalla clemenza di Vostra Paternità un sollievo a’ tanti malanni suoi, col dispensarla dal decretato soprassello.

— Che il Divino Padre ce ne dia venia. — osservò finalmente papa Farnese, con un sottile soghigno cui studiavasi dar carattere di bonario — ma sono, dunque, altrettante pecore e capre i compaesani vostri, che non si nodriscono altro che di sale.

— Peggio, Santità — insinuò con qualche amarezza Sforza degli Oddi — perocchè questo loro onninamente non basti e se ne servano solo a rendere meno indigesto e deleterio il poco e pessimo pane di afoca e di fave ch’è l’unico loro guazzinguagnolo di tutt’i giorni.... e lode ancora al Signore quando esso pure non manchi.

— E tutta codesta scarsezza di biade — fece il papa, con un tremolìo della voce che accusava la bizza — e tutta codesta siccità di terreno s’è, dunque, circoscritta intorno intorno al vostro Trasimeno che del soprassello i perugini siano i soli a lagnarsi?

— Perdono, Santità — soggiunse in mal punto il terzo dei deputati — ma e’ ci sono pure i signori Colonna di Palliano...

— I signori Colonna — lo interruppe Paolo III stizzito, battendo forte del palmo della mano sul bracciuolo del suo seggiolone — non sono che facinorosi e ribelli; gente di mal’aqua, che sciaguattano nel torbido in busca di fastidi per sè ed altri e che pigliano i tre quattrini del sale a pretesto del loro maltalento; ma che l’assistenza divina non ci abbandoni e sapremo fiaccarne la petulanza e le matte pretese!

A simile intemerata, gli emissarî perugini chinarono il capo, guatandosi l’un l’altro di sottecchi, come a richiedersi vicendevole consiglio.

E vi fu un momento di silenzio oppressivo; dopo il quale messer Marcantonio Bartolini, come il più autorevole dei tre, riprese la parola e:

— Santità — disse — non è l’altrui operare che noi vogliamo pigliarci ad esemplare o modello.... noi siamo divoti servi e sudditi fedeli della Santa Sede Apostolica e non abbiamo nè pretese da affacciare, nè lagnanze da muovere... preghiamo, supplichiamo; non altro!.... una generosa concessione aumenterebbe i titoli della gratitudine nostra; ma accoglieremo un rifiuto con reverente rassegnazione.

— E codesto — gli rispose il papa ammansato — è linguaggio buono e ragionevole! ma voi stesso, messere, non metterete pena a comprendere come, nella giustizia nostra, non ci sia lecito usare di eccezioni e privilegi a vantaggio di chicchessia.

— Tuttavolta — sclamò in quel punto Sforza degli Oddi, ch’era il più giovine dei tre ed il men temperante per conseguenza — addì quindici aprile dell’anno passato non istette la Santità Vostra per codesti argomenti di giustizia dallo usarne in prò di Capo-di-monte, Visenzo di Tesco, Pignena, Mozano, Pianzano, Arlena, Civitella, tutte le terre, insomma, che fanno il ducato di Castro!

A cosiffatte parole, Paolo III diventò paonazzo; un mormorio cupo, di mal’augurio corse tra i porporati che gli facevan corona ed il giovine cardinale Alessandro Farnese, lanciandosi inanzi impetuoso e posando una mano al petto dello imprudente degli Oddi:

— Voi, messere — gli disse aspramente — voi perdeste reverenza al Pontefice... uscite!

— Oh, sì, sì — soggiunse in pari tempo lo stesso papa a denti stretti — uscite messeri, prima che peggio ne venga!.... Omai so il movente delle suppliche vostre; ho il vostro messaggio fra mani.... andatevene con la pace del Signore che non istarete guari ad avervi le nostre risposte.

E le risposte furono una Bolla delli 21 genaio con la quale s’intimava la immediata esecuzione dello editto sul maggiore aggravio del sale, pena la scomunica a’ ribelli.

Tali erano state le controversie, che sin da più mesi prima avevano consigliato papa Paolo III a richiamare sollecitamente presso di sè l’amatissimo suo figlio Pierluigi, che, in quel torno, come sappiamo, trovavasi a Castell’Arquato, inteso a ben altre faccende che non fosse quella meschinuccia questione de’ tre quattrini di sopraprezzo sul sale.

CAPITOLO XXIII.

Pierluigi Farnese.

Promulgata la Bolla confermatrice dell’odioso balzello, comminati a’ recalcitranti que’ fulmini celesti, che, di que’ tempi, in mano del vicario di Cristo, erano anco destinati a far l’uficio di agenti delle tasse; il papa — come si usa dire — si tenne alla finestra, per vedere in qual modo i bravi perugini accogliessero e giudicassero quelle sue disposizioni e — siccome non stette molto a risapere come le avessero pigliate in pessimo verso e si fossero levati a tumulto strepitando, minacciando, attalchè, senza il predominio grande che esercitava sopra di loro l’Alfani, capo del magistrato, si sarebbero spinti sa Iddio a quali eccessi — egli cominciò a far subseguire i fatti alle parole, scagliando contro di loro l’interdetto, che fu proclamato in Perugia il 18 marzo 1540.

Per dieci giorni consecutivi nessuna chiesa venne aperta a’ fedeli.

Solo a Pasqua, che cadeva il 28 — dietro intercessione del legato, monsignor Cristoforo Jacobacci e del suo supplente, monsignor Aligerio — il papa acconsentì vi si riapprissero e durante i tre giorni pasquali si celebrassero messe.

Sinchè l’Alfani si mantenne alla testa del magistrato — e questo fu sino alla fine del suddetto mese di marzo — le cose, tra mal’e peggio, tirarono via senza suscitare gravi apprensioni.. — Ma, co’ primi di aprile, il popolaccio tornò a rimbaldanzire, la ribellione rizzò di bel nuovo alta la cresta ed i più corsero alle armi.

Paolo III comprese allora che a fare il manoso c’era tutto da perdere e, rotti gli indugi, chiamò a sè il capitano Alessandro Vitelli, e gli commise di raggranellare quanta più gente potesse e di marciare sopra Perugia.

Il Vitelli — discendente da quel Vitellozzo, che Cesare Borgia fece proditoriamente strozzare a Sinigalia in uno col Freducci da Fermo — era uno degli ultimi professanti quel così detto _mestiere dell’armi_, che Werner di Montfort, duca d’Urslingen e nemico di pietà e di misericordia, Giovanni Hawkwood, Witinger di Landau, Anichino Bongardo, Alberto Stertz ed altri predoni stranieri avevano appreso a que’ nostrali che — tra il conte Alberigo da Barbiano e Giovanni de’ Medici delle Bande Nere — si dissero Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobuon Terzi, Andrea Braccio da Montone, Giacomuzzo Attendoli, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino, Bartolomeo Colleoni e via discorrendo; vero _mestiere_, che consisteva nel vendere il proprio braccio al migliore offerente.

Alessandro Vitelli era un omaccione disgrazioso, dalle estremità elefantili, la faccia schiacciata color di terra, i capelli neri, opachi, lanosi, in grandissima nomea di valente non sappiam meglio se nel condurre battaglie alla vittoria, o nell’allungare le mani al saccheggio. — Per lui tanto, una sconfitta dello inimico, dopo la quale non ci fosse da far bottino, e’ la considerava come sconfitta di sè medesimo.

Tale il guerriero cui la Santa Sede Apostolica affidava il delicato incarico di ridurre a obbedienza i traviati suoi sudditi.

Ed egli vi ci si accingeva di lieto core.

Associatisi i capitani e colonnelli Gerolamo Orsini, Giambattista Savelli, Teobaldo Starnotti da Cerreto ed il conte Niccolò da Tolentino; messi insieme senza capparii quanti uomini gli capitarono sotto; egli era già molto inoltrato ne’ suoi preparativi di guerra e sul punto di porsi in campagna; quando una sera, ad ora già molto tarda, il Recalcato annunziò al Santo Padre che suo figlio, l’eccellentissimo signor duca di Castro, chiedeva istantemente parlargli.

Paolo III ordinò subito lo si facesse entrare e, come si trovarono soli:

— Cosa mai mi volete di quest’ora? — gli domandò.

— Una grazia, Padre mio! — gli rispose Pierluigi.

— Quale?

— Voi siete in sul punto di far attaccare Perugia dalle vostre genti....

— È verissimo: ebbene?

— Ebbene: io vi pregherei di assegnarne a me stesso il comando.

— A voi?.... impossibile!

— O perchè!

— Perchè l’ho già delegato a messere Alessandro Vitelli.

— Ostacolo di lieve conto!.... del Vitelli m’incarico io.

— In qual modo?

— Lo pregherò di rendermi questo servigio, ed egli non mel saprà rifiutare.

— Quando sia così.... ma qual è il segreto motivo che vi spinge?....

— Nessun segreto motivo; ma il desiderio ardentissimo di farmi utile alla Santità Vostra e agl’interessi della Chiesa e della Religione.

Paolo III, ch’era sprofondato nel suo gran seggiolone, a siffatte parole si sollevò alquanto su la persona, folcendosi delle sue mani a’ braccioli, e sporse inanzi il volto guardando negli occhi il figliuolo, con espressione di sarcastica meraviglia.

Pierluigi dovette far violenza a sè stesso per rendersi impenetrabile e, con l’accento della più ben simulata ingenuità:

— Null’altro — continuò a dire — null’altro che questo desiderio!

— Eh! — fece il papa, crollando il capo in aria dubitativa e riadagiandosi sul suo seggiolone — comunque metta pena a comprendervi, non vi vorrò contradire e.... se messere Alessandro non solleva difficoltà, come voi sembrate farvene mallevadore, io consentirò volontieri al piacer vostro!

— Oh, grazie, padre mio! — sclamò il duca di Castro, baciando con effusione la mano del vegliardo — voi coronate uno de’ più caldi miei voti!

E si licenziò tutto pieno di contentezza

Quanto al Vitelli, l’astuto ne conosceva il debole e sapeva benissimo quale il miglior lenocinio per adescarlo. — In compenso della cessione del supremo comando, gl’impromise la metà giusta di tutte quante le prede ed il rapace capitan di ventura si mostrò l’uomo più remessivo e condescendente che mai si potesse.

Però, due dì dopo, dal Pontefice in persona, Pierluigi Farnese venne publicamente confermato gonfaloniere e capitan generale di Santa Madre Chiesa e posto alla testa dello esercito pontificio, che, oltre Vitelli e gli altri capitani e colonnelli ricordati più sopra, constava di ottomila fanti italiani raccolti fra la peggio schiuma, di quattromila spagnuoli ceduti da don Pedro di Toledo vicerè di Napoli, e di ottocento tedeschi.

Con tale esercito, Pierluigi Farnese, si pose subito in via per alla volta di Perugia.

Era il 13 aprile.

Le meraviglie grandi fatte dal papa a proposito della improvisa resoluzione del figlio non erano senza gravi cagioni, ad apprezzare adeguatamente le quali basta conoscere, ne’ loro particolari, i precedenti di costui.

Pierluigi Farnese era nato in Roma al tocco e un quarto circa del diecinove dicembre 1503 — l’anno istesso in cui si combatteva fra Andria e Quarata su quel di Trani il famoso _XIII Pugilum Certamen_ cantato dal cremonese Marco Jeronimo Vida; l’anno istesso, in cui papa Alessandro VI dei Borgia, vittima vuolsi del suo proprio veleno, spirava al demonio, suo patrono, l’anima scellerata; l’anno istesso, in cui la lodevole opera unificatrice compiuta dalle malvage arti del Valentino ricascava in isfascio per riaprire il varco a’ Vitelli, a’ Baglioni, ai d’Appiano, a’ duchi d’Urbino, ai signori di Camerino, di Pesaro, di Sinigaglia, che, a mo’ di lupi, ripiombavono su gli aviti domini.

Legittimato dieci anni dopo con Bolla di Papa Giulio II dalla Rovere; si connubiò nel 1519 a donna Gerolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano, ottima e santa signora che visse poi sempre sequestre dal mondo, tutta onninamente intesa alle pietose sue cure di carità cristiana.

Un dissidio, a cagione della costei dote lo inimicò a’ suoi cognati, talchè collegatosi a Sciarra e Camillo Colonna, che militavano contro la città eterna sotto gli ordini del celebre contestabile di Borbone — si mise al seguito di costui e prese parte a quel terribile sacco di Roma, per cui, secondo il Berni,

. . . . . . . . . Non vide il sole Più crudele spettacolo e più fiero De la città del successor di Piero.

E queste furono le sue prime armi: sanguinosa aurora di assassinî, di stupri, di violenze e rapine, in cui già si leggeva il tramonto; prognostico assai men menzognero di quello che il ciurmadore suo astrologo gli fece dappoi, quando gli predisse: «_Mors tua erit naturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione aut nimio coitu post crapulam_».

Viste le grandi sue prodezze nello scannare inermi, vituperare le femine e rapinare l’altrui; gl’imperiali — ossia, quella bulima di ladroni d’ogni sequenza raccolti sotto le insegne dello avventuroso figliuolo di Chiara Gonzaga — lo spedirono con altro dei loro sul promontorio del Gargano, alla guardia di Manfredonia, dove Camillo Orsini lo assalì dalla parte di terra e, dalla parte di mare, gli si schierarono contro venticinque galee, e dove — al dire del Guazzo — «attese a ribattere con indicibil coraggio una sì fiera tempesta, e da invittissimo capitano con tanta valorosità, con tanta prudenza in tal assedio ritrovossi che gli soldati, quai per offendere sua signoria erano andati, con più loro danno che utile si dipartirono».

Quindi, secondo ce ne ha lasciato scritto Monbrino Rosco da Fabriano nel suo _Poema dell’assedio e bellicosa impresa di Firenze_, il principe Filiberto di Oranges

Lettere scrisse al signor del Farnese Venisse con sua gente e belle imprese. Era con le sue gente il signor detto In Nocera di Napoli alloggiato Duo milla seco havea ognun perfetto Nell’arme e experto e pratico soldato Qual subito ne venne assai diretto Per obbedire el principal mandato Passando valle pian cole e pendisi Che arrivò un giorno alli confin d’Assisi.

Ma poi? — Poi non stette guari a ritirarsi dallo esercito «per essere stato casso dal marchese del Vasto con ignominia della milizia».

E così — per allora tanto — si chiuse gloriosamente la sua carriera militare.

Salito al trono pontificio Alessandro Farnese, suo padre, assoluto da questi delle censure in cui era incorso, per aver partecipato al sacco di Roma, e creato prima signor di Montalto, poi di Frascati, quindi duca di Castro, Nepi e Ronciglione, gonfaloniere e capitan generale della Chiesa e, dallo imperatore Carlo V, marchese di Novara; trasse egli sempre dappoi lieta e tranquilla vita ne’ suoi domini, salvo il correre or qua or là, vuoi spedito dal padre a complimentare questo o quel principe, a montar macchine od a sventare intrighi; vuoi trattovi dallo istesso suo sfrenato disio di piaceri e di galanti avventure.

Più di due lustri erano così trascorsi dalle sue ultime imprese guerresche, e però non aveva torto suo padre a stupirsi nel vederlo sì premuroso di ricacciarvisi dentro.

Sotto quel suo intenso desiderio qualche gatta doveva indubiamente covare.

E la gatta era mastro Pellegrino di Leuthen, o — per dire più giusto — era la nostra giovine Bianca della Staffa.

In qual modo?

Poche parole basteranno per spiegarlo a’ lettori.

Tre settimane dopo il suo ritorno nella città de’ Cesari e dei Papi, Pierluigi era stato raggiunto dai suoi figli e dalla nuora che aveva lasciato — come vedemmo nella rôcca dei conti di Santafiora. — Secoloro giungeva pure il Trentacoste da Camerino, con le sue dodici barbute, e gli recava una missiva del sedicente numismatico tedesco, nella quale questi gli esponeva aver esplorato tutte le circostanti campagne, terre e castella, senza che nè dell’uomo dalla buffa calata, nè del gigantesco familiare de’ Camia, nè di madonna Olimpia Marazzani, nè di Bianca della Staffa, gli fosse riuscito raccogliere il più piccolo indizio.

Pierluigi — per quanto glie ne costasse — dovette però mettere il cuore in pace e renunziare alle vagheggiate speranze di rappresaglia e di vendetta.

Senonchè il mattino del giorno istesso in cui lo vedemmo recarsi a sollecitare dal padre il comando delle milizie raunate contro Perugia, il degno Pellegrino di Leuthen era giunto improviso ad annunziargli che Bianca trovavasi appunto in questa città.

Ciò che non avevan potuto le perlustrazioni, le indagini, le astuzie, il caso puro e semplice glie lo aveva fatto scuoprire.