Terremoto

Part 12

Chapter 123,703 wordsPublic domain

Circa mezz’ora dopo, una ronda lo rasentò.

Un degli armigeri — non badando che a lui — chiese a un compagno:

— Chi è cotesto elefante?

L’altro rispose:

— Gli è il familio della signorina di Camia arrivata oggi stesso al castello.

— Briaco?

— Non so: dorme da stamattina!

— Per Iddio.... peggio d’una marmotta!

E tirarono di lungo senza nemmanco avvertire l’altro dormiente.

Terremoto ne trasse argomento per pigliarne un sospetto anche maggiore e — senza considerare come l’ombra istessa dello immane suo corpo proiettata sul suo compagno di letto, fosse stata quella che aveva nascosto costui agli occhi de’ soldati di ronda:

— Poffare! — andava mulinando fra sè — che, per costoro, e’ si sia reso invisibile? gli è uno spediente cotesto, a cui il padrone di giù ricorre assai volte... uno de’ mezzi meglio acconci... quello di non vederlo!

E, intanto — biascicando fra i denti il _vade retro Satana_ — lo dardeggiava di frequenti occhiate furtive.

In questa, l’oggetto delle sue paure parve scuotersi leggermente come si risvegliasse in quel punto e, adagino adagino, curandosi di non muovere il minimo rumore, si levò ritto su in piedi e lentamente, quasi camminasse su le ova, s’avviò alla chiostrata, ch’era vestibolo alle scale.

Ai sospetti, alle superstiziose apprensioni, tenne dietro, nell’animo del giovine Rinolfo, una intensa, indomabile curiosità. — Quell’uomo — seppur tale — che aspettava la quiete e il buio della notte per rimettersi in moto, non poteva mirare a nulla di rassecurante. — Forse quel suo cauto e sospettoso nottivagare racchiudeva un pericolo, una minaccia per qualcuno. — Ned egli era di tempra da rimanersene in panciolle ove reputasse altri bisognevoli di aiuto: e poi considerava trovarsi albergato in casa di buoni amici degli ottimi suoi signori e forse le tenebrose manovre dello incognito esser rivolte contro taluno di quelli; e poi gli soccorreva un pensiero anche più spaventoso: ch’e’ fosse un Nicelli inteso a’ danni della istessa sua padroncina.

E — non vi reggendo — surse egli pure guardingo dal suo poltriccio e, passo passo, si dètte a seguire su per le scale il Cavalier Nero.

Camminavano l’un dietro l’altro, a mo’ di due volpi, studiando, misurando, pesando ogni lor più lieve mossa, rattenendo il respiro, quasi fiutando l’aere.

Come toccarono il secondo piano e furono presso la stanza di Olimpia Marazzani, il cui uscio semiaperto lasciava scappar fuora un largo sprazzo di luce; il primo si arrestò a specularne lo interno dalla socchiuditura e — non iscorgendovi nulla — si spinse inanzi resoluto.

La lampada da notte giacente sul tavolino era l’unico oggetto che potesse testimoniare della presenza di Olimpia. — Del resto, tutto trovavasi nell’ordine identico di quando egli vi aveva fatto la sua prima incursione: non tocco il letto, non smossa una seggiola, non solamente alterata una delle mille pieguzze de’ cortinaggi.

Il Cavalier Nero dovette probabilmente presumere che la donna ch’egli cercava si fosse ritirata nello spogliatoio; poichè ne aperse l’uscio e vi entrò.

Ma ivi pure tutto era immobilità e silenzio.

O fosse per spingere sino all’ultimo le proprie investigazioni, o fosse per nascondervisi nell’attesa di Olimpia, dallo spogliatoio, l’incognito si cacciò per quel contiguo andituccio, che appariva senza sfogo e a tastoni ne toccò il fondo.

Intanto, Terremoto — posto a sua volta l’occhio alla semiapertura dell’uscio esterno — stava inutilmente guatando ed origliando, senza nulla gli riuscisse nè vedere, nè udire, che meritasse attenzione.

Quando d’un tratto, gli ferì all’orecchio un confuso mormorio di voci.

Sembrava procedere da una vicina stanza, cui pure si giungeva per lo stesso loggiato su cui egli si teneva in vedetta.

Anche da quella stanza sfuggiva una sottile striscia di luce lunghesso uno de’ stipiti, il che ne denotava l’uscio non chiuso.

Al bisbiglio successe uno strisciar di piedi, un cigolar di mobili, come lo strepito di una lotta, ed un lamento, un lamento soffocato, un:

— Vergine Santa! — che gli fece dare un trabalzo al cuore.

In quelle due parole gli era parso riconoscere la voce della sua giovine signora.

Non stette ad esitare più oltre e.... si slanciò.

Era, infatti, quello istesso momento in cui la svergognata concubina del Farnese si avventava su Bianca ed — abbrancatala alle spalle — la rovesciava supina sul letto; mentre l’infame suo amante le cacciava una mano su la bocca per soffocarne gli strilli.

Un attimo ancora e la misera giovinetta sarebbe stata perduta, perduta per sempre.

— Inutili squasilli! — le susurrava schernendo la feroce complice di Pierluigi — o t’accheti, o ti stràngolo!

E questi:

— Bada che qui sono il padrone, che omai nessuno può più strapparti dalle mie braccia!

— Eccetto me! — sclamò una voce in quel punto.

E i due scellerati rotolarono a un tempo sul pavimento, lasciando libera Bianca.

Era Terremoto.

Balzato nella stanza al gemito della sua signora, egli aveva sferrato i due pugni stretti delle sue enormi manacce sul petto di Olimpia e sul capo di Pierluigi.

I due percossi rovinarono rovesci sul pavimento come se saettati da una catapulta.

La donna, nel cadere, mise un lagno straziante e... svenne.

Il sangue le eruppe dalla bocca e dalle narici.

Pierluigi, per contro, non ne rimase che sbalordito, sicchè giunse subito a raddrizzarsi ed a curvarsi sopra di lei, stendendole le braccia per prestarle soccorso.

Ma una mano ne lo rattenne.

Si volse allora persuaso fosse di nuovo il gigante.

Ma s’ingannava.

Era, invece, il Cavalier Nero, entrato in quello istesso mentre, per l’usciolino segreto, che — dal picciol àndito in cui lo vedemmo impegnarsi — ammetteva alla stanza di Bianca.

La giovinetta — sottratta a pena ed in modo sì miracoloso alla propria infamia — s’era gittata fra le braccia del suo salvatore, il quale — sorreggendola:

— Scellerato! — sclamava, mostrando il pugno stretto al Farnese.

Il Cavalier Nero accorso al lamento della caduta e che — fuori di questo — null’altro aveva inteso della scena precedente; alle parole ed al gesto del colosso ed allo stesso atteggiarsi di Pierluigi sopra di quella, suppose che il sangue e lo svenimento di Olimpia fossero dovuti onninamente a quest’ultimo.

Laonde, scuotendogli bruscamente il braccio per cui lo aveva ghermito:

— Ah! — gli disse con voce sorda e minacciosa — messer Pierluigi si sbizzarrisce nel recare oltraggio alle donne?.... ma bada, che l’esser duca di Castro e di Nepi, e marchese di Novara, e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, e spurio rigetto dello stesso pontefice... bada che non potrebbe bastare a sottrarti alla mia vendetta!

— Strozzatelo, messere! — soggiunse il gigante, dando un passo inanzi — se vi occorrono le mie mani, eccole tutte e due al vostro servizio.

— Ed io le accetto — fece il Cavalier Nero — ma solo per affidarlo alla loro custodia.... a voi!

E lo invitò ad impadronirsi dell’altro braccio del duca, mentr’egli si piegava a raccogliere Olimpia, che giaceva sempre svenuta sul pavimento.

Intanto continuò a dire:

— Se, tuttavia, o tenta sfuggirvi o solo fa l’atto di mettere un grido; nessuna misericordia.... servitevene come meglio vi aggrada!

— Oh, non istate in temenza, messere! — sclamò il colosso, stringendo il braccio del principe sì da illividirgli le carni.

All’aspetto, agli atti, a’ propositi di rappresaglia e di morte di que’ due sconosciuti, l’uno più misterioso e minacciante dell’altro; il Farnese — sbiancato in viso quanto il pannolino della sua camiciuola — si arretrò sgomento, girando intorno sguardi smarriti come in cerca di refugio e di scampo.

Di prima giunta, gli aveva sorriso il progetto di acclamare a gran voce i suoi due capitani o le scôlte e provarsi così a volgere in fuga i suoi due aggressori; ma le ultime parole dirette dal mascherato al gigante e la costui stretta brutale, glie ne fecero ben presto abbandonare il pensiero.

Frattanto il primo dei due aveva deposto la caduta su l’uno de’ seggioloni e — con ogni maggiore sollecitudine — le si affaccendava d’intorno, detergendole la schiuma sanguigna che le bruttava le labra e studiandosi di richiamarla in sè stessa.

Ma Olimpia non dava cenno di vita.

Allarmato, ansioso, egli le situò una mano sul petto.

Stette in ascolto.

Il cuore le batteva.

Non era morta.

Allora si volse nuovamente a Terremoto e:

— Ditemi ora — gli chiese — cosa contate voi fare?

— Sono il suo servo — disse il gigante indicando la sua giovine signora.

— Oh, fuggire!.... fuggire!... — rispose questa, sostituendosi premurosa al suo familiare.

— Sul momento?

— Oh, sì.... sì.... sul momento.

— Tale è pure il mio desiderio.... però è mestieri che costui ci serva di salvocondotto!

— Io? — balbettò Pierluigi, meravigliando.

— Tu stesso — gli rispose il Cavaliere Nero, riafferrandolo per l’altro braccio, mentre traeva di sotto il ferraiuolo un lungo ed acuto pugnale.

Pierluigi allibì.

— Ho da lasciarlo? — interrogò Terremoto.

— Sì, basto io solo — gli rispose l’incognito, assumendo un fare più altiero dacchè lo sapeva vassallo — e poichè la signora vostra può reggersi in piede e sostenersi, senza uopo di voi, caricatevi madonna sopra le spalle.

— Colei? — fe’ Terremoto segnando Olimpia.

— Appunto!.... voi mi seguirete con le due dame, io vi precederò con costui!

— E che pretendete io mi faccia? — chiese tremando il Farnese.

— Oh, ben poco! — gli rispose il Cavalier Nero — ci guiderai sino alla castellania e là... giovandoti del dominio tuo, come fratello alla signora del luogo, darai ordine al castaldo di aprirci le porte e scendere il levatoio.

— E null’altro? — osservò Pierluigi, già un po’ tranquillato dalla speranza di cavarsene a sì buon patto.

— Noi ti faremo grazia della vita — continuò l’incognito — purchè tu ci dia modo di uscire issofatto da questo maladetto castello.

— E sia pure.

— E purchè tu medesimo n’esca un tratto con noi.

— Io?

— Oh, so troppo con quale razza di astuti io m’abbia a fare, per affidarmi alle tue concessioni e promesse!... non saremmo così sull’impalcatura del ponte, che tu daresti contrordine di rialzarlo, per precipitarci quanti siamo giù nella fossa, o ci sguinzaglieresti alle calcagna le tue barbute per acchiapparci!.... ma da galeotto a marinaro!.... i Farnesi e la volpe sono nati a un sol parto; ma, se vuoi salva la pelle, dovrai accompagnarci sin dove a noi convenga lasciarti, securi di poter proseguire il nostro cammino, senza paura di frodi.... consenti?

— Per forza!

— E, bada, ve’!... non un tentativo di tradirci!... io ti camminerò di costa con questo ferro sempre snudato nel pugno.... al minimo atto tu faccia, che solo m’ispiri un dubio, un sospetto, e te lo pianto quanto è lungo nel dosso.... m’intendi?

— Eh, gli è chiaro... ma, penso, ho a scendere, ho ad uscire in questo arnese.... in semplice farsetto.... senza nulla in capo?.... lasciate almanco....

— Oibò, oibò! — lo interruppe l’incognito, girandogli su le spalle il proprio ferraiuolo — prenditi questo; tiratene il capperuccio sul capo, e non pensar altro!... il verno è ancor lontano e non c’è rischio ti buschi imbeccate!.... ti sta bene così?

— Eh, per forza! — replicò di malumore il Farnese, avviandosi fuor della stanza, incalzato da presso dal Cavalier Nero.

Terremoto — trattasi in groppa Olimpia sempre priva de’ sensi — tenne loro dietro, insieme a Bianca, che, intanto, erasi data cura di completare il proprio abbigliamento.

Mille argomenti di dispetto s’accavalciavano nel torbido cervello di Pierluigi: avrebbe pur voluto trovar maniera di uscire con manco sfregio da quella umiliante sua situazione; ma comprese facilmente come ogni resistenza gli tornasse impossibile, azzardoso e pieno di pericoli ogni altro tentativo.

E si decise a subir rassegnato la propria sorte.

Scesero pian pianino ed in silenzio le scale e traversarono cauti il loggiato fiancheggiante il cortile sino alla castellanìa.

Ivi Pierluigi chiamò sommesso il castaldo, il quale toltosi di letto e fattosi in su l’uscio, agli ordini del possente fratello della signora, non seppe opporre la menoma osservazione.

Abbassò il ponte e schiuse la porta.

Nell’uscire, il Farnese, dietro assenso del Cavalier Nero:

— Rientrerò fra due ore — gli disse — per segnale darò tre lunghi fischi.... sta in guardia.

Ed uscirono tutti cinque all’aria aperta.

CAPITOLO XXI.

Gli affari di Stato.

Dalla riva sinistra dell’Arda, i nostri tre fuggiaschi, con Pierluigi Farnese come mallevadore e Olimpia sempre recata in collo da Terremoto, presero a ponente, per un angusto sentieruolo che, dopo non quattro miglia di cammino, li condusse a breve tratto da Vigolo de’ Marchesi, su la destra della Chiavenna.

Al di là di questo torrentello sorge un chiostro di Benedettini erettovi nel secolo XI da Oberto II Pallavicino.

Un uomo stava sdraiato a piedi di una grossa quercia che velava del suo fogliame uno de’ fianchi di quel monistero, ed al cui tronco erano allacciati per le briglie due cavalli insellati.

Giunto su la sponda del torrente e messo piede nel suo alveo, che, in quella stagione, trovavasi completamente a secco; il Cavalier Nero mandò fuori dal taglio della celata un acutissimo sibilo, inteso a pena il quale, l’individuo corcato si rizzò di repente e, staccati i cavalli dall’albero, s’avanzò in direzione della Chiavenna, menandoli a mano.

Il Cavalier Nero si volse quindi al Farnese ed:

— Eccoci giunti! — gli disse — ora sfido te, sfido i tuoi cagnotti, sfido l’inferno, ad aver mie novelle.

— E son libero? — domandò Pierluigi con ansia.

— Sì — gli rispose quello — puoi ritornarne al tuo covo.

E — strappatogli il ferraiuolo di dosso — lo respinse con piglio disdegnoso.

Il Farnese divorò il suo maltalento per tema di peggio e — senz’altro aggiugnere — si avacciò a ribattere la strada percorsa per restituirsi a Castell’Arquato.

IL Cavalier Nero lo segui dello sguardo sin che gliel permise la notte, poscia, volgendosi a Bianca:

— E voi, madonna — le chiese — per qual parte sareste diretta?

Incerta della risposta, la fanciulla guardò trepidamente il suo familiare quasi per dimandare il consiglio.

— Eh, messere — sclamò allora costui, invitato a rompere il silenzio da quello sguardo della sua signora — egli è che qui madonna la non ci può rimanere, poichè quel satanasso non istarebbe dal rimetterle le unghie sopra, e che nemmanco a casa sua la ci può ritornare, poichè vi si trovino altri suoi malevoli forse ancor peggio a temersi: per cui e’ mi sembra uno imbroglio, ma di que’ più maladettamente arruffati che mai si diano da distrigare!

— Altro di meglio io non saprei — interloquì in quel mentre la stessa Bianca — chè ricovrare presso li miei zii di Perugia.... e’ sono omai i soli congiunti che tuttavia mi rimangano.

— E voi corrervi tosto, madonna — cominciò a dire con grande animo il dabben Terremoto — ed io sempre servirvi di guida....

Ma s’arrestò d’un tratto perplesso e:

— Gli è, piuttosto — soggiunse con voce raumiliata — gli è ch’io ci vedo di mezzo due grandi e grosse difficoltà!

— Quali? — interrogò il Cavalier Nero.

— La prima che non c’è a contare madonna possa trascinarsi sin là, così appoggiata al mio braccio, alla bella pedona.... e la seconda....

— La seconda?

— Eh, la seconda che nè lei ned io abbiamo intorno nemmanco la croce di una baiocchella.

— Per inquanto a ciò — fece nobilmente l’incognito, togliendosi di scarsella quella medesima borsa, d’onde aveva tratto le monete date alla vecchia camerista ed offrendola a Bianca — madonna non vorrà farmi lo sfregio di rifiutare....

— Oh, messere... volle interromperlo la giovinetta.

Ma quello prosegui:

— Posso conoscere il vostro nome?

— Bianca della Staffa — gli rispose la fanciulla.

— Nepote a messer Giovanni di Camia — aggiunse premuroso il gigante.

— Ebbene, madonna Bianca — conchiuse il Cavalier Nero — que’ vostri zii, presso cui intendete recarvi non mancheranno, vuo’ credere di sodisfare il picciol debito che vi propongo contrarre verso di me.

— E a chi dovranno spedire il valsente? — dimandò Bianca, accettando questa volta la borsa, che le veniva profferta in modo tanto squisito.

— Al Cavalier Nero — rispose l’incognito — nella torre di Gropparello.

— Sarà fatto, messere! — asseverò Bianca.

— Ed in quanto al modo di viaggiare — continuò quello accennando all’uomo, che s’era, intanto avvicinato con le cavalcature — io dispongo di due corridori; ma, siccome madonna è tuttavolta svenuta, l’uno non m’è più necessario e di buon cuore ve l’offro.

— Oh, messere.... — sclamò Bianca confusa da tanta cortesia, volendo forse affacciargli qualche obiezione.

Ma quello:

— Me lo rimanderete con la persona che si avrà incarico di riportarmi il danaro.

— A codesto patto — fece la giovinetta — nol saprei rifiutare.... accetto e ve ne ringrazio.

— Ed ora, — riprese quello, balzando in arcione — non più indugiare un momento!

E, voltosi a Terremoto:

— Datemi in braccio madonna — gli disse.

Il gigante eseguì l’ordine e del suo miglior garbo s’ingegnò di adagiargli sul davanti della sella Olimpia de’ Marazzani sempre fuori de’ sensi.

L’uomo venuto da’ pressi del convento s’era di nuovo allontanato.

— Dio vi governi! — sclamò allora il Cavalier Nero e, dato di sproni, si gittò verso mezzogiorno traverso le agate che ingemmano il rio Rimore e le madrepore disseminate fra la Chiavenna ed il Chero sino in riva al Vezzeno, nel piccolo villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una casa de’ marchesi Tedaldi.

Rimasti soli, Terremoto aiutò la sua giovine signora a salire in groppa dell’altro cavallo, poi — montatovi sopra a sua volta — lo spinse di trotto in tutta opposta direzione, fra Vigostano e la Sforzesca, verso la grossa terra di Fiorenzuola.

Avventurosamente per Pierluigi, quando fece ritorno alla rôcca di Castell’Arquato le tenebre erano ancora profonde e tutti più che mai immersi nel sonno. — Dètte egli i convenuti tre fischi, in seguito a’ quali gli venne calato il levatoio, attalchè potè restituirsi al suo quartiere senza che — ad eccezione del castaldo, cui pose in mano varie monete di oro insegnandogli cosa dovesse rispondere se interrogato — nissun’altro sapesse di quella notturna sua uscita.

La facilità somma con la quale, prima in compagnia, poi solo, aveva potuto andarsene, e ritornare, era naturalmente tutta dovuta alle speciali circostanze del momento, al trovarsi la terra in festa ed il castello popolato da tanto numeroso stuolo di dame e cavalieri, amici e congiunti de’ castellani. — Altrimenti il solo stridore delle catene del ponte avrebbe bastato per attirare l’attenzione delle vedette e degli uomini d’arme ed assoggettare lui e le persone cui forzatamente aveva giovato di salvocondotto e di scorta al più rigoroso controllo.

Malgrado la rabbia che lo divorava, era tanta la stanchezza indottagli dalle emozioni della giornata e particolarmente dalla lunga gita coatta allora fornita che, — a pena in camera — si gittò sul letto e si addormentò.

L’indomani non riaperse gli occhi che a giorno alto e quando tutto il castello era già in subbuglio per la improvvisa sparizione delle due fanciulle.

Donna Costanza, non veggendole apparire in onta dell’ora già tarda, aveva spedito alle loro stanze le due minori sue figlie, Giulia e Faustina, le quali l’erano ritornate pallide in viso e tutte tremanti, dicendole non solo quelle stanze deserte, ma sfatto il lettucciulo di Bianca e quello di Olimpia no, gli usci d’ingresso e di comunicazione, aperti, spalancati, le lampane tuttora accese e scoppiettanti consunte.

Donna Costanza inquisì quanto servidorame trovavasi nel castello; ma nessuno valse a darle il minimo schiarimento. — Fece ricerca del familio che aveva accompagnato la giovine della Staffa. — Tutti rammentavano averlo visto dormire s’un mucchio di paglia nel cortile; ma di raccapezzarlo non ci fu verso. — Chiamò allora il castaldo. — Indettato da Pierluigi, costui rispose, durante la notte, non essere uscito e rientrato chè il signor duca di Castro.

Donna Costanza non sapeva più che pensare, e le inevitabili versioni di un genio malefico, di un gran diavolo sceso dall’alto del mastio, e scappato via pel fumaiuolo, soffolcendo ciascuna delle due fanciulle disparse con una delle sue ali da pipistrello, cominciavano a circolare tra il minutame de’ valletti e delle fantesche.

Pierluigi, che già mulinava entro sè di muovere a questo e quello dimande, per tentare se pure gli riuscisse scuoprire chi fossero i due temerari, che lo avevano in modo sì umiliante oltraggiato e schernito, — non a pena ebbe sentore del turbamento e dell’agitazione della sorella, che vi renunziò, per tema di non richiamarne i sospetti su di sè stesso.

Nullostante, non volendo renunziare del paro al desiderio che lo pungeva e di riavere Olimpia sua, e d’impadronirsi di Bianca, e di vendicarsi de’ suoi insultatori; chiamò nuovamente a sè Pellegrino di Leuthen, il solo che alcunchè di chiaro travedesse in quella buia faccenda, e gli espose per filo e per segno tutto quanto gli era accaduto.

Com’ebbe terminato la sua narrazione:

— _Jesus mein god!_ — sclamò il tedesco, giugnendo le mani in atto di estremo stupore — quanto crante diafole foi afere puttate terre con pugno, intofinare, intofinare.... essere Derremote, antiche serfitore pofere Ciofanne li Camie... ma quanto ome fisciere galate, niente capire... niente sapere fostre penefolensce matonne Olimbia!

— Ed è di costui in particolar modo — fece biecamente il Farnese — che m’importa conoscere il volto, il nome, la dimora... due cose io voglio: recuperare Olimpia ed anco quella vostra leziosa nepote dei Camia.... non patirò mai che una meschina feminuccia possa menar vanto d’essersi in simil guisa fatta giuoco di me: mai!... l’altra: avere in mie mani e vendicarmi di que’ due manigoldi.... oh, come pagheranno caro il loro ardimento!... e voi solo, Pellegrino mio, voi solo potete giovarmi a raggiungere il mio duplice scopo.

— Pellecrine sempre umilissime serfe fostre eccellensce!

— Voi avete l’odorato del segugio, l’occhio della lince, la furberia della volpe....

— Troppo pone, eccellensce!

— Vi lancerete subito su le loro tracce.... il mio Trentacoste con le sue barbute verrà con voi, obbedirà ciecamente ai vostri ordini, ed io non dubito....

— Troppo pone, eccellensce!.... io fare tilicentemente, foi precare Tio pone risultamente mia spetiscione.

Poco stante, col più lungo e lanternuto dei due capitani di Pierluigi e una serqua d’armigeri, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò la rôcca per battere le circostanti campagne, promettendo al suo nobile signore, che, dove gli tornasse di metter la mano su qualcuno degli evasi, o solo di averne indizio, non mancherebbe di spedirgli tosto un pedone a dargliene lo annunzio.

Tormentato a un tempo dal livore contro gli sconosciuti che gli avevano inflitto tanto vilipendio, dal rammarico della sua Olimpia e dalla foia bestiale, che la vista e il contatto di Bianca gli avevano eccitato, Pierluigi Farnese — anima cupa e vendicativa se mai ve ne fu — si contorceva, per così dire, sotto l’ansie cocenti di un’attesa febrile. — Al più leggero calpestìo di chi entrasse nel cortile, al minimo rumore che salisse in direzione delle sue stanze, egli supponeva dover’essere un inviato di Pellegrino che gli apportasse le sospirate novelle.

Così trascorse tutta la giornata.

A tarda sera, battuto già il coprifuoco, si udì improvisamente il suono di un corno. Pierluigi trasalì.

Era, senza dubio, l’emissario di Pellegrino.

Il sopravenuto chiedeva, infatti, di lui.

Era una staffetta.

Ma, in luogo di giungere da’ dintorni, come il duca confidava, procedeva direttamente da Roma ed era apportatrice di una lettera del Santo Padre.

Paolo III faceva vive istanze al figliuolo di restituirsi immediatamente a Roma, dove la sua presenza era richiesta da _gravi affari di Stato_.

Addio amori e vendette!

Comunque di malincuore, — Pierluigi dovette decidersi ad obbedire.